di Franco Bartolini


Filetto, come pure tris, più anticamente triaca. Sono un'infinità le pietre che recano incisi dalla mano dell'uomo e nei secoli i tre quadrati concentrici collegati da segmenti a metà di ogni lato e che presentano un foro circolare al centro. Se ne trovano alla Cà Merlata, presso San Carpoforo (Como), sul sagrato dell'ex parrocchiale di Tavernerio, sul muretto del porticciolo di San Giovanni, a Bellagio, a Cressogno, sul Ceresio, nonché in vari borghi della Vallassina, Asso, Sormano, Caglio, Rezzago.
Quasi tutte sono pietre di recupero, cioè trovate altrove - nessuno sa dire dove - e utilizzate in piano generalmente per muri di contenimento, o di delimitazione, come nel bellissimo chiostro dell'Abbazia di Piona. I nostri avi vi giocavano con nove palline e chi restava con quattro era sconfitto.
Ma il recinto quadrilatero è molto più antico, assai diffuso nell'Alto Medioevo, e studiosi di fama lo portano ancora più indietro nel tempo. L'autorevole René Guénon parla di "Triplice cinta druidica", quindi celtica, simbolo rituale. Perfino Platone riferisce di tre cinte concentriche collegate tra loro da canali. I simbolisti si spingono fino alla "quadratura del cerchio", alla "fonte di insegnamento", che dal centro e attraverso i canali comunica dall'alto in basso. Per gli stessi Templari era il Sacro perimetro, facendolo risalire alle fondamenta del tempio di re Salomone. Certo, i nostri nonni non sapevano tutto questo quando ordinavano le palline sul loro passatempo preferito. Sì inciso su lastre di serpentino, ma anche disegnato con il carbone dove capitava.