"Quando l'impero ha la via, i cavalli da corsa si usano per concimare i campi. Quando l'impero è senza la via, i cavalli da guerra sono allevati nei sobborghi." ('Tao-teh-ching')
I discendenti di Lao-Tzu hanno dato l'assalto ai 'ghisa' meneghini. E poi ai meneghini stessi, attoniti. E poi hanno cominciato con le retoriche che tanta presa fanno sul buon cuore degli italiani e degli intellettuali chic. I diritti, l'accoglienza, la solidarietà, il lavoro onesto dei cinesi. E poi hanno levato la bandiera fiammante della Repubblica Popolare Cinese. Insomma: o ci accogliete o facciamo un quarantotto.
Il dramma razziale si sta trasformando in una questione di impressionismo lessicale. Si possono chiamare le cose in vari modi. Così stile Tg 1 di qualche sera fa: "un barcone di disperati nordafricani è arrivato sulle coste della Sardegna. Il loro sogno è finito".'Sogno" "disperati', mancano solo 'il freddo e il gelo'... Poi ci si accorge che la disperazione dei 'disperati' è una disperazione alquanto attiva. E forse non è nemmeno disperazione, ma il sempiterno 'homo homini lupus' coniugato 'all'ognuno riconosce i suoi'. Ogni razza è razzista, tranne quella europea. Ma in questi giorni qualche milanese verrà a ingrossare la masnada di chi chiama le cose col loro nome.
13 aprile 2007
Tratto da www.cultrura.net




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