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    Pasdar
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    Predefinito De Angelis su Area: Strage di Bologna: e ora chi sa,p arli!

    Strage di Bologna: e ora chi sa,parli!

    di Marcello de Angelis

    .................................................. ........

    Area è da anni impegnata nella ricerca della verità sulla strage di Bologna: il più grave attentato che la storia repubblicana ricordi.

    Un dato è ormai acquisito e - dopo il dossier da noi pubblicato in gennaio in relazione al presunto coinvolgimento di Luigi Ciavardini - decisamente incortrovertibile: la destra non c'entra.

    L'unica verità processuale assodata è che ci sono stati dei depistaggi ad opera degli apparati dello Stato per indirizzare - reiteratamente - le indagini verso la destra: i responsabili di questi depistaggi sono stati identificati e condannati. Le false prove e i documenti prefabbricati per i depistaggi tendevano però proprio a dimostrare il coinvolgimento delle persone attualmente condannate! Com'è dunque possibile? Un depistaggio serve ad allontanare il più possibile le investigazioni dai veri colpevoli, non il contrario.

    Questa è solo una delle assolute contraddizioni sulle quali si è pensato di archiviare il processo per la strage: il depistaggio c'è stato; portava all'incriminazione di Mambro e Fioravanti e poi - con dichiarazioni pilotate di Angelo Izzo (si, proprio il galantuomo recentemente ritornato dietro le sbarre dopo aver reiterato una strage a sfondo sessuale!) - di Luigi Ciavardini; il tribunale - nella totale assenza di qualsiasi altra prova - ha comunque, ripetutamente, confermato la condanna delle vittime del depistaggio…

    A 25 anni dal massacro, nessuno può fare più finta di niente. Bisogna domandarsi il perché, per un quarto di secolo, malgrado la progressiva ma inevitabile certezza dell'innocenza dei condannati, si sia continuato di concerto a rinviare l'ammissione della infondatezza della "pista nera" e, quindi, la ripresa delle indagini verso altre direzioni.

    Fa tutto parte del depistaggio: far passare così tanto tempo dall'accaduto, forzando gli inquirenti a voltare le spalle alla verità e guardare dall'altra parte, da far sì che le prove finiscano seppellite o cancellate.

    E invece sono ancora tutte lì, ed era ora che qualcuno le recuperasse, gli desse una spolverata e le rimettesse in ordine in un racconto coerente e ricco di riscontri e conferme.

    Sissignori, c'era un'altra pista ed è ancora percorribile.

    Il 7 novembre del 1979 un gruppo di estrema sinistra venne arrestato al porto di Ortona (Chieti), mentre contrabbandava in Italia dei letali lanciamissili di fabbricazione sovietica. Dopo una settimana veniva catturato per lo stesso reasto, il rappresentante in Italia della frangia marxista-leninista dell'Olp, a Bologna, dove risiedeva e operava. Fin dal ' 75 l 'uomo era coperto e protetto dai servizi militari italiani. A dicembre i servizi assicurano al presidente del consiglio Cossiga che i palestinesi non c'entravano nulla, ma ci pensa Habbash, capo dei marxisti palestinesi a inviare agli italiani una lettera che rivendica la proprietà delle armi al suo gruppo e ingiunge l'immediata restituzione del materiale e la scarcerazione del suo ufficiale di collegamento. Il giordano è anche il responsabile della logistica del terrorista internazionale Carlos, che aveva una base proprio a Bologna. Le trattative per la liberazione del giordano durano a lungo senza esito. L'8 marzo 1980, sempre da Bologna, vengono trasmessi al ministero dell'Interno avvertimenti di possibili ritorsioni contro il nostro Paese. L'11 luglio 1980 il direttore dell'Ucigos scrive al direttore del Sisde che il Fronte popolare per la Liberazione della Palestina sta per intraprendere tali azioni di ritorsione. Il 2 agosto esplode la bomba alla stazione di Bologna. Il 19 settembre una giornalista italiana, che risulterà lavorare per i nostri servizi, intervista il responsabile dei servizi di sicurezza dell'Olp che assicura che la strage l'hanno fatta neofascisti italiani addestrati dalla Falange libanese. Il 13 gennaio 1981, alla stazione di Bologna, sul treno Taranto-Milano, viene rinvenuta una valigia contenente esplosivo uguale a quello della strage e biglietti aerei intestati a nominativi simili a quelli di estremisti di destra latitanti. Si scoprirà che gli autori della falsificazione sono i servizi italiani, che vengono condannati per depistaggio. Il 14 agosto 1981, il giordano-palestinese viene liberato. Il 18 giugno 1982, a Fiumicino, viene arrestata una terrorista tedesca del gruppo Carlos, con una valigia piena di esplosivo: proviene dalla Siria, dopo uno scalo a Bucarest…

    Nelle 17 pagine del servizio pubblicato in questo numero di Area, questa sequenza logica prende corpo, corredata di nomi, fatti e dichiarazioni e diventa schiacciante.

    Si tratta, però, di un'inchiesta giornalistica, basata solo sugli elementi già a disposizione di chiunque avesse avuto l'intenzione di esaminarli. Oltre non possiamo andare. L'ultimo passo spetta alle autorità giudiziarie, o politiche.

    L'ultimo atto della nostra battaglia è dunque questo: un appello affinché chi sa parli. Vogliamo sentire alta e forte la voce del senatore Cossiga, che più volte ha dichiarato ingiuste le condanne subite dalla destra, ha richiesto la rimozione della lapide apposta nella stazione di Bologna che parla di "strage fascista", dichiarandola diffamatoria e si è detto lui stesso vittima di un depistaggio, quando, nel 1980, da presidente del Consiglio, fu indotto a dichiarare alle Camere che la strage era "di matrice fascista". Più di un ministro dell'allora Governo dichiarò che bisognasse seguire una pista internazionale e non "domestica", ma fu rapidamente messo a tacere. Oggi, chi meglio del neoeletto vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura Virginio Rognoni, allora ministro degli Interni, può impegnarsi per la riscoperta della verità su quegli eventi?

    Ma interrogare testimoni e condannare responsabili non fa parte del nostro lavoro. Anzi, per noi, il fatto che possano alla fine pagare i veri colpevoli è un risultato di secondo piano rispetto al fatto che, almeno, non siano più gli innocenti a pagare e venga restituita ai cittadini italiani la verità storica su quegli anni.

    Perché quella strage fu un atto di guerra contro l'Italia. E della successiva strage di verità siamo stati tutti vittime, nessuno escluso.
    «Non ti fidar di me se il cuor ti manca».

    Identità; Comunità; Partecipazione.

  2. #2
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    Predefinito “storia Nera” Di Andrea Colombo Sulla Strage Di Bologna Del 2 Agosto 1980

    “STORIA NERA” DI ANDREA COLOMBO SULLA STRAGE DI BOLOGNA DEL 2 AGOSTO 1980
    Saverio Ferrari - redazione Osservatorio Democratico

    Non considero una sentenza come verità assoluta, tanto meno quella sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Nemmeno ho mai creduto che l’esito di un processo non potesse essere criticato. Anzi, ho passato anni ad attaccare duramente l’operato della magistratura, recentemente le conclusioni della corte di Cassazione sulla strage di piazza Fontana. Ritengo, per altro, a mia volta, l’approdo giudiziario su Bologna insufficiente e insoddisfacente. Ma non infondato, questo il punto.
    Sollevare dubbi è non solo lecito, ma utile e meritevole. Nel caso del libro di Andrea Colombo (“Storia nera. Bologna. La verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti”, Cairoeditore, 17 euro), però, l’operazione è decisamente un’altra: si tenta di accreditare l’innocenza di Mambro, Fioravanti e Luigi Ciavardini, tutti e tre condannati in via definitiva per la strage, omettendo deliberatamente le carte giudiziarie più scomode. Mi limito ad alcuni passaggi.


    L’INCONTRO CON MASSIMO SPARTI

    Nel capitolo dedicato alla “demolizione” della credibilità di Massimo Sparti, colui che raccontò come due giorni dopo la strage Fioravanti e Mambro lo avessero messo al corrente delle loro responsabilità, richiedendogli urgentemente due documenti falsi, minacciando in caso contrario di far male al figlio, Andrea Colombo omette alcuni elementi fondamentali. Dopo aver irriso la testimonianza di Fausto De Vecchi, il mediatore tra Sparti e il falsario dei documenti, che comunque confermò, fatto processuale assolutamente rilevante (“Si presentò da me lo Sparti e mi disse che c’erano Giusva con la fidanzata che dovevano sparire e avevano bisogno di documenti di identità”, udienza dell’8 gennaio 1990, dibattimento in Corte di assise d’appello), tralascia incredibilmente di ricordare che fu la stessa Mambro a sostenere che si rivolsero davvero in quei giorni allo Sparti, ma che i documenti richiesti dovevano però servire a Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi di Terza posizione (“Effettivamente vennero richiesti allo Sparti…dovevamo fare la rapina all’armeria di piazza Menenio Agrippa”, che avvenne appunto il 5 agosto, dichiarazione resa da Francesca Mambro al giudice istruttore di Bologna il 25 agosto 1984). Sparti dunque non “favoleggia” di “incontri”, come scritto da Andrea Colombo. Non solo, l’autore dimentica anche come questa versione sui motivi dell’incontro con Sparti sia poi risultata per nulla credibile: Fiore e Adinolfi non erano infatti latitanti e non avevano alcun bisogno di documenti, ma soprattutto i due erano ricercati proprio dagli stessi Mambro e Fioravanti che li volevano uccidere per “ripulire l’ambiente infestato da furbacchioni”. Per altro, fu lo stesso Fiore a negare la circostanza di aver mai chiesto a Fioravanti e Mambro documenti falsi.


    LA TELEFONATA E I DOCUMENTI DI LUIGI CIAVARDINI

    Riguardo al caso di Luigi Ciavardini, condannato per concorso nella strage di Bologna, Andrea Colombo cerca più volte (pagine 186 e 256) di mettere in discussione l’esistenza della famosa telefonata con la quale il terrorista avvisò la fidanzata Elena Venditti e una coppia di amici, che erano in procinto di raggiungerlo a Venezia, affinché non prendessero il treno che sarebbe passato dalla stazione di Bologna la mattina del 2 agosto. Anche qui, non solo questo fatto è sempre stato incontestabilmente confermato in sede giudiziaria da Cecilia Loreti, una delle destinatarie del messaggio (“Disse di non partire…in quanto vi erano dei grossi problemi”, dichiarazioni rese al giudice istruttore di Roma il 23 dicembre 1980), ma fu lo stesso Ciavardini a ribadirlo (“Né la Venditti né la Loreti avevano la possibilità di rintracciarmi, di modo che ero io che dovevo, di volta in volta, farmi vivo. In quel periodo l’ho fatto diverse volte, telefonando all’una o all’altra ragazza, a caso loro a Roma”, dichiarazioni rese al giudice istruttore di Bologna il 5 giugno 1982. “Non escludo di aver telefonato a Roma per indurre i miei amici a spostare il viaggio”, dichiarazioni rese al giudice istruttore di Bologna il 24 ottobre 1984). Colombo sostiene che Ciavardini, ammesso che così fece, non agì in questo modo perchè a conoscenza dell’imminenza della strage, ma perché privo di documenti. Questi “i gravi problemi”, essendo latitante, accennati nella telefonata. Niente di più falso.
    Il 5 giugno 1982 lo stesso Ciavardini dichiarò al giudice istruttore di Bologna di escludere “nella maniera più assoluta che alla data del 2 agosto 1980” avesse “alcun problema di documenti”. Tanto che in quel periodo si muoveva in tutta Italia. Solo molti anni dopo cambierà versione. Ma che Luigi Ciavardini all’epoca disponesse dei necessari documenti per viaggiare indisturbato è stato comunque ampiamente dimostrato. Al momento dell’arresto, nel settembre 1980, ne possedeva almeno uno, intestato a Marco Arena, lo stesso che, come disse la sua fidanzata Elena Venditti, utilizzava al tempo della strage (dichiarazioni rese al giudice istruttore di Bologna il 24 settembre 1980).


    UN ALIBI INCONSISTENTE

    Anche l’alibi a cui Fioravanti e Mambro ad un certo punto decisero di aggrapparsi, per dimostrare la loro estraneità alla strage, si sbriciola facilmente, nonostante Andrea Colombo si sia sforzato di renderlo credibile. I due sostennero di essersi trovati il 2 agosto a Treviso, ospiti di Gilberto Cavallini e della sua compagna Flavia Sbrojavacca. Mambro affermò di aver passato la giornata a Padova, Fioravanti a Treviso. Cambiarono versione solo nel 1984 raccontando di aver accompagnato Cavallini ad un appuntamento a Padova. “Con noi c’era Luigi Ciavardini” affermò la Mambro. Fioravanti inizialmente lo escluse. Ciavardini, a sua volta, solo nel 1984 si allineò, dopo aver sostenuto di essersi trovato ai primi di agosto a Palermo (!). Anche le vetture di questo viaggio da Treviso a Padova non combaciarono mai: una Bmw per Fioravanti, una Opel Rekord per la Mambro. La madre di Flavia Sbrojavacca, Maria Teresa Brunelli, testimoniò comunque che “dopo la nascita di mio nipote (10 luglio), escludo che la Mambro e Fioravanti abbiano dormito a casa della Flavia”. Un alibi inconsistente, smontato ulteriormente da Gilberto Cavallini, che negò di aver mai avuto un appuntamento a Padova quel giorno. L’appuntamento doveva avvenire con Carlo Digilio, un tempo al vertice della struttura clandestina di Ordine nuovo.
    Carlo Digilio, prima di morire, ha, dal canto suo, sempre sostenuto di non aver mai conosciuto Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, né di essere mai stato a conoscenza della loro eventuale presenza a Padova quel giorno. Non si capisce a questo punto la ragione per la quale Carlo Digilio, per Andrea Colombo, si possa improvvisamente trasformare in “un testimone scomodo per tutti”. Questo sì che è un mistero!


    LA PISTA PALESTINESE

    Colpisce, infine, l’ultimo capitolo in cui, si rilancia la stessa fantomatica pista palestinese sulla quale da qualche anno alcuni deputati di Alleanza nazionale si affannano, millantando la presenza del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, o di suoi uomini, a Bologna, in veste di stragisti al servizio del Fronte popolare per la liberazione della Palestina di George Habbash. È più che noto, infatti, che già all’epoca, non solo recentemente, si appurò che il terrorista Thomas Kram, esperto in falsificazione di documenti e non in esplosivi, fosse presente a Bologna nella notte fra tra l’1 e il 2 agosto, alloggiando nella stanza 21 dell’albergo Centrale di via della Zecca. Presentò nell’occasione la sua patente di guida non contraffatta. Fu precedentemente fermato e identificato al valico di frontiera sulla base di un documento di identità valido a suo nome. Non era al momento inseguito da alcun mandato di cattura. La questura di Bologna segnalò i suoi movimenti all’Ucigos che già in quei giorni conosceva tutti i suoi spostamenti. Un terrorista stragista, dunque, non in incognito che viaggiava e pernottava in albergo con documenti a proprio nome (!). Una pista vecchia, già archiviata data la comprovata mancanza di legami tra Thomas Kram e la strage. Per altro Kram risultò non aver mai fatto parte dell’organizzazione di Carlos. Riguardo poi l’esistenza di presunti documenti, provenienti dagli archivi dell’ex Patto di Varsavia, attestanti la presenza a Bologna di alcuni uomini di “Separat”, l’organizzazione di Carlos, basterebbe citare la relazione conclusiva delle stesse autorità di Polizia francesi, acquisita tramite rogatoria, che ha affermato, sulla base dei documenti recuperati dall’ex Mfs (il controspionaggio della Repubblica democratica tedesca), che non è mai stato raccolto “alcun elemento obiettivo in ordine alla presenza in Italia di Ilich Ramirez Sanchez alla vigilia dell’attentato alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Lo studio dettagliato dei documenti in nostro possesso non consente di imputare a Ilich Ramirez Carlos o a membri del suo gruppo la responsabilità dell’attentato commesso il 2 agosto 1980 contro la stazione di Bologna. Lo stesso dicasi per la loro partecipazione ad operazioni di carattere terroristico perpetrate in Italia”.
    Ma c’è di più. Alfredo Mantovano, a sua volta tra i massimi dirigenti di Alleanza nazionale, il 16 ottobre del 2003, rispondendo ad un’interrogazione, in qualità di sottosegretario al Ministero degli interni, ufficialmente concludeva che: “l’ipotetica presenza negli anni Settanta e Ottanta a Bologna o in Italia del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, attualmente detenuto in Francia, non ha trovato alcun riscontro”. Dar credito a un polverone sollevato, per altro, da un ex appartenente a Ordine nuovo, Marco Affatigato, per sua stessa ammissione fonte informativa della Cia, ma soprattutto già coinvolto in un tentativo di depistaggio sulla strage di Bologna, che in un’intervista a un giornale di Alleanza nazionale ha fatto riferimento a documenti della Stasi mai rintracciati, o peggio, contenenti il contrario, è davvero fuorviante.


    SENZA PRECEDENTI?

    Si potrebbe continuare con la storia dei Nar, definiti a pagina 10, senza “precedenti bombaroli” o stragisti, quando in proposito basterebbe ricordare: l’assalto a Roma a Radio città futura, il 9 gennaio 1979, con il ferimento di cinque donne falciate alle gambe a colpi di mitra; l’attentato alla sezione Esquilino del Pci, sempre a Roma, il 16 giugno 1979, con il lancio di bombe a mano nel corso di due affollate riunioni, una di quartiere, l’altra di ferrovieri, o ancora l’attentato, fatto risalire dalla magistratura ai Nar, mediante un’autobomba caricata di quattordici chilogrammi di esplosivo, posta all’uscita della seduta del Consiglio comunale a Milano, poco più di 48 ore prima della strage di Bologna. Per i primi due crimini è stata riconosciuta la responsabilità di Valerio Fioravanti con la sentenza del 2 maggio 1985 della Corte di assise di Roma, divenuta definitiva. Colombo, contro ogni evidenza, riporta invece che per il secondo episodio è “stata dimostrata” la sua “non partecipazione”. Da chi?

    Mi fermo qui anche se su molti altri punti andrebbero svolte doverose precisazioni e contestazioni, anche rilevanti, come sul movente della strage, tutt’altro che oscuro, i numerosi depistaggi, che cercarono in ogni modo di avvalorare ipotesi internazionali per sviare e far perdere tempo agli inquirenti, e non certo a “incastrare” l’estrema destra, la natura chimica dell’innesco dell’ordigno, come stabilito dalle perizie, che per questa e non altre misteriose ragioni, come supposto nel libro, non ha consentito di rintracciare sul posto filamenti o batterie elettriche.

    Spiace dire, in conclusione, che questo libro non svolge affatto alcun servizio garantista, ma si presta solo a disinformare e ad essere utilizzato a questo fine. Le stesse conclusioni del presidente dell’associazione dei familiari delle vittime Paolo Bolognesi.
    Myrddin

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da Myrddin-Merlino Visualizza Messaggio
    “STORIA NERA” DI ANDREA COLOMBO SULLA STRAGE DI BOLOGNA DEL 2 AGOSTO 1980
    Saverio Ferrari - redazione Osservatorio Democratico

    Non considero una sentenza come verità assoluta, tanto meno quella sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980. Nemmeno ho mai creduto che l’esito di un processo non potesse essere criticato. Anzi, ho passato anni ad attaccare duramente l’operato della magistratura, recentemente le conclusioni della corte di Cassazione sulla strage di piazza Fontana. Ritengo, per altro, a mia volta, l’approdo giudiziario su Bologna insufficiente e insoddisfacente. Ma non infondato, questo il punto.
    Sollevare dubbi è non solo lecito, ma utile e meritevole. Nel caso del libro di Andrea Colombo (“Storia nera. Bologna. La verità di Francesca Mambro e Valerio Fioravanti”, Cairoeditore, 17 euro), però, l’operazione è decisamente un’altra: si tenta di accreditare l’innocenza di Mambro, Fioravanti e Luigi Ciavardini, tutti e tre condannati in via definitiva per la strage, omettendo deliberatamente le carte giudiziarie più scomode. Mi limito ad alcuni passaggi.


    L’INCONTRO CON MASSIMO SPARTI

    Nel capitolo dedicato alla “demolizione” della credibilità di Massimo Sparti, colui che raccontò come due giorni dopo la strage Fioravanti e Mambro lo avessero messo al corrente delle loro responsabilità, richiedendogli urgentemente due documenti falsi, minacciando in caso contrario di far male al figlio, Andrea Colombo omette alcuni elementi fondamentali. Dopo aver irriso la testimonianza di Fausto De Vecchi, il mediatore tra Sparti e il falsario dei documenti, che comunque confermò, fatto processuale assolutamente rilevante (“Si presentò da me lo Sparti e mi disse che c’erano Giusva con la fidanzata che dovevano sparire e avevano bisogno di documenti di identità”, udienza dell’8 gennaio 1990, dibattimento in Corte di assise d’appello), tralascia incredibilmente di ricordare che fu la stessa Mambro a sostenere che si rivolsero davvero in quei giorni allo Sparti, ma che i documenti richiesti dovevano però servire a Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi di Terza posizione (“Effettivamente vennero richiesti allo Sparti…dovevamo fare la rapina all’armeria di piazza Menenio Agrippa”, che avvenne appunto il 5 agosto, dichiarazione resa da Francesca Mambro al giudice istruttore di Bologna il 25 agosto 1984). Sparti dunque non “favoleggia” di “incontri”, come scritto da Andrea Colombo. Non solo, l’autore dimentica anche come questa versione sui motivi dell’incontro con Sparti sia poi risultata per nulla credibile: Fiore e Adinolfi non erano infatti latitanti e non avevano alcun bisogno di documenti, ma soprattutto i due erano ricercati proprio dagli stessi Mambro e Fioravanti che li volevano uccidere per “ripulire l’ambiente infestato da furbacchioni”. Per altro, fu lo stesso Fiore a negare la circostanza di aver mai chiesto a Fioravanti e Mambro documenti falsi.


    LA TELEFONATA E I DOCUMENTI DI LUIGI CIAVARDINI

    Riguardo al caso di Luigi Ciavardini, condannato per concorso nella strage di Bologna, Andrea Colombo cerca più volte (pagine 186 e 256) di mettere in discussione l’esistenza della famosa telefonata con la quale il terrorista avvisò la fidanzata Elena Venditti e una coppia di amici, che erano in procinto di raggiungerlo a Venezia, affinché non prendessero il treno che sarebbe passato dalla stazione di Bologna la mattina del 2 agosto. Anche qui, non solo questo fatto è sempre stato incontestabilmente confermato in sede giudiziaria da Cecilia Loreti, una delle destinatarie del messaggio (“Disse di non partire…in quanto vi erano dei grossi problemi”, dichiarazioni rese al giudice istruttore di Roma il 23 dicembre 1980), ma fu lo stesso Ciavardini a ribadirlo (“Né la Venditti né la Loreti avevano la possibilità di rintracciarmi, di modo che ero io che dovevo, di volta in volta, farmi vivo. In quel periodo l’ho fatto diverse volte, telefonando all’una o all’altra ragazza, a caso loro a Roma”, dichiarazioni rese al giudice istruttore di Bologna il 5 giugno 1982. “Non escludo di aver telefonato a Roma per indurre i miei amici a spostare il viaggio”, dichiarazioni rese al giudice istruttore di Bologna il 24 ottobre 1984). Colombo sostiene che Ciavardini, ammesso che così fece, non agì in questo modo perchè a conoscenza dell’imminenza della strage, ma perché privo di documenti. Questi “i gravi problemi”, essendo latitante, accennati nella telefonata. Niente di più falso.
    Il 5 giugno 1982 lo stesso Ciavardini dichiarò al giudice istruttore di Bologna di escludere “nella maniera più assoluta che alla data del 2 agosto 1980” avesse “alcun problema di documenti”. Tanto che in quel periodo si muoveva in tutta Italia. Solo molti anni dopo cambierà versione. Ma che Luigi Ciavardini all’epoca disponesse dei necessari documenti per viaggiare indisturbato è stato comunque ampiamente dimostrato. Al momento dell’arresto, nel settembre 1980, ne possedeva almeno uno, intestato a Marco Arena, lo stesso che, come disse la sua fidanzata Elena Venditti, utilizzava al tempo della strage (dichiarazioni rese al giudice istruttore di Bologna il 24 settembre 1980).


    UN ALIBI INCONSISTENTE

    Anche l’alibi a cui Fioravanti e Mambro ad un certo punto decisero di aggrapparsi, per dimostrare la loro estraneità alla strage, si sbriciola facilmente, nonostante Andrea Colombo si sia sforzato di renderlo credibile. I due sostennero di essersi trovati il 2 agosto a Treviso, ospiti di Gilberto Cavallini e della sua compagna Flavia Sbrojavacca. Mambro affermò di aver passato la giornata a Padova, Fioravanti a Treviso. Cambiarono versione solo nel 1984 raccontando di aver accompagnato Cavallini ad un appuntamento a Padova. “Con noi c’era Luigi Ciavardini” affermò la Mambro. Fioravanti inizialmente lo escluse. Ciavardini, a sua volta, solo nel 1984 si allineò, dopo aver sostenuto di essersi trovato ai primi di agosto a Palermo (!). Anche le vetture di questo viaggio da Treviso a Padova non combaciarono mai: una Bmw per Fioravanti, una Opel Rekord per la Mambro. La madre di Flavia Sbrojavacca, Maria Teresa Brunelli, testimoniò comunque che “dopo la nascita di mio nipote (10 luglio), escludo che la Mambro e Fioravanti abbiano dormito a casa della Flavia”. Un alibi inconsistente, smontato ulteriormente da Gilberto Cavallini, che negò di aver mai avuto un appuntamento a Padova quel giorno. L’appuntamento doveva avvenire con Carlo Digilio, un tempo al vertice della struttura clandestina di Ordine nuovo.
    Carlo Digilio, prima di morire, ha, dal canto suo, sempre sostenuto di non aver mai conosciuto Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, né di essere mai stato a conoscenza della loro eventuale presenza a Padova quel giorno. Non si capisce a questo punto la ragione per la quale Carlo Digilio, per Andrea Colombo, si possa improvvisamente trasformare in “un testimone scomodo per tutti”. Questo sì che è un mistero!


    LA PISTA PALESTINESE

    Colpisce, infine, l’ultimo capitolo in cui, si rilancia la stessa fantomatica pista palestinese sulla quale da qualche anno alcuni deputati di Alleanza nazionale si affannano, millantando la presenza del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, o di suoi uomini, a Bologna, in veste di stragisti al servizio del Fronte popolare per la liberazione della Palestina di George Habbash. È più che noto, infatti, che già all’epoca, non solo recentemente, si appurò che il terrorista Thomas Kram, esperto in falsificazione di documenti e non in esplosivi, fosse presente a Bologna nella notte fra tra l’1 e il 2 agosto, alloggiando nella stanza 21 dell’albergo Centrale di via della Zecca. Presentò nell’occasione la sua patente di guida non contraffatta. Fu precedentemente fermato e identificato al valico di frontiera sulla base di un documento di identità valido a suo nome. Non era al momento inseguito da alcun mandato di cattura. La questura di Bologna segnalò i suoi movimenti all’Ucigos che già in quei giorni conosceva tutti i suoi spostamenti. Un terrorista stragista, dunque, non in incognito che viaggiava e pernottava in albergo con documenti a proprio nome (!). Una pista vecchia, già archiviata data la comprovata mancanza di legami tra Thomas Kram e la strage. Per altro Kram risultò non aver mai fatto parte dell’organizzazione di Carlos. Riguardo poi l’esistenza di presunti documenti, provenienti dagli archivi dell’ex Patto di Varsavia, attestanti la presenza a Bologna di alcuni uomini di “Separat”, l’organizzazione di Carlos, basterebbe citare la relazione conclusiva delle stesse autorità di Polizia francesi, acquisita tramite rogatoria, che ha affermato, sulla base dei documenti recuperati dall’ex Mfs (il controspionaggio della Repubblica democratica tedesca), che non è mai stato raccolto “alcun elemento obiettivo in ordine alla presenza in Italia di Ilich Ramirez Sanchez alla vigilia dell’attentato alla stazione di Bologna il 2 agosto 1980. Lo studio dettagliato dei documenti in nostro possesso non consente di imputare a Ilich Ramirez Carlos o a membri del suo gruppo la responsabilità dell’attentato commesso il 2 agosto 1980 contro la stazione di Bologna. Lo stesso dicasi per la loro partecipazione ad operazioni di carattere terroristico perpetrate in Italia”.
    Ma c’è di più. Alfredo Mantovano, a sua volta tra i massimi dirigenti di Alleanza nazionale, il 16 ottobre del 2003, rispondendo ad un’interrogazione, in qualità di sottosegretario al Ministero degli interni, ufficialmente concludeva che: “l’ipotetica presenza negli anni Settanta e Ottanta a Bologna o in Italia del terrorista venezuelano Ilich Ramirez Sanchez, detto Carlos, attualmente detenuto in Francia, non ha trovato alcun riscontro”. Dar credito a un polverone sollevato, per altro, da un ex appartenente a Ordine nuovo, Marco Affatigato, per sua stessa ammissione fonte informativa della Cia, ma soprattutto già coinvolto in un tentativo di depistaggio sulla strage di Bologna, che in un’intervista a un giornale di Alleanza nazionale ha fatto riferimento a documenti della Stasi mai rintracciati, o peggio, contenenti il contrario, è davvero fuorviante.


    SENZA PRECEDENTI?

    Si potrebbe continuare con la storia dei Nar, definiti a pagina 10, senza “precedenti bombaroli” o stragisti, quando in proposito basterebbe ricordare: l’assalto a Roma a Radio città futura, il 9 gennaio 1979, con il ferimento di cinque donne falciate alle gambe a colpi di mitra; l’attentato alla sezione Esquilino del Pci, sempre a Roma, il 16 giugno 1979, con il lancio di bombe a mano nel corso di due affollate riunioni, una di quartiere, l’altra di ferrovieri, o ancora l’attentato, fatto risalire dalla magistratura ai Nar, mediante un’autobomba caricata di quattordici chilogrammi di esplosivo, posta all’uscita della seduta del Consiglio comunale a Milano, poco più di 48 ore prima della strage di Bologna. Per i primi due crimini è stata riconosciuta la responsabilità di Valerio Fioravanti con la sentenza del 2 maggio 1985 della Corte di assise di Roma, divenuta definitiva. Colombo, contro ogni evidenza, riporta invece che per il secondo episodio è “stata dimostrata” la sua “non partecipazione”. Da chi?

    Mi fermo qui anche se su molti altri punti andrebbero svolte doverose precisazioni e contestazioni, anche rilevanti, come sul movente della strage, tutt’altro che oscuro, i numerosi depistaggi, che cercarono in ogni modo di avvalorare ipotesi internazionali per sviare e far perdere tempo agli inquirenti, e non certo a “incastrare” l’estrema destra, la natura chimica dell’innesco dell’ordigno, come stabilito dalle perizie, che per questa e non altre misteriose ragioni, come supposto nel libro, non ha consentito di rintracciare sul posto filamenti o batterie elettriche.

    Spiace dire, in conclusione, che questo libro non svolge affatto alcun servizio garantista, ma si presta solo a disinformare e ad essere utilizzato a questo fine. Le stesse conclusioni del presidente dell’associazione dei familiari delle vittime Paolo Bolognesi.
    certo che i compagni tuoi su rif com hanno ragione....te oltre il copia e incolla non vai oltre.

  4. #4
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    grande Marcello!

 

 

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