Il nostro futuro nelle mani di Franco Giordano
Sembra un paradosso, una provocazione.
Ma ad un'analisi attenta della situazione le cose stanno proprio così. Occorre aprire un po' il campo di visuale per comprendere bene, e capiremo molte cose che ci aiuteranno a focalizzare meglio se, dove, come e quando potrà esistere uno spazio politico per i repubblicani.
Dobbiamo partire da due presupposti, mi pare da molti già ampiamente condivisi.
Il primo è che il nostro futuro (unitario, ma anche politico in sé) può esistere solo nel solco della nostra identità politica. Un’identità che si potrebbe esprimere al meglio in forma di realtà repubblicana autonoma, se le condizioni politiche lo consentissero. Ma sappiamo che sarà molto difficile che questo succeda e quindi prepariamoci a scartare l’ipotesi. Un’identità dunque, che si riconosce in un progetto politico più ampio, ma proporzionato alle nostre dimensioni, in cui come repubblicani possiamo sentirci pienamente partecipi, influenti e rappresentati, e che soprattutto sia espressione del nostro modo di essere: laico e democratico-liberale.
Il secondo presupposto è che, se vogliamo dare un minimo di sostanza numerica a questo progetto, non possiamo prescindere dalle anime più avanguardiste e riformatrici dell’universo socialista. Questo perché repubblicani, liberali e radicali (con tutte le prudenze del caso su questi ultimi), pur messi assieme in tutte le varianti e le declinazioni possibili, sarebbero senz’altro in grado di rappresentare una massa politica (e quindi un soggetto di interlocuzione), ma difficilmente una massa autosufficiente, capace di recuperare peso adeguato per gareggiare con le grandi formazioni esistenti e nascenti.
Questo almeno stando alla situazione odierna, che è quella su cui bisogna progettare e muoversi.
Dunque, stanti queste premesse, è chiaro che, se non c'è motivo di guardare al Partito Democratico, se non c’è niente sul versante destro che ci possa interessare (se non l’uscita di scena di Berlusconi e il conseguente disfacimento di Forza Italia, che non sono però temi all’ordine del giorno), l’occhio ci deve necessariamente cadere sul fronte sinistro dell’arco parlamentare. Su ciò che si muove lì. E nemmeno per caso, ma proprio perché è lì che sono coinvolti quei settori socialisti che ci possono interessare.
Ebbene, su quel fronte abbiamo due progetti in cantiere (quello di Boselli e quello Diliberto-Giordano), che possono dare vita ad uno degli sbocchi che ho precedentemente descritto, e che riporto di nuovo.
Ora, il primo scenario è quello di partenza. Ma è così difficile da realizzare che soltanto una legge elettorale fortemente costrittiva in senso semplificatorio e polarizzante potrebbe concretizzarlo. Ma una siffatta legge non lascerebbe comunque spazio ad un polo liberaldemocratico minoritario, quindi si tratta di un’ipotesi che abbandoniamo al terreno del fatalismo, e non delle ipotesi politiche per noi auspicabili e praticabili.- Il primo è quello della costruzione di un'unica forza socialista, che va da De Michelis a Russo Spena, e cerca (invano) di attrarre i piccoli partiti laici. E' uno scenario di medio-lungo periodo, che incontra non poche contraddizioni e difficoltà politiche, ma che può essere innescato da una legge elettorale che favorisca la polarizzazione verso quattro grandi partiti.
- Il secondo è che nascano due soggetti, a sinistra del PD, in concorrenza tra loro: uno di sinistra-sinistra (di stampo social-comunista), espressione di un'ala radicale più articolata e più forte; un altro più strettamente socialista e rappresentativo del PSE in Italia. E' uno scenario complicato da raggiungere, ed è quello che penalizza i laici, dal momento che i loro temi sarebbero rappresentati dal blocco socialista, su cui sarebbe difficile convergere senza finire nella famiglia del PSE.
- Il terzo scenario è invece quello di gran lunga più interessante, su cui a mio avviso dobbiamo puntare e lavorare. Quello di un accordo tra sinistra radicale e ambiente socialista nel campo del Socialismo Europeo, e della conseguente uscita di un settore socialista da questo connubio.
Anche in questo caso avremmo nel centrosinistra due formazioni, oltre al PD, ma di natura diversa rispetto al punto precedente: una fortemente ancorata al socialismo, numericamente pesante, e rappresentativa di varie anime del marxismo e del post-marxismo, che si riconosce nel PSE; un'altra minoritaria, ma autosufficiente, di stampo laico e di vocazione progressista, nata dalla fusione delle anime più avanguardiste del socialismo e dai piccoli partiti di estrazione laica, liberaldemocratica e radicale. Una vera e propria Rosa nel Pugno più ricca e più grande.
Gli scenari su cui possiamo speculare (e agire) politicamente, sono gli altri due.
Cos'è che fa la differenza tra la seconda e la terza ipotesi? La posizione di Mussi e Angius. L’ago della bilancia sono proprio loro, che in questo momento lavorano sia sul terreno socialista che su quello massimalista, sapendo però che il nodo non si può sciogliere per intero. Perché vige il problema dei simboli (e forse anche del nome), della collocazione europea, ma soprattutto della distanza politica tra i partiti socialisti (più avanzati del socialismo tradizionale) e i partiti comunisti (in parte orgogliosamente vetero-comunisti).
C’è un grosso dilemma interiore e politico, tra i due fuoriusciti Ds.
Coi comunisti c’è un legame antico, affettivo e di amicizia personale, una lunga storia condivisa: pur nelle differenze, riprendono contatti “in famiglia”. E ci sono i numeri. Ma rischiano di uscire dal Socialismo Europeo, che è il motivo per cui hanno abbandonato la nave del Partito Democratico.
Coi socialisti invece c’è affinità politica, c’è la famiglia europea, ma c’è una totale estraneità personale: i socialisti (quei socialisti) sono i nemici di sempre, sono gli eredi di Craxi, sono tutta un’altra storia. Inoltre sono una grossa incognita, sotto il profilo numerico.
D’altra parte, il nodo andrà comunque sciolto.
PRC e PdCI non hanno alcun interesse a lasciare il potenziale ex Ds nelle braccia socialiste, per ridursi fare una “cosa comunista” tra loro due. L’avrebbero già fatta, se il problema fosse solo questo.
I socialisti, specularmente, sanno che gli ex Ds possono irrobustire il loro progetto, mettergli le ali per volare.
Insomma la situazione è complessa e non si risolverà in tempi brevi.
Si prefigura una situazione di stallo a metà tra il secondo e il terzo scenario. Che alla lunga potrebbe costringere tutti sul sentiero del primo.
A meno che non entrino in campo due variabili.
La prima è la nostra: la nascita di una costituente laica e liberaldemocratica che interloquisca con gli ambienti più avanzati della sfera liberalsocialista (Nicola Rossi, Lanfranco Turci, l’associazionismo di Bertinoro, lo stesso Boselli o parte dello Sdi). Si tratta di una condizione assolutamente necessaria, ma non sufficiente a smuovere le acque in modo risolutivo.
La seconda è Franco Giordano che, più facilmente di Diliberto, è incline ad aprire i suoi comunisti ad un’evoluzione politico-culturale in senso più socialista. D’altronde ricordiamoci che Fausto Bertinotti, vero riferimento culturale di tutta la sinistra radicale (lo ha riconosciuto anche Diliberto), non viene dal PCI, ma dal PSI. E questa sua lettura alata e moderna del comunismo è molto plastica, smaniosa di riformularsi costantemente, di giungere a nuovi approdi.
Dunque questa maturazione culturale, che Giordano può innescare nel suo partito (e che per effetto traino potrebbe contagiare anche Diliberto e affascinare alcuni ambienti socialisti), può portare ad una mediazione nuova tra una parte dei socialisti e i comunisti, che costituisca anche la quadratura del cerchio per gli ex Ds, e si collochi nell’ambito del PSE.
Questo libererebbe definitivamente quelle forze socialiste che guardano con orrore ad un connubio in senso retrospettivo, e che cercano piuttosto nuove sponde in campo laico e liberale, dando sostanza al nostro progetto.
Ecco che occorre dunque mettere in campo al più presto una piattaforma di interlocuzione laica e liberaldemocratica.
Ecco che il nostro destino si lega, giocoforza, ai destini della sinistra.
E che le scelte di Rifondazione, paradossalmente, disegneranno il nostro futuro.




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