
Originariamente Scritto da
Giuliano_IMP
Bisogna aspettare che le scriva un EBREO certe cose, perche' dai NON-Ebrei NON vengono accettate....
1) Israele non vuole la pace
di Gideon Levy
Il momento della verita' e' arrivato e va detto: Israele non vuole la
pace.
L'arsenale di scuse e' finito, il coro di rifiuto suona ormai a
vuoto.
Fino a poco tempo fa era ancora possibile accettare il
ritornello del
"non abbiamo un interlocutore" per la pace e del " non
e' ancora tempo"
di negoziare con i nemici. Oggi, la nuova realta' di
fronte ai nostri
occhi non lascia spazio a dubbi e lo stancante
ritornello "Israele e'
per la pace" e' caduto in frantumi.
E'
difficile determinare quando c'e' stata la rottura. E' stato
l'assoluto
rigetto dell'iniziativa saudita? Il rifiuto di riconoscere
quella
siriana? Le interviste di Pasqua del primo ministro Olmert? La
ripulsione alle dichiarazioni rilasciate a Damasco da Nancy Pelosi, la
portavoce della camera dei rappresentanti degli Stati Uniti, che
presumevano che Israele fosse pronto a rinnovare il dialogo di pace con
la Siria?
In Israele intere generazioni sono state svezzate
nell'illusione e
nell'incertezza della possibilita' di realizzare la
pace con i nostri
vicini.
Nei nostri giorni piu' verdi, David Ben-
Gurion ci diceva che avrebbe
portato la pace, se solo gli fosse data
la possibilita' di incontrare i
capi arabi. Israele ha chiesto
negoziazioni dirette per una questione
di principio e gli israeliani
ne hanno tratto grande orgoglio per il
fatto che il loro quotidiano
impegno per la pace celava le piu' alte
ambizioni dello Stato. Ci era
stato detto che non c'erano interlocutori
per la pace e che la piu'
grande ambizione degli arabi era di
distruggerci. Abbiamo bruciato i
ritratti del "tiranno egizio" nei
nostri falo' del trentatreesimo
giorno dell'Omer ed eravamo convinti che
tutte le colpe per la
mancanza di pace erano dei nostri nemici.
Dopo arrivo' l'occupazione,
seguita dal terrorismo, Yasser Arafat, il
secondo summit di Camp David
fallito e l'ascesa di Hamas al potere, ed
eravamo sicuri, sempre
sicuri, che era tutta colpa loro. Neppure nei
nostri sogni piu' feroci
avremmo potuto credere che sarebbe venuto il
giorno in cui l'intero
mondo arabo ci avesse teso la mano in segno di
pace e che Israele
avrebbe voltato le spalle al gesto. Sarebbe stato
ancora piu' pazzesco
immaginare che Israele si tirasse indietro
adducendo come scusa quella
di non volere fare arrabbiare l'opinione
pubblica domestica.
Il mondo
e' stato capovolto ed ora e' Israele che sta in prima linea nel
rifiuto. Quella che era la politica di rifiuto di pochi, una
avanguardia
degli estremisti, e' ora diventata la politica ufficiale di
Gerusalemme.
Nelle sue interviste di Pasqua, Olmert ci ha detto che " i
palestinesi
sono di fronte al bivio di una decisione storica ", ma la
gente ha
smesso di prenderlo sul serio da tempo. La decisione storica
e' nostra e
siamo noi che stiamo scappando dal bivio e da queste
iniziative, come
dalla morte stessa.
Il terrorismo, usato da Israele
come l'ultima scusa per il suo rifiuto,
serve solo ad Olmert per fargli
recitare, ad nauseum, "Se i palestinesi
non cambiano, non combattono il
terrorismo e non ottemperano a nessuno
dei loro obblighi, allora non
usciranno mai dal loro perenne caos".
Come se i palestinesi non
avessero preso dei provvedimenti contro il
terrorismo, come se fosse
Israele a dovere determinare quali sono i loro
obblighi, come se
Israele non fosse responsabile per il perenne caos che
soffrono i
palestinesi sotto occupazione.
Israele considera importante fissare
prerequisiti e credere di averne
l'esclusivo diritto. Ma il tempo passa
e Israele continua a evitare il piu'
basilare dei prerequisiti per una
pace giusta, quello di porre fine
all'occupazione. Di tutte le domande
fatte durante le interviste di
Pasqua, nessuno si e' disturbato di
chiedere a Olmert perche' non ha
reagito con entusiasmo alla recente
iniziativa araba, senza
precondizioni. La risposta e' una: il controllo
delle colonie.
Non e' solo Olmert che fa resistenza. Una figura di
primo piano del Labour
party ha detto la scorsa settimana che " ci
vorranno da cinque a dieci
anni per riprendersi dal trauma ". Ora la
pace e' niente di piu' che
una minacciosa ferita, e nessuno che ne
parli ancora in termini di
benefici sociali di massa che essa
apporterebbe allo sviluppo, alla
sicurezza e alla liberta' di movimento
nella regione e nell'istituire
una societa' piu' giusta.
Come una
piccola Svizzera, oggi ci stiamo concentrando piu' sul tasso di
cambio
del dollaro e sulle dichiarazioni di malversazione sollevate
contro il
Ministro delle Finanze che sulle fatidiche opportunita' che
svaniscono
ai nostri occhi prima di riconoscerle tali.
Mai abbiamo mai avuto
un'opportunita' come questa. Anche se non e'
sicuro che le iniziative
siano davvero solide e credibili, o che siano
basate sull'inganno,
nessuno ha fatto un passo avanti per sfidarle ne'
tanto meno
riconoscerle. Quando Olmert sara' un nonno anziano, che cosa
dira' ai
suoi nipoti? Che ha fatto di tutto in nome della pace? Cosa
diranno i
suoi nipoti?
(Traduzione di Nicola Flamigni)
2) Intervista di
Luisa Morgantini, vicepresidente del Parlamento europeo,
al ministro
palestinese Mustafa Barghouti
«La comunità internazionale la smetta di
guardare
alla Palestina con gli occhi del governo israeliano»
Luisa
Morgantini
Ministro, in che misura il nuovo governo di unità nazionale
di cui fa
parte rappresenta una chance per il futuro della Palestina?
Il nuovo governo di unità nazionale è non solo la migliore ma anche
l'unica soluzione politica possibile per la Palestina oggi. Non
bisogna
dimenticare che questo governo rappresenta il 95% della
società
palestinese e dei rispettivi gruppi politici che sono usciti
dalle
ultime elezioni. Si è trattato, in effetti, di un gesto di alta
responsabilità da parte delle attuali forze politiche che hanno
ribadito la necessità di parlare con una sola voce, nel rispetto della
legalità e dei principi di democrazia, cercando in tutti i modi di
scongiurare le violenze interne e fratricide e il collasso nei
rapporti
tra Fatah e Hamas. Siamo anche certi che il governo uscito da
questa
intesa può disporre di un larghissimo consenso, ponendosi nei
negoziati
come un'entità moderata il cui primo e fondamentale
obiettivo è quello
di arrivare a una soluzione pacifica del conflitto
israelo-palestinese ,
basata sul reciproco riconoscimento di due Stati
indipendenti nei
confini del '67.
Israele però non vi ha riconosciuto. Come la
mettiamo?
Attualmente, è vero, Israele si rifiuta di riconoscere il
governo
continuando a creare dei pretesti pur di non ammettere la
legittimità
di uno Stato palestinese e Olmert persegue la linea del
prendere tempo
e continuare con i dati di fatto, blocco dei territori,
aumento degli
insediamenti per non risolve il vero problema di
Gerusalemme est e la
fine dell'occupazione dei territori palestinesi.
In questo senso
l'impegno e il riconoscimento da parte della comunità
internazionale
risulta ancora più fondamentale per la ricerca di una
pace giusta e
duratura. Ciò deve passare inevitabilmente per la chance
posta in
essere dall'iniziativa della Lega Araba e i presupposti sono
chiari:
la fine dell'occupazione israeliana non solo nei Territori
occupati
palestinesi, una soluzione della questione dei rifugiati
basata sulla
risoluzione 194 delle Nazioni Unite, e uno stato
palestinese che
coesista con lo Stato d' Israele, ma anche la fine
dell'occupazione in
Siria e Libano. In questo modo contemporaneamente i
paesi arabi
riconosceranno pienamente lo Stato d'Israele.
Dall' Europa
e dalla comunità internazionale vengono dichiarazioni che
ritengono sia
opportuno cominciare a discutere con gli elementi più
moderati del
vostro governo. Quella che si chiama una diplomazia
selettiva. E'
d'accordo?
La comunità internazionale deve smetterla di guardare alla
Palestina
con gli occhi di Israele. Ribadisco il fatto che il governo
di unità
nazionale si presenta con una piattaforma unica, come
un'entità
altamente rappresentativa e nel suo insieme moderata. Ne è un
esempio
il carattere progressista e sociale del nostro programma. Il
governo,
infatti, ha dedicato molta attenzione all'equità e alla
giustizia
sociale; abbiamo posto molta enfasi sui diritti delle donne,
sull'assistenza e sui diritti per le persone disabili, oltre che sulla
neutralità dell'educazione, aldilà di qualsiasi ideologia. E devo dire
che è stato molto importante convincere i rappresentanti di Hamas a
discutere di questi temi; è un modo pragmatico per convergere Hamas su
una linea moderata. Il nostro stesso presidente Abbas rappresenta
tutto
il governo e non una parte o l'altra. Credo quindi che
l'isolamento
politico dei ministri di Hamas non porti dei vantaggi, ma
sia
l'ennesimo errore politico.
Questa attenzione ai temi sociali, in
particolare, risulta
fondamentale in un momento così difficile di crisi
economica in
Palestina. Anche se il problema palestinese è la necessità
di una
soluzione politica, scongiurare il collasso economico è anche un
modo
per allontanare ogni estremismo ?
Sì. In effetti la situazione
economica in Palestina oggi è
catastrofica: circa l'80% della
popolazione vive al di sotto della
soglia di povertà e quasi il 50% è
disoccupata. La crisi economica è
evidente e le misure illegali
adottate da Israele ne sono la causa
principale: circa 600 milioni di
dollari di tasse che spettano
legittimamente all'Autorità palestinese
sono trattenutiarbitrari amente
da Israele. Stiamo parlando del 70%
delle entrate locali che mancano
alle nostre casse e che non ci
permettono di pagare gli stipendi ai
medici, agli insegnanti, agli
impiegati pubblici, da mesi senza
salario. Non possiamo permetterci di
correre il rischio che questa
situazione di povertà si tramuti in forme
estremismo.
Nella sua recente visita in Italia, oltre al Presidente
della Camera
Fausto Bertinotti e alla vice Ministra Patrizia
Sentinelli, ha
incontrato il
Ministro degli Esteri Massimo D'Alema.
Nell'incontro si è parlato
della Conferenza internazionale di pace?
Sì. Potrebbe essere uno strumento utile ed opportuno in questo
momento.
Ho sollecitato l'Italia e l'Ue ad avere immediatamente
relazioni con
questo governo e a non fare distinzioni tra i suoi
ministri.
L'alternativa a questo governo sarebbe il collasso dell'Anp
e il caos.
Mi auguro che l'Italia possa svolgere un'azione di stimolo
nell'Unione
Europea ed essere uno degli attori più importanti sulla
via della pace.
Giuliano l'Apostata
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