Abbiamo incontrato Franco Nerozzi, presidente della veronese “Comunità Solidarista Popoli" (http://www.comunitapopoli.org), il quale ci ha rilasciato la seguente intervista in merito all’associazione di volontariato da lui presieduta e sulle realtà dalla stessa visitate, conosciute ed aiutate.
Quando nasce l’Onlus “Comunità Solidarista POPOLI” e con quali intenti, fini, principi ispiratori?
“Popoli” nasce nel febbraio del 2001 a Verona, su iniziativa di alcuni amici che decidono di passare all’azione dopo tante parole e considerazioni spese su mondialismo e pensiero unico dominante. Eravamo arrivati ad un punto in cui non ci bastava più partecipare alle conferenze o cercare di convincere i nostri conoscenti circa le insidie rappresentate dagli attuali assetti politici. Inoltre, eravamo nauseati dall’immobilismo che circonda vari strati della società, soprattutto, e lo dico a malincuore, i settori giovanili, quelli che invece dovrebbero rappresentare la punta di lancia della resistenza al pensiero unico globale. Molto spesso, la “rivolta contro il mondialismo moderno”, e qui cito non a caso il grande Carlo Terracciano, si riduce, in questi ragazzi, ad una sguaiata sbronza molesta che viene spacciata per “ribellismo”. Con l’attività di Popoli volevamo indicare proprio ai più giovani un percorso alternativo, fatto di impegno, ma anche di grandi soddisfazioni. Devo riconoscere che sebbene l’adesione non sia stata “oceanica”, dei giovani straordinari hanno risposto all’appello, costituendo al momento una parte molto importante della nostra Comunità.
Il giudizio di “Popoli” su Mondialismo e Globalizzazione?
È ovvio che le considerazioni sul mondialismo e sulla sua coniugazione economica, la globalizzazione, non possono che essere, da parte nostra, negative. Abbiamo la fortuna di osservare le cose da una posizione privilegiata, da vicino. Andare in missione in Paesi in cui è estremamente evidente l’aggressione mondialista e la disperata resistenza ad essa, ci rende maggiormente coscienti delle conseguenze deleterie che può avere uno scarso impegno nel contrastare l’ondata. Purtroppo, una volta rientrati in “Occidente”, ci rendiamo conto che qui una sorta di narcosi sociale fa sì che la stragrande maggioranza dei cittadini accetti passivamente il disegno preparato dai guru apolidi del villaggio globale. Se posso, aggiungerei un altro problema di non poco conto: l’equivoco, voluto e abilmente perpetuato, che sta intorno alle figure dei cosiddetti “no–global”. Se il movimento, nato negli Stati Uniti come vero e proprio anticorpo di una patologia aggressiva, è genuino in molti Paesi, al contrario in Italia è stato grottescamente declinato a sinistra. Così noi qui ci troviamo a fronteggiare nello stesso momento mondialisti capitalisti e liberisti in doppiopetto, e mondialisti marxisti e progressisti in maglione e tuta bianca. Non dobbiamo mai scordare che liberismo e marxismo sono due facce della stessa medaglia.
Dove porta “Popoli” i suoi progetti?
Attualmente Popoli ha progetti in Birmania e in Afghanistan. In Birmania, nelle aree orientali abitate dall’etnia Karen abbiamo 3 cliniche e 3 scuole elementari. Sono strutture povere, inserite in zone di guerra, in regioni contese da differenti gruppi armati. Ma sono efficienti. Pensate che le cliniche servono un bacino di utenza di oltre 12.500 persone. 12.500 Karen che prima del nostro arrivo non avevano nemmeno una compressa di chinino. Oggi, il dipartimento della sanità della resistenza Karen ha dichiarato che il tasso di mortalità nelle zone coperte dal progetto di “Popoli” è drasticamente sceso. Questo vuol dire che la strada intrapresa è quella giusta. In Afghanistan la situazione è più complessa: abbiamo studiato un progetto volto alla ristrutturazione di un ospedale nella Valle del Panjshir, la roccaforte del leggendario Ahmad Shah Massoud. Ma “Popoli” non avendo il sostegno di cui godono altre organizzazioni, magari legate alle due facce della stessa medaglia mondialista di cui abbiamo detto in precedenza, non dispone ancora delle risorse necessarie alla sua realizzazione. Quando i fondi raccolti ce lo consentiranno, daremo inizio ai lavori. Per il momento il nostro sostegno va all’orfanotrofio della città di Jelalabad.
Dove, ed in che modo, si nasconderebbero i “Signori del Sistema mondialista” in Birmania ed Afghanistan, realtà in cui proprio “Popoli” opera? Quali i loro interessi?
In realtà non si nascondono proprio. Hanno insegne luminose e lussuosi uffici protetti come ambasciate. Per rispondere a questa domanda basta citare un nome: Unocal. Questa azienda californiana è infatti drammaticamente presente sia nelle vicende birmane che in quelle afghane. Non è la sola, sia chiaro. Ma va presa come emblema del mondialismo “armato”. In Birmania è a capo di un consorzio (di cui fanno parte anche la francese Total e la compagnia di stato birmana Moge) che ha costruito un gasdotto per portare il gas del Golfo di Martaban fino alle coste della Thailandia. Il gasdotto di Yadana attraversa aree tradizionalmente abitate dalle minoranze etniche, per la maggioranza Karen. Per costruirlo, si è proceduto ad una campagna di sterminio e deportazione di queste popolazioni. Ovviamente, negli ovattati uffici californiani della Unocal, schiere di “creativi” e di zelanti esperti di marketing hanno confezionato la favola del “benefico impatto che l’opera ha sul tessuto sociale della zona”. Andate a chiedere alle centinaia di migliaia di profughi nascosti nella giungla qual è stato il benefico impatto dell’investimento miliardario della Unocal… La stessa azienda era al fianco delle milizie talebane quando queste, con il supporto economico statunitense e con quello di intelligence pakistano, hanno dato l’assalto all’Afghanistan, per stroncare la resistenza patriottica rappresentata dalla coalizione guidata da Massoud. E, guarda caso, un consulente della Unocal fu il primo, potentissimo ambasciatore statunitense a Kabul dopo che la misteriosa uccisione di Massoud aveva dato il via libera all’occupazione dell’Afghanistan da parte delle truppe U.S.A.
In particolar modo, in Birmania, perché, tra le varie etnie, “Popoli” ha scelto proprio l’etnia Karen?
Avevo avuto la fortuna, nel 1994, di conoscere a fondo questa popolazione. Ero rimasto per un lungo periodo a Kawthoolei (la Terra dei Fiori, il nome che i Karen danno al loro paese), durante le offensive dei birmani volte a stroncare la loro resistenza. Ho potuto così apprezzare le doti di combattenti e di veri rivoluzionari di questi simpatici “uomini delle foreste”. Sono rimasto colpito dal loro rigore morale e in particolar modo dall’accanimento con cui combattono la produzione e il commercio della droga. Così, quando è nata “Popoli” abbiamo deciso di andare in aiuto di questa orgogliosa gente che si batte per la libertà della sua terra. Io ripeto sempre una frase che credo inquadri bene il mio, anzi, il nostro sentire nei confronti della rivoluzione Karen: “I veri “no-global” sono quei ragazzini che, fucile in spalla, difendono i loro villaggi dagli attacchi di un regime narcotrafficante che ha per complici note multinazionali di paesi democratici”. Ecco, per questo siamo al loro fianco. Aiutare loro, crediamo, significa dare un piccolo contributo alla resistenza antimondialista.
Da chi sono finanziati i Karen e chi fornisce armi all’Esercito Karen di Liberazione Nazionale (K.N.L.A.)?
I Karen si autofinanziavano attraverso l’imposizione di tasse sul commercio di Teak (il legno pregiato del sud est asiatico) e di altri prodotti che transitavano attraverso i loro territori. Oggi l’economia dei Karen è di pura sussistenza, poiché la drastica riduzione delle aree da essi controllate, e gli accordi commerciali esistenti tra la confinante Thailandia e la Birmania sullo sfruttamento del legname hanno ridotto notevolmente le possibilità di entrate. A risentirne sono essenzialmente i servizi sociali (sanità e sostegno ai profughi interni) e la difesa. Infatti, i Karen non hanno aiuti da parte di governi stranieri: acquistano le armi sul mercato pagandole in contanti. Chi visita le aree Karen si rende subito conto che la dotazione dell’esercito di liberazione è costituita essenzialmente da armamento leggero: fucili d’assalto AK 47 di fabbricazione cinese, qualche vecchio M 16 sopravvissuto alla guerra del Vietnam, mortai di piccolo e medio calibro, alcuni dei quali fabbricati in casa, qualche lanciagranate.
E come sono schierate le altre potenze rispetto all’esercito di Rangoon, in particolare U.S.A. e Cina?
I più indicati per rispondere a questa domanda sarebbero proprio i redattori di “Eurasia”. Io non conosco perfettamente la posizione delle altre potenze nei confronti della giunta birmana. La Cina ha rapporti commerciali e militari strettissimi con Rangoon, questo è evidente. Armamenti, “consiglieri” ed istruttori non mancano. Gli Stati Uniti dichiarano ogni settimana che “le cose devono cambiare in Birmania”. Al di là della facile battuta che mi farebbe dire che la narcodittatura birmana sta per diventarmi simpatica, va sottolineato come in realtà il regime di Rangoon ben si presta agli attacchi del dipartimento di Stato. In fondo ha tutte le caratteristiche dello “stato canaglia” come lo intendono i messianici dell’entourage Bush: non è democratico, vieta l’uso di internet alla popolazione, produce droga. Proprio come l’Afghanistan dei Talebani. Vuoi vedere che per mettere le mani anche qui su una delle prime produzioni di droga al mondo ci fanno un pensierino? Vuoi vedere che per esportare il mercato anche qui inizieranno ad incoraggiare qualche rivoluzione arancione? Per quanto riguarda le minoranze però, in ogni caso la situazione non credo cambierebbe. In un mondo globalizzato chi vuole ancora sentir parlare di popolazioni tradizionali legate al loro pezzetto di terra e alle loro credenze animiste? Una cosa va detta: i Karen sono al 30% cristiani (conseguenza del lavoro di missionari battisti nell’ottocento). Questo li porta spesso a contatto con volontari e religiosi anglosassoni che provano simpatia per questi “fedeli” sperduti nella giungla. L’influenza anglosassone fa spesso parlare alcuni dei loro dirigenti di “democrazia” e di “diritti universali”. Durante l’invasione statunitense dell’Iraq, qualche Karen sosteneva la necessità di un simile attacco al regime di Rangoon. Ma alla precisa domanda se avessero voluto essere liberati dagli Americani tutti hanno sempre risposto: “Gli Americani non ti liberano. Gli Americani ti conquistano”.
Corrispondono al vero le notizie che vorrebbero Israele interessato a quella zona, in particolare con gli uomini del Mossad che addestrerebbero l’intelligence governativa birmana?
Al di là delle ufficiali prese di posizione del governo israeliano nei confronti di Rangoon (stretta collaborazione in vari settori, da quello agricolo a quello delle tecnologie informatiche), esiste una serie di informazioni riguardanti il lavoro del Mossad al fianco dell’intelligence birmana, e la fornitura di armi al Tatmadaw (l’esercito birmano) da parte di Israele attraverso la triangolazione con Singapore. Pare che l’interesse di Israele nei confronti della Birmania abbia molteplici origini, che vanno dall’intenzione di stabilirsi in un’area commercialmente in espansione, alla coincidenza di interessi nei confronti del cosiddetto fronte islamico. Va ricordato infatti che Rangoon combatte con durezza anche le minoranze etniche di religione musulmana che vivono nella parte occidentale del Paese. Inoltre, come sostenuto dal ministero degli esteri di Israele, la Birmania fu il primo Paese asiatico a riconoscere lo stato ebraico. Un “debito d’onore” che va rispettato. Ovviamente c’è il massimo riserbo da parte delle autorità sulla collaborazione nel settore militare e in quello della repressione poliziesca.
Passando al secondo fronte aperto da “Popoli” con il proprio volontariato umanitario, l’Afghanistan, com’è in quel territorio l’odierna situazione dopo l’attacco mondialista?
L’Afghanistan è un Paese complesso, e l’Afghano forse il popolo più difficilmente comprensibile del mondo. Per cui, anch’io che ho frequentato le montagne dell’Hindu Kush diverse volte sono molto cauto nel dare un quadro della situazione reale. Apparentemente, salvo la regione di Kabul e l’estremo nord, l’Afghanistan è più che mai in una situazione di caos. Le forze talebane, hanno radunato attorno a sé numerosi capi locali, soprattutto di etnia Pashtun, quella più vicina all’influenza pachistana. Il Pakistan credo abbia ancora tutto l’interesse a mantenere una situazione di instabilità nel paese confinante. È stato sempre così, storicamente. Un fronte aperto in Afghanistan permette al governo di Islamabad di proiettare all’esterno la carica integralista di una buona fetta della sua popolazione e consente di negoziare con il traballante presidente Karzai. Nella parte “americana” invece si può assistere all’abituale serie di “conquiste” cui ci hanno abituato i “liberatori” fin dal 1945. A Kabul c’è un fiorente mercato del sesso, hanno aperto bordelli per i militari. Immaginatevi che sconvolgimento per una società come quella musulmana. Poi, l’enorme flusso di denaro che ha investito la capitale ha fatto schizzare alle stelle i prezzi di molte merci. Assistiamo al repentino arricchimento di chi possedeva degli immobili, o di imprenditori e commercianti pachistani e sauditi e al contempo all’impoverimento generale delle classi inferiori. La corruzione è diffusissima, i funzionari statali hanno capito che hanno l’occasione per mettere da parte un bel gruzzolo vendendo autorizzazioni e chiudendo un occhio sulle irregolarità dei nuovi ricchi. Il tutto sotto gli occhi rassegnati di una popolazione stremata dalle guerre e ancora bisognosa di tutto, dal cibo, all’acqua potabile, alle medicine.
Come sono strutturati gli eredi del “Leone del Panshir”, Ahmad Shah Massoud, e possono questi rappresentare una speranza per chi intende opporsi all’avanzata indiscriminata del Mondialismo? Cosa è restato e cosa è stato ereditato dello splendido esempio dell’eroe nazionale Massoud?
Confesso che questa domanda mi mette tristezza, anche perché mi fa tornare alla mente i tragici momenti dell’attentato a Massoud. Io ero in Italia, e fui informato da un amico afghano, un collaboratore del Comandante, che non c’era più niente da fare. Mi pregò di non divulgare la notizia per dar modo alla resistenza di riorganizzarsi per affrontare la prevedibile offensiva che i Talebani avrebbero lanciato non appena si fosse saputo della morte di Massoud. Per chi conosceva quell’eroe fu un momento di smarrimento. Capimmo che l’Afghanistan non sarebbe mai stato quello che il Comandante sognava e per il quale si era battuto tutta la vita. Infatti, temo che grandi speranze per una rinascita in senso tradizionale non ce ne siano. I fedelissimi di Massoud controllano ancora la regione del Panjshir, dove ho recentemente incontrato uomini pronti allo scontro con gli americani, considerati degli invasori. Ma la politica richiede pragmatismo: i leader del nord avevano subito tentato di affrancarsi dalla soffocante “tutela” statunitense. Il Generale Fahim, l’uomo che Massoud aveva designato come suo naturale successore, aveva mantenuto gli ottimi rapporti che il Comandante aveva con la Russia di Putin, e questo aveva allarmato Washington. Fahim ha subito una pesante campagna denigratoria, e diversi attentati dinamitardi ai quali è scampato per miracolo. Allontanato dal vertice del ministero della difesa, pare che per il momento abbia rinunciato alle posizioni intransigenti che aveva avuto nell’immediato dopoguerra. L’eredità di Massoud è presente sul piano spirituale nei suoi guerrieri e nel giovane figlio Ahmad, tenuto protetto dalla sua famiglia. Il giovane Massoud vive tra la Vallata del Panjshir e la citta iraniana di Mashad, dove sta compiendo i suoi studi.
Come è possibile aiutare “Popoli”?
Per poter operare “Popoli” ha bisogno di fondi. Quindi aiutare “Popoli” significa essenzialmente mettere in atto qualsiasi iniziativa possa contribuire a raccogliere denaro da destinare ai progetti umanitari. Questo può avvenire attraverso l’organizzazione di cene di beneficenza, concerti o, semplicemente, divulgando il numero di conto corrente e incoraggiando dei versamenti. Poi abbiamo bisogno di collaboratori, soprattutto di medici. Ricordo che “Popoli” non paga alcuno stipendio, e che i volontari che vanno in missione (solitamente per due o tre settimane) hanno il viaggio, il vitto e l’alloggio pagati. Chi volesse poi aprire una filiale di “Popoli” nella sua città ci darebbe un grosso aiuto. Il futuro della Comunità sta proprio nella sua diffusione sul territorio nazionale.




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