18/4/2007 (7:16) -
"Processi spettacolo
inutili contro la mafia"
Grasso: fuori dalla Costituzione
i guidici che cercano
la gogna pubblica
Pubblichiamo un estratto del libro di Francesco La Licata e Pietro Grasso sulla mafia: le strategie attuali e quelle del passato, gli errori commessi, i rapporti tra poteri, gli scontri tra procure
Grasso: «Ho sempre rappresentato l’organizzazione mafiosa con l’immagine dei cerchi concentrici. C’è una cellula originaria di persone organicamente inserite, che hanno fatto il giuramento con tutte le regole, i rituali, i santini e tutto quello che sappiamo. Queste persone, tutte di sesso maschile, vengono definite con parole non scelte a caso, “la stessa cosa”, per indicare appunto che sono legate da un vincolo indissolubile».
La Licata: Si può quantificare la portata di questo nucleo centrale che costituisce la forza militare di Cosa nostra?
«Le indagini hanno potuto calcolare che questo nucleo è formato da circa cinquemila affiliati in tutta la Sicilia. Un numero davvero esiguo se confrontato con i circa cinque milioni di abitanti. Teoricamente non ci sarebbe storia: se dovessero prevalere i numeri, Cosa nostra avrebbe fallito già da tempo la sua missione. In realtà, le cose non stanno così».
Si riferisce ancora alla tecnica attuata per ottenere il consenso?
«Non solo, c’è di più. Attorno al nucleo centrale, infatti, si muove una folla di attori - che abbiamo descritto a forma di cerchi concentrici - capaci di cooperare al mantenimento del sistema... Poi c’è il cerchio delle relazione esterne di Cosa nostra con una serie di componenti sociali: commercianti, imprenditori, professionisti, pubblici funzionari, consulenti, tecnici, politici ecc. Anch’esse forniscono alla mafia informazioni per agevolare le scelte strategiche dell’organizzazione..».
Mafia e politica
Come possono convivere due mondi così distanti e diversi?
«La convivenza non sempre è semplice. Ancora Giuffrè parla della “miserabilitudine” dei politici, pronti a chiedere e accettare i voti mafiosi prima di ogni contesa elettorale, disponibile nelle promesse (anche le più spericolate), ma capaci di clamorose marce indietro per non rimanere invischiati quando vengono coinvolti in vicende giudiziarie. La storia dell’insano rapporto tra Cosa nostra e la politica è piena di ipotesi e racconti sulle promesse non mantenute dai politici».
Ma c’è una scelta del politico su base ideologica?
«La mafia non ha ideologia, né di destra né di sinistra. E non si preoccupa neppure dei partiti. Punta sugli uomini, soprattutto sulla loro affidabilità».
Le stragi
Il giudice Gabriele Chelazzi qualche idea su quel momento storico l’ha fissata in più di un documento processuale. Viene delineata la figura di Totò Riina alla ricerca di nuovi interlocutori politici, dopo la fine della Dc.
«Non si sa perché Cosa nostra desista. C’è una cronologia dei fatti che registra la nascita in Italia di un’inedita situazione politica. Non c’è nessun effetto di causa-effetto comprovato, se non la concomitanza dei tempi: nel 1994 nasce Forza Italia che ottiene un grande riscontro elettorale, le vecchie strutture sono state disintegrate da Tangentopoli, resta in piedi solo il partito dei Ds e tanti uomini della Prima repubblica sono ormai fuori gioco».
Cosa nostra punta sulla novità?
«Ci sono dichiarazioni di alcuni collaboratori che descrivono questo percorso, ma ciò non vuol dire che le aspettative riposte da Cosa nostra sulla nuova realtà politica siano state recepite o addirittura concordate».
La repressione
Una vera e propria dialettica della mediazione sembra sovrintendere e regolare i rapporti, sul piano della repressione, tra politica e Cosa nostra.
«Con tanto di strategie, interne ed esterne. Non è un mistero come, durante il governo Berlusconi, sia stata attuata una campagna di pressione politica per ottenere un certo allentamento della repressione. Il campo di manovra più evidente è stato quello del carcere duro, con l’obiettivo, da parte della mafia, di depotenziare gli effetti del 41 bis».
Le maldicenze
«Ho vissuto sulla mia pelle quello che allora mi sembrava insopportabile per Falcone..». Quando? Mi pare che sul suo conto si siano sempre sprecati aggettivi lusinghieri: pacato, sereno, equilibrato, affidabile perché non di parte. «Proprio questi giudizi positivi sono stati strumentalizzati per collocarmi in una parte politica...».
La mafia si fa antimafia
La strategia de «La mafia fa schifo», ma solo a parole. «La cartina di tornasole dell’Antimafia non sono le parole, né le manifestazioni, né l’esercizio della retorica, ma esclusivamente i fatti. Ci sono, per esempio, indagini che hanno una fortuna mediatica superiore alla loro reale importanza... E qui bisogna interrogarsi sul ruolo della stampa... Ripenso, in proposito, alle intercettazioni effettuate in casa di Guttadauro nelle quali viene espressa la necessità di ricorrere ad alcune firme di testate nazionali per imbastire una campagna in favore dei boss in carcere».
(Jannuzzi-Lehner ndr.)
La superprocura
Mi perdoni, procuratore Grasso, Lei ha sviscerato uno per uno tutti i più importanti episodi che compongono - a sentirla - questa enorme campagna denigratoria nei suoi confronti e contro l’ufficio da lei diretto per sei anni. Aggiunge che tanto altro ci sarebbe da dire. Ha già parlato, nel corso di questa lunga conversazione, di una diffamazione preventiva. Ma a cosa mirava, o mira tanto impegno?
«In una prima fase vi era, almeno in parte, una esplicita e differente visione dei compiti e della funzione della Procura. Poi, in concomitanza con l’acuirsi dell’attacco mediatico ed editoriale, penso che l’obiettivo finale sia diventato la corsa alla nomina di procuratore nazionale. In un primo momento si era convinti che si dovesse arrivare alla decisione di merito del Csm, quindi alla scelta fondata sui criteri codificati dalle nome del Consiglio superiore. In quel caso i concorrenti più accreditati sarebbero stati Grasso e Caselli. Forse allora c’era l’interesse a portare avanti una campagna denigratoria, apparentemente basata sul confronto delle due diverse gestioni della Procura di Palermo. Forse è prevalso un interesse di cordata che ha voluto esasperare il confronto fino a travisarlo, enfatizzando al massimo il periodo di Caselli attraverso la denigrazione di tutto quello che aveva fatto Grasso».
La legge contro Caselli
«Rimango fortemente critico contro quella scelta governativa. Soprattutto perché era dichiarato l’intento di sfavorire Caselli e favorire me. Io ho un temperamento sportivo, mi piace l’agonismo e sapere che si vince o si perde in relazione ai propri meriti e non per interessamenti esterni. E infatti non ho mai chiesto interventi a nessuno per la nomina alla Superprocura...».
Divergenze
«C’è chi pensa che l’esigenza di celebrare comunque il processo debba sovrastare il criterio della valutazione delle prove. Questa concezione fu rifiutata anche dal consigliere Caponnetto che, rispondendo ad una domanda sul perché non avesse proceduto contro l’ex sindaco di Palermo, Salvo Lima, disse che sarebbe stato sbagliato perché questi processi deboli, seppure spettacolari, sono quelli che poi portano alle controriforme verso i magistrati, con ritorsioni che danneggiano il funzionamento della giustizia. Pensare alle inchieste come a una gogna pubblica, efficace perché - per esempio - distrugge una carriera politica, è una deviazione della funzione delle indagini, è anticostituzionale perché la Costituzione dà al magistrato il potere d’indagare in funzione del processo».




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