Turchi come Hezbollah? Oppure un false flag
Maurizio Blondet
20/04/2007
L'attacco armato alla casa editrice Zirve, accusata di pubblicare libri sul cristianesimo. Era già stata minacciata dai «lupi grigi».
TURCHIA - Chi c’è dietro il massacro degli stampatori di Bibbie luterane in Turchia?
Il Foglio non ha dubbi: la mano e le modalità di Hezbollah.
Ora, poco vale dire che Hezbollah è sciita e il fondamentalismo turco è sunnita, e in Turchia sgozzatori e assassini sono spesso membri dei Lupi Grigi, laicissimi kemalisti.
Poco importa anche ricordare che Hezbollah è un movimento libanese, e che in Libano è alleato ai cristiani maroniti di Aoun, dunque non ha motivo alcuno di mandare dei suoi sgozzatori in trasferta per massacrare stampatori evangelici, in un atto gratuito e controproducente.
Gli autori della strategia della tensione fanno affidamento sulla infinita ignoranza e smemoratezza dei più.
Che la strategia della tensione sia Made in Israel non è dubbio.
Giuliano Ferrara ha subito allestito un suo «Otto e mezzo» dal titolo, cito a memoria, «Sangue in Turchia come a Baghdad», dove Ed Luttwak ha potuto diffondere il dogma del Mossad: sono belve irrazionali, ormai sono una rete enorme di terrorismo e di sanguinari, e l’Europa non è cristiana se non fa la guerra all’Islam.
E anche lì era ripetuto che c’era lo zampino di Hezbollah, che è la bestia nera di Israele per giustificati motivi.
Annuiva Antonio Socci, crociato di complemento, che paragonava la debolezza della Chiesa verso i musulmani alla sua debolezza conciliare verso il comunismo.
Dava manforte quel giovinetto Parsi messo da Ruini alla Cattolica a occuparsi di politica internazionale per non si sa quali meriti: la Chiesa ha tentato l’appeasement col mondo islamico, ed ha fallito.
Né poteva contrastare la manovra l’ottimo Cervellera, missionario, esperto di Cina e solo secondariamente di Islam, ma soprattutto ignaro di come lavorino i servizi segreti, di cosa sia la disinformazione, di come si costruisca una strategia della tensione, di cosa sia un attentato «false flag».
Perché altrimenti, l’ottimo missionario avrebbe potuto ricordare in quale momento è avvenuto il «massacro di cristiani» in Turchia: nel momento in cui i militari kemalisti e dunmeh stanno montando una strategia della tensione contro il governo islamista eletto dal popolo, e contro il premier Erdogan per impedirgli di candidarsi alla presidenza.
Abbiamo giusto ricordato in questo sito del progetto di colpo di Stato rivelato da un settimanale, immediatamente perquisito dai militari; abbiamo ricordato il discorso golpista che ha pronunciato contro Erdogan il presidente in carica, «laicissimo» massone.
E le manifestazioni «spontanee» di cittadini kemalisti organizzati contro il partito islamico, contro il «fondamentalismo che avanza».
Ora, cosa di meglio per confermare la tesi, di un «attentato islamico»?
E la casta dei generali kemalisti ha da sempre tutti i mezzi per fare un attentato false flag.
Non è difficile trovare un sedicenne musulmano fanatico, come i servizi italiani del Ministero degli Interni trovavano qualche neofascista adolescente a cui mettere in mano una bomba, per poi arrestarlo; mancassero gli islamisti coi brufoli (che sono abbondanti nel momento storico in cui ogni musulmano si sente bollato come nemico, e antagonizzato) ci sono sempre i vecchi Lupi Grigi, pistole - come apprese Giovanni Paolo II - sempre in vendita, e da sempre vicini all’apparato militare di Ankara.
Vero è che i Lupi Grigi di preferenza sparano.
Ma possono anche usare il coltello, in modo che i Ferrara possano dire che c’è la mano di Hezbollah (chissà perché poi: più che il coltello, Hezbollah li abbiamo visti usare benissimo gli RPG contro gli invincibili Merkava), e così far contenti gli amici di Israele.
Due o tre piccioni con una fava.
Perché anche per Israele è necessario che la Turchia resti «laicissima»: è una chiave di volta della sua egemonia nel Medio Oriente.
Non ho in mano le prove, se non l’esperienza delle strategie della tensione viste e vissute in Italia, Algeria, Sudamerica.
Il «cui prodest» può ancora essere una buona guida.
A chi fa comodo un attentato «fanatico» in questo momento in Turchia?
E perché i generali turchi dunmeh, con gli israeliani, vedono la presidenza di Erdogan come un pericolo estremo, da sventar con ogni mezzo?
L’ambasciatore indiano Bhadrakumar (da noi spesso citato) tenta una risposta che mi pare convincente: «Perché nel quinquennio del governo Erdogan la Turchia è fiorita economicamente ed è avanzata in fatto di diritti umani e civili. La Turchia ha dimostrato che una democrazia islamica può esistere e funzionare, ed essere un’alternativa migliore delle dittature militari e secolariste che l’Occidente mantiene al governo di tanti Paesi islamici, in mancanza di meglio, proprio perché altrimenti ‘arrivano al potere i fanatici’».
E attenzione: questo dà gli incubi a tutti i Mubarak, i Musharraf, alla cricca militar-comunista algerina, e ad Israele. (1)
Bisogna assolutamente distruggere la sensazione che esista un islamismo ragionevole e razionale, e non quello folle e massacratore che infuria in Iraq: altro posto dove i «false flag» sono all’ordine del giorno.
Quegli attentati senza senso, ma immani, mantengono le opinioni pubbliche tremebonde nella certezza che nel mondo, la sola «anomalia» mostruosa è l’Islam.
Non sono «anomali» gli USA che invadono e occupano da anni due Paesi, e nemmeno sono capaci (o non vogliono) stroncare il terrorismo sciito-sunnita, che serve così bene il piano israeliano di smembramento del Paese per linee etnico-religiose (lo ha detto anche Luttwak: «La cantonizzazione sarà inevitabile», sospirando).
Non è anomalo un Israele in cui il capo del Mossad dichiara che la cosa da fare è assassinare Ahmadinejad.
No, questa è la normalità, la legalità dell’Occidente; anomalo è il mondo musulmano, massacratori gratuiti, belve folli.
Non ci sono prove.
Ma gli indizi non mancano.
Nel mezzo milione di «onesti cittadini laici» che hanno manifestato ad Ankara contro il pericolo islamico incombente, c’erano rappresentanze di destra, di sinistra e non mancavano i Lupi Grigi che invocavano la laicità.
Il giorno dopo, il giornale di questo establishment trasversale (una sorta di Partito d’Azione turco) minacciava Erdogan apertamente.
La grande manifestazione, ha scritto, «ha dimostrato che le masse silenziose di questo Paese non vogliono nel palazzo presidenziale uno incompatibile con il principio di laicità della repubblica. Ha sottolineato con tutta chiarezza che se uno che non rappresenta il ‘pieno spirito di indipendenza’ della dottrina kemalista, che non difende l’onore della nazione, che considera sua guida anziché la scienza la religione [sic] che anziché portare la Turchia al livello delle democrazie avanzate aspira a reintrodurre gli sceicchi, le confraternite [sufi] e la sharia viene eletto presidente, non riuscirà a sedere comodamente sul seggio presidenziale».
Ed ecco il seguito: «Avere la maggioranza in parlamento non dà ad essi il potere di conformare questo Paese come pare a loro… se uno incompatibile con le norme della moderna repubblica laica diventa presidente, i turchi si aduneranno di nuovo ad Ankara e lo forzeranno a dare il seggio del fondatore della Turchia moderna a qualcuno più degno di lui».
Solo una decina d’anni fa questa minaccia si sarebbe realizzata con un colpo di Stato dei generali.
Oggi la cosa è impensabile; gli strateghi del laicismo perciò paiono puntare su un «golpe post-moderno», come è stato chiamato da alcuni media turchi: ossia una «rivoluzione arancione» di tipo ucraino, con mobilitazione «spontanea» di una «società civile» che, essendo in Turchia, non può non avere venature ultra-nazionaliste.
Non a caso, a intrattenere i manifestanti è stato invitato un gruppo rock francese che si chiama «Orange Blossoms», fiori arancio.
La manifestazione di metà aprile ad Ankara
L’artificialità della manifestazione è evidente: basta dire che la «società civile» turca, se esiste, sta con Erdogan e il suo partito AKP, che gode della maggioranza dei due terzi in parlamento.
Il governo ha inoltre stabilizzato l’economia, tenuto a freno l’inflazione, e ottenuto un alto livello di crescita del PIL - un vero miracolo economico - che ha in qualche modo favorito ogni categoria, dai contadini ai pensionati, dagli statali ai professionisti.
Inoltre cinque anni nella stanza dei bottoni hanno dato all’AKP una buona conoscenza, che prima non aveva, del macchinismo dello Stato (autoritario) turco: la sua enorme burocrazia, la sua imperscrutabile magistratura, i suoi apparati di sicurezza temibili e massonicamente semi-segreti.
In più, Erdogan ha assunto una buona credibilità internazionale: è più volte apparso come un difensore dell’orgoglio nazionale più efficace dei «nazionalisti di Ataturk» mostrando una certa indipendenza verso Washington sull’Iraq, e nello stesso tempo più europeista di loro.
Nei giorni in cui Ankara manifestava contro di lui, lui era a Berlino a dire alla Merkel che «per quanto l’accessione alla UE della Turchia venga ancora ritardata, la Turchia non ha altra opzione che essere parte della famiglia europea».
Non male per un fanatico islamista.
L’uomo è energico quanto accorto.
Ad un suo gesto avrebbe potuto far scendere in piazza un milione di sostenitori: ha scelto di evitare lo scontro con la casta militare, anzi ha lodato i manifestanti da loro manovrati per essersi tenuti nei limiti del pluralismo e della democrazia.
Il fatto che la UE gli faccia fare anticamera è certo un problema per Erdogan; ma i suoi avversari devono adottare atteggiamenti accesamente anti-europei, per differenziarsi da lui e parere più nazionalisti di lui, il che li fa apparire alquanto strani come eredi di Ataturk.
La democrazia islamica in Turchia è un successo.
E certo anche a Washington, mentre cala la stella di Bush e dei suoi burattinai neocon, e visti i costi della «esportazione della democrazia», qualche realista alla Brzezinsky o alla Kissinger può cominciare a considerarla come un modello praticabile per il Medio Oriente.
Ora, pensi il lettore le ansie che questa prospettiva può creare al Cairo, dove il vecchio Mubarak sa che le prime elezioni vere darebbero la maggioranza ai Fratelli Musulmani, formazione di grande esperienza e accortezza, appresa per la necessità di sopravvivere tra repressione laica ed estremismo jiadista.
O in Arabia Saudita, l’orrida monarchia petrolifera.
O in Algeria, dove il regime ha soffocato nel sangue la vittoria elettorale degli islamisti vent’anni fa, fra gli applausi dell’Occidente contento di aver scongiurato il pericolo.
Oppure, pensate l’ansia che questo crea in Israele.
Non solo perde, con il crepuscolo del regime laicissimo turco-militare, un pilastro di «amici» ed alleati, essenziale per la sua egemonia nell’area.
Ha di fronte un governo islamico, eletto dal popolo come Hamas dai palestinesi, che non può in alcun modo essere bollato di «terrorista», di irrazionalismo suicida e di follia tagliagole.
Dunque, è possibile che anche Hamas diventi «razionale» (lo è già in realtà) e che le sue rivendicazioni vengano riconosciute come ragionevoli.
Qualcuno ha cominciato a dirlo, in Israele.
L’ex ministro degli Esteri Shlomo Ben Ami, un moderato, laborista e pacifista, ha scritto: «Impegnare l’Islam politico dovrà diventare una necessità… invece di tenersi stretti a profezie da apocalisse che portano a scelte categoriche (‘O con noi o contro di noi’, ‘Bombardare l’Iran’, ecc. ndr.) che impediscono una comprensione del complesso tessuto dei movimenti islamisti, l’Occidente deve mantenere la pressione sui regimi attuali perché smettano di aggirare il bisogno di riforme politiche. La sfida non sta nel distruggere i movimenti islamici, ma di distoglierli da politiche rivoluzionarie e guidarli verso il riformismo, ciò che si può fare garantendo loro uno spazio politico legittimo». (2)
«Uno spazio politico legittimo» ad Hamas?
A Hezbollah?
Pensate solo ai brividi che corrono nella schiena dei Wolfowitz, dei Luttwak, delle ultime raffiche dello sharonismo.
O del Mossad che ha sviluppato una vera arte nel far «impazzire» movimenti legittimi e moderati, per poter poi accusare l’altra parte di irrazionalità suicida, e coi terroristi suicidi è inutile trattare.
Come rimediare?
Un bel massacro di cristiani in Turchia.
Come già si fa in Iraq, con gli enigmatici attentati di massa contro gli sciiti, risposta agli squadroni della morte sciiti addestrati dagli esperti americani che hanno già creato scenari simili in Salvador…
Il gioco è fatto.
Ecco vedete, Erdogan può sembrare «normale», ma l’islamismo vero è quello dei tagliagole di cristiani.
E dietro Erdogan, ci sono i tagliagole.
Anzi, Hezbollah, perché come noto tutto l’islamismo è collegato, Al Qaeda e Hamas, Hamas ed Hezbollah, Hezbollah e Ahmadinejad.
E non è un pericolo per Israele, è un pericolo per voi cristiani.
Alla crociata!
Non è esattamente ciò che dice Ferrara?
E Luttwak?
E Daniel Pipes?
Maurizio Blondet
Note
1) M. K. Bhadrakumar, «What Turkey teaches about democracy», Asia Times, 19 aprile 2007.
2) Citato da Bhadrakumar.


L'attacco armato alla casa editrice Zirve, accusata di pubblicare libri sul cristianesimo. Era già stata minacciata dai «lupi grigi».
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