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  1. #1
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    Predefinito Nel mirino il mercato delle armi

    “Siamo disarmati e vulnerabili”: questo aveva scritto uno studente del Virginia Tech, Bradford B. Wiles, lo scorso mese di agosto sul The Roanoke Times. Purtroppo fu un profeta. Wiles aveva scritto il suo articolo dopo un allarme dell’estate scorsa, quando la polizia aveva fatto evacuare il college in seguito alla segnalazione della presenza di un omicida armato e a piede libero. “Ho affidato la mia sicurezza e la vita degli altri alla polizia” - aveva scritto Wiles - “Ci sono solo poche conclusioni che posso trarre: prima di tutto non voglio mettere completamente la mia sicurezza nelle mani di qualcun altro, polizia inclusa”. L’articolo aveva sollevato numerose polemiche. Larry Hincker, portavoce del campus, aveva scritto: “Le pistole sono tassativamente proibite nelle nostre aule. Lo saranno sempre. Il Virginia Tech segue una cosciente politica di prevenzione”. E una madre aveva ribadito: “Mi sento meglio quando so che mia figlia non ha la pistola e non ne ha bisogno perché il suo college proibisce di portare armi all’interno del suo territorio”. Ma la sua università è ora il teatro del più spaventoso massacro avvenuto in una scuola americana: 33 morti, tra cui lo stesso assassino. E adesso l’imputato principale è proprio il libero mercato delle armi. Ne abbiamo parlato con Carlo Stagnaro (Istituto Bruno Leoni), autore di “Io sparo che me la cavo”, scritto a quattro mani con David Kopel, in risposta alla polemica anti-armi seguita al massacro della Columbine High School.

    Anche in questo caso, come nel precedente della Columbine, la polemica investe la libertà di comprare e portare armi.
    Mi sembra molto difficile attribuire la colpa al libero mercato. Il punto è: in quel college le armi non potevano entrare ma sono entrate. Quindi c’è un problema di rispetto delle regole. Ma queste regole, ammesso che possano essere applicate correttamente, servono? No, perché per quanto possa essere alto il controllo, c’è sempre qualcuno che riesce ad eluderlo. E allora come fare a limitare i danni? La prima risposta è affidarsi completamente al personale addetto alla sicurezza. Ma in questo come in molti altri casi, io non sottovaluterei le polemiche relative al cattivo comportamento della polizia. La prima sparatoria è avvenuta alle 7 di mattina, poi c’è stata una seconda ondata di omicidi attorno alle 9. Due ore in cui le forze dell’ordine non sono riuscite a neutralizzare l’assassino, né a mettere al sicuro gli altri studenti. Un’alternativa è: consentire a coloro che già hanno il permesso di portare armi, di tenerle anche all’interno del campus. Nel 2002, nell’Appalachian Law School, sempre in Virginia, l’assassino è stato fermato prima di poter fare una strage proprio perché due studenti sono riusciti a scappare e a recuperare le loro pistole.

    C’è da dire però che in America questi episodi sono particolarmente frequenti. Non ci sono un po’ troppe armi in circolazione tra i giovani?
    Probabilmente è corretto dire che l’America è una società violenta, per molte ragioni. Ma proprio per questo è importante sostenere norme come quelle che permettono il libero possesso e il libero porto d’armi. Le leggi proibizioniste colpiscono soprattutto i cittadini onesti. Val la pena ricordare che negli Stati Uniti, solo due Stati, lo Utah e l’Oregon, hanno leggi molto liberali sul porto d’armi. Qualcuno ricorda una sparatoria simile a quella dell’altro ieri nello Utah o nell’Oregon? Non ce ne sono state.

    Dopo il primo allarme al Virginia Tech, un quotidiano locale aveva proposto di tenere sotto controllo le persone dotate di armi. Poteva servire a prevenire la strage?
    Perché una persona armata dovrebbe essere seguita e controllata, quando non c’è motivo di farlo? Una persona legalmente in possesso di un’arma ha compiuto una scelta pubblica. Ormai sono molti gli Stati che permettono il porto occulto d’armi (portare con sé un’arma tenendola nascosta, ndr) in base a requisiti oggettivi: non devi dimostrare di aver bisogno dell’arma, ma che la sai usare, che sei responsabile e che la tua fedina penale è pulita. L’esperienza dimostra che le persone a cui è stato riconosciuto il porto occulto d’armi non ne hanno abusato, se non in percentuali veramente minime.

    Agli americani si contesta la mentalità da frontiera: l’affermazione del diritto di autodifesa genera paranoia e comportamenti violenti?
    Direi che è proprio il contrario. Nel massacro di ieri il problema era proprio la mancanza di autodifesa.

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  2. #2
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    Il diritto di portare armi

    Curiosamente, quando si parla di porto d'armi non si inquadra mai la questione nell'ottica più generale del diritto - o meno - alla proprietà privata. Qualcuno potrà ritenere che essa non sia un diritto di ogni individuo: e allora non c'è niente da fare, perché il dibattito parte da presupposti talmente inconciliabili da essere perfino inutile. Se però si accetta l'affermazione che, ad esempio, "il mio orologio è mio", le cose sono diverse. Non è qui il caso di indagare sulla natura profonda del diritto alla proprietà, sulla sua nascita e sulla sua evoluzione durante le diverse epoche storiche. Basti dire che esso esiste: nessuno di noi ha bisogno di spiegare agli altri che non possono entrare in casa sua senza il suo esplicito consenso.
    Orbene, ammettere l'esistenza e la necessità del diritto alla proprietà privata significa ammettere che chiunque può fare ciò che crede delle proprie cose, purché le abbia ottenute con mezzi legittimi (scambi, donazioni, acquisti…) e non le utilizzi per fini aggressivi. Tornando all'esempio precedente, se io ho comprato un orologio con soldi non rubati posso farne letteralmente ciò che voglio, purché le mie azioni non interdicano l'analogo esercizio dei propri diritti da parte di altre persone. Vale a dire: non posso tirare l'orologio dalla finestra in testa a un passante. Al di là di questo, però, ho piena libertà di determinarne l'utilizzo: posso portarlo al polso o lasciarlo in casa, regalarlo a un'amica o tenerlo chiuso in un cassetto, distruggerlo o metterlo nel forno per vedere se resiste al calore. Nessuno può permettersi di impedirmi di fare una qualsiasi di queste cose. Certo, mi si potranno rivolgere delle obiezioni, delle critiche o delle osservazioni, ma nulla più.
    Lo stesso discorso, preciso e identico, può essere fatto a proposito di un coltello. Non vi è alcun motivo razionale per dire: tu puoi tenere nell'armadio un orologio ma non un coltello. E, analogamente, si può dire di un fucile. Questo purché, beninteso, io non utilizzi il fucile per sparare ai passanti dalla finestra. Ma, anche in questo caso, non è il possesso del fucile che va criminalizzato, ma l'utilizzo che ne faccio. In altri termini, non è il fucile che spara, ma colui che preme il grilletto il responsabile del ferimento o della morte di altre persone. Al di là di questo, dunque, non vi è nulla per cui un fucile dovrebbe essere diverso da un altro oggetto. Vietare il possesso di un'arma da fuoco in quanto "arma da fuoco" significa in realtà porre una limitazione arbitraria al diritto (universale) alla proprietà privata. Una limitazione che, "naturalmente", può essere decisa solo dallo Stato, ovvero da quella banda di criminali che già impedisce a tutti noi di esercitare in santa pace la nostra ricerca della felicità.
    Il fatto, che molti politici non capiscono o non vogliono capire, è che - in sé e per sé - un'arma da fuoco non è diversa da una spada, da una forchetta, da un'automobile o da un orsacchiotto di peluche. Un'arma è semplicemente un oggetto, non gode di volontà propria, non è in grado di muoversi autonomamente o di decidere cosa farà domani pomeriggio. Tutto dipende dalla volontà, dall'intelligenza e dalle intenzioni del proprietario. A priori, un'arma da fuoco non è più pericolosa di un piccone o di una sedia. Il fatto puro e semplice di avere un'arma in casa, insomma, non implica che il suo possessore sia un pazzo assassino e che, nel volgere di pochi giorni, si renderà protagonista di una strage fra civili innocenti e inermi. Ancora una volta, a costo di essere ripetitivi, bisogna sottolineare che - tutte le volte che assistiamo a un delitto - va punito l'esecutore, non il mezzo. E' appena il caso di dire che (dal punto di vista dei diritti di proprietà) non vi è alcuna differenza significativa neppure in relazione al tipo di arma. Di per sé, ovvero per quanto attiene al diritto di detenerlo, parlare di un bastone è la stessa cosa che parlare di una rivoltella, di una 44 magnum, di un fucile a canne mozze, di un kalashnikov o di un carro armato.
    C'è poi un altro discorso da affrontare, perfettamente complementare a quello appena svolto. Dire che noi tutti abbiamo diritto a essere proprietari implica, naturalmente, che nessuno può derubarci di ciò che è nostro. Delle due, quindi, l'una: o riteniamo che sulla faccia della terra esistano solo persone brave, buone, belle e simpatiche, e allora non esiste il problema e questo saggio è una mirabile sintesi di tempo perso e spazio sprecato. Oppure, più realisticamente, riconosciamo che i criminali, piaccia o no, esistono: bisogna quindi escogitare un metodo per garantire i diritti di cui godiamo. Un modo potrebbe essere "delegare" l'onere di difenderci dai malviventi a qualcuno: lo Stato, ad esempio. Questa è una soluzione chiaramente ingiusta: perché mai noi dovremmo essere obbligati ad acquistare un servizio da qualcuno, indipendentemente dalla nostra volontà? Questo per non dire dell'inefficienza di una tale soluzione, su cui torneremo tra poco.
    L'unica alternativa alla delega, però, è assumersi in proprio la responsabilità di difendere ciò che legittimamente ci spetta. Questo, si badi bene, non va confuso con un "regresso a un passato barbaro" fatto di faide e "giustizia privata". Si tratta piuttosto dell'esplicita ammissione che il proprietario è la persona più indicata a difendere la proprietà. Naturalmente, ogni tipo di reazione (difesa) deve essere commisurata all'azione (offesa) secondo un criterio di proporzionalità: ma questa è materia per i tribunali, non per queste pagine. Basti qui osservare che il diritto alla proprietà privata implica, e non esclude, il corrispettivo diritto all'autodifesa.
    E' banale, a questo punto, l'osservazione che l'autodifesa è più efficiente e sicura se può avvalersi di strumenti quali possono essere le armi da fuoco: ma, per essere utilizzate, bisogna che siano anche possedute… Certo, sono giuste e legittime le preoccupazioni che taluno avanza sul rischio di ferimento, o addirittura di uccisione, dell'aggressore: ma tale rischio è anche soltanto paragonabile al ben più concreto rischio di ferimento, o di uccisione, dell'aggredito? Non ci pare proprio. Certo, l'autodifesa è possibile anche senza armi: eppure la loro presenza può essere dannatamente utile.
    Alla luce di tutto questo, insomma, nasce spontanea l'osservazione: possedere armi è un diritto in sé ed è praticamente richiesto affinché ogni cittadino possa esercitare il diritto all'autodifesa, complemento e garanzia a favore della proprietà privata.

  3. #3
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    Pallettoni per un amico utilitarista

    Molte persone, però, non credono all'esistenza di diritti naturali. Secondo costoro, i "diritti" sono semplicemente uno "strumento" inventato dagli uomini per garantirsi una tranquilla convivenza. Altri ancora ritengono che i diritti derivino semplicemente da convenzioni sociali, consolidatesi perché, appunto, necessarie all'instaurarsi di un ordine pacifico e prospero. Queste persone sono gli utilitaristi: essi valutano ogni decisione non in base ad un criterio di legittimità (come i giusnaturalisti) ma, appunto, in base a un criterio di utilità; non giudicano un atto in sé e per sé ma in funzione delle sue conseguenze. Per loro "va bene" tutto ciò che tende a incrementare la "felicità" degli uomini.
    Chi scrive, come è evidente da quanto finora detto, non condivide questa posizione. L'idea di felicità, infatti, è troppo complessa per essere "codificata": taluni cercano la propria felicità isolandosi sulla vetta di un monte, altri calandosi dell'acido in vena e altri ancora mettendo in comune coi propri simili tutte le proprie cose. E poi esistono infinite vie di mezzo. Tuttavia, non si può far finta che gli utilitaristi non esistano. Chiunque voglia difendere una determinata posizione, come può essere quella della liberalizzazione degli armamenti, deve allora fare i conti anche con loro: tentando di convincerli che la possibilità per chiunque di armarsi contribuirebbe a una maggiore "felicità".
    Per farlo, partiamo da una constatazione: qualunque cosa significhi la parola "felicità", è ragionevole ammettere che un mondo più pacifico, con pochi criminali, nel quale ogni tipo di transazione è regolata dal libero scambio e dal consenso degli individui che vi prendono parte, sarebbe "più felice". La tesi da dimostrare, dunque, è che la possibilità di armarsi e, di conseguenza, il fatto che una data percentuale di cittadini sia armata spinga in questa direzione piuttosto che in quella, opposta, del bellum omiun contra omnes.
    Un primo argomento può essere quello del confronto tra i paesi in cui le armi hanno una ampia circolazione e quelli in cui invece sono pesantemente regolamentate. L'Italia, naturalmente, appartiene alla seconda categoria. Sebbene la legislazione contro le armi venga generalmente "venduta" come una necessità per arginare il crimine, la sua efficacia sembra lasciare molto a desiderare. La percentuale di crimini - da quelli minimi, come scippi, furti o borseggi, a quelli più gravi, come rapimenti o omicidi - è estremamente elevata. Talmente elevata che ormai siamo quasi al punto che neppure gli assassini fanno più notizia.
    D'altra parte, la Svizzera è un paese in cui addirittura ogni famiglia possiede proprie armi: non solo perché la legislazione in merito è estremamente elastica, ma soprattutto perché - essendo l'organizzazione militare fondata sul sistema della milizia territoriale - tutti i cittadini hanno in dotazione un'arma potentissima come il fucile d'assalto. Il fatto che nessuno di noi senta parlare di stragi a Bellinzona o di sparatorie a Lugano avrà pure una relazione con questo fatto… C'è ancora un dato molto importante: spesso infatti si dice che, poniamo, ciò che è funzionale nel Texas non lo è necessariamente anche in Toscana perché "c'è una differente mentalità". Vero. Ma allora qualcuno ci deve spiegare quali sono le differenze culturali tra un lombardo e un abitante del Canton Ticino, che addirittura parlano la stessa lingua e lo stesso dialetto…
    Inoltre, uno studio condotto dalla Wisconsin University nell'autunno del 1975 è arrivato alla conclusione che "le leggi sul controllo delle armi non hanno alcun effetto individuale o collettivo sulla riduzione del numero di crimini violenti". Confrontando i dati relativi agli omicidi nei vari Stati degli USA tale studio ha rivelato che non vi era alcuna correlazione tra il numero dei possessori di un'arma da fuoco e quello degli omicidi. Una seconda indagine effettuata in Gran Bretagna dalla Cambridge University nel 1971 ha mostrato come il numero di omicidi commessi in quel paese sia addirittura raddoppiato nel volgere dei quindici anni successivi alla proibizione delle pistole. Potrebbe invece sembrare contraddittorio il risultato di un'analoga ricerca svolta dalla Harvard University, secondo cui nel 1975 la proibizione delle armi da fuoco (decisa nel Massachusetts nel 1974) avrebbe fatto effettivamente calare il numero di aggressioni con arma da fuoco. Ma a questo non corrispondeva una diminuzione della violenza, anzi: trovandosi in determinati frangenti, i cittadini aggrediti hanno tentato di difendersi ricorrendo a mezzi ancora più letali, come coltelli, martelli, eccetera.
    Ma non si fermano qui le argomentazioni utilitaristiche a favore della liberalizzazione delle armi. In primo luogo, la semplice possibilità che una persona sia armata funge banalmente da deterrente nei confronti di ogni potenziale aggressore. E' un normalissimo meccanismo psicologico, lo stesso meccanismo per cui chiunque di noi, prima di rischiare un investimento, vuole avere una visione relativamente chiara delle concrete possibilità di vincita. Niente più, e niente meno, di un calcolo costi/benefici, ovvero (detto in altri termini) di una valutazione del rischio: se una persona di dubbia moralità vede un ignaro passante dall'aria facoltosa in una strada buia e isolata, sarà tentata di intimargli di consegnarle il portafogli. Ma se la possibilità che il passante abbia in tasca una rivoltella è non trascurabile, il furfante ci penserà due volte prima di porre in atto l'aggressione.
    Ma supponiamo pure che l'aggressione avvenga. Allora, come si diceva prima, la vittima - se è armata - ha la possibilità di difendersi e di far valere i propri diritti. In caso contrario, è alla mercé del bandito, o - alla meglio - deve affidarsi alla fortuna o alle forze dell'ordine (più probabilmente alla prima…). Le forze dell'ordine hanno ampiamente dimostrato ovunque (e particolarmente in Italia) di essere inefficienti. Lasciare a loro l'esclusiva tutela della sicurezza dei cittadini significa, in sostanza, rinunciare a tale tutela. Ma ancora più suggestive, da questo punto di vista, sono le argomentazioni addotte da Janalee Tobias, anima di Women against gun control, un'associazione di donne americane favorevoli alla liberalizzazione del porto d'armi. Al grido di "le armi sono il miglior amico di una donna", la Tobias chiede a tutte le appartenenti al gentil sesso: "ti trovi faccia a faccia con uno stupratore. Che fai? Chiami la polizia? Gridi aiuto? Corri? Ingaggi un incontro di wrestling sul pavimento? Buona fortuna...".
    Resta, infine, un'ultima considerazione da svolgere che, per quanto banale, i politici sembrano non voler prendere in esame. Ovviamente, dal momento in cui la legge che limita il possesso di armi da fuoco entrerà in vigore, i cittadini onesti si affretteranno a rispettarla. Alcuni rinunceranno all'arma, altri seguiranno le procedure richieste per poterla mantenere: la denunceranno, compileranno moduli, eseguiranno i versamenti eccetera. Ma pare davvero eccessivamente ingenuo pensare anche solo per un attimo che i criminali si comportino nella stessa maniera! Essi, anzi, essendo - per definizione - fuorilegge, si troveranno un una situazione estremamente favorevole alla propria "attività" (nella quale dunque riceveranno un incentivo). Se infatti in una società "armata" bisogna sempre mettere in conto la possibilità di una reazione da parte dell'aggredito, in una società "disarmata" il bandito che si presenta alla vittima con una pistola in pugno avrà una vita assai più facile.
    E' del tutto evidente che la politica del disarmo forzato danneggerà soprattutto quelle categorie e quelle fasce sociali che da un lato sono più frequentemente sottoposte ad aggressioni, e dall'altro non possono permettersi di assumere guardie private. Un sondaggio eseguito nel 1975 negli USA dice a chiare lettere che i più numerosi possessori di un'arma da fuoco a scopo puramente difensivo sono soprattutto neri, persone appartenenti a ceti dal basso reddito e anziani. Questa è la dimostrazione empirica della ragionevolezza della tesi espressa da Robert Sherril: ovvero che il principale scopo del Gun Control Act del 1968 era quello di controllare e disarmare i cittadini di colore.
    Da ultimo, va fatta una constatazione che, in realtà, altro non è se non la banale conseguenza di quanto detto. Se i cittadini sono armati, hanno maggiori possibilità di difendere se stessi. Non solo: i cittadini pacifici e armati, sentendosi più sicuri di sé, saranno anche più frequentemente incentivati ad accorrere in soccorso di altri cittadini vittime di aggressioni. Un'inchiesta condotta nello Stato di New York ha rilevato che circa l'81% dei "buoni samaritani" era in possesso di un'arma da fuoco. Disarmarli significa dunque non solo privarli della possibilità di difendersi, ma anche impedire loro di aiutare chi ne ha bisogno. Tutto questo alla faccia di chi si riempie la bocca di parole come "solidarietà", "rispetto" e "tolleranza".

  4. #4
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    Sul "monopolio degli armamenti"

    Finora si è parlato delle conseguenze dirette di una legislazione favorevole (o sfavorevole) al libero porto d'armi. Vi è però anche una importante conseguenza indiretta. Togliere ai cittadini la possibilità di detenere armi, o limitarla fortemente, significa creare o rinforzare una situazione di duopolio. Ma andiamo con ordine.
    Noi possiamo dividere la società in cui viviamo in tre grossi sottogruppi: i cittadini, i criminali e lo Stato. Le leggi sul porto d'armi ottengono l'effetto di disarmare i primi. Dei secondi si è già detto: è assolutamente velleitario (quando non semplicemente assurdo) immaginare che rispettino la legge, visto che - per definizione - vivono negandola o ignorandola. Lo Stato, infine: prima di discutere, è bene ripetere per la enne più unesima volta che esso - come entità astratta - non esiste. "Lo Stato siamo noi" è una bella favola ma è, appunto, una favola. "Stato" è un espediente linguistico, un nome collettivo, dietro al quale si nascondono persone in carne e ossa.
    Poiché il gruppo dei criminali va considerato a parte, essendo, per così dire, una costante indipendente dalla legislazione, disarmare i cittadini significa armare (o rinforzare) lo Stato. Non è altro che una banale applicazione dell'ormai nota legge di inversa proporzionalità tra Stato e società così ben espressa da Albert Jay Nock: ogni volta che i "mezzi politici" si accrescono, lo fanno a scapito dei "mezzi economici". Ogni legge che tende a negare ai cittadini la possibilità di difendersi, non li lascia indifesi "soltanto" dai criminali, ma anche dalla potenziale aggressività dello Stato.
    Quello della difesa nei confronti degli arbitri dello Stato è un argomento addirittura ossessivo nelle parole di molti teorici americani. Si pensi a Thomas Jefferson, tanto per citare uno dei più conosciuti, che (nei suoi carteggi) parlava addirittura della necessità di ribellioni e rivoluzioni per preservare la società dalla tirannide. Argomentazioni del tutto analoghe possono essere ritrovate in Henry David Thoreau, autore della più bella apologia del diritto di ribellarsi mai concepita da mente umana, e Lysander Spooner.
    E' stata questa consapevolezza (espressa in maniera così fine da tali autori, ma intimamente posseduta da tutti i cittadini americani) a produrre il famoso Secondo Emendamento alla Costituzione americana. Esso recita: "Essendo necessaria alla sicurezza di uno Stato libero una ben organizzata milizia, non si potrà violare il diritto dei cittadini di possedere e portare armi". Naturalmente, sono molte le interpretazioni e le letture che vengono date di queste parole: tuttavia il senso della disposizione è chiaro.
    Ancora più interessante è la proposta avanzata dallo scrittore e saggista J. Neil Schulman, secondo cui il Secondo Emendamento andrebbe rimpiazzato con un testo più articolato:


    Secondo Emendamento

    Sezione Prima

    Il diritto degli individui a detenere, possedere e portare, apertamente o nascosta, ogni tipo di arma ragionevolmente adatta alla difesa di se stessi, dei loro familiari, delle persone amate e dei loro amici, dei loro vicini, dell'ordine pubblico o del loro Stato, non può essere posto in discussione in nessun angolo degli Stati Uniti, fatta eccezione per quelle persone chiamate a rispondere di crimini infamanti o che, avendo commesso crimini infamanti, sono sottoposte a restrizioni della propria libertà in quanto rappresentano un continuo pericolo pubblico, oppure in quei luoghi dove questo genere di persone è recluso. Inoltre, diversamente dalle esigenze che possono sorgere dall'addestramento della Milizia, il Governo non può imporre alcun onere sull'acquisizione, la detenzione o il possesso di armi. Le armi detenute privatamente non potranno essere immatricolate o registrate da alcuna autorità con la forza della legge. Non possono essere stabilite tasse, tariffe, pagamenti o regolamentazioni sulla produzione e il commercio di armi personali o della milizia. Nessun individuo può essere ritenuto responsabile civilmente o penalmente di alcun atto ragionevole compiuto in difesa della vita, della libertà, della proprietà o dell'ordine pubblico. Nessun membro delle forze dell'ordine o funzionario può avere diritti o poteri maggiori di quelli di cui godono tutti gli individui rispettosi della legge. Essendo questi tra i fondamentali diritti umani che garantiscono l'esistenza di una società giusta e libera, qualunque funzionario pubblico che li violi è colpevole di un crimine soggetto all'obbligatoria condanna ad almeno un anno e un giorno di prigione senza la possibilità di essere messo in libertà condizionale o per buona condotta.

    Sezione Seconda

    Poiché un esercito stanziale costituisce una minaccia alla libertà del popolo ed è un incentivo ad avventure militari in terra straniera, e poiché la libertà e la sicurezza pubblica sono fondate sulla capacità degli individui di agire per conto delle loro libertà e del loro personale benessere fisico, una milizia popolare è la forma di difesa naturale di una società libera e una squadra di volontari armati selezionata all'interno di tale milizia è il miglior difensore dell'ordine e del benessere pubblico; tuttavia, poiché il senso del dovere sorge naturalmente dal libero esercizio della propria coscienza morale da parte di un individuo, a nessun individuo che in coscienza si rifiuti di partecipare al servizio militare o alla ordinata milizia viene richiesto di portare armi.




    Non è esagerato, insomma, vedere proprio nel Secondo Emendamento l'origine, o almeno uno dei principali elementi, della libertà americana. In America non vi è mai stato un Hitler o uno Stalin semplicemente perché, una volta salito al potere, ammesso e non concesso che avesse trovato i favori dell'esercito e, in genere, degli organi dello Stato, si sarebbe trovato di fronte una moltitudine di cittadini non disposti a sottomettersi. E, soprattutto, ognuno di questi cittadini sarebbe stato potenzialmente un detentore di armi: il che avrebbe significato, in poche parole, scatenare una guerra civile (cosa che, a dire il vero, è riuscita a uno dei Presidenti più osannati dalla propaganda statalista: Abraham Lincoln).
    Questo è tanto più vero per la Svizzera, dove il discorso si allarga anche alla politica estera. Gli Stati Uniti dispongono di un incredibile potenziale bellico sotto forma di esercito stanziale: e questo spiega almeno in parte la facilità con cui alcuni presidenti si sono imbarcati in imprese di tipo "imperialistico". La Svizzera, secondo moltissimi osservatori, deve la propria invidiabile libertà al fatto che tutti i cittadini sono armati (e questo impedisce, come abbiamo visto, l'ascesa di tiranni e ducetti). Ma la plurisecolare tradizione isolazionista di quel paese è spiegabile solo se si considera che l'esercito è strutturato proprio sul modello delle milizie territoriali, ovvero non c'è alcuna distinzione tra "esercito" e "popolo".
    Sia le armi offensive che quelle difensive sono in terra elvetica affidate ai cittadini, il 30% dei quali si è addirittura pronunciato in un recente referendum (novembre 1989) per la totale abolizione dell'esercito. Non si può non mettere tutto ciò in relazione con la prosperità e la libertà che caratterizzano l'unico lembo di Europa ordinato secondo principi realmente liberali.


  5. #5
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    Citazione Originariamente Scritto da Jefferson Visualizza Messaggio

    [L'utente si trova nella tua lista ignorati] Visualizza citazione
    [...]
    Agli americani si contesta la mentalità da frontiera: l’affermazione del diritto di autodifesa genera paranoia e comportamenti violenti?
    Direi che è proprio il contrario.
    Nel massacro di ieri il problema era proprio la mancanza di autodifesa.
    Quindi, par di capire, bisognerebbe obbligare CHIUNQUE a circolare armato.


  6. #6
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    L'irrazionalità delle critiche al libero porto d'armi

    Se tutto quello che si è scritto è, come pare, ragionevole, bisogna allora fare il processo alle tesi contro il porto d'armi e a chi le sostiene. Abbiamo infatti visto che la liberalizzazione degli armamenti va a tutto vantaggio dei cittadini, soprattutto di quelli che vivono in condizioni disagiate. Chi e perché, allora, ritiene sia preferibile una legislazione restrittiva? I politici, certo, poiché ogni restrizione alle libertà individuali genera un aumento del loro "peso specifico" all'interno della società. Ma di questo si è già detto ampiamente. Vanno poste in discussione, invece, le affermazioni di alcuni intellettuali, che forniscono con le proprie parole una legittimazione teorica ai fautori dell'espansionismo governativo.
    Come arguisce Rothbard, curiosamente, se per tutto ciò che riguarda le libertà civili i progressisti (liberal) tendono a essere più liberali dei conservatori, in relazione alla legislazione sulle armi le posizioni si invertono. Così, quasi tutte le lobby pro-gun americane fanno riferimento al Partito Repubblicano: è il caso, ad esempio, della National Rifle Association, presieduta dall'attore Charlton Heston.
    D'altra parte, il più forte attacco alla regolamentazione degli armamenti arriva proprio da un liberal americano, il professore della St. Louis University Don B. Kates, Jr., che critica i simpatizzanti Democratici per non applicare alle rivoltelle la stessa logica cui abitualmente ricorrono per difendere la liberalizzazione della marijuana. In primo luogo, Kates osserva che - secondo alcuni sondaggi - nel momento in cui venissero adottate rigide misure contro la proliferazione degli armamenti, circa l'80% degli allora 50 milioni di possessori di armi americani (oggi 70), si rifiuterebbero di sottostarvi. L'impossibilità di un'applicazione rigorosa darebbe così luogo a discriminazioni sempre più evidenti, e in particolare le leggi sarebbero utilizzate "solo contro coloro che non riscuotono le simpatie della polizia. Non c'è bisogno di ricordare le ricerche odiose e le tattiche di cattura alle quali ricorrono poliziotti e agenti federali per poter intrappolare i trasgressori di queste leggi".
    Kates esegue poi un magistrale "affondo", sottolineando la differente condizione sociale di chi desidera la regolamentazione delle armi e chi, invece, vi si oppone: "la proibizione delle armi da fuoco è il frutto dell'ingegno dei liberal bianchi appartenenti al ceto medio, i quali ignorano la situazione dei poveri e delle minoranze che vivono in zone in cui la polizia ha rinunciato a contrastare il crimine. Tali liberal non sono stati infastiditi neppure dalle leggi sulla marijuana, negli Anni Cinquanta, quando le retate avvenivano solo nei ghetti. Al sicuro nei loro sobborghi sorvegliati dalla polizia o in appartamenti dotati di antifurto e protetti da guardie private (che nessuno propone di disarmare) i liberal ignari deridono il possesso di armi definendolo un anacronismo da vecchio West".
    Detto per inciso, questo fa venire in mente che il Wild West rappresenta, nell'immaginario collettivo, l'archetipo di società armata e quindi violenta. A prescindere dal fatto che crediamo di aver smentito tale implicazione, va notato un altro fatto non da poco: la società dell'Ovest degli Stati Uniti nel secolo scorso era tutt'altro che violenta. Anzi, il West è stato un esperimento davvero riuscito di ordine spontaneo senza Stato: una società pacifica e laboriosa, nella quale la grande maggioranza dei cittadini si faceva in santa pace "gli affari propri". Di più: anche i rapporti coi Pellerossa (così enfatizzati dai sostenitori dello Stato) si limitarono a scaramucce di poco conto, almeno fino all'adozione di un esercito stanziale, ovvero alle due fasi seguenti alla Guerra col Messico e, soprattutto, alla Guerra Civile.
    Ma torniamo ai "nostri" liberal. Sulla base dei dati relativi alla criminalità, il docente americano dimostra la validità dell'autodifesa con armi da fuoco. A Chicago, ad esempio, è emerso che i civili armati hanno ucciso per motivi giustificati il triplo dei criminali violenti uccisi dalla polizia. In generale, i civili armati hanno ucciso, catturato, ferito o almeno allontanato gli aggressori nel 75% dei casi di scontro violento, contro il 61% della polizia.
    La tipica obiezione che viene rivolta a questi dati è del genere: "ecco, il possesso indiscriminato di armi da fuoco produce un aumento nei ferimenti, o addirittura nelle uccisioni, dei criminali". Vero. Ma produce tutto ciò ai danni, appunto, dei criminali: quindi di chi implicitamente ha accettato tale rischio in cambio di una violazione altrettanto violenta dei diritti di cittadini onesti e pacifici. Senza contare che tale aumento di ferimenti e uccisioni funge esso stesso da deterrente nei confronti del crimine. Ma, argomenta ancora Kates, "evitare il ferimento è di enorme e vitale importanza per un accademico liberal bianco che ha un ricco conto in banca. Sarà per forza di cose meno importante per il normale lavoratore o per il beneficiario dell'assistenza sociale che viene derubato delle sostanze con cui deve mantenere la propria famiglia per un mese - o per il commerciante nero che non può stipulare una polizza contro i furti e che quindi dovrà chiudere la propria attività a causa dei successivi furti".
    E' questo, forse, l'aspetto più odioso delle politiche di gun control. Esse infatti penalizzano realmente e fortemente chi già di per sé non vive nelle condizioni migliori. Si è già detto come, secondo lo studio condotto nel 1975 dalla Decision Making Information, i sottogruppi più consistenti di persone che possedevano una pistola solo per autodifesa fossero composti da neri, da persone dal basso reddito e da anziani. "Questa è la gene - osserva Kates - che si vuole mandare in galera perché insiste nel possedere l'unico mezzo di protezione disponibile per la difesa delle loro famiglie".
    Resta un'obiezione di carattere, per così dire, "sociologico" da rivolgere ai sostenitori della regolamentazione. Essi, infatti, argomentano spesso che "io non mi sentirei sicuro sapendo che il mio vicino di casa possiede armi". La domanda o, meglio, l'invito da rivolgere a queste persone è allora: "scusate, ma questi problemi risolveteli coi vostri vicini di casa!". Delle due, infatti, l'una: o tutti gli psicopatici abitano nei dintorni dei liberal; oppure gli psicopatici sono proprio questi ultimi! Personalmente non ho il minimo timore che il mio vicino di casa (che, essendo un cacciatore, detiene realmente un fucile) mi bussi alla porta e mi spari in testa. Questo perché ritengo che, nella larghissima maggioranza dei casi, gli individui siano in grado di osservare un comportamento razionale e rispettoso dell'altrui proprietà privata.
    Se i progressisti fautori del gun control hanno invece esperienze di vita differenti, o incontrano ogni giorno dei pazzi omicidi disposti ad ammazzare il prossimo solo per dispetto, forse dipende dall'ambiente che frequentano. Il loro.

  7. #7
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    Conclusione: uno stealth in giardino?

    "Un uomo ha solo due diritti: un orto da coltivare e un fucile per difenderlo" Detto popolare ligure

    E' giunto dunque il momento di tirare le somme. In primo luogo, si è visto come - secondo la teoria libertaria dei diritti di proprietà - le armi non siano in nulla diverse da altri oggetti che tutti possediamo. Avere un fucile nell'armadio è un diritto di ognuno di noi, esattamente come lo è avere un quadro appeso nel salotto, a patto che tanto il fucile quanto il quadro vengano acquisiti secondo procedure legittime. Ma se un fucile non è diverso da un quadro, non lo è neppure da una mitragliatrice o da un B52. Ovviamente, non tutti potranno permettersi, né avranno la voglia, di comprare un B52 e parcheggiarlo in giardino. Ma non vi è nessuna ragione per impedire a chi ne avesse l'intenzione di acquistarlo.
    Secondariamente, la possibilità di detenere e portare armi ha una valenza particolare: non si tratta infatti del possesso puro e semplice dell'arma stessa. Riconoscere di diritti di proprietà su qualcosa (una casa, ad esempio) significa anche riconoscere il diritto di difendere questo "qualcosa" da eventuali aggressioni. Tale difesa, però, sarà necessariamente commisurata all'aggressione in atto: e se questa è violenta, con ogni probabilità e diritto lo sarà anche quella. In questo senso, le armi sono una garanzia e una tutela della proprietà privata, perché rendono enormemente più facile l'impresa di difenderla. In un periodo in cui tanto si parla di par condicio, insomma, bisognerebbe parlare anche dell'unica forma di par condicio che veramente conta: quella tra aggressori e aggrediti, sistematicamente negata dalle leggi sul porto d'armi.
    Ancora: il fatto che la società sia armata impedisce che si venga a creare un pericoloso e formidabile monopolio della violenza in balia del cinismo dei politici. In Svizzera, o negli Stati Uniti, un tiranno difficilmente salirà al potere, perché (ammesso e non concesso che si impossessi dello Stato nel suo complesso) i cittadini hanno in quei paesi mezzi ben più convincenti delle schede elettorali per far sentire la propria voce.
    Per contro, più la regolamentazione sulle armi è severa, più si affievoliscono questi paletti a difesa delle libertà individuali. I cittadini disarmati non sono nella condizione di potersi difendere dai criminali, che così sono incentivati a proseguire nella "professione". Non solo: se la società è disarmata, la presenza di un esercito in armi costituisce una costante e grave minaccia alla libertà. Anche una legge relativamente tollerabile che preveda la semplice registrazione e immatricolazione delle armi sortisce risultati negativi: non solo, infatti, essa è una evidente violazione della privacy dei cittadini, ma permette anche alle "autorità" di avere una costante schedatura delle proprie "vacche da mungere". E, naturalmente, i cittadini - sentendosi spiati e giudicandola, a ragione, una cosa spiacevole - saranno disincentivati nell'acquisto e nel possesso di armi da fuoco.
    Inoltre, va detto che le argomentazioni a difesa della regolamentazione sono tutt'altro convincenti. E' del tutto evidente, infatti, che una legislazione onerosa punisce per primi coloro che sono più indifesi, ovvero le fasce sociali più deboli. E non è un caso che essa venga richiesta a gran voce da persone solitamente benestanti, che possono permettersi moderni sistemi antifurto o addirittura la sorveglianza di guardie giurate. Ma le cose non sono così semplici per chi ha difficoltà persino a stipulare delle polizze e, quindi, vede da ben altra angolazione certe tesi "solidaristiche"…
    Portare armi, insomma, non è soltanto un diritto. E' anche una necessità, una garanzia, un indice di quanto una società sia liberale. Il fatto che un cittadino sia armato rende estremamente arduo che un altro cittadino lo aggredisca e, quand'anche questo avvenisse, rende la vita ben più difficile all'aggressore. Il fatto che l'intera società sia armata fa sì che i politici abbiano una grossa difficoltà a spingere nella direzione di un'involuzione tirannica. Non a caso nei paesi che, nel mondo contemporaneo, godono di una maggiore libertà, il diritto di detenere e portare armi è (sebbene in modi e forme differenti) riconosciuto e tutelato. Di più: è talmente intimamente connesso alla mentalità di quei popoli che, ogni qual volta se ne propone una limitazione, si sollevano infinite voci a favore del suo mantenimento. Voci che, si badi bene, non sono di politici ma di cittadini.
    D'altra parte, è questo il senso dell'antico motto latino: si vis pacem, para bellum. Se vuoi evitare di essere aggredito, fai capire ai potenziali aggressori che sei pronto a difenderti con le unghie, con i denti e (deputati permettendo) col fucile a canne mozze. Pare, in definitiva, che mai uno slogan pubblicitario sia stato più azzeccato e realistico di quello adottato negli Stati Uniti verso la metà del secolo scorso dalla nota casa produttrice di pistole: "Dio avrà anche creato gli uomini, ma Samuel Colt li ha resi uguali"

  8. #8
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    Analisi critica della legislazione italiana

    La legislazione italiana in merito all'uso, alla vendita, alla diffusione e al possesso delle armi da fuoco pesa circa tre etti distribuiti su un'estensione di oltre quattro metri quadrati. Forse questo non è un criterio "ortodosso" per giudicarla, ma suggerisce già una cosa: la sua grande onerosità. Non è esagerato dire che il grado di liberalità di un ordinamento giuridico in un determinato campo è inversamente proporzionale al peso delle norme ad esso dedicate.
    Passando ad una lettura degli atti prodotti da Governo e Parlamento, tale impressione si conferma e, anzi, si rafforza. Non è esagerato dire che queste leggi sono di chiara marca nazionalsocialista (in senso scientifico). Esse infatti seguono due direttrici fondamentali: la prima è quella di limitare la circolazione delle armi. La seconda è quella di controllare ciò che non può essere limitato. E' del tutto evidente l'intenzione sistematica di assegnare allo Stato l'esclusiva tutela della sicurezza dei cittadini. Di più: quei cittadini che non accettano tale tutela sono visti come potenziali nemici (sovvertitori dello status quo) e, quindi, vanno disincentivati (tramite regole farraginose e un'elevata tassazione), braccati e tenuti d'occhio.
    Non a caso il testo fondamentale sulla regolamentazione delle armi risale al Ventennio. Esso contiene numerose "chicche", che meritano di essere citate. Va detto che, in pratica, le disposizioni qui contenute sono volutamente ambigue: lasciano infatti una enorme discrezionalità agli organi dello Stato. L'articolo 39, ad esempio, sancisce che "il prefetto ha la facoltà di vietare la detenzione delle armi, munizioni e materie esplodenti, denunciate ai termini dell'articolo precedente, alle persone ritenute capaci di abusarne". Inoltre: "il prefetto può, per ragioni di ordine pubblico, disporre, in qualunque tempo, che le armi, le munizioni e le materie esplodenti, di cui negli articoli precedenti, siano consegnate, per essere custodite in determinati depositi a cura dell'autorità di pubblica sicurezza o dell'autorità militare" (art. 40). L'articolo 41 afferma che "gli ufficiali e gli agenti della polizia giudiziaria, che abbiano notizia, anche se per indizio, della esistenza, in qualsiasi locale pubblico o privato o in qualsiasi abitazione, di armi, munizioni o materie esplodenti, non denunziate o non consegnate o comunque abusivamente detenute, procedono immediatamente a perquisizioni e sequestro".
    La "ciliegina sulla torta" arriva dal successivo articolo 42, secondo cui nessuno può portare fuori dalla propria abitazione armi da fuoco, "mazze ferrate o bastoni ferrati, sfollagente, noccoliere". Lo stesso vale per cose apparentemente meno "preoccupanti", come "bastoni muniti di puntale acuminato, strumenti da punta o da taglio atti ad offendere". Naturalmente, questo non vale se il possessore di tali oggetti può vantare un "giustificato motivo": etichetta sotto cui tutto si può nascondere e, probabilmente, ha permesso in più di una occasione di giudicare in base alle simpatie agli umori del prefetto o del questore di turno.
    Si dirà: le cose sono cambiate, con l'avvento dell'Italia repubblicana. Anche sotto questo profilo, invece, le cose non sono cambiate per nulla. Sono addirittura peggiorate, se possibile. Dopo quarant'anni di "calma piatta", infatti, i parlamentari si sono degnati di riprendere in mano l'argomento: mantenendo, nella forma e nella sostanza, l'eredità ricevuta dal fascismo e introducendo ulteriori limitazioni. Si sa, bisogna stare al passo con i tempi.
    In pratica, infatti, la "nuova" legge si limita ad aggiornare la definizione dei vari tipi di armi e a ricalcolare le pene da comminare a chiunque venga colto in fallo. Introduce però anche un paio di nuovi "reati", che vanno segnalati. Che dire, ad esempio, della "alterazione di armi"? L'articolo 3 dice testualmente: "chiunque, alterando in qualsiasi modo le caratteristiche meccaniche o le dimensioni di un'arma, ne aumenti le potenzialità di offesa, ovvero ne renda più agevole il porto, l'uso o l'occultamento, è punito con la reclusione da uno a tre anni e con la multa da lire trecentomila a lire due milioni". Fa specie che, in un momento come quello odierno in cui i reati sono sempre più contro "qualcosa di grosso" (i crimini contro l'umanità, ad esempio), si tolleri un vero e proprio attacco alla libera inventiva. Una disposizione di questo tipo non fa che castrare l'arguzia dei tanti giovani inventori che ci sono nel nostro paese per affidare il "monopolio del progresso" ai "soliti noti". Lo stesso discorso vale per l'articolo 24, che impedisce di fabbricare "un prodotto esplodente non riconosciuto" o di alterare "la composizione dei prodotti esplodenti riconosciuti".
    L'articolo 7 istituisce addirittura il "catalogo nazionale delle armi comuni da sparo delle quali è ammessa la produzione o l'importazione definitiva", così i criminali stranieri saranno favoriti rispetto a quelli "nazionali". Semplicemente tragico è invece il successivo articolo 11, quello che impone l'immatricolazione di tutte le armi da fuoco immesse sul mercato "nazionale". Questo è l'espediente grazie al quale molti innocenti finiscono in carcere: la pistola utilizzata in un delitto, infatti, sarà per sempre legata al proprio numero e al proprio proprietario. Se avete un nemico da far fuori, ammazzate vostra suocera con la sua pistola e avrete preso due piccioni con una fava.
    Da allora sono stati apportati solo cambiamenti marginali, tali da non mutare di una virgola la legge nelle questioni essenziali e, tanto meno, nei principi ispiratori. Merita però una trattazione a parte il modo in cui vengono stabiliti i requisiti "psicofisici" atti a definire il prototipo ideale di "portatore d'armi". Essi sono stati definiti attraverso un gran numero di decreti, leggi e leggine promulgate a raffica. L'ultimo è un decreto attuativo emanato dal Ministero della Sanità (Bindis regnantibus) in data 28 aprile 1998. Tale decreto fa letteralmente ridere fin dall'inizio, quando leggiamo: "considerato che a seguito dell'emanazione di tale decreto si sono manifestate alcune difficoltà interpretative, vertenti particolarmente sulle disposizioni concernenti l'accertamento dei requisiti visivi".
    Esso, poi, va a indagare in maniera intrigante e meticolosa nella privacy dei cittadini: per poter portare armi bisogna che essi dimostrino (tramite certificati medici, autocertificazioni, moduli e quant'altro) di godere di buona salute fisica e psichica, di avere una buona vista, un buon udito,… Il modulo da compilare va esaminato nel dettaglio a perenne monito per le generazioni future del punto a cui può arrivare uno Stato messo in mano a un uomo come Rosy Bindi. Esso chiede ai cittadini se soffrono di malattie al sistema nervoso e quali, se hanno delle turbe psichiche e quali, se fanno o hanno fatto uso o abuso di sostanze "psicoattive". E ancora: quali sono le condizioni del loro apparato visivo e uditivo, che lavoro fanno. In base a tutti questi dati, un medico dovrà formulare (e motivare) un giudizio di (non) idoneità.
    E' del tutto evidente, insomma, che una simile normativa risulta ingiusta, ispirata a principi genuinamente e tristemente socialisti e, non ultimo, indisponente. Essa mira a pianificare, controllare, in ultima analisi de-responsabilizzare gli individui. Contestualmente, lo scopo è quello di diminuire il numero delle armi in circolazione. Senza rendersi conto, però, che in questa maniera i cittadini restano ancora di più in balia delle due bande di criminali che li perseguitano ogni giorno della loro vita: gli onesti delinquenti e i servitori della Patria.

  9. #9
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    Principali siti pro gun e correlati

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    Affiliated State Association Ring: http://www.geocities.com/~mssa/asraring.htm
    Airboat Association of Florida: http://www.aaof.com
    Arkansas Rifle and Pistol Association: http://www.cei.net/~cantwell/ARPA
    California Rifle and Pistol Association: http://www.geocities.com/CapitolHill/5094/crpa.htm
    Gun Owners Alliance of Texas: http://www.goa-texas.org
    Gun Owners of America: http://www.gunowners.org
    Gun Self Defence Clock: http://pulpless.com/gunclock
    Hunters for the Hungry: http://www.flash.net/~unicom/hungry
    Illinois State Rifle Association: http://www.isra.org
    Indipendence Institute: http://www.i2i.org
    Iowa State Rifle and Pistle Association: http://www.dodgenet.com/~clyman/rp.htm
    Jews for the Preservation of Firemarms Ownership: http://www.jfpo.org
    Kansas State Rifle Association: http://www.eguns.com/gunorgs/ksra/ksra.html
    Kentucky Coalition to Carry Concealed: http://www.kc3.com
    Legally Armed in Tennessee: http://www.legallyarmed.com
    Libertarissima: http://www.venet.net/libertarissima
    Liberty Round Table: http://www.lrt.org
    Louisiana Shooting Association: http://www.lsa1.org
    Maryland State Rifle and Pistol Association: http://www.msrpa.com
    Massachusetts Gun Owners Action League: http://www.goal.org
    National Rifle Association: http://www.nra.org
    New York State Rifle and Pistol Association: http://www.nysrpa.com
    Peaceable Texans: http://www.io.com/~velte/pt.htm
    Pine Tree State Rifle and Pistol Association: http://mainerpa.org
    Rec. Guns: http://www.recguns.com
    Repubblic of Texas Provisional Government: http://www.republic-of-texas.net
    San Antonio Rifle and Pistol Club: http://www.sareal.com/sarpc
    Second Amendment Law Library: http://www.2ndlawlib.com
    Texas Constitution 2000: http://www.tcrf.com/const/cons.html
    Texas State Rifle Association: http://www.tsra.com
    Women Against Gun Control: http://www.wagc.com

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da MrBojangles Visualizza Messaggio

    [L'utente si trova nella tua lista ignorati] Visualizza citazione
    Quindi, par di capire, bisognerebbe obbligare CHIUNQUE a circolare armato.

    basterebbe non rompere i maroni a chi vuole girare armato, tu fai pure quel che vuoi.

 

 
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