Prodi tra Roma e Firenze: «Il mio erede vincerà nel 2011»
È il leader del nuovo partito democratico ma per un giorno almeno sembra più il leader di due partiti, gli incubatori del nuovo nato che nato ancora non è. Così Romano Prodi venerdì fa la spola tra Roma e Firenze, tra i due congressi, le due capitali del centrosinistra per un giorno.
A Roma parla alla platea dei margheritini, quando sono passati pochi minuti da mezzogiorno e Angius sta parlando al congresso ds di Firenze, prende la parola Romano Prodi. Il premier arrivando si fermato a salutare Oscar Luigi Scalfaro prima di salire sulla tribuna. E inizia con due ringraziamenti, a Rutelli e al suo "maestro" Nino Andreatta, recentemente scomparso. «Il cammino che abbiamo fatto finora è stato lungo e difficile, forse più difficile di quanto mai avremmo immaginato e lo sarà ancora- ammette Prodi, senza citare la scissione che si annuncia negli stessi minuti a Firenze - ma noi siamo gente testarda e andremo avanti su questa strada».
Detto questo, il leader designato del Partito Democratico entra nel vivo delle questioni, della costituente della nuova forza politica. Inizia a parlare delle primarie per eleggere l'assemblea costituente del Pd «in una domenica del prossimo autunno». Dice che «dovranno trovare un luogo nel quale conoscere il manifesto del nuovo partito, decidere se aderire, esercitare il loro diritto di voto per eleggerne l'assemblea costituente». Lui le vede come primarie aperte, a nuovi contributi, nuova militanza. Aperte a tutti gli ulivisti. Il Pd sarà «la casa comune di tutti coloro che vi aderireranno in condizioni di parità fra loro». «Non ha senso immaginare un Pd che cammina su tre gambe, due costituite dalle formazioni politiche che oggi si stanno fondendo e una terza costituita da una non meglio identificata società civile desiderosa di entrare nel nuovo partito», chiarisce Prodi e così di fatto resetta tutte le regole dei saggi scritte finora per la fase costituente.
Il Partito democratico deve nascere «non con lo sguardo rivolto al passato» e per questo «esso non deve essere la sommatoria delle dirigenze politiche dei due partiti che oggi si fondono» né «la fusione delle militanze dei due partiti».
Poi affronta la spinosa questione del riferimento a livello europeo. Dice che i democratici non saranno «né vicini né lontani al Pse», saranno «originali». Un partito che faccia della democrazia aperta e dell'europeismo le sue credenziali anche a livello internazionale. E lì in Europa, come anche in Italia, starà al nuovo Pd trovare «nuove alleanze tra i riformisti».
Un discorso che riprende anche a Firenze, chiarendo così le parole più dure di Francesco Rutelli a Roma.Chiarisce che no, i democratici non entreranno nella famiglia del Pse. Ma dà atto al Pse - anche negli interventi del presidente Paul Rasmussen e Hans Beck della Spd da quella stessa tribuna fatta a forma di ponte - di aver sempre sostenuto il progetto del Partito democratico. C'è un problema di sfasamento temporale, secondo Prodi, per il quale dovrà essere il Pd a fornire una iniezione di entusiasmo e consentire una riaggregazione in forme nuove di tutte le forze democratiche e riformiste a livello europeo. E non solo. Prodi si aggancia anche ai Democratici Usa e a ciò che si sta facendo avanti in democrazie emergenti, in Sudafrica e in India. «Quando proponemmo l'Ulivo mondiale fu oggetto anche di scherno ma - avverte il premier - se lasceremo sempre precedere la globalizzazione economica a quella politica, facciamo l'errore politico più grande».
Quanto a lui, alla sua collocazione personale, Prodi ripete a Firenze quello che aveva già annunciato al mattino a Roma, che il suo compito terminerà alla fine della legislatura. Gli eredi verranno dopo, dunque. Anche Veltroni dovrà attendere. Ma la platea ds che quasi lo voleva incoronare leader subito, applaude Prodi quando ricorda che le sue "fatiche" dureranno ancora quattro anni.
«Sono consapevole che io porto un responsabilità di chi deve interamente spendersi per il futuro», dice ai suoi Prodi, che poi a Firenze proprio con Veltroni si fermerà a parlare qualche minuto prima di pronunciare il suo intervento davanti alla platea dei diessini. Ma a Roma in tarda mattinata si concentra su scadenze più vicine. L'appuntamento fondamentale, il primo test per il Pd, saranno le europee del 2009, elezioni che «non devono limitarsi a essere una sorta di sondaggio sul governo in carica». Anche perché entro quella data si dovranno riformare le stesse istituzioni europee, dare risposte a questioni fondamentali, dall'economia all'ambiente.
Economia vuol dire risanamento dei conti. Ma anche Stato sociale moderno, aggiunge a Firenze. E sul governo che a lui spetta presiedere, dice: «Abbiamo dato le medicine che dovevano essere date al Paese, e le medicine quando si devono dare sono amare, ma sono la condizione perché il Paese guarisca. E già si vedono i frutti chiari della nostra politica».
Servono altri quattro anni per completare la cura. Poi il ricambio, gli eredi ancora non designati almeno da lui. «L'Italia ha bisogno di nuovi leader per una più grande partecipazione politica e il partito democratico è uno strumento per questi obiettivi», è la conclusione del suo intervento romano. E tra chi batte le mani -chissà se per cortesia, convincimento o scaramanzia - forse per la prima volta c'è anche Silvio Berlusconi. Un applauso più sentito quello che chiude la sua lunga giornata quando Prodi ricorda alla platea diessina che il suo successore «vincerà le elezioni del 2011». E lì promette anche con il nuovo Pd una pax religiosa, perché - dice, novello vate - «basta con le contrapposizioni tra guelfi e ghibellini».
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