Madrid. Due giorni fa il Tribunale nazionale spagnolo ha inflitto al giudice per le indagini preliminari della Quinta sezione penale, Baltasar Garzón, una sconfitta netta.
L’Alta corte madrilena ha infatti assolto tutti gli otto imputati del “caso Telecinco”, che erano stati rinviati a giudizio proprio dal magistrato spagnolo amico di Antonio Di Pietro.
L’istruttoria era cominciata nel lontano 1997, grazie alle indicazioni contenute nelle carte del caso All Iberian fornite all’allora capo dell’Anticorruzione, Carlos Jiménez Villarejo – detto El Rojo per la sua militanza comunista – da Francesco Saverio Borrelli, che all’epoca era procuratore della Repubblica a Milano.
Dopo sette mesi di dibattimento, i tre magistrati della prima sezione penale (in Spagna i gip non partecipano al processo) hanno concluso: “Dobbiamo assolvere e assolviamo gli imputati da tutti i reati fiscali e societari”.
Sentenza complicata, di 144 pagine. Garzón, nel suo teorema accusatorio, sosteneva che tra il 1991 e il 1995 fossero stati commessi reati societari e contabili gravissimi e che fosse stata violata anche la legge sulla televisione privata che sanciva il divieto per ciascun socio di superare il tetto del 25 per cento nella proprietà di Telecinco, la rete in chiaro fondata nel 1989 da quattro soci, tra cui Fininvest, che secondo il gip avrebbe posseduto in realtà l’80 per cento della rete.
Il “giustiziere planetario”, secondo la definizione che il giudice ama dare di sé, chiedeva decine di anni di galera.
Garzón, chiamato anche “il supergiudice” per la smania di aprire telegiornali e prime pagine dei giornali, andaluso di Jaen, 51 anni, ex seminarista vicino ai comunisti, in magistratura dal 1981, in politica dal 1993 al 1994 con i socialisti (che abbandonò tornando al Tribunale nazionale perché l’ex premier Felipe González non lo nominò ministro dell’Interno), nemmeno in questo processo si è fatto sfuggire l’occasione per tornare sulla scena internazionale.
Non tanto per la notorietà degli otto assolti, tra cui l’ex presidente di Telecinco, Miguel Duran, che ha sempre denunciato la “persecuzione di Garzón”, e gli italiani Alfredo Messina e Giovanni Acampora, a quel tempo manager e avvocato di Fininvest. Ma per due indagati che hanno sempre rivendicato la loro innocenza, Silvio Berlusconi, all’epoca dei fatti vicepresidente di Telecinco, e Marcello Dell’Utri, ex amministratore delegato di Pubbiespaña, il gestore della pubblicità.
La loro posizione è stata stralciata nel 1999, perché erano protetti da immunità. Ma le difese si aspettano che ora per loro, come per gli otto assolti, arrivi l’archiviazione.
Garzón durante il procedimento era appoggiato, come sempre, dal quotidiano filosocialista El País, che dopo centinaia di paginate ieri ha relegato il flop in un colonnino di 25 righe a pag. 89.
“Un altro fiasco di Garzón”, scriveva invece in un editoriale el Mundo.
Il giudice non ha fama di buon funzionario.
Il libro “Garzón, tigre di carta”, uscito nel luglio scorso, rivela: “Dal 1988, nei 16 casi più importanti istruiti dal gip – che ha scoperto che le apparizioni costanti sui media gli conferiscono potere inaudito – la percentuale degli assolti è del 49,7 per cento”.

da il Foglio del 21 aprile

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