L'intervento di Gianni Cuperlo al Congresso
I partiti – se hanno radici e prospettiva – sono sempre una miscela di principi, traguardi, passioni. E stamane ne abbiamo avuto la testimonianza. Se tutto si riduce a sostenere meglio un governo o una leadership non si va lontano. Per questo credo che decidere “come si va avanti”, è tanta parte del risultato che avremo. Abbiamo detto: porte aperte, partecipazione larga, meno dirigismo. In questo peseranno le nostre scelte, e la Costituente. Perché da lì, più che da questo congresso, nascerà il profilo del nuovo Partito. Ma un partito, appunto. Un partito è figlio di una spinta profonda. Nasce dallo spirito del tempo. E dalle persone, quelle reali, con le quali ci si identifica, come ha spiegato bene Veltroni. In questo un partito è la sua identità. Le sue parole. Nel nostro caso allargare democrazia, restituire autonomia e libertà agli individui. Se fatto bene, non è poca cosa. Soprattutto in un Paese come questo che, nonostante i passi avanti, da decenni è inchiodato a vizi antichi. Capitalisti senza capitali. Liberisti senza coerenze. Clericali senza troppa fede in corpo. E con una politica che spesso si è messa al servizio del più forte. Prima partiti senz’anima, poi il denaro, domani chissà. In un Paese così, noi facciamo un Partito nuovo non per spostare la sinistra un po’ più a destra. Ma per la ragione opposta. Per cambiare le regole della società e dell’economia come da molto tempo una classe dirigente non ha avuto la forza e il coraggio di fare. Quella forza mancata anche a noi, se è vero che dopo tanti sforzi raccogliamo il 17 per cento dei voti. In questa stessa sala, qualche anno fa, parlavamo di obiettivi simili: cambiare l’Italia. E per farlo indicavamo la meta di una sinistra più larga. Socialisti, repubblicani, cristiani, ambientalisti. Non è bastato. Non è che non ci abbiamo creduto. Semplicemente non è bastato. Conviene dirlo, anche solo per chiarezza tra noi. Oggi la scommessa è diversa. Va oltre la sinistra. Investe culture che del riformismo hanno una matrice, valori e radici diverse. Non mi pare un atto d’incoscienza. Tutt’altro. Potevamo ripiegare in un declino onorevole. E invece scegliamo di tentare. Pensando che altri, magari non subito, possano unirsi all’impresa. Il punto è se questa fusione reggerà. Molto dipenderà, credo, dall’asse di fondo nella cultura del nuovo Partito. Non saranno le vecchie classi. Ma neppure il vuoto. A me convince l’idea che più semplicemente quell’asse debba essere la “persona”. E l’accesso alla cittadinanza di milioni di uomini e donne che oggi (nel mondo, ma anche in Italia) sono meno liberi di altri (perché nascono nel posto sbagliato, nella famiglia sbagliata o semplicemente per quello che sono). Vedo qui il punto di incontro tra cultura liberale, solidarismo cristiano e una sinistra che non rinuncia alla sua battaglia per l’uguaglianza. Oggi questa sintesi è messa in discussione in un Paese (il nostro) dove una parte importante della Chiesa sceglie di farsi “parte”, con un arretramento drammatico, perché la religione cattolica non è mai stata nella storia d’Italia una religione civile. In questo siamo diversi dall’America. Non dico migliori. Ma diversi. Perché quella, appunto, è una grande “religione civile”, dove la religiosità esprime l’appartenenza a un destino comune, che poi è il destino della Nazione che guida i destini del mondo. Per l’Europa è diverso: siamo figli di un legame tra il territorio, l’autorità e la religione. Ma poi abbiamo impiegato due secoli a fondare il principio della separazione tra la libertà delle Chiese e l’autonomia della politica. Il punto è che proprio qui sta la forza, e anche la suggestione, di un pontificato che contesta quella separazione di ruoli (con conseguenze rilevanti, se è vero che la questione non riguarda una singola legge (i Dico o altro) ma uno dei fondamenti della nostra civiltà democratica. E’ un problema enorme (che ci accompagnerà per i prossimi anni e forse più). A me pare che dar vita a un fronte comune di credenti e non, in un partito che abbia l’autonomia e la forza per fronteggiare questa novità – è una risposta più solida. La più coerente con la nostra storia e quella che può evitare di lasciare alla Chiesa un’egemonia che nella società italiana essa non ha. Certo, dobbiamo avere coraggio. Lo stesso che mostra la sinistra in tante parti d’Europa. Dove ha vinto innovando culture e politiche. In questo il socialismo non è una cosa statica. Già oggi è una miscela di valori liberali, tradizioni socialiste, civismo religioso. E poi di ambientalismo, culture dei diritti civili, pensiero delle donne. Certo altrove le storie sono diverse, e queste diversità convivono da tempo nello stesso partito. Ma – lo chiedo a Fabio Mussi – perché proprio noi dovremmo spostare all’indietro le lancette dell’orologio? E ripartire da una lettura datata di un socialismo europeo che in questi anni ha già cambiato forme, linguaggi, politiche? L’alternativa (dare vita oggi a una forza socialista che riunisca rivoli dispersi) è legittimo: è un disegno politico (ma a mio avviso è una scelta meno forte). Penso sia più saggio stare dentro quel solco di apertura e rinnovamento. Una sola battuta finale sul nostro dibattito. Ho ascoltato Mussi spiegare le ragioni di chi non prosegue il viaggio. Le considero ragioni serie. Non condivisibili, ma serie. Chi invece sceglie di proseguire deve sapere che la prova, adesso, è portare dentro questo progetto l’autonomia culturale della sinistra italiana. Il Partito Democratico che nascerà sarà, in larga misura, il risultato di questa prova. E dunque, non “tutto è già stato deciso”. A partire da un Manifesto elaborato forse troppo in fretta. E che – qui lo ha detto Angius – se vogliamo abbia senso sarà solo il risultato finale, non la premessa, di un confronto molto più ampio e profondo. Ma una cosa, infine, dobbiamo sapere: il Partito Democratico avrà successo se milioni di persone lo vivranno come un fatto nuovo. Non come la continuità di una storia passata. E allora, bisogna capire che la forza di questo progetto sarà anche nel prendere atto che una stessa classe dirigente non può condurre con la medesima forza, credibilità, appeal stagioni diverse. Non è una questione d’età. E neppure conta il numero di successi elettorali o di sconfitte. Perché non è questione di percentuali. E tanto meno di generosità. Più semplicemente è una questione di autorevolezza della politica e del progetto. La realtà è che questo Paese, per tante ragioni, si è abituato a “fare da sé”: a non usare, in tanti passaggi, le sue classi dirigenti. Ma un Paese che a lungo ragiona e si muove in questo modo spegne i fuochi e non si riscatta. Allora se questo progetto avrà successo una nuova classe dirigente e una nuova leadership si affacceranno, si batteranno. Io spero che avvenga. E se avverrà sarà per questo Paese una piccola rivoluzione (di quelle che fanno bene). Qualche giorno fa, ho letto su Repubblica un appunto che Umberto Saba scrisse moltissimi anni fa (era il febbraio del ’45). Una di quelle chiavi suggestive e un po’ folli che solo i poeti possono permettersi. Scriveva Saba: “vi siete mai chiesti perché l'Italia non ha conosciuto, in tutta la sua storia, una sola vera rivoluzione? La risposta diceva – chiave che apre molte porte – è forse la storia d'Italia in poche righe. Ed è questa. “Gli italiani non sono parricidi: sono fratricidi. Siamo l'unico popolo che abbia alla base della propria storia (o della propria leggenda) un fratricidio. Mentre è solo col parricidio (l'uccisione, o il superamento, dell’autorità che c’era prima) che si inizia una rivoluzione”. E chiudeva dicendo: “gli italiani piuttosto vogliono darsi al padre, e avere da lui in cambio, il permesso di uccidere gli altri fratelli”. L’immagine è forte. E non fa al caso nostro. Ma al fondo, quel che dobbiamo decidere è una cosa più semplice: se da qui debba proseguire, con altri nomi e forme e volti, una vicenda del passato. O se possa prendere davvero le mosse una storia nuova. E credo che, se siamo sinceri tra noi, dobbiamo riconoscere che solo questa grande apertura (anche a chi oggi non c’è) e questo profondo rinnovamento può unire, magari non subito, quelle forze e culture e persone che sono uomini e donne della sinistra italiana. E dunque donne e uomini di cui oggi e domani avremo bisogno. Io non so dire come finirà. Penso però che sia giusto tentare. E che questa tensione unitaria, e questo dialogo infinito, dovrà guidarci da ora. E nel tempo che verrà.




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