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  1. #1
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    Predefinito Come fare la Padania senza stampare moneta.

    Naturalmente il titolo della discussione è una provocazione.
    Ma ritengo inutile parlare di politica se non ci si rende conto che il vero potere è in mano a chi crea la ricchezza dal nulla, a chi riesce a far credere che un pezzetto di carta colorata abbia un valore prestabilito.
    I concetti di signoraggio e sovranità monetaria vanno sempre ribaditi poichè la stragrande maggioranza dei cittadini non li conosce.
    Lasciare queste tematiche ai soli movimenti di estrema destra fa il gioco di chi non vuole far conoscere la realtà, lasciando ignari i cittadini.

    Comunque, se qualcuno sa come fare la Padania senza stampare cartamoneta, ben venga!!!

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  2. #2
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    Intanto si potrebbe cominciare dai Comuni

    http://www.politicaonline.net/forum/...d.php?t=339570

  3. #3
    naufrago
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    Secondo me il 3d, se non degenera grazie ai soliti noti provocatori, può essere spunto di interessantissimi riflessioni. Oggi viviamo in un mondo in cui è il denaro a dettare le regole: conoscere i trucchi e le truffe alle quali, dall'alto, siamo sottoposti non può che aiutare ad aprire gli occhi.

  4. #4
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    Con il marchingegno della moda hanno alterato il valore del denaro.
    Un paio di jeans, un profumo, un paio d'occhiali costano
    10, 20, 30 volte di più del loro valore reale.
    A volte penso che in confronto ai guadagni del mondo della moda
    i grossi spacciatori di droga sono dei poveracci male in arnese.

  5. #5
    naufrago
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    Cominciamo a cercare di capire cos'è questo tanto vociferato "signoraggio" e vediamo, se possibile, di trovare l'inghippo.

    www.wikipedia.org

    Il signoraggio
    Il signoraggio è l'insieme dei redditi derivante dall'emissione di moneta. Il termine deriva dal francese "seigneur", che in italiano significa "signore". Nel Medio Evo infatti erano i signori feudali i titolari del diritto di battere moneta e i beneficiari del guadagno che ne derivava. Oggi gli economisti intendono per signoraggio, i redditi che la banca centrale e lo Stato ottengono grazie alla possibilità di ricreare base monetaria in condizioni di monopolio.
    Bagliano e Marotta, in Economia Monetaria, Il Mulino, definiscono il signoraggio (pag. 18) come segue:
    «In linea di principio, la creazione di base monetaria in condizioni di monopolio dà la possibilità alla banca centrale di ottenere redditi (il cosiddetto signoraggio) pari alla differenza tra i ricavi ottenibili dall'investimenti in attività finanziarie e reali e i (trascurabili) costi di produzione. Poiché questi redditi derivano dalla condizione di privilegio concessa dallo Stato, i profitti sono in genere incamerati in misura prevalente da quest'ultimo, sotto forma di imposte. Un limite alla produzione, potenzialmente illimitata di base monetaria è posto dall'obiettivo del mantenimento di un livello dei prezzi relativamente stabile, data la relazione diretta che storicamente si è osservata tra inflazione e offerta di moneta.»
    Storia del signoraggio
    Nell'antichità, quando la base monetaria consisteva di monete in metallo prezioso, chiunque disponesse di metallo prezioso poteva portarlo presso la zecca di Stato, dove veniva trasformato in monete con l'effigie del sovrano. I diritti spettanti alla zecca e al sovrano erano esatti trattenendo una parte del metallo prezioso. Il signoraggio in tale contesto è dunque l'imposta sulla coniazione, noto anche come diritto di zecca. Il valore nominale della moneta e il valore intrinseco delle monete non coincidevano, a causa del signoraggio e dei costi di produzione delle monete. L'imposta sulla coniazione poi serviva a finanziare la spesa pubblica. Nel caso in cui lo Stato possedesse miniere di metallo prezioso, il signoraggio coincideva con la differenza tra il valore nominale delle monete coniate e i costi per estrarre il metallo prezioso e coniare le monete. Già con i romani, da Settimio Severo si può parlare di signoraggio: questo imperatore dimezzò la quantità di metallo prezioso contenuto nelle monete, mentre lasciò invariato il valore nominale.
    Con la rivoluzione industriale si assiste al graduale abbandono dei sistemi monetari fondati sui metalli preziosi e sulla convertibilità delle monete in metalli preziosi. La crescita degli scambi economici provocata dalla rivoluzione industriale rese necessario l'uso di monete la cui offerta potesse essere regolata a piacimento dalle banche centrali e non fosse vincolata dalla limitata disponibilità di metalli preziosi. Inoltre l'affermarsi di talune monete, sempre più diffuse e accettate negli scambi internazionali, rese obsoleto il ricorso ai metalli preziosi per regolare tali scambi. Infine l'affermazione del biglietto di banca e di altre forme di pagamento svincolate dall'uso di metalli preziosi si spiega con la praticità dei sistemi di pagamento che non obbligano a trasferire ingenti quantità di pesante metallo prezioso.
    Il signoraggio oggi
    Nei paesi dell'euro, gran parte del reddito da signoraggio viene incassato dalla Banca Centrale Europea (BCE) che emette moneta in condizioni di monopolio[1].
    I singoli stati, tra i quali la Stato Italiano, incassano reddito derivante dal diritto di emettere monete metalliche, dal quale devono sottrarre i costi per produrle. Si tratta di un reddito quasi sempre modesto, eccezion fatta nel caso di stati di piccole dimensioni come la Repubblica di San Marino e la Città del Vaticano le cui monete diventano oggetto di collezione.
    Si può quindi distinguere il reddito derivante dal diritto di emettere in esclusiva moneta in due grandi categorie: il reddito derivante dall'emissione di monete metalliche dal reddito derivante dall'emissione di altre forme di moneta. Questo viene incassato solitamente dalla banca centrale, il primo dallo Stato.
    La differenza è tratteggiata dalla Banca Centrale del Canada nel proprio sito [2].
    Mentre nel caso delle monete metalliche il reddito consiste nella differenza tra il valore nominale delle monete metalliche emesse e il costo per produrle, nel caso dell'emissione di altre forme monetarie esso consiste nei redditi derivanti dall'acquisto di titoli, solitamente titoli di Stato.
    Tali redditi, incamerati dalla banca centrale, servono a pagarne i costi e le imposte sull'emissione di moneta. Il reddito da signoraggio viene perciò in gran parte incamerato dallo Stato che ha concesso alla banca centrale il diritto di emettere base monetaria in condizioni di monopolio.
    Quando una moneta esce dalla circolazione perché distrutta o collezionata dai numismatici, lo Stato che l'ha emessa può coniarne o stamparne un'altra di ugual valore (senza provocare effetti inflazionistici), incamerandone il relativo reddito da signoraggio.

  6. #6
    la ricerca della bellezza nascosta
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    Citazione Originariamente Scritto da Klaatu Visualizza Messaggio
    Naturalmente il titolo della discussione è una provocazione.
    Ma ritengo inutile parlare di politica se non ci si rende conto che il vero potere è in mano a chi crea la ricchezza dal nulla, a chi riesce a far credere che un pezzetto di carta colorata abbia un valore prestabilito.
    I concetti di signoraggio e sovranità monetaria vanno sempre ribaditi poichè la stragrande maggioranza dei cittadini non li conosce.
    Lasciare queste tematiche ai soli movimenti di estrema destra fa il gioco di chi non vuole far conoscere la realtà, lasciando ignari i cittadini.

    Comunque, se qualcuno sa come fare la Padania senza stampare cartamoneta, ben venga!!!
    In teoria sarebbe possibile.
    In pratica sarebbe uno Stato dalla sovranità illusoria poichè i veri capi starebbero a Bruxelles.

  7. #7
    naufrago
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    E mettiamo lì qualche riflessione iniziale...

    www.signoraggio.com

    Numero vs. Valore numerato

    Nell'articolo C'era una volta l'Economia Politica... abbiamo accennato all'inizio del predominio in ambito accademico, sul finire del diciannovesimo secolo, dell'uso dell'approccio matematico in Economia Politica e più in generale nelle Scienze Sociali. Il punto nodale della questione verte sulla confusione generatasi tra il concetto di Numero e quello di Valore numerato. Vediamo meglio.
    Il numero è un'essenza, ossia un "pensiero non manifestato". Il Valore numerato è invece una sostanza, ossia un "pensiero manifestato". Il numero, infatti, non ha di per sé alcuna connessione con la realtà: sebbene infatti la materia sia costituita di oggetti finiti, la numerabilità degli stessi non è un valore intrinseco degli oggetti. Ne è una dimostrazione evidente il fatto che, per numerare, è necessario un soggetto esterno che percepisca la finitezza degli oggetti e li possa quindi numerare. La numerabilità è quindi una caratteristica del numerante, non del numerato. Il Numero è una creazione della mente umana.
    Ciò detto, ci si può domandare quindi quale sia il valore intrinseco degli oggetti. Esso altro non è che la loro sostanza, ossia la loro forma. In termini monetari, quindi, il valore intrinseco di un oggetto è la quantità di moneta necessaria per creare tale oggetto, ossia il suo costo di produzione; o, nel caso di oggetti già esistenti in Natura, il loro costo di estrazione, raccolta e lavorazione. Tale quantità di moneta è un esempio di Valore numerato, dato che la moneta viene per definizione misurata in unità. Il Valore numerato è cioè, nel caso monetario, quella quantità di moneta intesa come mezzo di scambio, ossia come bene fisico. E' d'altra parte vero che la quantità di moneta intesa come misura del valore è un Numero, e non già un Valore numerato. Mentre la misura del valore è essenza, infatti, il mezzo di scambio è sostanza.
    Ora, detto questo, ci si può domandare cosa sia l'oggetto della matematica. Esso è, come sappiamo, il Numero e non il Valore numerato. E non può che esser così, dato che il Valore numerato è un valore, ossia un concetto che per definizione varia nel tempo e nello spazio sia in termini di valore in sé (qualità del valore: utilità) sia in termini di definizione (quantità del valore: misura); e non solo per oggetti diversi ma anche per lo stesso oggetto. La matematica, invece, per definizione ha come oggetto un concetto stabile nel tempo e nello spazio, l'unità matematica: stabile non come valore ma come definizione. Il Numero di per sè non ha infatti alcun valore: quest'ultimo concetto ha senso di essere applicato solo a ciò che ha una qualche utilità (in senso ampio: non per forza pratica, ma anche solamente spirituale, psicologica o emotiva). Ed il Numero, di per sé, non ha alcuna utilità intrinseca: è solo l'oggetto su cui viene applicato che ha valore (e quindi utilità). Non esiste, in altra parole, una qualità del numero, ma solo una quantità del numero (che è la misura dell'unità matematica, appunto).
    Anche la matematica, ad esempio, ha una sua utilità: ed infatti è essa ad averne, non il Numero in sé. E' solo quando il Numero viene utilizzato nell'operazione matematica (semplice o complessa che sia) che si crea un valore. Ma il valore si manifesta solo quando l'operazione matematica viene messa in pratica e non in quanto tale. Il valore, infatti, al pari della misura del valore, è di per sé un'essenza che necessita di una "controparte" manifestata, ossia di una sostanza, che la incorpori. E tale sostanza è, per il valore, l'oggetto fisico. Allo stesso modo in cui il mezzo di scambio lo è per la misura del valore.
    Il Numero ed il Valore numerato trattano quindi due livelli di esistenza diversi: il primo l'essenza, il secondo la sostanza. Ora, l'Economia politica tratta dei beni e servizi creati, scambiati e distribuiti dall'essere umano, ossia tutti esempi di sostanza: puramente materiale (nel caso dei beni e servizi) ed umana, rispettivamente. Ed una sostanza può essere misurata solo da una sostanza e non da un'essenza, in quanto la misura per essere tale deve contenere in sé il linguaggio del livello di esistenza dell'oggetto misurato (ed un'essenza, non essendo sensoriale, non può contenere le informazioni sensoriali tipiche di ciò che è sostanza). Le variabili economiche, cioè, sia che siano misurate in termini di quantità sia che siano misurate in termini monetari, non possono essere logicamente oggetto della matematica, in quanto quest'ultima ha per oggetto dei Numeri e non dei Valori numerati. Tutte le variabili economiche, a partire dal denaro, sono grandezze che sottintendono o misurano (nel caso di variabili monetarie) beni e servizi, ossia sostanza (o fenomeni reali).
    L'uso della matematica nelle Scienze Sociali, quindi, ove si ha a che fare con Valori reali umani e con scelte umane, non ha logicamente alcun senso (1). Essa può tuttavia essere utile per misurare quegli ambiti in cui, pur esistendo un qualche Valore reale, quest'ultimo non riguarda direttamente l'essere umano, e quindi i Valori numerati utilizzati non possono che essere privi di giudizi di valore umani, per definizione (2): parliamo chiaramente delle Scienze Naturali.


    Note:

    (1) non stiamo negando qui l'utilità dei Numeri quando applicati nella realtà umana (ossia in quanto Valori numerati), bensì stiamo negando la logicità dell'utilizzo, quando si ha a che fare con scelte umane, dei Numeri in sé e delle costruzioni matematiche avanzate create dalla mente umana a partire da essi. Costruzioni astratte, quest'ultime, che non hanno alcuna logica di applicazione nell'ambito umano reale.

    (2) i giudizi di valore umani, infatti, riguardano per definizione solo ed esclusivamente le questioni umane. Nessun giudizio può esistere, per definizione, su ciò con cui non vi è alcuna comunicazione basata sullo stesso linguaggio (verbale, nel caso umano) che permetta la trasmissione di una qualche informazione. In tal caso, l'unico modo per comprendere la Natura, al di là della pura informazione sensoriale, è la creazione di uno strumento astratto che possa tentare di fornire maggiori informazioni rispetto a quelle puramente sensoriali. A tal fine, lo strumento matematico può essere utile per avere maggiori informazioni sulla Natura rispetto a quelle percepibili a livello sensoriale. Cercando in tal modo di comprendere il valore intrinseco reale di tale Natura, senza l'utilizzo di valori convenzionali quali quello monetario.

    17/12/2005

  8. #8
    naufrago
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    www.signoraggio.com

    1. Cos’è la moneta?
    La moneta è una convenzione esistente tra persone che l’accettano di comune accordo.

    2. A cosa serve la moneta?
    La moneta serve come sostituta del baratto, per effettuare lo scambio diretto o indiretto di merci o servizi.
    3. Cos’è il valore nominale di una moneta?
    Il valore nominale di una moneta è il valore numerico impresso o stampato su di essa. E’ detto anche valore di facciata.
    4. Cos’è il valore intrinseco di una moneta?
    E’ il costo supportato da chi la emessa, comprensivo del materiale (ad esempio oro, argento o carta e inchiostro) e spese di lavorazione.
    5.Chi crea la moneta?
    Attualmente la moneta-banconota è emessa dalla Banca Centrale Nazionale. Il Ministero del Tesoro conia le monete metalliche.
    6. Cos’è la Banca d’Italia?
    La Banca d’Italia è la Banca Centrale Nazionale presente in Italia. L’esatta denominazione è Bankitalia S.p.A.
    7. A che cosa serve la Banca d’Italia?
    A regolare le operazioni tra le banche locali presenti sul territorio nazionale italiano.
    8. La Banca d’Italia è dello Stato?
    No.
    9. I Governatori della Banca d’Italia sono rappresentati governativi?
    No. Il Governatore di Bankitalia è consigliato al Governo da Bankitalia stessa.
    Il Governo può rifiutare il nominativo sottopostogli ma spetta comunque a Bankitalia proporre un nuovo Governatore.

    10. Di chi è la Banca d’Italia?
    Questi sono i soci della Banca d'Italia (con le relative partecipazioni in quote):
    Gruppo Intesa (27,2%)
    Gruppo San Paolo (17,23%)
    Gruppo Capitalia (11,15%)
    Gruppo Unicredito (10,97%)
    Assicurazioni Generali (6,33%)
    INPS (5%)
    Banca Carige (3,96%)
    BNL (2,83%)
    Monte dei Paschi di Siena (2,50%)
    Gruppo La Fondiaria (2%)
    Gruppo Premafin (2%)
    Cassa di Risparmio di Firenze (1,85%)
    RAS (1,33%)

    e siamo arrivati al 94,35%. E l'altro 5,65% di chi è? Sono ignoti! Infatti non è dato sapere (per Legge) i nomi dei padroni di Bankitalia!
    Queste percentuali sono state ricavate da Famiglia Cristiana (04/01/2004 pag. 22) e ILSOLE24ORE con un operazione di "ricerca al contrario"
    (ossia verificando, per ogni Banca "normale", gli investimenti e le relative quote azionarie di partecipazione)

    nota aggiuntiva del 23 settembre 2005:
    "Ora è presente questo elenco, creato il 20 settembre 2005. (Personalmente ne sono venuto a conoscenza oggi 23 settembre 2005). [http://www.bancaditalia.it/la_banca/partecipanti/Partecipanti.pdf].
    Anche da ricerche effettuate in Internet, è risultato che il documento non era presente fino a pochi giorni fa. Perché solo ora la Banca d'Italia ha pubblicato l'elenco dei suoi proprietari? Perché neanche il Senato della Repubblica Italiana pubblica nei suoi verbali l'elenco degli azionisti? [
    http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/showText?tipodoc=Ddlpres&leg=13&id=00004397&parse= no&toc=no]"
    11. E’ vero che la Banca d’Italia stampa le banconote e la presta al Governo al valore nominale?
    Si. Tecnicamente lo Stato Italiano emette delle Obbligazioni che la Bankitalia prende in pegno,
    effettuando un prestito allo Stato per il corrispettivo valore dell’obbligazione, dietro pagamento di un interesse, il c.d. tasso di sconto.

    12. La moneta, così emessa dalla Banca d’Italia, è coperta da un corrispettivo valore in oro?
    No.
    13. La moneta, così emessa dalla Banca d’Italia, è convertibile in una valuta che ha un controvalore in oro?
    No. Anche se l’euro è perfettamente convertibile, ad esempio, in Dollaro USA (la c.d. valuta pregiata),
    a sua volta il Dollaro statunitense non è convertibile in oro né altro materiale prezioso.

    14.E’ dunque vero che non esiste più la convertibilità tra le banconote e l'oro?
    Si, è vero. Dal 15 agosto 1971 non esiste la convertibilità delle valute nazionali in oro.
    Il presidente USA Nixon, infatti, pose fine agli Accordi di Bretton Woods, chiudendo la c.d. Gold Window,
    che prevedeva l’aggancio dollaro-oro dal 1944 (un oncia di oro = circa 35-37 dollari USA)

    15. Da chi viene emesso l’euro ?
    L’euro è emesso dalla Banca Centrale Europea, la BCE.
    16. Da chi è composta la Banca Centrale Europea?
    Banque Nationale de Belgique (2,83%)
    Danmarks Nationalbank (1,72%)
    Deutsche Bundesbank (23,40%)
    Bank of Greece (2,16%)
    Banco de Espana (8,78%)
    Banque de France (16,52%)
    Central Bank and Financial Services Authority of Ireland (1,03%)
    Banca d'Italia (14,57%)
    Banque centrale du Luxembourg (0,17%)
    De Nederlandsche Bank (4,43%)
    Oesterreichische Nationalbank (2,30%)
    Banco de Portugal (2,01%)
    Suomen Pankki (1,43%)
    Sveriges Riksbank (2,66%)
    Bank of England (15,98%)

    17. Quanto costa coniare una moneta?
    Creare una moneta metallica costa circa 15 centesimi di euro (metallo, spese di conio, ecc..).
    18. Quindi il valore intrinseco di una moneta metallica è di 15 centesimi di euro?
    Si.
    19. E’ vero che ogni banconota (come ad es. questa in fondo) “costa” circa 30 centesimi (30 euro/cent)?
    Si. E’ il medio costo vivo di fabbricazione di una banconota (spese tipografiche quali carta, inchiostro, tecniche di contraffazione ecc..) [fonte: Banca Nazionale Svizzera]
    20. Il suo valore intrinseco quindi è di € 0,30?
    Si.

    21. E ‘ vero che viene prestata allo Stato al suo valore nominale?
    Si. Ad esempio, una euro-banconota con il valore di facciata ‘100’ viene prestata a 100 euro [nominali].

    22. A quanto corrisponde l’interesse sul prestito?
    Attualmente la BCE ha fissato un livello del 2,5%, il c.d. tasso di sconto sul denaro
    23. Chi determina questo valore?
    La BCE, in modo del tutto arbitrario, indipendente e non negoziabile da nessun Governo.
    24. Cosa sono i “Servizi di Tesoreria dello Stato”?
    25. Perché anche i bambini appena nati hanno un debito?
    Questa è una tipica espressione giornalistica.
    Ai giornalisti piace l'idea di prendere l'intero ammontare del Debito Pubblico (esempio, dell'Italia) e dividerlo per il numero dei Cittadini.

    Esempio:
    Debito Pubblico: 1.387 miliardi di euro
    Popolazione residente in Italia al 12.2001: 56.993.742
    Quota di debito pubblico pro capite (neonati e centenari compresi):24.434 euro

    Forse pensano che questo sia divertente o istruttivo.
    Gli stessi valori non sono molto precisi, a volte si parla di milioni, a volte di miliardi, a volte esce fuori l'euro, altre volte la lira...
    Ci raccontano, però, solo mezza messa, quello che non dicono mai, è verso chi siamo in debito.
    Se tutti i Cittadini sono debitori, chi sono i creditori?
    Anche i governi sono indebitati ma il loro si chiama Deficit (dal latino deficere = mancare, essere carente) o Disavanzo o altri modi, che esprimono però tutti lo stesso concetto: mancano i soldi!
    Fino a poco tempo fa (11.08.2004), avevamo 25-26mila euro a testa (o, più professionalmente, pro-capite) di debito.
    Verso chi? Verso le Banche Centrali (private - come la Banca d'Italia - e la Banca Centrale Europea, o BCE, posseduta in quota parte tra tutte le BCN - Banche Centrali Nazionali - che compongono il Sistema Bancario Europeo).

    26. Cos’è il Debito Pubblico?
    vedi il mio articolo Lo Stato sovrano alle dipendenze de «Il Grasso Bankiere©»
    [
    http://www.signoraggio.com/signoraggio_statodipendente.html]
    27. Cos’è il signoraggio?
    Il signoraggio è la differenza tra il valore nominale e il valore intrinseco di una moneta.
    28. A chi va il signoraggio?
    Il reddito da signoraggio va a chi emette moneta.
    29. Chi ci guadagna con l’attuale sistema?
    Ci guadagna la Banca Centrale Europea e quindi ogni Banca Centrale Nazionale (come Bankitalia che ricordo è privata). Stampando una banconota, ad esempio da 100 euro nominali, intasca la differenza tra questo valore e il valore intrinseco, che è di € 0,30. Una singola banconota da 100 euro viene a costare allo Stato:
    €100 + 2,5% (tasso di sconto) = € 102,5
    Ricordiamo che alla BCE è costata 30 eurocent, quindi il signoraggio a vantaggio della BCE è di:
    €102,5 – €0,30 = €102,2
    30. Lo Stato dove può guadagnare?
    Lo Stato ha una perdita nel coniare pezzi di monete metalliche da 1, 2, 5 e 10 centesimi di euro.
    Il guadagno (signoraggio) inizia dalle pezzature superiori: 20, 50, 1 euro e 2 euro.
    Però le monete di metallo (unico vantaggio dello Stato) sono una percentuale minima,
    infinitesima della Massa Monetaria attualmente in circolazione ed è sempre la BCE che decide il quantitativo da coniarne (lo Stato non è libero di farlo secondo le sue necessità).

    31. in continuo aggiornamento…


    DEL SIGNORAGGIO E DEL SERVAGGIO
    di Panoptes

    Affiora a questo punto, la questione del signoraggio. Si tratta di un termine antico, che si riporta all’epoca nella quale i sovrani coniavano monete d’oro e d’argento, cui assegnavano un valore facciale superiore a quello intrinseco (ecco il signoraggio), e la loro effigie sulle monete aveva il significato di garantirne sia l’ufficialità come mezzo di pagamento, sia il valore indicato (nell’ambito del regno). Per la banca centrale europea (BCE) signoraggio è “il reddito ottenuto dalle banche centrali nazionali nell’esercizio delle funzioni di politica monetaria del SEBC”(art. 32 dello statuto). Tale descrizione, (di parte), è fuorviante in quanto ne sposta i termini, lasciando intendere che si tratterebbe del ricavo di un servizio. Non è così: in realtà non c’è nessun servizio, ma al contrario un potere usurpato.
    Oggi, si definisce usualmente signoraggio la differenza tra il valore facciale del mezzo monetario ed il costo per produrlo. (PAOLO SAVONA, La sovranità monetaria, Torino, 1974) Questa differenza diventa un guadagno se chi “batte moneta”è un privato. Non lo è, se a ciò provvede lo Stato. Un tempo, la quantità massima delle banconote che potevano essere messe in circolazione, era determinata dalla riserva aurea posseduta. Sui biglietti era scritto: “pagabile a vista al portatore” intendendosi che questi poteva chiedere il controvalore in oro all’autorità che aveva stampato la cartamoneta. Questa limitazione alla stampa dei biglietti venne però superata già ai tempi della prima guerra mondiale.
    Con il passaggio dalle monete di metallo pregiato alla moneta cartacea, si rese molto più agevole creare valore monetario e ciò scatenò appetiti sfrenati. I banchieri fecero a gara per ottenere il privilegio di battere moneta. E, come sappiamo, l’ottennero. A metà dell’800, l’associazione massonica “Comitato dell’Amor fraterno” in Italia emetteva banconote.
    All’atto pratico, il signoraggio si traduce nella potestà di battere moneta. Si tratta di un’attribuzione connaturata al potere statale, cioè alla sovranità (al potere riconosciuto dai componenti il gruppo sociale per la gestione della collettività), e risponde all’interesse essenziale della comunità di disporre di uno strumento di pagamento, garantito nella funzione e nel valore.
    E’ bene avere chiaro che un pezzo di carta stampato assume la valenza di mezzo di pagamento, cioè di danaro, grazie al consenso della comunità nazionale. La sua accettazione da parte dei cittadini costituisce una convenzione, in base alla quale al pezzo di carta è assegnato il valore su di esso indicato. Si pensi al caso dell'operaio che, in cambio del suo lavoro (bene reale), ottiene cartamoneta (valore convenzionale) e, con questa cartamoneta, acquista risorse per vivere (valore reale). (Sotto certi aspetti, l’insieme di tutte le banconote di un Paese potrebbe dirsi l’espressione monetaria del valore dei beni che vi si trovano).
    In queste condizioni, il “trasferimento” della potestà di battere moneta ad un ente privato, ovviamente ignoto all’esperienza vissuta dalla società umana nel corso della sua storia, assume contorni totalmente distorsivi. Non si può perciò evitare di chiedersi perché le istituzioni, il cui compito specifico è la tutela degli interessi della popolazione, abbiano compiuto un atto che va contro questi interessi in misura tanto radicalmente distruttiva.
    Questa incredibile deformazione fu realizzata in modo compiuto nel 1694 quando venne creata la Banca d’Inghilterra: la prima banca centrale nello scenario mondiale. (Ne stigmatizza esemplarmente la costituzione il filosofo KARL MARX, Capitale, Roma, 1974, I, pag. 817 e ss.: “la banca d’Inghilterra venne autorizzata dal Parlamento a battere moneta … con questa moneta la banca faceva prestiti allo Stato e pagava per suo conto gli interessi del debito pubblico. Non bastava però che la banca desse con una mano per aver restituito di più con l’altra ma, proprio mentre riceveva, rimaneva creditrice perpetua della nazione fino all’ultimo centesimo che aveva dato. In Inghilterra, proprio mentre si smetteva di bruciare le streghe, si cominciò ad impiccare i falsari. Gli scritti di quell’epoca, ad esempio di Bolingbroke mostrano che effetto facesse sui contemporanei l’improvviso emergere di questa genia di bancocrati…”).
    La creazione, in quello che all’epoca era il centro economico-finanziario più importante del pianeta, di una realtà nuova, gli strumenti finanziari, che consentivano potenzialità di grandi e facili guadagni speculativi, generò una nuova schiatta di parassiti, intenti ad arricchirsi con il danaro altrui. Banchieri, finanzieri, rentiers, mediatori, operatori di borsa, si moltiplicarono e ritennero conveniente organizzarsi in camarille, più o meno segrete per mantenere riservati i loro trucchi, evitare conflitti interni e istituzionalizzare legami che garantissero la monoliticità della combriccola. La massoneria, con i suoi riti e la sua segretezza, costituì la loro ideale aggregazione. Il sovrano inglese ne fu subito il capo e risultò pertanto agevole compiere il “sacrilegio”di trasferire ad un loro ente privato il potere di battere moneta. Accedendo a siffatta istanza per evidente interesse di categoria, il re (partecipe della cricca) agì non più come gestore degli interessi della collettività, ma come semplice privato, così certamente arricchendosi, ma abusando dei suoi poteri e tradendo la fiducia dei suoi sudditi. Costui aveva “scoperto” che stampare moneta per conto proprio (e della sua combriccola) era molto più redditizio che farlo per conto della nazione. Il passaparola fra famiglie regnanti e tra i banchieri consentì il rapido diffondersi della privatizzazione monetaria, senza troppi scrupoli per l’interesse pubblico. Nel corso dell’ultima guerra, i Savoia, vedendo profilarsi la sconfitta, (e violando rigide norme specifiche) esportarono all’estero i capitali accumulati, addirittura in Inghilterra, presso i loro confratelli. Confortarono in tal modo l’economia di quel nemico, da loro stessi indicato ai soldati italiani, costretti a combattere senza scarpe e con armi della prima guerra mondiale.
    Perché abbiamo parlato della potestà di battere moneta come di un’ attribuzione della sovranità e perché ne è illegittima la privatizzazione? (Nota: GIANO ACCAME, La destra sociale, Roma, 1996).
    E’ necessario ribadire che il battere moneta è attribuzione propria della sovranità pubblica (che, come sappiamo, appartiene al popolo). E’ assiomatico, poi, che la sovranità, proprio perché tale, non è cedibile (tanto meno poi, come nel caso, con una legge ordinaria…). Inoltre, non rientra assiomaticamente fra i poteri dei delegati del popolo disporre della sovranità (cioè dei poteri del mandante).
    La cessione del signoraggio ad un ente privato costituisce perciò una vera inconcepibile enormità, determinando, in contropartita, la catastrofica conseguenza del servaggio dei cittadini. Sul piano concreto, infatti, il trasferimento comporta innanzitutto un gigantesco onere per i cittadini, che si traduce in un prelievo colossale di risorse dalle loro tasche (quando, invece, queste risorse appartengono a loro tutti che, accettando la cartamoneta, ne hanno creato il valore). Inoltre, la concessione ad un privato della potestà monetaria, comporta consegnargli la conduzione e direzione dell’attività economica del Paese e la gestione delle sue risorse finanziarie. E’ come se una famiglia consegnasse ad un estraneo il proprio patrimonio perché decida come impiegarlo ed utilizzarlo).
    Purtuttavia a questo si è provveduto anche in Italia, (con R.D. 812 del 1926). Legittimo chiedersi chi all’epoca ha incassato, nel Bel Paese, il danaro di Giuda.
    Con la privatizzazione della sovranità monetaria, l’ente che stampa le banconote, (il fantoccio banca centrale), non opera infatti come semplice tipografia al servizio dello Stato, ma come titolare, o proprietario, della cartamoneta stampata (il cui quantitativo, tra l’altro, essa stessa decide e determina).
    Con la creazione di una banca centrale dotata di questi poteri, lo Stato, ossia la collettività nazionale, si è autopunita perché, quando ha bisogno di soldi, deve chiederli alla banca, e questa (se vuole), glieli presta. Ma, trattandosi di un bene di sua proprietà, gli chiede un interesse . Lo Stato dunque, in queste condizioni, non solo deve restituire il capitale ricevuto, ma pagare anche gli interessi, ed al tasso deciso dalla banca centrale (V.: B. TARQUINI, La banca, la moneta e l’usura. La Costituzione tradita, Napoli, 2001). Naturalmente, noi parliamo di Stato, ma chi è materialmente debitore, colui che deve pagare, è il popolo italiano che, a questo scopo, è onerato di gravose imposte.
    Nel Medioevo il signorotto imponeva l’obolo ai sudditi per fare qualche guerra o gratificarsi con qualche sontuoso palazzotto. Se non bastava l’obolo, stipulava prestiti presso i banchieri. E’ stata tale prassi ad accendere le brame di questi ultimi. Poiché i prestiti di guerra erano sempre assai consistenti e perciò lucrosi, costoro vi hanno visto subito le enormi possibilità di arricchimento, qualora fossero riusciti a trasformarli da occasionali in istituzionali. Soprattutto poi quando alle monete d’oro e d’argento, che avevano comunque un valore intrinseco, si è sostituita la cartamoneta a costo zero.
    In pratica, oggi, il vantaggio per il privato di “battere moneta” è massimo, equivalente a quello del falsario. Mentre quest’ultimo però rischia la prigione, i banchieri centrali sono colmati di onori. ( MAURICE ALLAIS, premio Nobel per l’economia nel 1988, in : La crise mondiale aujourd’hui, Paris, 1991, , è estremamente chiaro: “Par essence, la création monetaire ex nihilo que pratiquent les banques est semblable, je n’hésite pas à le dire pour que les gens comprennent bien ce qui est en jeu ici, à la fabrication de monnaie par des faux-monnayeurs, si justement reprimée par la loi”).
    Se l’Imperatore Augusto voleva una flotta di triremi, con i metalli pregiati estratti dalle miniere dell’impero, coniava i sesterzi sufficienti alla bisogna. E i cives romani potevano tranquillamente andare a comprare il biglietto per godersi gli spettacoli al Colosseo, senza temere rivalse fiscali.
    Oggi, invece, se lo Stato ha bisogno di 10.000 miliardi per fare un ponte, deve chiederli in prestito alle banche, ed i contribuenti devono accollarsi nuove imposte per 10.000 miliardi, più gli interessi.
    Si è verificata una paradossale inversione dei ruoli. Lo Stato, come un qualsiasi privato, deve chiedere ad un ente privato, diventato però, impropriamente, sovrano monetario, la “sua” cartamoneta. Ciò è abbastanza grottesco ed estremamente punitivo, (ma, attenzione, ripeto, non per lo Stato, ente astratto, bensì per i cittadini).
    Per disporre del danaro occorrentegli per funzionare, lo Stato lo deve richiedere alla banca centrale (ma ciò gli è consentito solo entro certi limiti) oppure vende direttamente ai cittadini dei titoli di credito (i Buoni del Tesoro), con i quali si impegna a pagare un certo interesse (il cui ammontare è stabilito dai privati banchieri, come all’epoca delle Crociate).
    La prima porzione riceve come contropartita della cartamoneta prodotta dalla banca centrale a costo quasi nullo, inferiore a quello che dovrebbe sostenere un falsario (la produzione artigianale è sempre più onerosa di quella industriale). La seconda, invece, ha come contraccambio delle banconote che sono il frutto del lavoro dei cittadini. (Questa diversità è piuttosto interessante).
    Questi ultimi dovranno anche provvedere, sempre con il loro lavoro e pagando le imposte, a fornire allo Stato i mezzi monetari per restituire al sistema bancario la porzione di cartamoneta che questo ha “prestato” allo Stato.
    Consegue comunque in entrambi i casi che le banche, emettendo moneta, “acquistano” a costo zero dai cittadini un valore corrispondente in beni e risorse reali, da costoro prodotti.
    Il cliente che va da una banca e chiede un mutuo, in quel momento medesimo ne diventa il finanziatore. Le rate di rimborso del capitale più gli interessi, (spesso spalmate su decine di anni) saranno utilizzati dalla banca per altri lucrosi mutui, praticamente senza fine.
    Quando una banca consegna a Tizio per un mutuo del danaro ricevuto da altri mutuatari, è come se Tizio prendesse a prestito il danaro dal suo vicino (TOM SCHAUF, The American Voter Vs. The Banking System, New York, 2002, nonché: N. COHN, The Pursuit of the Millennium, Londra, 1957).
    Le banconote che le banche ordinarie ricevono dalla loro longa manus, la banca centrale sono fonte di altra moneta (ancor più gratuita), per effetto del moltiplicatore (come nell’esempio del mutuo, o di ogni altro affidamento). Le banche ordinarie, perciò, creano nuova moneta, doppiamente lucrando sul lavoro dei cittadini.
    Nell’esempio di cui sopra, se lo Stato facesse come l’Imperatore Augusto, e cioè stampasse direttamente biglietti per 10.000 miliardi, il ponte verrebbe costruito e nessun onere ricadrebbe sui cittadini.
    Inoltre, se lo Stato, come sarebbe ovvio, (ed anzi naturale dovere), esercitasse la sua sovranità monetaria ed emettesse biglietti di Stato anziché chiedere in prestito le banconote della banca centrale, non vi sarebbe evidentemente il debito pubblico (cioè il “debito” contratto con la banca centrale e con i risparmiatori, acquirenti dei Buoni del Tesoro). Ed ai cittadini verrebbe risparmiato il conseguente pesante onere. (A proposito, se stampa Buoni del Tesoro perché lo Stato non stampa direttamente la cartamoneta che gli serve?).
    Non solo: l’imposizione fiscale potrebbe essere enormemente ridotta (se non cancellata), le opere pubbliche potrebbero essere moltiplicate, la crescita favorita, e la disoccupazione praticamente scomparire. Inoltre, il danaro creato dallo Stato porrebbe sullo stesso piano il privato cittadino e le banche.
    A causa del trasferimento ai finanzieri della sovranità monetaria, oggi, pagando le imposte, i cittadini “restituiscono” alla banca centrale il mutuo che questa ha “concesso” allo Stato creando valore dal nulla, come i maghi delle fiabe.
    La Costituzione americana riserva espressamente, al Congresso la sovranità monetaria. In aperta violazione di questo precetto però, nel 1913, venne creata la solita banca centrale, sul modello inglese, cioè con le già note attribuzioni, e si aprì l’era della Federal Riserve Bank , dell’IRS, (la tassa sul reddito) e del TUS (il tasso ufficiale di sconto, con il quale i banchieri stabiliscono quanto costerà ai cittadini il danaro da loro creato a costo zero).
    Negli USA è stato calcolato (da Bob Dole, membro del Congresso) che circa il 50% del prelievo fiscale è destinato alle banche in “contropartita” della cartamoneta data in prestito allo Stato.
    Pertanto, se si eliminasse questo compenso monetario impropriamente attribuito alle banche, il cittadino potrebbe disporre dello stesso reddito lavorando la metà (ovvero: molte mogli non sarebbero costrette a lavorare per far quadrare il bilancio familiare).
    Abramo Lincoln, come già prima di lui Andrew Jackson, utilizzando il potere attribuitogli dalla Costituzione, stampò oltre 400 milioni di dollari di Stato per finanziare la Guerra Civile, senza debito né interessi a carico dei nord americani.
    Sganciandosi dal letale legame con i finanzieri, anche J.F.Kennedy stampò dollari di Stato per rilanciare l’economia. Purtroppo scomparve prematuramente, e non mancano voci che ne addebitano l’assassinio (al pari di quello di Lincoln) alla cricca dei banchieri. (www.bankfreedom.com)
    Con la cessione della sovranità monetaria, si è creata una situazione analoga a quella del ladro che ruba un’auto, la vende per 1000 euro, e questi soldi poi presta al proprietario, dietro interesse. Il cittadino che chiede un mutuo ad una banca per comprare una casa, ottiene un bene (il danaro), che non è costato nulla alla banca ma che lo costringerà, per restituirlo, a lavorare una vita. (Nota: l’esempio è di CLIFFORD HUGH DOUGLAS, Warnings Democracy, New York, 1997)
    Ogni biglietto stampato dalla banca centrale, significa un debito di eguale valore per la collettività.
    Ma è necessario, a questo punto, aver ben chiara la situazione reale. Il vero destinatario del privilegio di “battere moneta” non è la banca centrale cui viene attribuito (e del resto ciò non avrebbe gran senso), bensì il sistema bancario-finanziario nel suo complesso che, dietro il paravento di questa furberia della banca centrale, è messo in grado di gestire e lucrare la ricchezza del Paese, attraverso i pezzi di carta che stampa a costo zero (o quasi). Non a caso un certo Amschel Rothschild, co-fondatore della setta degli “illuminati”, già nel 1773 affermava disinvoltamente: “mi si consenta di emettere e controllare la moneta di una nazione e non mi preoccuperò affatto di chi emana le leggi” (W.G.CARR, Pawns in The Game, cit., nonché: B. TARQUINI, La banca, la moneta, ecc., cit.): Ma qualcuno, come abbiamo visto, già aveva capito il lucroso trucchetto.
    Anche lo scopo dell’autonomia concessa alla banca centrale e principale pilastro della sovranità monetaria trasferitale, è quello di garantire l’indipendenza (ed ampia discrezionalità) al ben più importante sistema bancario. Se non vi fosse la banca centrale a “dirigere” (in realtà accade il contrario) l’insieme delle banche, queste dovrebbero dipendere dallo Stato e dalle sue direttive e l’arbitrio totale di cui dispongono (soprattutto nella manovra e nella concessione del credito, per non parlare, poi, del collocamento dei titoli azionari) scomparirebbe del tutto.
    Gli spropositati guadagni, diretti ed indiretti, e le speculazioni colossali (spesso illecite, come da ultimo il caso Lodi-Antonveneta ha ampiamente dimostrato) che il sistema realizza con il danaro di cui liberamente dispone (impossibili se il danaro fosse stampato dallo Stato), verrebbero cancellati. (WILLIAM GUY CARR, Pawns in the Game, Los Angeles, 1962).
    Oggi, per di più, il sistema bancario-finanziario gode di una deregolamentazione sorprendente. La così detta “legge bancaria”, le leggi sulla finanza e quelle sulle assicurazioni, sono nulla più che una sorta di codice di comportamento, del tutto autoreferenziale, che non provvede a tutelare in nessun modo il cittadino. I danni per la collettività sono enormi: gli scandali Sindona, Ambrosiano, Ferruzzi, Enron, Cirio, World Com, Parmalat, Lodi-Antonveneta, per limitarci ai casi più recenti e più noti, ne sono la conseguenza. Di chi sono, se non dei risparmiatori, le centinaia di miliardi scomparsi in queste occasioni?
    Annullando una potestà propria della collettività, anzi, addirittura cedendola a speculatori privati, notoriamente pericolosi (ricordiamo il monito di Jefferson sui pericoli di una finanza non controllata…), le istituzioni hanno tradito e tradiscono il mandato loro conferito dai cittadini di tutelare e proteggere gli interessi della collettività che rappresentano. Si può senz’altro ritenere che non possa configurarsi fattispecie che maggiormente si attagli all’ipotesi del reato di alto tradimento commesso dagli esponenti coinvolti.
    La vicenda è di una gravità sconcertante e può protrarsi ancora oggi soltanto grazie alla complicità dei media ed alla totale inconsapevolezza della collettività, ignara dei meccanismi monetari, sempre attentamente coperti da rigoroso riserbo e segretezza.. (R. STEINER, I punti essenziali della questione sociale, Milano, 1980). C’è da chiedersi come facciano i banchieri, nelle loro riunioni periodiche, a guardarsi in faccia senza scoppiare dalle risate. Come diceva J. Henry Ford, “è un bene che il popolo non comprenda il funzionamento del nostro sistema bancario e monetario perché, se accadesse, credo che scoppierebbe una rivoluzione prima di domani mattina”. Dello stesso parere anche l’anonimo banchiere citato da Tom Schauf (Nota:TOM SCHAUF, America’s Hope: To Cancel Bank Loans Without Going To Court, New York, 2000), il quale confessa che “se gli americani scoprissero la verità su questi segreti, impiccherebbero i banchieri per quello che hanno fatto”.
    In questo contesto kafkiano, con le istituzioni che tradiscono i loro cittadini, affiorano anche aspetti tragicomici.
    La bassa manovalanza monetaria, impegnativa, costosa e non redditizia, è lasciata allo Stato. Questo, infatti, conia le monete divisionarie (in Italia, prima dell’euro, stampava anche i “biglietti di Stato”da 500 e 1000 lire). Si tratta di una frazione minima della complessiva circolazione monetaria (non più del 5%, ammonisce e statuisce la BCE) e del tutto onerosa (anche per semplici questioni di trasporto): le monete più piccole hanno spesso un costo di produzione superiore al valore facciale. Il costo del conio di una moneta varia da 20 a 35 centesimi, mentre quello della stampa di una banconota è di circa 3 centesimi. Il conio delle monetine da 1 lira ne costava 50. Lo Stato, dunque può direttamente acquistare beni e servizi nella piccola percentuale consentita (!!) dalla banca centrale: una sorta di mancia o lo scarico di un compito fastidioso e utile solo agli “schiavi” della collettività?
    Incidentalmente, è bene ribadire che non stiamo parlando soltanto di chi abbia il potere di battere moneta e di come esso appartenga connaturalmente allo Stato. Qui facciamo riferimento alla funzione fondamentale propria dello Stato di gestire la collettività. Ora, la cosiddetta “leva monetaria” (cioè la gestione della moneta), costituisce il più importante strumento per realizzare una politica economica. Un’attività dalla quale dipende lo sviluppo della nazione ed il benessere dei cittadini. Questa semplice ed ovvia considerazione fornisce la dimensione del problema di cui si tratta.
    Naturalmente, non sono mancati degli assai stentati sforzi per cercare di giustificare teoreticamente il disdicevolissimo trasferimento della sovranità monetaria ai banchieri. Si è detto che lo Stato (cioè il governo) se disponesse della sovranità monetaria potrebbe abusarne per scopi elettorali. (JOACHIM BOCHACA, La finanza ed il potere, Padova, 1982).
    L’argomentazione è inconsistente.
    Innanzitutto, gli esponenti delle istituzioni hanno una responsabilità politica nei confronti degli elettori e le loro decisioni costituiscono il metro in base al quale i cittadini li giudicheranno. Ed è opportuno sottolineare che questa responsabilità manca del tutto, invece, per i responsabili delle banche centrali, che rimangono al loro posto anche se commettono gli errori più gravi.
    Secondariamente, parlare di possibili abusi monetari dei governi è sommamente ridicolo a fronte dei ben più gravi soprusi che giornalmente costoro commettono ingannando e mistificando, scatenando guerre, assassinando liberi cittadini con l’etichetta di “terroristi”, ecc. ecc. Comunque, non vi è infine dubbio che, per un governo, è sicuramente meglio il “condizionamento” di finalità elettoralistiche che non quello degli interessi degli speculatori privati.
    rif: http://www.uomoepotere.eu/Pubblicazioni.html

  9. #9
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    Oh, io ci ho provato a capirci qualcosina, però devo ammettere che è un gran casino...

    Per ora il punto focale che mi interessa penso di poterlo riassumere così:

    1) la moneta riconosciuta ed accettata in ue è l'euro
    2) la cartamoneta che rappresenta gli euro la stampa la bce
    3) la bce è di proprietà di varie banche nazionali, che a loro volte sono di proprietà di diversi gruppi privati bancari
    4) chi stampa una cartamoneta guadagna la differenza tra il valore esposto e pagato dai singoli stati + il costo per produrre quella carta

    Conclusione? Mi sembra una truffa colossale dove a guadagnarci sono i soliti noti...

  10. #10
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    Citazione Originariamente Scritto da FdV77 Visualizza Messaggio
    Oh, io ci ho provato a capirci qualcosina, però devo ammettere che è un gran casino...

    Per ora il punto focale che mi interessa penso di poterlo riassumere così:

    1) la moneta riconosciuta ed accettata in ue è l'euro
    2) la cartamoneta che rappresenta gli euro la stampa la bce
    3) la bce è di proprietà di varie banche nazionali, che a loro volte sono di proprietà di diversi gruppi privati bancari
    4) chi stampa una cartamoneta guadagna la differenza tra il valore esposto e pagato dai singoli stati + il costo per produrre quella carta

    Conclusione? Mi sembra una truffa colossale dove a guadagnarci sono i soliti noti...
    E' perfetto spiegato con quattro parole.
    TRUFFA COLOSSALE

 

 
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