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Discussione: 2 articoli sul MSI

  1. #1
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    Predefinito 2 articoli sul MSI

    Nome: MSI - Paternità: SIM

    Franco Morini

    "Aurora", n. 44, 1997


    Il documento 1/97 pubblicato a cura della FNCRSI, contiene una ampia
    analisi con relativa critica alla genesi involutiva che ha
    influenzato più o meno tutta l'area neofascista a partire dalla
    sconfitta del '45. La premessa a tale documento recita testualmente
    che: «Fondato per continuare la RSI, il MSI divenne presto strumento
    dell'antifascismo. Venuta meno tale funzione lo strumento è stato
    messo da parte. Chi, come noi, prese parte alle prime riunioni e ai
    primi "giornali parlati" tende a respingere l'ipotesi (ancorché
    verosimile, ma priva di concreta dimostrabilità) che il MSI sia
    sorto dalla iniziativa promossa dal Viminale al fine di incanalare
    in un alveo prestabilito la diaspora dei "repubblichini" sbandati e
    pericolosi».

    A questo proposito avviene che, nel battere strade periferiche di
    storia locale, siamo inciampati del tutto casualmente in sentieri
    imprevisti che a percorrerli portano dritto nella selva (davvero
    oscura) da cui ha tratto origine l'ex-MSI. Ciò a premessa che
    l'intreccio della ricerca effettuata non parte da tesi precostituite
    ma è piuttosto il frutto, diciamo pure selvatico, di una pianta
    incontrata, casualmente, nel campo delle ricerche sul fascismo e
    neofascismo a Parma. Qui abbiamo colto il capo di alcuni fili
    dell'intreccio, anche perché molti tra i fondatori occulti o palesi
    del MSI come Augusto Turati, Romualdi e perfino Almirante, sono nati
    o hanno costruito le basi della loro carriera politica nella zona di
    Parma.

    Nel passare all'esposizione dei rari fatti riscontrati, si deve
    necessariamente partire al largo per cogliere l'esatta essenza dei
    personaggi e le loro trame. A partire dal più importante, cioè
    Romualdi, il quale, da direttore della "Gazzetta di Parma", divenne
    nell'autunno del '44 il vice di Pavolini. Per quanto riguarda
    strettamente la sua permanenza a Parma, vi è da dire che Romualdi si
    dimostrò fin dall'inizio un «duro e puro» del nuovo corso
    repubblicano. Si comincia dalla prima rappresaglia effettuata nel
    febbraio '44, che, contro il parere del Federale Carbognani, da lui
    viene attivata facendo intervenire una squadra di fascisti dalla
    vicina Reggio Emilia. (1) Il federale Carbognani, per protesta
    contro la rappresaglia che non condivideva, si dimetterà dalla
    carica per arruolarsi fra le truppe combattenti della RSI lasciando
    che in tal modo Romualdi ne approfitti per prendere il suo posto
    nella carica di Commissario federale.

    Si noti che le vittime dell'azione repressiva non erano certo
    antifascisti di spicco, tutt'altro; avevano solo la disgrazia di
    rispecchiare una certa consorteria borghese-capitalista già
    pesantemente bollata alcuni giorni prima in un fondo
    sulla "Gazzetta" di Romualdi. (2) Nonostante la chiara relazione fra
    l'articolo pubblicato e la scelta delle vittime designate, alla fine
    della guerra vennero incolpati solo il Capo provincia di Parma,
    Valli (poi assolto) e il federale Carbognani che nel frattempo era
    perito nel conflitto. Anche Romualdi venne condannato a morte in
    contumacia dalla Corte d'Assise Straordinaria di Parma, ma per
    un'altra rappresaglia, effettuata in Piazza Garibaldi l'1
    settembre '45.

    A novembre, Romualdi viene nominato vice-segretario del PFR, e
    quindi deve lasciare la città per trasferirsi in Lombardia. Egli
    mantiene peraltro stretti rapporti con la città di Parma,
    continuando a firmare come direttore del quotidiano cittadino. A
    Milano, Romualdi trovò sistemazione in via Manzoni, 10 (Palazzo
    Crespi) insieme ad una piccola corte di parmigiani fra cui
    figuravano la segretaria Paola Ninci, l'autista Bertani, il Sotto
    Tenente della B.N. Scandaliato, il dottor Mattioli e infine il
    Tenente degli Alpini, Nadotti.

    Il Tenente Gianni Nadotti, come venne poi accertato, era un
    pericoloso infiltrato del SIM badogliano. Scrive a posteriori il
    Nadotti in una sua relazione ufficiale sull'attività svolta in seno
    al SIM: «febbraio '44 - prendo contatto con Don Paolino Beltrame
    quattrocchi emissario del SIM dello S.M. del R.E. per la provincia
    di Parma; con cartolina precetto vengo richiamato alle armi nell'E.
    R. (Esercito repubblicano - N.d.R.); mi rivolgo a Don Paolino
    dichiarandogli di essere fermamente deciso a non presentarmi e
    chiedendogli indicazioni per lasciare la città; Don Paolino mi
    esorta invece a rispondere alla chiamata essendo che potrei essere
    di più valido aiuto come Ufficiale dello E. R. che come civile; Don
    Paolino mi autorizza a prestare, con riserva mentale, giuramento di
    fedeltà alla RSI. ( 3 ) (...) gennaio '45 - si presenta per me la
    possibilità di essere trasferito a Milano quale ufficiale di
    collegamento alla Direzione del PFR; sottoposta la questione al C.P.
    e a Don Paolino quale capo della missione "Nemo" per la maglia di
    Parma questi ritenendo opportuno che io occupi il nuovo posto, mi
    ordinano di accettare l'incarico in data 13 mi trasferisco a Milano
    ove mi viene affidato il Comando dell'autoparco del PFR; a Milano
    tramite Don Paolino entro in contatto col capo Riccardo De Haag
    (Mario Rossi-Fausto-Alpino) vice comandante della Piazza di Milano,
    vice capo rete Nemo e dopo la liberazione primo vice questore di
    Milano; ho la possibilità di controllare la corrispondenza del PFR e
    i movimenti degli esponenti del partito stesso». (3)

    In realtà Nadotti spiava la corrispondenza e i movimenti degli
    esponenti fascisti, più ancora che dall'autoparco, per mezzo della
    stessa segretaria di Romualdi, Paola Ninci, con la quale convolerà a
    nozze proprio a Milano nei primi mesi del '45. A fine marzo il S.D.
    di Parma porta un grave colpo alla rete clandestina antifascista
    della città; in questo contesto viene a galla anche il doppio gioco
    del Nadotti, che viene pertanto reclamato dalla polizia tedesca. Per
    Nadotti la situazione sarebbe disperata se non accorresse in suo
    aiuto lo stesso Romualdi, che invece di consegnarlo ai tedeschi lo
    fa mettere sotto la tutela del Col. Volpi della GNR. Viene, è vero,
    denunciato al Tribunale di Guerra, ma solo per -riportiamo
    testualmente- aver «tentato ripetuti contatti con esponenti del
    predetto comitato sedicente di "liberazione" al soldo del nemico».
    (sic!) (4)

    A voler essere proprio cavillosi, a carico del Nadotti vi era ben
    altro, a cominciare dal suo incarico di uccidere alla prima
    occasione propizia lo stesso Romualdi. Anche se, come afferma nel
    suo memoriale Nino Scandaliato: «... con varie motivazioni il
    Nadotti riuscì sempre a convincere i suoi "amici" ad attendere
    momenti più propizi. Probabilmente, frequentandolo, Nadotti comprese
    ciò che Romualdi faceva o tentava di fare per la Patria e non si
    senti più l'animo di portare a termine la missione che gli era stata
    affidata». (5) Resta da sottolineare che in data 23 aprile '45 il
    Nadotti dichiara di essersi tranquillamente «allontanato» dalla
    caserma della GNR che lo aveva in custodia, anche a questo fatto non
    pare estraneo il passaggio a Parma, proprio in quei giorni del suo
    ex-comandante, Romualdi.

    Con tutto ciò siamo giunti alla drammatica fine della RSI, i cui
    termini non sono esenti dalle gravi responsabilità di Romualdi. Il
    25 aprile, Romualdi incontra Mussolini in Prefettura subito dopo
    l'incontro-scontro all'Arcivescovado e, come lui stesso ci racconta
    nelle memorie postume: «... io gridai per lui l'ultimo saluto: A
    noi! Mi guardò con un affettuoso sorriso: "Romualdi, a domattina a
    Como". Fu l'ultima volta che lo vidi». (6) L'appuntamento a Como non
    era certo fra le più probabili previsioni, in quanto questa tappa
    era piuttosto eccentrica rispetto all'unico progetto alternativo
    alla difesa ad oltranza di Milano, cioè il ridotto in Valtellina. A
    questo punto non si spiegherebbe, si fa per dire, il tempismo col
    quale furono allertati i vari servizi segreti nemici (OSS, SIM)
    dislocati in Svizzera, i quali già nella mattinata del 26 aprile
    avevano inviato a Como i loro agenti già muniti di regolari
    credenziali delle autorità alleate per trattare il passaggio dei
    poteri (resa) con i fascisti. (7)

    Proseguiamo per tappe cronologiche. Alle prime ore del mattino parte
    da Milano in direzione di Como, dove giungerà circa alle 8 del
    mattino, la colonna di Pavolini e Romualdi composta da 5.000 Camicie
    Nere trasportate da circa 200 camion, fornite di armamento leggero e
    pesante. Mussolini e il suo ristretto seguito erano giunti da Milano
    diverse ore prima; ma il Capo provincia di Como -che era già passato
    agli ordini del CLN- lo convinse a proseguire affermando che per la
    sua relativa scorta la città non era affatto sicura. Sicché, quando
    iniziò il concentramento su Como di Pavolini e delle altre colonne
    il movimento nel Nord, il Duce si trovava a poche decine di
    chilometri, nella zona di Menaggio. Saltato l'appuntamento, Pavolini
    s'affanna avanti e indietro sul lago di Como, prima per rintracciare
    la colonna Mussolini e poi per mettere in salvo in Svizzera la sua
    amante. Romualdi dal canto suo preferisce rimanere a Como; per
    organizzare, dice, le altre forze che stavano convergendo sulla
    città.

    Durante la giornata del 26, sia tramite il Prefetto che il vice-
    federale di Como, giungerebbero proposte di resa che, pare,
    sarebbero state riferite anche a Pavolini. Poi improvvisamente con
    la notte la situazione sembra divenuta incontrollabile. Erano le tre
    della notte del 27 aprile, quando Pavolini lasciava Como quasi solo
    per raggiungere Mussolini. Più o meno alla stessa ora, Romualdi
    incaricava il cappellano militare Don Russo e il federale di
    Mantova, Motta, di firmare un «accordo» con gli esponenti
    antifascisti a cui era stato perfino concesso di insediarsi nella
    Prefettura (di fatto già un passaggio d'autorità). Così mentre
    Mussolini attendeva con sempre meno speranze la colonna Pavolini, da
    parte sua Romualdi trattava la resa -perché di questo si trattava-
    delle forze fasciste, che dopo l'allontanamento di Pavolini
    dipendevano ormai solo da lui.

    Sarà Mino Caudana che negli anni '50 raccogliendo varie
    testimonianze sui fatti di Como, poi riportate nell'opera "Il figlio
    del fabbro" svelerà incidentalmente al pubblico tale coincidenza fra
    la partenza di Pavolini e la resa del suo vice. Romualdi, unico tra
    i sopravvissuti a rifiutare fino alla morte il suo contributo
    memorialistico, questa volta volle intervenire dalle pagine della
    sua rivista "l'Italiano" per rettificare quanto riportato da Caudana
    circa i fatti del 26-27 aprile. (8) Significativamente, nel caso in
    questione, fu la prima volta che Romualdi interloquiva
    sull'argomento, che notoriamente non era di suo gradimento. Difatti
    la tesi di Romualdi è che tutto quanto è successo fra Como e Dongo
    si deve unicamente al «mancato appuntamento» nella città di Como.
    Insomma la responsabilità ricadrebbe su Mussolini o meglio chi lo ha
    consigliato di spostarsi di qualche chilometro avanti sul lago.

    «Pavolini non promise nulla di quanto non fosse vero. Se il gruppo
    del governo non fosse stato male consigliato ad abbandonare Como nel
    corso della notte, contrariamente a quanto stabilito, alle otto del
    mattino del 26 a Como, Mussolini avrebbe avuto a disposizione più di
    tremila uomini». (9) A parte che gli uomini disponibili a Como
    secondo la totalità delle fonti, Romualdi escluso, erano più di
    cinquemila, senza contare le altre colonne che ivi stavano
    convergendo, riportiamo a mo' di risposta quanto scrisse in
    proposito lo Spampanato:

    «Ripeto che l'errore più grosso si commette a Como il 26 mattina.
    Una colonna di 5 mila nomini, ben armati, tutti autotrasportati, con
    numerosi pezzi, con abbondanza di armi leggere, ancora con il morale
    alto, e che potrebbero profittare della situazione generale quasi
    tranquilla si ferma alla prima tappa invece di accelerare verso la
    sua destinazione. Una fermata sarebbe plausibile se a Como si rosse
    ancora trattenuto Mussolini. Ma Mussolini ha proseguito nella
    nottata, ha lasciato detto per la colonna di raggiungerlo: e del
    resto Pavolini e gli altri comandanti sanno che il Duce non potrebbe
    fare a meno di loro, messosi in marcia a sua volta con poche armi e
    con una esigua scorta. Se le Brigate partigiane non sono ancora in
    scena lo saranno da un'ora all'altra, e in quel caso diventerà
    difficile spostarsi, e più difficile evitare che Mussolini resti
    sopraffatto coi suoi pochi uomini tagliati fuori da ogni rinforzo».
    E aggiunge: «Ma anche ammesso che il percorso possa essere
    contrastato, una forte colonna -come quella di Milano- con mezzi di
    artiglieria, ben comandata e soprattutto decisa ad arrivare, avrebbe
    avuto perdite, ma si sarebbe spianata da sé la strada fino a
    destinazione. (...) L'alt a Como è assurdo, ma più assurdo che si
    prolunghi tutta la giornata del 26 e ancora oltre». (10)

    Per quanto riguarda la resa, Romualdi così si giustificava: «... fu
    solo verso le 11 (le 23 del 26 aprile - N.d.R.) che privi di notizie
    e non vedendo ancor giungere nessuno (riferimento a Mussolini -
    N.d.R.) fui pregato dai miei collaboratori (?!) di prendere
    direttamente l'iniziativa per concordare una tregua, un patto, un
    accordo, qualcosa che riguardasse l'ordine in tutta la zona». (11)
    Non risulta, fra l'altro, che almeno a Como per tutta la giornata
    del 26 si fossero avuti problemi di ordine pubblico da parte
    antifascista, mentre i fascisti peccavano semmai nel senso inverso
    di una ingiustificabile catalessi, sia pure indotta ad arte da certi
    loro comandanti.

    Prosegue comunque Romualdi: «Così nacque, dopo laboriose trattative
    svoltesi in prefettura, la famosa tregua d'armi il cui testo è
    pressappoco quello pubblicato da Caudana ecc ...». (12) Resta magari
    d'aggiungere che nel testo pubblicato da Caudana come in quello
    dello Spampanato ed altri ancora, il termine «tregua d'armi» -posto
    che si fosse mai combattuto- non figurava assolutamente, essendo
    scritto invece a chiare lettere che si trattava di «resa a carattere
    militare» in mano alleata. Perciò la tregua, che in realtà impegnava
    solo le forze fasciste, si riferiva al periodo d'attesa -stimato in
    non più di quattro giorni- per darsi agli americani. Proprio in
    attesa di ciò i fascisti, secondo l'accordo, dovevano raggiungere la
    vicina Valle d'Intelvi nei pressi del confine italo-svizzero.

    Un quinto ed ultimo punto di quel «qualcosa che riguardasse l'ordine
    pubblico», per dirla con Romualdi, riguardava direttamente il Capo
    del Governo della RSI, per cui secondo tale accordo: «Alcune
    macchine avrebbero rilevato (sic!) Mussolini portando anche lui
    nella zona neutra di Intelvi». (13)

    Ricapitoliamo gli avvenimenti essenziali:

    - alle ore 23 del 26 aprile, Romualdi si accorda in Prefettura per
    la resa;

    - alle ore 03 del 27 aprile, Pavolini parte per raggiungere
    Mussolini;

    - alle ore 03 del 27 aprile, Romualdi incarica i suoi delegati di
    firmare la resa peraltro già concordata.

    Si dovrebbe dunque ritenere che anche Pavolini fosse più o meno
    invischiato nella faccenda, ma il suo successivo comportamento
    smentirebbe tale ipotesi. Anzi, dalla dinamica degli avvenimenti, si
    direbbe proprio che la partenza di Pavolini sia valsa solo a
    sbloccare qualsiasi ritegno nel passare subito alla resa.
    Probabilmente il segretario del PFR o era stato ingannato ovvero
    nulla sapeva dei reali maneggi in corso a Como. Con tre autoblindo
    in circa un'ora raggiunse Mussolini a Menaggio, per condividerne la
    sorte fino in fondo. Considerato altresì il breve tempo in cui
    Pavolini riuscì a raggiungere Mussolini ci si chiede -in modo
    seppure accademico- quale problema avrebbe avuto l'intera colonna a
    coprire lo stesso percorso? C'è poi da dire che Mussolini, dopo aver
    ricevuto Pavolini, incaricò Vezzalini di tornare subito a Como con
    due delle autoblindo di scorta a Pavolini, per organizzare
    urgentemente una colonna di fascisti che avrebbe dovuto poi
    raggiungerlo. È lecito pertanto affermare che gli «accordi»
    intercorsi a Como non riguardavano Pavolini e contrastavano
    apertamente con tutte le direttive del Duce.

    Ma il particolare più interessante di tutto l'intrigo riguarda
    l'identità -sorpresa finale!- delle persone con cui Romualdi
    intavolò le trattative di resa. Guarda caso, i suoi referenti alla
    Prefettura di Como erano rispettivamente il comandante di fregata
    della Regia Marina, Giovanni Dessì, incaricato per l'Alta Italia del
    SIM e il dottor Salvatore Guastoni del Servizio informazioni della
    Marina Italiana ma dipendente diretto dell'OSS americano; ai due
    emissari si era aggiunto il barone Sardagna, accreditato come
    rappresentante ufficiale del gen. Cadorna. I primi due personaggi,
    come già accennato, erano calati su Como dalla Svizzera già nella
    mattinata del 26 ed erano evidentemente stati preavvertiti che
    Mussolini aveva scelto quella città come base del ritiro in
    Valtellina del Governo della RSI. Come non sospettare che tutto
    fosse preordinato per l'eventuale resa, anche al fine di evitare più
    inquietanti incognite?

    Del resto solo così si può spiegare l'assurdo incagliarsi in quel di
    Como, visto ormai come centro eletto di questa trama. Sarà una
    coincidenza, ma, per quanto riguarda l'Italia, si scopre che le
    forza più ideologizzate, quelle che più dovevano resistere fino
    all'ultimo respiro, cioè le SS tedesche da una parte e le Brigate
    Nere dall'altra, si arresero entrambe previo contatto e accordo con
    i servizi segreti nemici. Insomma Romualdi come il gen. Wolff. E
    bene gliene colse, dal momento che sia Wolff che Romualdi furono poi
    trattati con particolare riguardo, avendo essi salva non solo la
    vita, ma scontando solo simbolicamente una lieve pena, un
    trattamento di tutto riguardo rispetto ai loro più sfortunati
    subordinati.

    In breve: dopo varie peripezie che impedirono perfino il previsto
    concentramento in Val d'Intelvi e portarono alla prevedibile resa
    senza condizioni dei fascisti concentrati a Como a partire dalla
    stessa mattinata del 27 aprile, vi è solo da aggiungere che, mentre
    i militi venivano uccisi o stipati nelle varie carceri, Romualdi
    riusciva ad allontanarsi in borghese dalla Prefettura di Como
    andandosene tranquillamente come se nulla fosse. Più tardi verrà
    accusato dai camerati di essersi «involato da Como con la cassa del
    PFR». (14) E d'altronde da qualche parte questa cassa del partito
    deve essere pur finita, anche se l'argomento non è mai stato troppo
    in auge come quello della consorella cassa del governo, finita nei
    meandri di Dongo.

    Gli è che, a differenza di Almirante che per sopravvivere in
    clandestinità doveva piazzare saponette, Romualdi non sembra affatto
    toccato da qualsivoglia problema economico. A Roma, dove si è presto
    trasferito da Como, viene conosciuto nell'ambiente dei nostalgici
    come Giuseppe Versari o più comunemente come il «dottore» e, per
    prima cosa si fornisce di un suo organo di stampa. Nome del foglio
    clandestino: "Credere", non a caso: una volta escluso dal trinomio
    mussoliniano «obbedire» e rinunciato ovviamente a «combattere», non
    restava che «credere» direttamente al «dottor Versari».

    Per emergere nel magma neofascista di Roma, il «dottore», che farà
    dell'ANTI-nostalgismo la sua nuova bandiera, per il momento la
    bandiera -o più precisamente un lenzuolo tinto di nero- la farà
    issare sulla Torre delle Milizie a Roma, nella ricorrenza del 28
    ottobre '45. Altro colpaccio goliardico attribuito
    all'organizzazione romualdiana è l'assalto alla stazione radio di
    Roma IIIª a Monte Mario, con la messa in onda del disco
    di "Giovinezza", seguito da un proclama.

    Questa incursione era stata programmata per la notte tra il 28 e il
    29 aprile, nel primo anniversario della morte di Mussolini, ma poi
    si dovette rimandare di 24 ore. Infatti il turno successivo di
    polizia si rivelò più propizio alle sorti dell'impresa, dal momento
    che la "Celere", chiamata subito dopo l'irruzione neofascista,
    sbagliò opportunamente strada arrivando sul luogo con circa un'ora
    di ritardo. Se quasi nessuno fra la popolazione romana si accorse,
    almeno di persona, dei fatti narrati, all'interno del mondo
    neofascista le gesta ebbero notevole risonanza e ciò servì
    egregiamente a Romualdi per farsi conoscere ed apprezzare. Solo più
    tardi, quasi per chiedere venia di questi atti nostalgici, Romualdi
    scriverà che tali azioni dimostrative -giacché quelle più serie
    furono escluse o sabotate in partenza- erano finalizzate più che
    altro ad aumentare la forza contrattuale dei neo-fascisti in merito
    al problema dell'amnistia. (15) Come dire insomma l'omeopatia
    applicata alla politica dove, con piccole dosi di tossine
    nostalgiche, si mirava a debellare l'intossicazione antifascista. In
    realtà Romualdi sfondava una porta aperta, quando si pensi che lo
    stesso Parri, già nel '44, si poneva in prospettiva il problema
    della «necessità di estirpazione non fittizia e non repressiva del
    fascismo». (16)

    I gruppi più o meno organizzati in clandestinità erano a Roma una
    mezza dozzina mentre a Milano operava principalmente Leccisi con un
    suo PDF (Partito Democratico Fascista). Non trovando una precisa
    intesa fra loro, questi gruppi costituiranno un sedicente «Senato»
    in cui confluiranno i vertici delle varie organizzazioni. Fra questi
    non poteva mancare Romualdi, ma vi troviamo anche Pini, Pettinato,
    Massi e in particolare il vecchio segretario del PNF caduto poi in
    disgrazia e confinato, Augusto Turati.

    Specialmente il Turati, contendeva a Romualdi la leadership del
    neofascismo romano. Compito principale del «Senato» fu di prendere
    accordi con tutti i partiti del CLN e con la Monarchia per trattare
    una eventuale amnistia. Si è spesso sostenuto che fu Romualdi a
    trattare direttamente con i rappresentanti politici dei vari
    schieramenti interessati all'esito del referendum istituzionale, ma
    ciò non è esatto. Anche Giuliana De' Medici nel suo libro "Le
    origini del MSI" (17) scrive a pag. 35 che «fu appunto il "dottore"
    a condurre le trattative con tutti i partiti del CLN», smentendosi
    poi alla successiva pag. 97 quando riferisce che con i comunisti
    trattarono invece Pini e Pettinato. In effetti il «dottore» contattò
    lo schieramento di centrodestra e anche i socialisti, ma solo quelli
    della fazione legata all'OSS (poi CIA), gli stessi cioè che poi, con
    i fondi americani, organizzarono la scissione di Palazzo Barberini e
    il nuovo partito socialdemocratico.

    L'influenza soverchiante di Romualdi si svilupperà particolarmente
    all'interno dei FAR (Fasci di Azione Rivoluzionaria), il nuovo
    organismo sorto dopo il referendum istituzionale dall'unione dei
    vari gruppi clandestini. Particolarmente illuminante ci appare il
    programma stilato dai FAR. A parte un preambolo di princìpi pseudo-
    rivoluzionari dove si afferma che: «Il Fascismo è solo contro il
    mondo borghese, sia di destra che di sinistra, esso non può avere
    alleati spirituali perché tutto ciò che non è prettamente ed
    esclusivamente fascista è, in maniera automatica, antifascista», la
    strategia dei FAR ci appare veramente antesignana di quello che sarà
    in seguito l'essenza del MSI. Ecco alcune perle: «Nel secondo
    periodo che va dal 25 aprile '45 al 2 giugno '46, e che è dominato
    dal problema istituzionale, il Fascismo ha assunto per motivi
    puramente tattici, un indirizzo prevalentemente monarchico». E poi
    conclude con questa lungimirante iniziativa da «grande destra»: «...
    abbiamo ridotto di metà i nostri nemici, non solo, ma contro l'altra
    metà non siamo solo noi a combattere, perché ci possiamo valere di
    quel 46 per cento che è rimasto deluso dal referendum».

    Magari si potrebbe obiettare che se, puta caso, invece della
    monarchia avessero puntato sulla svolta repubblicana, certamente più
    congeniale ai reduci della RSI, si sarebbe potuto contare
    addirittura sulla maggioranza del 54 per cento: un'area, questa, non
    del tutto insensibile ai princìpi sociali fatti propri dall'ultimo
    fascismo repubblicano. I FAR invece, quelli nati «contro il mondo
    borghese sia di destra che di sinistra» programmavano la loro futura
    azione rivoluzionaria con analisi di questo genere: «La lotta
    politica non si potrà più mantenere sul piano parlamentare, ma
    trascenderà in disordini di piazza, in violenze e in una tensione
    generale. Le forze di destra, che hanno per caratteristica
    distintiva una vigliaccheria congenita unita ad una sacrosanta paura
    di perdere i loro privilegi, saranno alla ricerca disperata di una
    forza qualunque capace di fronteggiare validamente l'estrema
    sinistra. Quello sarà il nostro momento. Si tratta insomma di creare
    nel paese una psicosi anticomunista tale da costringere tutti i
    partiti ad appoggiare il Fascismo come il più dinamico dei movimenti
    anticomunisti, così come già fecero i comunisti creando una psicosi
    antifascista tale da costringere tutti gli ANTI-fascisti, anche di
    destra, ad appoggiare il comunismo. (...) il Fascismo dovrà fungere
    da massa d'urto dell'anticomunismo e la maggioranza degli italiani -
    anche se non fascista- ci appoggerà, per odio al comunismo. Allora
    si chiuderà il terzo periodo ed entreremo nella quarta fase,
    caratterizzata dalla lotta contro la destra. In questa quarta fase
    al Fascismo si proporrà la conquista integrale dello Stato». Il
    programma dei FAR chiude il Manifesto programmatico con un finale
    coerente con i suoi assurdi postulati: «La sorte del Fascismo, che
    si era andata facendo sempre più precaria dai primi rovesci d'Africa
    e d'Albania, fino a precipitare nelle giornate di fine aprile
    del '45, ha cominciato a capovolgersi proprio da questa data». (18)

    Le elezioni del '48 dimostreranno ampiamente che l'anticomunismo
    fine a se stesso teorizzato dai FAR recherà vantaggi unicamente
    alla «diga» democristiana, che infatti assorbirà, e in parte
    definitivamente, i voti di milioni di ex-fascisti. Nonostante la
    scelta del cavallo perdente, l'amnistia venne comunque subito dopo
    il referendum per iniziativa del segretario del PCI e Ministro della
    Giustizia, Togliatti, per cui circa trentamila fascisti uscirono
    dalle carceri. L'aver quindi puntato sulla monarchia al fine di
    ottenere l'amnistia o altro, si dimostrò in breve una doppia
    sconfitta, politica e morale. Politica perché, escludendo eventuali
    frodi elettorali, la scelta monarchica era in contrasto con la
    tendenza popolare ma, soprattutto, con i presupposti fondamentali
    della RSI. Morale, dal momento che l'amnistia venne quasi elargita
    da una posizione di forza da parte di nemici in guerra e accesi
    avversari in politica.

    Se molti fascisti potevano uscire dalle carceri come dalla
    clandestinità, su Romualdi permaneva la solita condanna a morte
    pronunciata dalla C.A.S. di Parma che non era amnistiabile. Fra
    l'altro la questione della condanna a morte che pendeva sulla testa
    del «dottore» fa intendere con quale spirito poteva condurre le
    trattative una persona che i suoi interlocutori potevano consegnare
    in qualsiasi momento al boia per essere giustiziato. Una tal
    controparte era evidentemente esposta a qualsiasi ricatto o
    imposizione. Pertanto il fatto che Romualdi sia stato lasciato
    libero di agire addirittura protetto, se non foraggiato, dimostra
    che il personaggio in questione era particolarmente funzionale ai
    disegni politici dei suoi interlocutori, i quali, in caso contrario,
    non gli avrebbero permesso di capeggiare una formazione clandestina
    e sedicente rivoluzionaria. Vedremo infatti che i «rivoluzionari»
    dei FAR più che minare il sistema ciellenista, erano orientati a
    sovvertire le idee del fascismo. All'interno dei FAR, tuttavia, si
    erano delineate tre tendenze:

    - rimanere in clandestinità;

    - infiltrarsi in altri partiti per condizionarli dall'interno;

    - formare un movimento politico legale.

    Se queste erano le possibili strategie, sul piano teorico i FAR
    erano divisi in due fazioni sul tipo delle odierne correnti. Da una
    parte gli integralisti fedeli agli ideali del fascismo e della RSI
    in particolare; dall'altra i pragmatici, i quali, preso atto del
    nuovo quadro politico, cercavano una strategia per inserirvisi. I
    più integralisti erano tendenzialmente per la lotta clandestina,
    mentre i pragmatici volevano uscire al più presto alla luce del sole
    con un loro movimento politico.

    Fra queste due ali, la posizione intermedia era occupata dai meno
    schierati, più favorevoli alla tecnica infiltrativa per condizionare
    le altre forze politiche, mantenendo però inalterati i vecchi
    ideali. Gli ortodossi si riconoscevano nell'ex-federale della RSI a
    Roma, Pizzirini, i pragmatici facevano capo a Romualdi, mentre
    Turati saltellava qua e là al solo scopo di consolidare la sua
    posizione personale. Curiosamente, Mario Tedeschi, affiliato ai FAR
    e seguace del «dott. Giuseppe», nel suo libro di memorie "Fascisti
    dopo Mussolini" divide le due citate linee politiche fra «utopisti»
    e «rivoluzionari», dove naturalmente i «rivoluzionari» sono i
    seguaci di Romualdi mentre gli «utopisti» sono «quelli legati a
    dogmi o folli speranze». E scendendo ai particolari,
    aggiungeva: «Gli utopisti sembravano credere che le idee e le
    impostazioni in materia di politica estera e sociale intorno alle
    quali l'attenzione italiana si era polarizzata per vent'anni,
    sarebbero tornate d'attualità sol nel momento in cui fosse stato
    raggiunto il primato delle fazioni cui esse erano legate. I loro
    oppositori, i rivoluzionari, fautori d'un intervento immediato erano
    invece convinti della assoluta validità delle loro idee anche in
    quel mondo che era nato dalla sconfitta».

    La classificazione di Tedeschi non induca a pensare che l'opera dei
    cosiddetti «rivoluzionari» tendesse in qualche modo a sovvertire,
    magari con la forza, quel mondo che era nato dalla sconfitta». Egli
    infatti poco oltre puntualizzava che «l'organizzazione (dei FAR)
    disponeva di clandestini che non avevano il coraggio di riconoscersi
    sovversivi». (19) Infatti, mentre la «volante rossa», dopo aver
    identificato il responsabile dei FAR per la Lombardia nell'ex-
    generale della Milizia Ferruccio Gatti, provvedeva alla sua
    soppressione, i FAR si scatenavano facendo esplodere bombe carta
    tipo castagnole e tric e trac. Eppure le intenzioni rasentavano
    quasi la megalomania, quando si pensi che la organizzazione
    paramilitare dei FAR si era denominata Esercito Clandestino
    Anticomunista. In realtà si dimostrò l'esercito più pacifico del
    mondo, se è vero, come è vero, che non fece una sola vittima,
    neppure per errore,

    È un fatto che dopo essere stati massacrati in guerra, ma
    soprattutto dopo, nei modi più barbari e inumani a decine se non a
    centinaia di migliaia, in tutto il dopoguerra non si conta fra gli
    uomini fascisti un solo gesto clamoroso di replica. Abbiano
    specificato «uomini fascisti», perché da parte femminile vi furono
    in effetti alcuni sporadici casi di decisa reattività, come nel caso
    di Maria Pasquinelli, che uccise a Trieste il rappresentante inglese
    d'occupazione, o di un'altra donna di cui ci sfugge il nome, che
    vendicò la madre uccisa davanti ai suoi occhi, sparando al colpevole
    diventato frattanto sindaco del suo paese.

    Si è spesso affabulato di «stragismo nero», quando Walter Audisio -
    fosse o meno il vero responsabile della morte di Mussolini- visse
    fino all'ultimo tranquillamente senza scorta, inserito perfino
    sull'elenco del telefono e quindi chiunque avrebbe potuto
    raggiungerlo. Parlare di «rivoluzionari» appare decisamente
    eccessivo. L'intenzione magari c'era, ma tra il dire e il fare ...
    Un giorno i FAR decidono di far saltare il palazzo sede del PCI in
    Via delle Botteghe Oscure. Si procurano perfino 30 chili di tritolo,
    ma poi l'impresa sfuma perché non si trova il modo di trasportare
    l'esplosivo e d'altra parte rubare un'auto esulava dai loro sani
    princìpi. Del resto quando non interveniva l'etica, suppliva la
    delazione. Capita infatti che, a seguito della condanna a morte
    pronunciata in Tribunale contro l'ex-federale di Alessandria, i FAR
    decidano il rapimento del ministro di Grazia e Giustizia, il
    liberale Giuseppe Grassi, per chiedere poi, se non lo scambio,
    almeno l'annullamento o la sospensione della pena capitale.
    Sennonché, pochi giorni prima dell'azione, la polizia debitamente
    preavvisata operava una serie di arresti all'interno dei FAR. Si è
    sempre sospettato che la delazione provenisse da Tedeschi (20), ma
    il segretario di Romualdi al tempo della clandestinità, Luigi
    Battioni, si è dichiarato convinto che la «soffiata» fu opera di
    Romualdi stesso che così, a dire del Battioni, intendeva forzare gli
    integralisti ad uscire dalla clandestinità. (21)

    Ma nemmeno questa manovra -se tale era l'intenzione-si dimostrò
    sufficiente a smuovere gli integralisti e per questo motivo si
    arrivò alla scissione. La notte del 25 luglio '47 (potenza delle
    date), il gruppo «rivoluzionario» già messo in minoranza all'interno
    del Direttorio Centrale, abbandonava l'organizzazione. I rimanenti,
    seppure scombussolati dalla scissione e dalla repressione
    poliziesca, reagivano con la dichiarazione del 4 agosto '47, in cui
    fra l'altro si inneggiava alla futura seconda Repubblica Sociale.
    Contemporaneamente alla permanenza nei FAR, Romualdi e altri come
    Turati lavoravano già da tempo al progetto del partito politico. Ciò
    faceva parte delle varie e possibili opzioni, che spaziavano dalla
    legalità fino all'esercito clandestino, solo che il Re ne avesse
    cercato l'aiuto. L'ipotesi del partito inserito nel nuovo sistema
    era del resto assai cresciuta specie dopo i vari contatti
    referendari con gli esponenti ufficiali del centrodestra.

    Prima ancora dell'esito del referendum istituzionale, Turati e
    Romualdi avevano incontrato a Roma il maggior esponente del
    neofascismo clandestino milanese, Domenico Leccisi, con cui
    intavolarono fin da allora un inquietante discorso. Questo incontro-
    scontro è così riportato nelle memorie di Leccisi: «A Roma si
    facevano molte chiacchiere da parte di Romualdi e dei suoi amici.
    Per la vicinanza con i centri di potere e la fitta rete di contatti
    stabilita con molti ex-fascisti -che avevano tempestivamente
    cambiato casacca e continuavano ad operare all'interno dei partiti-
    il gruppo degli ex-gerarchi che facevano capo ad Arturo Michelini,
    nello studio del quale in Viale Regina Elena s'incontravano, aveva
    potuto intavolare trattative sia con esponenti repubblicani, sia con
    ambienti monarchici. Per questo avevo deciso di raggiungere la
    capitale e rendermi conto di persona della situazione. (...) La
    situazione mi si rivelò in tutti i suoi aspetti soltanto quando
    condotto da Michelini e Romualdi, mi trovai faccia a faccia con il
    redivivo ex-segretario del PNF, Augusto Turati».

    Secondo l'impressione ricevuta da Leccisi, in quel periodo era
    proprio Turati che «... menava la danza e che sia Michelini che
    Romualdi pendevano dalle sue labbra». Ciò dovette apparirgli
    piuttosto strano, dal momento che Turati, a parte i precedenti, si
    era perfino rifiutato di aderire alla RSI. Inoltre Leccisi fa
    presente che proprio Turati in precedenza «... si guadagnò la fama
    di "normalizzatore" e di grande epuratore dei ranghi dello
    squadrismo. Si disse che centomila fra squadristi e ribelli al nuovo
    corso (seguito alla fine della segreteria di Farinacci - N.d.R.) -
    che esigeva il rientro nella disciplina all'interno del partito e
    nella vita civile- e fascisti, non prontamente allineatisi alla
    direttiva del momento, furono allontanati o espulsi, per volontà di
    Turati, il quale aveva pure imposto la subordinazione dei segretari
    federali ai prefetti». Caduto poi in disgrazia durante il regime e
    confinato in Egeo, Turati era rimasto pieno di risentimento, specie
    contro Mussolini, da lui definito «... un cinico ... un prodigioso
    istintivo senza la preparazione necessaria per essere il capo di una
    Nazione».

    Avendo dunque presenti questi precedenti dell'ex-segretario del PNF,
    Leccisi si dispose ad ascoltarlo con le riserve del caso ed infatti
    i suoi argomenti si dimostrarono subito sospetti. Quale preambolo
    Turati pose il problema politico dell'inserimento nella legalità,
    per consentire «... la nostra partecipazione, di pieno diritto, alla
    vita democratica del Paese ... e, a quel punto la rinuncia
    dell'aggettivo "fascista" sarebbe stata una scelta obbligata e
    conseguenziale». Turati, continuando nella sua esposizione precisò
    che l'orientamento a consentire la costituzione di un movimento
    politico che raccogliesse gli ex-fascisti e coloro che ne avevano
    accettato il programma, beninteso restando nell'alveo democratico,
    si stava facendo luce presso alcuni uomini politici come De Gasperi
    e i notabili democristiani, con l'appoggio dei liberali,
    qualunquisti e monarchici. Anzi con questi ultimi il dialogo era in
    fase avanzata essendo disposto il Re a offrire determinate garanzie
    non solo riguardanti il provvedimento di amnistia, in cambio di un
    appoggio, se del caso anche armato, dei gruppi fascisti alle forze
    monarchiche impegnate in uno scontro durissimo contro le sinistre».
    Turati poi concluse che «... per rendere fattibile il compromesso
    con il governo (e si trattava del governo del CLN ! - N.d.R.) e
    facilitare l'intesa con il Re era necessario smobilitare i gruppi
    clandestini armati, apprestandoci a far affluire gli ex-fascisti in
    un movimento politico in grado di svolgere la propria attività alla
    luce del sole nella legalità democratica».

    Nutrendo qualche perplessità in merito, Leccisi provò a ribattere
    che prima di smobilitare dalla clandestinità pretendeva garanzie che
    non si trattasse dell'ennesima fregatura. «L'imprevidenza -disse a
    gran voce all'ex-segretario del PNF- c'era costata sangue e
    sofferenze inenarrabili. Ricadere nell'ingenuità di credere nella
    buonafede degli avversari potrebbe avere conseguenze ancora una
    volta gravissime per il movimento e per quanti ci seguono». Turati
    reagì vivacemente a queste obiezioni e con tono autoritario gli
    notificò che da quel momento egli rispondeva direttamente a lui e a
    un non ben precisato gruppo dirigente istallatosi a Roma, delle sue
    azioni. Leccisi prese cappello e se ne andò insalutato ospite. (23)

    A nostro parere quanto esposto da Leccisi fotografa un istante
    particolare di tutte le varie acrobazie politiche effettuate da
    Turati nel dopoguerra; che si possono così riassumere:

    Inizia cercando di avvicinarsi, inutilmente, al partiti del CLN.
    Dopo di che prende posizioni di sinistra all'interno dei FAR e,
    contemporaneamente, si collega al Movimento Tricolore per spingere i
    suoi aderenti a mettersi al servizio dei circoli dinastici e dei
    generali badogliani. Dopo l'uscita di Romualdi dai FAR, non avendo
    ottenuto un posto adeguato nel MSI, Turati si pone alla testa del
    gruppo dissidente dei FAR. (24) Concluderà la sua carriera negli
    anni '50 al servizio di Gedda e dei suoi Comitati Civici. (25)

    Dunque, parallelamente ai FAR, si andava coltivando l'opzione
    legalitaria del Movimento politico. Nel novembre '46 si erano
    incontrati a Roma vari esponenti fascisti per vedere di concordare
    una linea comune; l'iniziativa fallì più per i persistenti
    personalismi che per contrasti di natura politica. Il 3 dicembre
    successivo s'incontrarono l'ex-deputato Biagio Pace, il direttore
    del periodico "Rivolta Ideale" Giovanni Tonelli, Romualdi e
    Michelini. Sono costoro che riescono a concordare il documento
    comune in cui si auspica la nascita di un «organismo politico
    nazionale» con la denominazione di Movimento Sociale Italiano
    (MO.S.IT).

    La sigla MO.S.IT. oggettivamente richiamava più alla memoria una
    S.r.l. che non un partito politico ed evidenziava anche una certa
    preoccupazione nell'esporsi con sigle evocanti il passato: il più
    diretto e decifrabile MSI parve infatti un po' troppo assonante sia
    con Mussolini che con
    la RSI.

    Bisogna tener conto che all'epoca vigeva il decreto luogotenenziale
    16 aprile '45, a ricordo della monarchia, che comminava gravi
    sanzioni penali -fino a 20 anni- per qualsiasi tentativo di
    ricostituzione del PNF. (25) Ciò comportava che l'attività
    neofascista dovesse necessariamente attuarsi in clandestinità o per
    mezzo di gruppi politici che venissero quanto meno tollerati.

    Il documento stilato il 3 dicembre contava dieci punti programmatici
    molto generici, salvo un esplicito richiamo (punto 8) ai princìpi
    della socializzazione (compartecipazione dei lavoratori alla
    gestione delle aziende e alla ripartizione degli utili), mancando
    necessariamente qualsiasi accenno al fascismo. (26) Tra il 3
    dicembre e il 26 dello stesso mese, data ufficiale di nascita del
    MSI, altre firme si aggiunsero al documento, mentre alcune vennero
    ritirate. Vi è comunque da dire che per diversi mesi, almeno per
    tutta la prima metà del '47, il MSI restò del tutto inoperante, un
    recipiente vuoto, una opzione potenziale e alternativa ad altre
    ipotesi come l'intervento armato a fianco di circoli militari
    reazionari.

    In questo intermezzo il MSI non ebbe neppure un segretario
    nazionale, ma solamente il responsabile di una non ben identificata
    Giunta esecutiva nazionale, nella persona di tale Giacinto
    Trevisonno. (27) Almirante fu infatti designato segretario del MSI
    solo «... nel maggio-giugno 1947». (sic!) (28)

    La pausa si rendeva necessaria per indurre i recalcitranti FAR ad
    optare per la legalità, ma anche per superare i contrasti sulla
    designazione del vertice. È chiaro infatti che il potere politico
    avrebbe tollerato o agevolato l'iniziativa solo nel caso in cui i
    responsabili del nuovo movimento fossero stati in grado di
    assicurare una linea di destra, espressione di un anticomunismo di
    servizio. Ma nell'immediato Romualdi e Turati, che pure si erano
    perfettamente subordinati a questo aut-aut, non potevano essere
    utilizzati, dal momento che uno era condannato a morte e l'altro
    penalizzato per aver ricoperto la carica di segretario nazionale del
    PNF. C'era inoltre la lotta interna fra i due per la supremazia e i
    loro veti incrociati si elidevano a vicenda.

    In questa situazione riuscì ad affermarsi Giorgio Almirante, allora
    tanto sconosciuto e insignificante da non essere neppure ricercato
    come ex-funzionario della RSI. In tutti i casi Almirante si era dato
    ad una volontaria latitanza, rimanendo in apnea a Milano fino al
    varo dell'amnistia. Al Nord era stato ospitato da un certo Levi, che
    durante la RSI Almirante aveva a sua volta nascosto «... sotto falso
    nome, mentendo persino al Ministro (Mezzasoma - N.d.R.) nella
    foresteria del Ministero». (29) Reso più audace dall'amnistia di
    Togliatti, Almirante con Baghino e pochi altri elementi, andò a
    formare il Movimento Italiano di Unità Sociale (M.I.U.S.), che al
    momento buono gli servì da trampolino per approdare alla segreteria
    del neonato MSI. Il suo compito era in realtà quello di tenere in
    caldo la poltrona per le altre «personalità» che nel frattempo
    stavano sbrigando altri problemi.

    Nell'autunno di quello stesso anno a Roma si dovevano tenere le
    elezioni amministrative e nell'occasione il MSI decise di
    parteciparvi con una propria lista. Giovandosi, seppure in misura
    limitata, della crisi che aveva investito il movimento qualunquista,
    il MSI con circa il 4% dei voti riuscì a conquistare 3 seggi al
    Comune di Roma. L'apporto di questi seggi fu determinante per la
    creazione di una giunta di centrodestra (41 seggi contro 39) che
    sarà guidata dal democristiano Rebecchini.

    All'interno del MSI, discretamente corroborato dall'affermazione
    elettorale, si coagularono ben presto due tendenze:
    la «socializzatrice», che faceva riferimento alle esperienze
    rivoluzionarie di sinistra della RSI e la «corporativa», che
    prediligendo invece la collaborazione sociale tra le classi si
    poneva in una posizione più duttile e assai meno radicale. Almirante
    si presentava (in privato) come l'alfiere dell'integralismo sociale;
    per questo motivo venne attaccato da Romualdi, che lo accusava
    inoltre di gestire il partito allo scopo di «... farne un feudo per
    le sue ambizioni». (30)

    Dopo lo scontro con Almirante, il 17 marzo '48, Romualdi venne
    arrestato, sembra su delazione, nei pressi del giornale
    fiancheggiatore del MSI "Ordine Sociale". A questo proposito il
    Murgia scrive: «Subito, negli ambienti del rinascente partito, si
    sparge la voce che a fare la spiata alla polizia sia stato lo stesso
    Almirante, e la voce non si spegne tanto facilmente. Ad alimentarla
    ancor più vengono le indiscrezioni sussurrate a mezza voce
    dall'Ufficio politico della Questura: il Romualdi, malvisto dagli
    stessi fascisti, è cascato nella rete dietro una denuncia degli
    stessi suoi camerati». (31) Ciò era plausibile poiché la polizia ben
    poco si era attivata autonomamente alla ricerca di Romualdi.

    Sono peraltro noti i rapporti diretti fra il Viminale e gli
    organizzatori del MSI tramite il generale dei carabinieri Giuseppe
    Pièche, ex-capo della 3ª sezione del SIM e, nel dopoguerra,
    incaricato da Scelba di riorganizzare i servizi segreti italiani.
    Per copertura, il generale Pièche era stato messo a capo della
    Protezione civile e dei servizi antincendio del ministero
    dell'Interno. Occorre tener presente che la protezione civile era
    stata progettata inizialmente come un corpo civile speciale da
    utilizzare in caso di guerra o calamità naturale, con l'intento
    abbastanza scoperto di usare questa struttura anche contro la
    sovversione comunista tramite una progettata rete di super-prefetti
    i quali, a tempo debito, avrebbero accentrato ogni potere nella zona
    di competenza. Tutti i membri della Protezione civile avrebbero
    costituito all'occorrenza una forza organizzata, da utilizzare in
    caso di pericolosi tumulti di piazza o spinte rivoluzionarie. Tale
    iniziativa, bocciata dal Parlamento, venne sostituita
    dall'organizzazione segreta "Gladio" nei primi anni '50. (32)
    Paradossalmente, ma non troppo, si potrebbe perfino dire che la
    fiamma del MSI venne appiccata dal servizio antincendio del
    ministero dell'Interno.

    Ora, indipendentemente dal fatto che Romualdi abbia avuto più o meno
    rapporti diretti con il Viminale che di fatto lo proteggeva, c'era
    sempre la possibilità -siamo nella Roma degli anni '40- d'inciampare
    accidentalmente in una delle tante retate organizzate contro la
    malavita e i mercati della borsa nera. In questo caso Romualdi
    veniva preavvisato delle incombenti incursioni poliziesche tramite
    una signora parmigiana, Mina Magni Fanti, residente a Roma in Via
    dei Riari, la quale a sua volta riceveva apposita segnalazione
    direttamente dal deputato di Parma alla Costituente e successivo
    Ministro della Marina, il democristiano e vetero antifascista
    Giuseppe Micheli. (33)

    In tutti i casi l'arresto di Romualdi avviene solo quando il compito
    di costituire un partito legale di neo-fascisti era cosa ormai fatta
    e quindi al «dottore» spettava comunque il giusto compenso. Per
    cominciare il processo a carico di Romualdi fu affidato in sede
    giudicante al padre del noto dirigente del MSI, Mario Cassiano.
    Accade anche che l'imbarazzante teste a carico, il capitano della
    B.N. di Parma Egisto Maestri, una volta trasferito da Porto Azzurro
    a Roma in vista del processo, muoia in cella in seguito a collasso
    cardiaco. A rompere le scatole ci si mise però il patrono di parte
    civile, Avv.. Sotgiu, il quale tanto fece che riuscì a far
    trasferire il processo ad altra sede, avendo evidenziato la sintonia
    politica che univa il Presidente del Tribunale all'imputato. Dopo
    una fase interlocutoria al foro di Milano, il 23 maggio '51 il
    Tribunale di Macerata assolveva con formula piena da ogni accusa
    Pino Romualdi. (34)

    Fondamentali ai fini dell'assoluzione si dimostrarono le
    testimonianze a suo favore di Gianni Nadotti, agente del SIM
    badogliano, nonché del cappellano partigiano Don Guido Anelli. Tanto
    per rimanere in tema, Don Anelli si presentò alla Corte di Macerata
    come persona informata dei fatti nella sua qualità di agente
    dell'OSS operante a Parma. Circa la rappresaglia del 1 settembre in
    Piazza Garibaldi a Parma, Don Guido Anelli scaricò ogni
    responsabilità sulle spalle dei Tedeschi, che in tal modo «...
    volevano incutere terrore alla popolazione e ai partigiani». (35)

    C'è da dire che effettivamente la strage in questione è sempre stata
    avvolta nel mistero, sia nella sua dinamica sia rispetto alle
    dirette responsabilità; questo perché la rappresaglia venne attuata
    in piena notte con la città deserta per il coprifuoco, sicché, a
    parte un caso inaspettato, non vi furono testimonianze dirette
    dell'accaduto e dell'identità dei partecipanti. Anche chi scrive,
    avendo presa per buona la testimonianza del prete partigiano, difese
    ripetutamente in pubblicazioni locali e su giornali cittadini la
    figura di Romualdi, indicato come il responsabile dei fatti
    nonostante la sentenza assolutoria. È però di pochi mesi fa una
    scoperta che rimette tutto in discussione. Sono stato infatti
    contattato da un ex-milite della RSI che nella fatidica notte della
    rappresaglia si trovava casualmente presso il comando della B.N. di
    Parma. Questo testimone, che visse tutto lo svolgersi degli
    avvenimenti, ammette francamente la responsabilità della B.N. di
    Parma nelle esecuzioni, che, essendo state eseguite con il colpo
    alla nuca, potevano far pensare ai più sbrigativi metodi tedeschi.

    Quella sera Romualdi non era presente nella sede della B.N.;
    tuttavia si fece vivo al telefono conversando pure con il teste
    suddetto del cui padre era amico. Proprio mentre Romualdi
    telefonava, erano in corso i preparativi per i «processi» di ogni
    singolo giustiziando, sicché appare impossibile che il tutto sia
    avvenuto a sua insaputa o addirittura contro le sue disposizioni. In
    tutti i casi, fosse o meno d'accordo sulle esecuzioni, rimane il
    fatto che Romualdi, in quanto Comandante della B.N. di Parma, aveva
    comunque una responsabilità oggettiva riguardo all'operato dei suoi
    uomini. E poi, quale subalterno avrebbe potuto decidere una cosa
    così grave come la più pesante rappresaglia fascista eseguita a
    Parma? Non risulta che nessuno sia stato punito o allontanato dal
    Corpo delle B.N. per questo fatto. Si può dunque concludere che la
    testimonianza del prete partigiano assume valenze troppo di favore,
    anche perché la precedente Corte di Milano aveva già escluso quella
    pena di morte che sola poteva giustificare una falsa testimonianza
    da parte di un prete, sebbene partigiano nonché agente
    dell'intelligence americana.

    Ugualmente sospetta risulta la testimonianza in suo favore
    dell'agente del SIM Gianni Nadotti. Al suo ex-segretario Battioni,
    che gli chiedeva la ragione dei suoi ottimi rapporti con
    il «traditore» Nadotti, Romualdi rispondeva che in fin dei conti
    l'agente del SIM «aveva fatto il suo gioco». (36)

    Tenuto conto dei precedenti, per quanto ci riguarda incliniamo a
    credere che Romualdi sia stato invece ripagato dai vari servizi
    segreti italiani e stranieri, per il suo operato sia durante
    l'ultima fase della RSI che successivamente. La nascita del MSI
    ottemperava infatti alle strategie politiche interne e a quelle
    connesse alla spartizione dell'Europa. In campo interno si
    rafforzava la posizione centrista del governo De Gasperi; ponendosi
    alla sua destra, il MSI garantiva alla DC la lucrosa politica
    dei «due forni» enunciata da Andreotti. Nel contempo veniva
    eliminato il fascismo clandestino e in tal modo i neofascisti
    potevano essere controllati ed eventualmente ingaggiati per bassi
    servizi. Nel quadro internazionale si dovevano poi convertire gli ex-
    «repubblichini» alle posizioni filo-atlantiche di supporto della
    NATO, facendo loro accantonare -e poi dimenticare- l'originale
    pregiudiziale ANTI-plutocratica; e ciò in nome di una Patria (che
    non era più la loro) da proteggere dal comunismo, peraltro già
    escluso dal potere in Italia in virtù degli accordi di Yalta.

    Queste tesi del resto non sono nuove, essendo già state enunciate
    per esempio dal redattore di Radio Milano durante la RSI, Fausto
    Brunelli, che già negli anni '50 scriveva: «Il CLN, anzi i partiti
    anticomunisti del CLN, avevano creato il MSI per due motivi ben
    precisi: 1) per eliminare il fascismo clandestino giacché se le
    masse ex-RSI si fossero inalveate in esso, se fossero esistiti
    cospicue forze politiche clandestine, la democrazia si sarebbe
    trovata in crisi; 2) per inserire i fascisti ex-RSI nel fronte
    anticomunista prima che i partiti della estrema sinistra, per
    accaparrarseli avanzassero ad essi qualche offerta degna di
    considerazione. Si mirava così ad inalveare le forze ex-fasciste
    entro il gioco politico democratico ed a tenerle prigioniere in esso
    fino alla loro liquidazione, si mirava a sviare il carattere vero
    del fascismo, parimenti avverso alla plutocrazia ed al comunismo,
    alle potenze occidentali ed all'URSS e formando un neofascismo ad
    intonazione solo anticomunista e quindi non più bandiera della lotta
    per l'indipendenza nazionale dalle ingerenze della Gran Bretagna e
    degli USA». (37)

    Bisogna peraltro considerare che la DC e gli altri partiti di
    governo si erano cautelati nei confronti del MSI, che, nato da
    ricatti e blandizie, non doveva uscire dal suo alveo specificamente
    anticomunista. La «legge Scelba» contro la ricostituzione del PNF
    dava infatti facoltà al Governo -più che alla magistratura- di
    sciogliere eventuali movimenti d'intonazione neofascista. A maggior
    ragione il MSI è sempre vissuto in libertà vigilata e con la
    condizione di dover ottemperare al ruolo assegnatogli nel gioco
    delle parti, pena l'eventuale scioglimento e la conseguente
    drammatica perdita di posizioni nel Parlamento e negli Enti Locali.
    La successiva «legge Mancino» ha ulteriormente allargato il raggio
    d'azione e di discrezionalità nei confronti di «fascisti» non
    omologati -o non omologabili- dall'attuale sistema politico. Vi è
    una curiosa costante nella strategia del potere politico in Italia,
    che tende da una parte a condizionare con leggi speciali la «destra»
    più o meno neofascista, mentre alla «sinistra» si preferisce opporre
    una strategia basata sulla reazione controrivoluzionaria («Rosa dei
    Venti», «Gladio», ecc.).

    Fino ai nostri giorni tali manovre sono perfettamente riuscite,
    anche perché sedicenti «neo-fascisti» hanno sempre appoggiato le
    trame più reazionarie del potere nei confronti dell'estrema
    sinistra, così come quest'ultima ha sempre collaborato ad inasprire
    le leggi liberticide nei confronti del neofascismo.

    Franco Morini

    (1) Testimonianza resa allo scrivente dall'ex-segretario del
    Federale di Reggio Emilia, Dante Scolari.

    (2) P. Romualdi "Scovarli" in "Gazzetta di Parma" del 29 gennaio '44
    e sempre di Romualdi "Capitalismo alla sbarra" in "Gazzetta di
    Parma" del 20 febbraio '44 e "Certa borghesia" in "Gazzetta di
    Parma" del 18 marzo '44.

    (3) Relazione autografa sull'attività svolta dal ten. Nadotti
    Giovanni nel periodo marzo '44 - maggio '45 (arch. M'orini).

    (4) Denuncia cr/Sc del 43° C.M.P. del 14/4/45, indirizzata al
    Tribunale Militare di Guerra - Sez. del 202° Comando Militare
    Regionale di Brescia (arch. M'orini).

    (5) Di questo memoriale ho ricevuto copia fotostatica dall'originale
    da parte del prof. Marino Viganò, già curatore delle memorie postume
    di Pino Romualdi edite con il titolo di "Fascismo Repubblicano",
    Varese, 1992. Si deve rimarcare che, fatto strano, le memorie dello
    Scandaliato nel succitato libro sono state epurate proprio della
    parte di cui sopra senza peraltro segnalarlo al lettore (in op. cit.
    pag. 216).

    (6) P. Romualdi "Fascismo Repubblicano", op. cit., pag. 172.

    (7) Cfr. G. Bianchi-F. Mezzetti "Mussolini, aprile '45: l'epilogo",
    Novara, '85, pag. 34.

    (8) P. Romualdi "Cronaca di due giorni", in "l'Italiano" n° 4,
    aprile '60.

    (9) P. Romualdi, art. cit., in "l'Italiano", pag. 39.

    (10) B. Spampanato, "Contromemoriale", Roma, '52 - 3° vol. (Il
    segreto del Nord), pag. 134.

    (11) P. Romualdi, art. cit. in "l'Italiano", pag. 37.

    (12) P. Romualdi, ibid.

    (13) M. Caudana, op. cit., pag. 698

    (14) P. G. Murgia, "Ritorneremo!", Milano, '76, pag. 281.

    (15) P. Romualdi, "Il 18 brumaio dell'On. De Gasperi"
    su "l'Italiano" n° 8, '59.

    (16) F. Parri, "Due mesi con i nazisti", Roma, '73, pag. 23.

    (17) G. De' Medici, "Le origini del MSI", Roma, '86.

    (18) Cfr. M. Tedeschi, "Fascisti dopo Mussolini". Roma, '50, pp. 102-
    107.

    (19) M. Tedeschi, op. cit., pp. 119-121.

    (20) Secondo Tedeschi l'operazione di pubblica sicurezza contro i
    FAR era da attribuire ad infiltrazioni ad opera di comunisti e
    polizia - op. cit. pp. 169-171.

    (21) Testimonianza resa da Luigi Battioni, ex-segretario di Romualdi
    nel periodo clandestino.

    (22) Cfr. D. Leccisi, "Con Mussolini prima e dopo piazzale Loreto",
    Roma, '91, pp. 304-310.

    (23) P. G. Murgia, op. cit. nota n° 4, pp. 299-300.

    (24) P. G. Murgia, op. cit. nota n° 4, pp. 296-297

    (25) R. Comini-G. Rabaglietti, "Le leggi dell'Italia libera",
    Bologna, '45, pag. 206.

    (26) I Consigli di gestione delle aziende socializzate sopravvissero
    alla caduta della RSI fino a quando, il 6 dicembre 1945, un accordo
    stipulato fra CGIL e Confindustria stabilì che, in cambio di alcuni
    miglioramenti e l'istituzione della scala mobile, i Consigli di
    gestione venivano aboliti.

    (27) Cfr. G. De' Medici, op. cit., pag. 61.

    (28) Cfr. G. De' Medici, op. cit., pag. 61.

    (29) G. Almirante, "Autobiografia di un fucilatore", Milano, '74,
    pag. 133.

    (30) P. G. Murgia, op. cit., pag. 99.

    (31) P. G. Murgia, op. cit., pag. 100.

    (32) F. G. Murgia, "Il Vento del Nord", Milano, '75, pag. 295; dello
    stesso A., "Ritorneremo!", cit., pp. 188-189. Si veda inoltre C. De
    Lutiis "Il lato oscuro del potere", Roma, '96, pp. 25-29.

    (33) Testimonianza di Luigi Battioni, cit.

    (34) "L'assoluzione del Romualdi richiesta dalla pubblica accusa",
    in "Giornale dell'Emilia" del 24 maggio '51.

    (35) "Testi a discarico nel processo Romualdi", in "Giornale
    dell'Emilia" del 17 maggio '51.

    (36) Testimonianza di Luigi Battioni, cit.

    (37) F. Brunelli, "La crisi del MSI e delle altre destre".
    Roma, '56, pag. 105.

  2. #2
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    M.S.I. - C'è poco da salvare

    Solo grazie alla gentile segnalazione di un vostro collaboratore
    sono venuto a conoscenza della pubblicazione in questo giornale di
    una mia ricerca già stampata nel 1997 dal periodico "Aurora" col
    titolo: "Nome MSI - Paternità SIM". Sempre il vostro collaboratore
    mi ha poi segnalato il successivo intervento polemico, relativo ad
    alcune parti del citato articolo, da parte del signor Ernesto Roli
    (v."Romualdi: Ristabiliamo la verità"): Pur non avendo nulla da
    eccepire sulla riproduzione tale e quale di una ricerca ormai
    datata, avrei forse preferito accordarmi per la stesura di un nuovo
    testo possibilmente aggiornato con nuovi
    riscontri.


    Approfitterò pertanto dell'occasione fornitami dal diritto di
    replica al signor Roli, per proporre una parte di argomenti inediti
    ad integrazione della vecchia
    tesi.
    Il signor Roli mi chiama sostanzialmente in causa con tre
    diversi appunti critici a carattere rispettivamente personale,
    storico e politico.
    Iniziamo subito dal fatto personale secondo cui avrei squalificato
    gratuitamente "certe persone" (leggi: Romualdi) basandomi
    essenzialmente su "rancori od illazioni". Per quanto mi riguarda,
    posso documentare l'assoluta mancanza di rancori per ammettere, al
    più, una qualche illazione sempre intesa però nella precisa
    accezione dei suoi vari sinonimi di: deduzione, conseguenza e
    conclusione.
    Del resto, che non sia stato per nulla prevenuto contro Romualdi è
    dimostrato dal fatto che nel mio libro edito nel 1989, Parma nella
    RSI (Edizioni all'insegna del Veltro, Parma) credo di averne
    positivamente illustrato l'opera di Commissario federale del PFR a
    Parma.
    Inoltre, ho preso le sue difese più volte intromettendomi sulla
    stampa cittadina al fine di contestare alcuni giudizi espressi sulla
    sua persona e questo con particolare riferimento alle esecuzioni di
    7 antifascisti avvenute a Parma nella notte fra il 31 agosto e il 1
    settembre 1944. Per quest'episodio Romualdi venne, infatti, assolto
    dalla Corte d'Assise di Macerata grazie soprattutto alle
    testimonianze in suo favore di un prete partigiano affilato all'OSS-
    CIA, Don Guido Anelli e dell'agente del SIM badogliano, già
    infiltrato nella sua segreteria federale, tenente Giovanni
    Nadotti.

    Si possono consultare in proposito alcuni miei interventi ospitati
    sulle colonne della "Gazzetta di Parma", quali per es.: L'eccidio di
    Piazza Garibaldi, in G.d.P. del 5.9.1990 o L'eccidio della Piazza in
    G.d.P. del 9.9.1995. Forse, proprio a causa di queste mie continue
    ingerenze a favore di Romualdi, sono stato un giorno avvicinato da
    tal Ettore Brotini, ex milite della RSI, il cui padre Ugo, era
    stato - fino alla morte in combattimento - al comando del
    distaccamento della B.N. di Salsomaggiore. Questo ex milite mi
    raccontò come e perché si era casualmente trovato, nella fatidica
    notte del 31 agosto `44, presso il Comando della Brigata Nera e, in
    qualità di testimone oculare dei fatti avvenuti quella notte, mi
    rivelò che la rappresaglia era stata effettivamente eseguita dalla
    B.N. e non dai Tedeschi, come era stato invece falsamente
    testimoniato a Macerata da parte dei vari agenti dei servizi segreti
    italiani ed esteri.
    Risulta, è vero, che Romualdi si è difeso dall'accusa di crimini di
    guerra dichiarando che, al tempo dei fatti per i quali veniva
    accusato, egli non si trovava a Parma e quindi non era neppure al
    corrente del preciso svolgimento degli fatti in questione.
    Il Brotini mi fece tuttavia presente che quella sera Romualdi,
    proprio mentre si procedeva alle singole esecuzioni, aveva
    telefonato al Comando per chiedere notizie di quanto stava accadendo
    e lo stesso Romualdi - informato della presenza presso il Comando
    del Brotini - volle sentirlo personalmente per chiedere notizie sia
    di lui che del padre, il quale, come accennato solo dopo poche
    settimane, perderà la vita nel corso di una notturna incursione
    partigiana.
    Queste dichiarazioni sono state debitamente registrate e la relativa
    cassetta è stata a suo tempo depositata all'I.S.R. di Parma al fine
    di renderla disponibile agli eventuali interessati.
    In precedenza, esattamente nell'aprile del 1995, avevo avuto
    occasione di intervistare l'ex milite della B.N. di Reggio Emilia,
    Dante Scolari, il quale documentandomi relativamente ad un'altra
    rappresaglia effettuata a Parma, questa volta però dai reggiani, e
    di cui non si erano mai conosciuti gli occulti mandanti, fece un
    solo nome: Romualdi. A queste varie notizie si aggiungeva anche il
    ritrovamento, in circostanze a dir poco eccezionali, dei documenti
    originali e autografi dell'ex agente segreto del SIM infiltrato
    nella segreteria federale a Parma e poi alla vicesegretaria
    nazionale di Milano, ingegner Gianni Nadotti. Anche questi documenti
    sono stati resi accessibili al pubblico tramite il loro deposito in
    un fondo a mio nome presso l'I.S.R. di Parma.
    Le testimonianze e i documenti citati servono in parte a compensare
    l'assoluto, e quanto mai sospetto, vuoto documentale relativo
    all'intera gestione Romualdi del PFR a Parma di cui non vi è traccia
    né presso il locale Archivio di Stato né all'Archivio Centrale dello
    Stato a Roma come personalmente asseverato dalla Sovrintendente,
    prof. Paola Carucci con lettera prot. 2878 del 19 giugno 1997[1].
    Quanto precede sono dunque le discusse "illazioni", intese appunto
    come quelle deduzioni/conseguenze/conclusioni che nel loro insieme
    hanno poi determinato nel sottoscritto una nuova e diversa
    valutazione circa l'opera di Pino Romualdi sia nella RSI sia dopo.
    Per quanto poi concerne - almeno a mio parere - alcune ben definite
    conseguenze, come la resa fatta firmare a Como da Romualdi, prendo
    atto dell'affermazione a dir poco temeraria del Roli, secondo cui
    Pavolini, recandosi a Menaggio incontro a Mussolini, "aveva lasciato
    detto a Romualdi che se entro le 23 non fosse ritornato indietro con
    la colonna Mussolini, egli avrebbe potuto intavolare trattative con
    emissari Alleati". Sempre a questo proposito scrive il ben più
    affidabile - ma soprattutto informato - Spampanato:
    "Il Guastoni (OSS) era in possesso di una lettera di credenziali del
    Consolato generale di Berna, come ricorda Costa ( o del viceconsole
    americano di Lugano, come rettifica con me il prefetto Celio). La
    lettera lo autorizzava a trattare del passaggio dei poteri nel
    miglior modo (Celio mi scrisse che ne era stato avvertito anche
    Pavolini - Escludo la circostanza, Pavolini, a conoscenza di un
    passo americano, ne avrebbe informato la notte Mussolini a Menaggio
    e Feliciani che era ancora li lo avrebbe saputo se non direttamente
    almeno dal suo amico Mezzasoma che non gli nascose niente di quanto
    andava accadendo) (B. Spampanato, Contromemoriale, vol. III, ed.
    1952, pag. 140. Per quanto datata, la deduzione dello Spampanato non
    ha perso smalto, dal momento che è stata riproposta senza
    particolari commenti critici da Marino Viganò - già curatore, per
    conto della famiglia, delle memorie di Romualdi -nel suo articolo La
    tregua di Como 26-27 aprile 1945 - Parte II: Le trattative,
    in "Storia del XX Secolo" del maggio 1997, pag. 33.
    Passiamo ora al terzo e più corposo punto riguardante gli aspetti
    politici che avrebbero caratterizzato l'intero dopoguerra, per cui,
    a partire dal patto di Jalta del febbraio 1945, a voler dare retta a
    Roli, "ai Fascisti non restava altro che schierarsi visto che la
    principale tesi fascista, quella dell'uguaglianza fra comunismo e
    americanismo, era ormai storicamente crollata. Coloro che facevano
    prevalere i sentimenti anticomunisti si sono schierati con
    l'America, mentre coloro che facevano prevalere l'antiamericansimo
    si sono schierati con il PCI e la Russia".
    A rendere aleatoria quella pur "perversa logica di Yalta", che
    secondo Roli, avrebbe cominciato a produrre i suoi primi e deleteri
    effetti solo a partire dai primi mesi del `45, vale a dire
    contestualmente alla spartizione ufficiale delle zone d'influenza
    fra USA e URSS, vi è una recente documentazione reperita negli
    Archivi nazionali di Washington da giornalisti del "Corriere della
    Sera" e pubblicata dallo stesso giornale, la quale dimostra che già
    nell'autunno del 1944, quindi ben prima della conferenza di Jalta,
    almeno una branca dell'OSS, in combutta con ambienti spionistici
    badogliani e clericali italiani, aveva già predisposto per
    l'immediato dopoguerra una forte e articolata reazione anticomunista
    da sviluppare in Italia.
    Stando ai documenti pubblicati dal "Corriere della Sera", [2] un
    semplice parroco di montagna, per quanto coadiuvato da un agente
    italoamericano dell'OSS, avrebbe convinto a partire dal novembre
    1944 l'allora segretario di Pio XII, monsignor Montini, e per suo
    tramite il Papa stesso, a collaborare organicamente con l'OSS,
    fornendo ad es. informazioni strategiche, da acquisire sia tramite
    le Curie del nord e del sud sia attraverso le Nunziature operanti in
    Germania e Giappone.
    Superando poi la scontata diffidenza nei confronti delle formazioni
    partigiane, per la loro non ininfluente componente marxista,
    Montini - dietro autorizzazione del papa - organizzava un incontro
    fra il parroco di montagna e l'ordinario militare, vescovo Ferrero,
    al fine di fornire un regolare cappellano ad ogni formazione
    partigiana. Questa inusitata attività del Vaticano era conseguente
    alla garanzia fornita dal nostro parroco di montagna e dal suo
    accompagnatore dell'OSS, che a fine guerra gli americani avrebbero
    completamente ribaltato la linea politica internazionale nei
    riguardi dei comunisti opponendosi,specie per quanto riguarda
    l'Italia, al loro eventuale accesso al governo.
    Ma chi era questo parroco di montagna, così influente da riuscire a
    far imprimere una svolta tanto radicale alla pur prudentissima e
    accorta diplomazia vaticana? Sorpresa: trattasi di Don Guido Anelli,
    parroco ad Ostia di Borgotaro, piccola frazione montana del
    parmense, personaggio che abbiamo già incontrato nelle vesti di
    falso testimone a discarico nel processo a Romualdi per l'eccidio
    del 1° settembre `44 a Parma. Stranamente l'articolista
    del "Corriere della Sera" trattando di questi fatti, non si pone
    nemmeno l'interrogativo più ovvio e scontato, ovvero per conto di
    chi agisse Don Anelli, essendo francamente improponibile che di sua
    personale iniziativa il modestissimo ecclesiastico abbia potuto
    minare a tal punto i complessi rapporti tra Vaticano e i vari paesi
    dell'Asse.
    Secondo l'oleografia resistenziale in vigore a Parma, considerata
    attendibile fino all'uscita degli ultimi documenti, Don Anelli
    avrebbe varcato la linea Gotica per conto del CLN locale al solo
    scopo di reperire finanziamenti, finanziamenti che pare gli furono
    effettivamente forniti nella misura di 13 milioni dell'epoca[3].
    Si può invece tranquillamente escludere che egli sia stato inviato
    in missione a Roma dal CLN di Parma, poiché al momento della sua
    partenza il locale CLN era stato da poco interamente decimato dai
    Tedeschi.
    Don Anelli passava, infatti, la linea del fronte nei primi giorni di
    novembre, mentre due settimane prima, il 17 ottobre 1944, il Comando
    Unico partigiano dislocato a Corniglio (PR) era stato attaccato e
    sgominato.
    Nella circostanza perdeva la vita anche il capo del CLN-Comando
    piazza di Parma, il comunista Gino Menconi.
    Un nuovo ComandoUnico si ricostituì, secondo la testimonianza del
    comandante partigiano Vincenzo Mezzatesta (Cap. Jack), solo il 15
    novembre successivo [4]. Si può pertanto concludere che non solo Don
    Anelli non aveva ricevuto alcun mandato operativo da parte del CLN
    di Parma, ma che, di fatto, la "sua" iniziativa nasceva in un
    eccezionale momento di vuoto politico e militare all'interno della
    resistenza parmense.
    In realtà il vero mandante della missione Anelli era il c.d. "prete-
    predicatore" e 007 badogliano, Paolino Beltrame Quattrocchi [5],
    all'epoca capo maglia della rete spionistica NEMO [6], ovvero il
    superiore diretto di quel tal Gianni Nadotti da lui infiltrato, come
    già documentato, nella segreteria federale di Pino Romualdi.
    Don Paolino Beltrame era anche il tramite, per i contatti più
    riservati, fra il governo Bonomi e il cardinale di Milano, Schuster.
    Già nel febbraio del 1944 il cardinale Schuster, per mezzo del suo
    segretario, Don Bicchierai, aveva attivato un filo diretto con il
    capo dell'OSS in Europa dislocato in Svizzera, Allen W. Dulles,
    fratello di quel tal John Foster Dulles che diventerà presto il più
    ascoltato consigliere di Truman e che, con l'inizio della guerra
    fredda, si guadagnerà l'ambito titolo di "nemico numero uno del
    comunismo".
    E' quindi abbastanza scontato che le indicazioni circa la futura
    politica anticomunista degli USA filtrassero da ristretti e
    selezionati ambienti dell'OSS facenti capo ad Allen W. Dulles.
    Il fatto poi che sia stato utilizzato Don Anelli per portare
    informazioni al sud, fa ritenere che gli stessi ambienti OSS
    operanti a Roma non ne fossero al corrente e, d'altra parte,
    perdurando il conflitto non era certo il caso di far trapelare
    anticipazioni di strategia geopolitica che avrebbero potuto minare
    la compattezza della coalizione alleata. In effetti, Don Anelli
    dopo aver incontrato più volte Montini, a conferma dell'importanza
    delle notizie di cui era latore, ebbe anche colloqui molto riservati
    sia con il presidente del Consiglio, Bonomi, che con il generale
    Messe.
    C'è piuttosto da chiedersi perché quest'importante missione sia
    stata affidata ad un così modesto incaricato e non, per es., allo
    stesso Don Paolino, il quale, fra l'altro, era ben conosciuto negli
    ambienti politici romani, in quanto la casa dei suoi genitori era di
    norma frequentata da alti esponenti militari, politici del calibro
    di Einaudi o giuristi come Carnelutti.
    La risposta più logica è che Don Paolino era troppo prezioso e
    insostituibile, per rischiare anche per puro accidente la vita in
    quella particolare missione, considerati anche i suoi rapporti
    diretti con il cardinale Schuster di cui rappresentava la parte più
    strettamente operativa nella triangolazione Berna-Milano-Parma.
    E' Parma, infatti, e più precisamente San Giovanni - chiesa
    benedettina che ospitava Don Paolino Beltrame - il luogo dove
    presero forma e si consolidarono le trame ispirate dalla Svizzera e
    quindi condivise e fatte proprie dall'arcivescovo di Milano. Come
    rilevato dalla "Gazzetta di Parma", perfino l'agente italoamericano
    dell'OSS che ha accompagnato Don Anelli da Montini a Roma, capitano
    Alessandro Caggiati, denota un inconfondibile cognome
    parmense.
    Nel momento in cui compilo queste note, risulta che Don Paolino è
    ancora vivo e vegeto e soprattutto silenzioso custode delle grandi
    trame che hanno inciso profondamente nell'Italia del dopoguerra.
    Le ultime notizie lo indicano come patrocinatore delle cause di
    beatificazione e pare che questa sua veste non sia estranea alla
    recente beatificazione di ambedue i suoi genitori; un caso di
    beatificazione coniugale davvero unico nella storia della chiesa
    cattolica. In ogni caso da Don Paolino, vivo o morto, non verrà mai
    fuori alcuna rivelazione utile alla nostra particolare ricerca. Non
    si saprà mai nulla ad esempio, del periodo da lui passato a Roma a
    concertare trame con circoli dinastici e servizi inglesi, quando,
    elegantemente vestito in borghese, trattava a tu per tu con il
    presidente del Consiglio di turno[7].
    Sempre Don Paolino s'interessò a suo tempo dell'archivio personale
    del cardinale Schuster, prima "riordinandolo" con cura per poi
    pubblicare quanto più gli garbava nel volume dal titolo abbastanza
    indicativo di, Al di sopra dei gagliardetti [8]. Ai criptologi
    questo volume appare lo stesso interessante più per le sue lacune
    che per le espresse dichiarazioni.
    Trattando. in una lunga nota [9] dei vari personaggi che da parte
    fascista "si affacciarono in un modo o nell'altro sullo scenario
    delle trattative dell'aprile 1945", vengono per es. citati:
    Mussolini, suo figlio Vittorio, Pavolini, Vanni Teodorani, Zerbino,
    Tarchi, Pisenti, Bigini, Graziani, l'industriale Cella, il
    commissario della CRI -RSI Pagnozzi, Montagna, Diamanti, Marcello
    Petacci, il console Panfili, i federali Porta e Parini, Barracu, i
    prefetti Bassi Tiengo Celie e altri ancora; insomma proprio tutti,
    eccetto l'unica persona la quale è storicamente assodato abbia dato
    il via e concluso trattative di resa, ovvero Pino Romualdi.
    Effettivamente questo ingiustificato silenzio vale molto più di
    un'esplicita chiamata in causa.
    Per quanto riguarda invece Don Guido Anelli, vi è solo da aggiungere
    che, poco dopo aver testimoniato a favore di Romualdi, fu inviato in
    Venezuela, da dove non tornerà più fino alla morte avvenuta nel
    1969.
    Probabilmente Don Anelli parlava e soprattutto scriveva più di
    quanto gli era consentito, tanto che un suo libretto
    semiclandestino, Ad occhio nudo, pubblicato nel 1946, venne fatto
    ritirare dalla Curia su sollecitazione, pare, del dirigente
    comunista (poi senatore) Giacomo Ferrari
    [10]
    A questo punto torniamo all'autunno del 1944, giusto per rilevare
    che alcuni giorni prima della trasferta a Roma di Don Anelli,
    Romualdi si era ufficialmente insediato alla vicesegretaria del PFR
    al posto del pur ottimo Pizzirani (30 ottobre 1944). Rileviamo pure
    che la sede operativa di Pizzirani nel corso del suo mandato è
    Maderno sul Garda, mentre Romualdi è da subito dislocato a Milano,
    allora crocevia delle più varie cospirazione.
    A Maderno il posto di Pizzirani viene invece occupato da un secondo
    vicesegretario del partito nella persona di uno sconosciuto Antonio
    Bonino.
    Vi è poi da considerare che qualche giorno prima (25 ottobre 1944),
    il Comandante delle SS in Italia, Karl Wolff, aveva preso contatto
    con il cardinale di Torino, Maurillo Fossati, al fine di stabilire
    contatti con il CLN, per avviare con esso trattative di non
    belligeranza nell'ipotesi ritenuta ormai prossima di un ritiro delle
    truppe germaniche dall'Italia, tutto ovviamente all'insaputa e alle
    spalle dei camerati italiani.
    Nell'autunno 1944, infatti, era opinione largamente condivisa che la
    coalizione nemica avrebbe sferrato un'ultima e decisiva offensiva
    contro la Linea Gotica per raggiungere la valle del Po e determinare
    così il collasso militare dell'Italia. Gli ambienti fascisti più
    ottimisti, perché ignari delle trattative di Wolff, contavano su di
    un'ultima resistenza sulla linea del Po e nessuno immaginava,
    comunque, la possibilità di una tregua invernale quale venne poi
    proclamata, il 13 novembre, da Alexander.
    Nel quadro politico militare che si andava profilando nell'autunno
    1944, le varie trame in atto non erano dunque ad uno stadio
    iniziale, ma si stavano anzi perfezionando in attesa dell'esito
    finale. Così, anche nel nostro caso, la nomina di Romualdi ai
    vertici del PFR non appare come un punto di partenza ma come un
    traguardo già stabilito.
    Eventuali problemi, per la scalata a quella carica, erano piuttosto
    marginali quando si consideri che, secondo quanto riportato da un
    rapporto dei servizi segreti svizzeri del marzo 1945, nella stessa
    Segreteria del Duce "pare siano molto attivi elementi che lavorano
    d'accordo con ambienti capitalistici antifascisti militanti, ma di
    tendenza clericale o monarchica"[11]
    Questo ritratto d'ambiente di fonte svizzera ci riporta
    automaticamente ad un certo personaggio che all'epoca era Capo della
    Segreteria militare di Mussolini, vale a dire il conte-cognato Vanni
    Teodorani.
    Lo stesso personaggio, guarda caso, che cooperò con Romualdi nella
    resa di Como e che, al pari di lui, riuscì ad involarsi senza
    apparenti problemi dalla prefettura dove era "custodito", senza mai
    peraltro fornire plausibili spiegazioni.[12].
    Nell'ottobre del 1954, quando fu chiamato a dirigere "L'Asso di
    Bastoni" in sostituzione di Pietro Caporilli, frettolosamente
    giubilato per aver dato troppo spazio sul giornale al Movimento
    Sociale Autonomo fondato a Milano da Leccisi in opposizione alla
    gestione missina di De Marsanich e soci, Teodorani inaugurò la sua
    gestione editoriale con un lungo memoriale a puntate sui fatti di
    Como e Dongo dell'aprile 1945[13].
    L'inchiesta, prolissa e viziata da un protagonismo al limite della
    farneticazione, alla fin fine non rivela quasi nulla, se non un ben
    manifesto rispetto per i militari dell'esercito badogliano, che
    Teodorani avrebbe voluto assorbire, dopo la vittoria, nelle forze
    armate della RSI [14], nonché una sconfinata ammirazione per il
    virile anticomunismo dimostrato dagli americani.
    La paranoia anticomunista del Teodorani arrivava al punto da indurlo
    a scrivere che, se Mussolini si fosse a suo tempo consegnato agli
    americani, cosa che lui e Romualdi avrebbero voluto, gli americani
    lo avrebbero occultato in un luogo nascosto (forse Ceylon), da dove
    egli avrebbe potuto guidare in segreto la terza guerra mondiale
    contro il comunismo [15]. Date queste premesse è facile passare alla
    logica conclusione suggerita da Teodorani, per cui: Mussolini e i
    suoi caduti, non sarebbero gli ultimi morti dell'ultima guerra, ma i
    primi della prossima".
    Da un passo involontariamente umoristico del "memoriale Teodorani"
    si apprende inoltre che l'ipotetico piano americano di trasferimento
    del Duce a Ceylon fallì perché l'incaricato principale
    dell'operazione, il capitano della Guardia di Finanza, Emilio
    Lappiello, giusto nel "momento cruciale" di detta operazione, era
    rimasto in panne, causa un incidente, sulla Roma-Napoli.
    Queste estemporanee memorie provocarono naturalmente una valanga di
    lettere e non poche contestazioni, al punto da costringere Teodorani
    al solenne impegno di pubblicarne almeno una parte, adombrando
    inoltre la possibilità di costituire una vera e propria Commissione
    d'inchiesta "perché si pronunci definitivamente su quelle storiche
    giornate".
    In realtà, esaurita la pubblicazione del memoriale, non fu
    pubblicato nessun altro intervento in merito, salvo
    la "testimonianza", a supporto delle tesi espresse dal Teodorani, di
    un anonimo, - tale Carletto G. (sic) - sedicente "agente informativo
    del Sud" [16].
    L'inattendibilità del memoriale Teodorani ci inibisce perfino
    l'utilizzo di alcuni spunti che pure ricondurrebbero con una certa
    evidenza a contatti con servizi segreti italiani e stranieri, anche
    precedenti rispetto ai fatti di Como.
    Per quanto riguarda l'antisinistrismo, poco o nulla giustificato dal
    clima sociale della RSI, resta l'epilogo emblematico di
    Romualdi.

    Il 3 aprile `45 si era tenuta a Maderno la prima e ultima riunione -
    dopo la militarizzazione del PFR che aveva trasformato la Direzione
    del partito in Stato maggiore del Corpo ausiliario delle BB. NN. -
    il Direttorio nazionale del Fascismo repubblicano.
    A questa riunione, organizzata e presieduta da Pavolini, furono
    invitati a intervenire, oltre ai due vicesegretari Romualdi e
    Bonino, vari delegati regionali della RSI, alcuni ministri (Interno,
    FF.AA., Cultura Popolare, Lavoro) e diversi rappresentanti di
    sindacati e associazioni combattentistiche del partito.
    L'OdG verteva essenzialmente sull'organizzazione del ridotto alpino
    in Valtellina e sui caratteri specifici da imprimere al neofascismo
    clandestino dopo la totale invasione della RSI.
    Sorvoliamo sul fantomatico "ridotto", il cui esito finale è a tutti
    ormai noto, per vedere, invece, la discussione che si accese circa
    il carattere politico operativo che avrebbe dovuto darsi
    l'organizzazione neofascista all'indomani dell'ormai certa sconfitta.
    Pavolini avrebbe mirato a costituire una fitta rete clandestina che,
    nel dopoguerra, avrebbe dovuto operare sul piano paramilitare e
    politico a difesa delle conquiste economiche e sociali già varate
    dalla RSI, sostenendo quindi la lotta di tutti quei ceti popolari
    che si opponevano alla restaurazione monarchico-liberale al traino
    delle armate nemiche.
    Allo scopo di definire nei particolari il riposizionamento politico
    che avrebbe dovuto assumere il neofascismo italiano, Pavolini,
    sostenuto anche da Zerbino, Solaro e Porta, propose la formula
    sintetica di "socialismo fascista", con una netta collocazione
    a "sinistra" auspicata in particolare da Zerbino. Contro queste
    proposte insorse immediatamente Pino Romualdi, il quale, se diamo
    credito ai suoi appunti pubblicati a cura di M. Viganò, avrebbe
    all'incirca così replicato:
    "Il ritorno alle origini non poteva intendersi con un ritorno al
    socialismo, cioè là da dove Mussolini era partito nella giovanile,
    generosa illusione di difendere gli interessi del proletariato; ma a
    quel fascismo originario sorto per frenare il dilagare pauroso e
    distruttore del socialcomunismo materialista e antioccidentale"[17].
    Anche per quanto riguarda l'asserzione di Pavolini, "che era
    intendimento del duce e suo di organizzare nei principali centri
    italiani dei nuclei da lasciare nel caso d'invasione in grado di
    assicurare un'attività politica in nostro favore", Romualdi
    polemicamente dissentiva, poiché "a parere di molta gente, specie
    nel partito (e io fra questi) il [problema] era la creazione di un
    vero e proprio partito o movimento clandestino formato di quadri e
    potentissimi mezzi finanziari, specificatamente preparato per la
    lotta politica anche in caso d' invasione dell'intero territorio
    nazionale.
    Una forza che avrebbe potuto permettere al fascismo di vivere anche
    dopo e malgrado la sconfitta militare. Data la delicatezza
    dell'argomento, pensai di non insistere e di riparlarne
    separatamente al duce e a Pavolini nei giorni successivi". [18]
    Non risulta che Romualdi sia più tornato sull'argomento, lasciando
    pertanto il lettore nell'incertezza di un suo del tutto improbabile
    chiarimento circa l'ipotesi di "quella forza che avrebbe potuto
    permettere al fascismo di vivere anche dopo e malgrado la sconfitta
    militare".

    Una risposta in merito viene fornita ai posteri dalla stessa
    commemorazione ufficiale di Romualdi, tenuta al cospetto dell'intero
    vertice di An, nell'Aula magna dell'Università di Bologna, dove
    l'on. Riccardo Migliori, così raccontano le cronache, ha "ritratto
    splendidamente" il pensiero e l'opera di Romualdi con parole che,
    specularmente, ad altri potrebbero suonare come tanti e ben precisi
    capi d'accusa: "Pino Romualdi fu un non nostalgico tra nostalgici;
    fu liberista tra statalisti; fu europeista e occidentale tra
    terzomondisti; fu atlantico tra neutralisti; fu garantista tra
    giustizialisti; fu nuclearista tra ambientalisti, fu pragmatista tra
    ideologizzati; fu realista tra utopisti; fu tollerante tra
    giacobini; fu innovatore tra i conservatori". E, a degna
    conclusione: "Come non ricordare, ad esempio, quello che Romualdi
    sosteneva nella sua rivista a proposito del corporativismo, che solo
    pochi anni fa nel nostro ambiente si pensava di poter sbandierare
    come una `ricetta' economica e sociale? Egli scriveva che occorrono
    particolarissime condizioni per poterlo realizzare: uno Stato
    autoritario, un partito unico e una tensione ideale, le prime due
    oggi improponibili" [19]. Improponibili, grazie in particolare a
    Romualdi stesso e a tutti quanti lo hanno voluto sostenere.

    Franco Morini
    fonte: Rinascita



  3. #3
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    Da Almirante a Tel Aviv


    L’impostazione inequivocabilmente occidentalista e filo-sionista che da sempre caratterizza Alleanza Nazionale trova le sue radici nella svolta reazionaria intrapresa dal Movimento Sociale a partire almeno dal 1969. Svolta che comunque non nasce dal nulla, trovando anzi un suo prologo ideale in alcuni avvenimenti chiave accaduti già nel biennio 1967/68. Nel 1967, con la “Guerra dei Sei Giorni”, si ha innanzitutto la presa di posizione inequivocabilmente filo-israeliana del partito. In quel momento la dirigenza missina abbandona l’opzione filo-araba ereditata dal Fascismo e sceglie di parteggiare per l’esercito sionista contro il nemico “arabo-comunista” (così viene liquidato il nasserismo, che pure in precedenza si era non poco corteggiato)[i]. Sul versante della situazione socio-politica italiana, intanto, vediamo l’emergere della contestazione giovanile che, contrariamente a ciò che si pensa, ha connotazioni esclusivamente sinistrorse solo al nord, mentre ben diverso è lo scenario nel centro-sud: se a Perugia e a Napoli le occupazioni degli atenei sono guidate dal FUAN, infatti, a Roma vediamo addirittura Lotta di Popolo, Avanguardia Nazionale e parte delle organizzazioni studentesche missine collaborare con il Movimento Studentesco. È in questo contesto che ha luogo la disastrosa e demagogica spedizione punitiva organizzata da Almirante, Caradonna e Turchi per cacciare la “canaglia rossa” dall’università. Risultato: la contestazione torna in mano alle sinistre, Giovane Italia e FUAN si polverizzano ed il partito ottiene alle elezioni dello stesso anno il peggior risultato dal 1948 (4,5 %).

    Inizia l’era di Almirante (1969)

    Ecco a cosa è ridotto il MSI nel 1969, anno in cui il segretario Michelini muore. Suo successore viene nominato Giorgio Almirante, “l’unico in grado di assicurare la continuazione del progetto di inserimento e di defascistizzazione e, contemporaneamente, la mobilitazione convinta e partecipe della base[ii]. Lo stile si fa più vivace e battagliero, ma gli obiettivi politici divengono scopertamente reazionari. Si ritorna ad invocare un “blocco d’ordine” piattamente conservatore, un blocco che – testuali parole - “vuole il servizio militare obbligatorio, il matrimonio indissolubile, il celibato dei preti, la morale non bacchettona ma nemmeno prostituta, i pederasti alla gogna ed i treni in orario”; un blocco composto da “quei milioni di mamme che la mattina mandano a scuola i loro figlioli puliti, coi compiti fatti, il timore di Dio e l’amore della patria nel cuore[iii]. Tale opzione prevede il raggruppamento di tutte le forze anticomuniste – “fasciste” o antifasciste che siano - in un unico schieramento; Almirante ci proverà prima col “Fronte Articolato Anticomunista”, poi con la “Destra Nazionale” ed infine con la “Costituente di Destra”. Tutti progetti destinati al fallimento. Nel medesimo disegno vanno inquadrati il tentato inserimento nel movimento di “contromobilitazione moderata” della “Maggioranza Silenziosa” accanto a monarchici, liberali e socialdemocratici e le adesioni al partito di personalità come l’ammiraglio Birindelli, ex-comandante delle forze NATO del Mediterraneo, o il generale De Lorenzo, noto antifascista approdato al MSI nel 1971 dopo lo scandalo per il presunto golpe del ‘64. Sempre nel ’71 il MSI avvia dei contatti col PDIUM (il partito monarchico), contatti che sfoceranno nella presentazione di liste comuni alle elezioni del 1972, e nell’unificazione dei due partiti, votata all’unanimità dal Consiglio Nazionale monarchico del 8-9 luglio 1972. Esponenti di spicco del PDIUM come Lauro e Covelli andranno inoltre ad occupare importanti cariche all’interno del partito missino. Nel frattempo il MSI corteggia apertamente le frange moderate e conservatrici deluse dalla DC e dal PLI. Nel Congresso del 1973 Almirante può dichiarare profeticamente: “noi stiamo diventando il centro-destra”. L’anno successivo, col referendum sul divorzio, il MSI abbraccia definitivamente la linea del perbenismo moralista sposando la linea anti-divorzista della DC, che pure sopporta i neofascisti a malapena. La consultazione referendaria è vista dai missini come un puro e semplice “plebiscito anticomunista” – “non votate come i comunisti, con i comunisti, per i comunisti” - destinato a sancire la nascita di un fronte unico clerico-conservatore. Il “plebiscito” fallirà clamorosamente, e con esso le speranze almirantiane di un’apertura a destra della DC. Due ulteriori elementi altamente significativi relativi allo statuto del partito: nel 1973 scompare la clausola che qualifica l’appartenenza alla massoneria come incompatibile con l’iscrizione al partito[iv] ed in più viene affermata la “missione occidentale, europea, mediterranea” del Movimento (si inserisce, cioè, il termine “occidentale” che nello statuto originario era assente, come noterà amaramente Beppe Niccolai[v]). Sempre in questo periodo, durante una “Tribuna Politica” televisiva, Almirante proclama l’accettazione della democrazia e della libertà come “valori prioritari ed irrinunciabili”, e giunge ad esaltare i valori della “resistenza” in quanto valori di libertà.

    “Israele è il nostro futuro”


    Nel frattempo la posizione missina in politica estera è del tutto coerente con la svolta di cui si è detto: innanzitutto si afferma l’abbandono di ogni velleità anti-occidentalista, tanto che Almirante può dichiarare al congresso del partito del 1970: “noi siamo l’Occidente; lo rappresentiamo, siamo la punta avanzata dell’Occidente. Non esistono, non esisteranno mai, si pone fuori dal partito chi lo sostiene, posizioni terzaforziste in seno al MSI[vi]. Conseguentemente, anche la guerra del Kippur (1973) trova la dirigenza missina entusiasticamente schierata su posizioni filo-israeliane. In una rivista giovanile di destra non ci si vergognerà nello scrivere: “Israele si espande perché è la Storia dell’Uomo che lo chiama a compiere quell’opera di civiltà e di guerra che altri popoli, altre nazioni […] rifiutano di compiere. Israele è anche il nostro futuro[vii]. Almirante, intanto, si reca negli USA portando a garanzia della propria legittimità democratica una lettera scritta dal Rabbino Capo di Roma, Elio Toaff, a Giulio Caradonna, indefesso sostenitore della politica israeliana e divulgatore di discutibili tesi storiche su di una presunta politica filo-sionista del Fascismo. Anche l’ambiente “culturale” si dà da fare: se da una parte dalle colonne de Il Borghese Giano Accame propaganda fin dal 1962 l’idea di Israele come piccolo stato eroico e nazionalista, avamposto d’Occidente assediato dai comunisti arabi, dall’altra Giuseppe Ciarrapico, editore “cerniera” tra la destra della DC andreottiana ed il MSI, comincia a pubblicare testi apologetici delle gesta delle armate sioniste: nel 1973 pubblica L’Haganah. L’armata segreta d’Israele, di Thierry Nolin, nel 1976 Missione a Entebbe, di Yehuda Ofer, mentre nel 1981 toccherà addirittura alle memorie di Begin.

    Esperimenti e ricadute (1977/88)


    La strategia dell’inserimento nel Sistema fallisce però miseramente. Il successo elettorale del 1972 è importante ma effimero, ed il partito continua a trovarsi più isolato che mai. Nel 1977 si decide un timido cambiamento di rotta. Almirante si convince a dare maggior spazio all’opposizione rautiana nella definizione della linea politica. Qualcosa sembra cambiare, allorché alcune delle posizioni più retrive vengono effettivamente abbandonate[viii]. Ciononostante, Almirante non sa esimersi, nel 1980, dal tentare l’ennesima carta demagogica e reazionaria: la raccolta di firme in favore dell’istituzione della pena capitale per i terroristi. La proposta è allucinante, se solo si pensa che essa viene espressa in un contesto in cui per essere dichiarati “terroristi” – meglio se “terroristi neri”- basta veramente poco. Né ci viene risparmiata la vergogna dell’ennesima genuflessione di fronte all’occupante americano: quando, infatti, Craxi – che aveva tra l’altro già tentato timide aperture nei confronti dei missini - invia i carabinieri a Sigonella (1985) a fronteggiare i marines, nell’unico ed isolato bagliore di dignità che la repubblica antifascista abbia saputo proporci da quando fu fondata, la segreteria missina mantiene un atteggiamento filo-americano che ha del disarmante.

    L’era post-almirantiana

    Nel 1988 Giorgio Almirante muore. Suo successore è già stato nominato Gianfranco Fini, da sempre pupillo dello storico segretario missino. Giorgio Bocca lo definirà in seguito “l’inglese di Bologna”, riecheggiando, involontariamente ma significativamente, le invettive di Berto Ricci contro gli “inglesi di casa nostra”. Il nuovo segretario si presenta vagheggiando, con scialba retorica nostalgica, di un ambiguo “Fascismo del 2000”. Ma il ragazzo è ancora inesperto, e si vede, tanto da esser sostituito da Pino Rauti già nel Congresso di Rimini del 1990. La storica anima critica del partito ha finalmente l’opportunità di confrontarsi con la concreta direzione politica. Tutto fa sperare nell’inizio di una nuova era. In realtà, però, la segreteria rautiana dura solo fino al luglio del 1991. Nel frattempo, l’ideologo “nazionalrivoluzionario” ha fatto in tempo ad approvare la Guerra del Golfo ed a portare il partito al 3,9%. Al peggio, evidentemente, non c’è mai fine. O forse è ancora presto per dirlo. Dopo Rauti, infatti, viene rieletto segretario Gianfranco Fini.


    Alleanza Nazionale


    Siamo agli inizi degli anni ’90. Periodo di grandi sommovimenti politici. Improvvisamente il partitello missino vede cadere dal cielo la legittimazione che da anni cercava. Le inchieste della magistratura milanese, le “picconate” di Cossiga, le esternazioni pro-finiane di Berlusconi portano il MSI al centro della scena politica. Per cogliere l’occasione al volo, però, occorre dare una riverniciata generale. È così che nel 1994 nasce Alleanza Nazionale. Per capire di cosa si tratti basterebbe citare la famosa battuta di Publio Fiori, ex-dc e neo-affiliato alla truppa di Fini: “ecco la DC che volevo!”. Grazie all’isteria anticomunista berlusconiana, AN può finalmente realizzare il vecchio sogno almirantiano: “la strategia dell’Alleanza Nazionale lanciata da Fini non [è] che la riedizione della formula della Destra Nazionale progettata da Giorgio Almirante nel 1972, riproposta stavolta sulla base di diversi rapporti di forza[ix]. Nel 1995 la nascita del nuovo partito viene formalizzata con il congresso di Fiuggi. È qui che – oltre alle lodi di rito all’antifascismo “portatore di libertà” - verrà approvata l’allucinante mozione in cui antisemitismo e antiebraismo sono condannati anche se “camuffati con la patina propagandistica dell’antisionismo e della polemica antisraeliana”. Probabilmente nessun altro partito italiano o europeo è mai giunto ad equiparare di principio antiebraismo e critica ad Israele. Ci si tiene inoltre a precisare che gli ebrei sarebbero “nostri fratelli maggiori” – espressione che può al limite avere un senso dal punto di vista della teologia cattolica, ma che risulta grottescamente ruffiana se presentata in un documento politico. Coerentemente con tali tesi, tra i dirigenti di AN (da Maurizio Gasparri a Francesco Storace, da Adolfo Urso a Gustavo Selva, dai parlamentari Marco Zacchera e Andrea Ronchi a Gianni Alemanno[x]) comincerà presto ad essere trendy il pellegrinaggio in Israele. Del resto numerosi esponenti del partito[xi] parteciperanno persino all’Israel Day (sic!) organizzato dal quotidiano Il Foglio il 15 aprile 2002 a Roma o manifesteranno pubblicamente il proprio sostegno per l’iniziativa. Nel frattempo la linea politica del partito rasenta l’inconsistenza assoluta nel momento in cui viene a mancare persino l’opzione “legge & ordine”, resa improponibile da un alleato ingombrante come Forza Italia, giudiziariamente piuttosto “disinvolto”, come sappiamo. Né la patina “sociale” che AN cerca di darsi può ingannare chicchessia; pensiamo solo ad uscite finiane del seguente tenore: “sono deliranti le vociferazioni del Sessantotto – poi passate alle BR, anche nel documento sull’assassinio di D’Antona – contro la ‘Trilaterale’ e il ‘potere delle multinazionali’[xii]. Chi denuncia i disegni criminali della Trilaterale è quindi a) un folle, b) di sinistra e c) un terrorista (con buona pace della sedicente destra “sociale” interna ad AN che continua a dichiararsi ostile ai “poteri forti”…). A ciò si aggiungano il sostegno a tutte – dicasi tutte – le guerre intraprese in questi anni dagli USA, le proposte antinazionali sul voto agli immigrati, l’azione costantemente antieuropea in politica estera ed avremo il quadro completo. Fini, ormai, ragiona in termini di tecnocrazia post-democratica: ha capito che oggi sono le oligarchie, non il popolo, a conferire legittimità e potere. Ne ha preso atto e si è adeguato, tentando la sua personale scalata al vertice sfruttando i contatti giusti[xiii]. Per adesso sembra riuscirci, sempre che qualche censore progressista non gli rovini tutto, protestando perché il pedigree antifascista di AN non è abbastanza puro. Poveracci: non hanno capito che loro fascisti non lo sono stati mai?

    [i] Tutto questo quando i nazionalisti europei più consapevoli stanno facendo altrove ben altre scelte di campo: il 3 giugno 1968, viene ucciso in Palestina Roger Coudroy, militante di Jeune Europe, primo europeo a cadere martire nella lotta antisionista.

    [ii] Piero Ignazi, Il polo escluso. Profilo del Movimento Sociale Italiano, Il Mulino, Bologna 1989

    [iii] Nino Tripodi, Viva il blocco d’ordine, in “Il Secolo d’Italia” del 16/7/69, citato in Piero Ignazi, op. cit.

    [iv] L’esplicito divieto di adesione alla massoneria per gli iscritti al partito era stato sancito già nel II Congresso Nazionale e verrà poi riaffermato nel 1980.

    [v] Giuseppe Niccolai, Europa e occidentalismo, termini inconciliabili, in “L'Eco della Versilia”, n° 8-9 Anno XV 31/12/86

    [vi] Cit. in Gianni Scipione Rossi, La destra e gli ebrei. Una storia italiana. Rubbettino 2003

    [vii] Ugo Bonasi, Addio ai padroni, in “Il Principe”, novembre 1970 ( cit. in Gianni Scipione Rossi, op. cit. )

    [viii] Si veda, ad esempio, il rinnovamento della polemica anticomunista: non più appelli all’ordine contro la “sovversione rossa” ma critica del PCI come partito conservatore complice del dominio democristiano. Oppure si pensi all’inedita attenzione per temi come quello dei diritti civili (contro la repressione antifascista), dell’ecologia ecc.

    [ix] Annalisa Terranova, Planando sopra boschi di braccia tese, Settimo Sigillo, Roma 1996

    [x] Cfr. Gianni Scipione Rossi, op.cit.

    [xi] Su Il Foglio verranno citati i seguenti nomi: Gianfranco Fini, Maurizio Gasparri, Giorgio Bornacin, Ugo Lisi, Pietro Armani, Adolfo Urso, Enzo Fragalà, Silvano Moffa, Marco Zacchera, Enzo Lo Presti, Italo Bocchino, Ignazio La Russa, Gustavo Selva, Giampaolo Landi di Chiavenna, Mario Landolfi, Stefano Losurdo, Nino Strano, Andrea Ronchi, Cristiana Moscardini, Franz Turchi jr.

    [xii] Gianfranco Fini, Un’Italia civile. Intervista con Marcello Staglieno, Ponte alle Grazie, Milano 1999. In tema di “poteri forti” si ricordi la recentissima presenza di Fini ad un convegno italiano del B’nai B’ rith, nota “associazione benefica” – così l’hanno definita i telegiornali – ebraica.

    [xiii] Per cogliere la relazione tra le recenti vicende riguardanti AN e la politica anti-europea delle oligarchie sioniste e statunitensi cfr. Gabriele Adinolfi , Se questo è un uomo, in “Orion” n° 231, dicembre 2003

  4. #4
    algyz77
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    quoto Sabotaggio anche se oggi non e' la giornata adatta per aprire polemiche interne: onore ai caduti della RSI. Disprezzo per i traditori e i nemici della Patria. MSI=Movimento Sionista Italiano

 

 

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