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    Predefinito Il «mercato» sotto Eltsin

    Il «mercato» sotto Eltsin

    Maurizio Blondet
    26/04/2007
    Boris Eltsin (1931-2007), primo presidente della Russia postsovietica dal 1992 al 1999.

    RUSSIA - «Tra il 1992 e il 1994 l'aumento della mortalità in Russia fu così drammatico, che i demografi occidentali non credettero alle statistiche. Le morti per omicidio, suicidio, attacchi cardiaci e incidenti diedero alla Russia una mortalità da Paese in guerra. I demografi occidentali e russi sono concordi: tra il 1992 e il 2000, il numero di decessi 'in sovrappiù' - decessi che non possono essere spiegati in base alle statistiche del periodo precedente - è stato fra i cinque e i sei milioni».
    Così il Wall Street Journal, in un articolo commemorativo di Boris Eltsin e del suo periodo di governo.
    Lo riporta Justin Raimondo, il direttore di Antiwar.com, con l'avvertenza: addossare ad Eltsin la colpa (o, secondo i liberisti, il merito) di aver introdotto in Russia il «mercato» - quel mercato che fece crollare i livelli di vita e ha provocato, secondo l'insospettabile giornale della finanza USA, sei milioni di morti - significa sbagliare bersaglio: Eltsin governò in stato di ubriachezza perpetua, sapeva poco o nulla di quel che avveniva.
    Il merito, se vogliamo chiamarlo così, va equamente diviso tra alcuni importanti ebrei.
    Fu Jeffrey Sachs, l'economista di Harvard, a suggerire a un governo «democratico» composto da nomenklaturisti del vecchio regime che nulla capivano di mercato e di economia moderna, il «passaggio esplosivo» al mercato, la «terapia d'urto»: da un giorno all'altro il patrimonio pubblico fu messo all'asta, «privatizzato»; i prezzi abbandonati al «mercato» salirono alle stelle di colpo.
    I vecchi, titolari di pensioncine svalutate, cominciarono a razzolare nella spazzatura alla ricerca di qualche avanzo; furono i primi a morire.
    A dire il vero, il popolo russo ricevette dei buoni che rappresentavano una quota di quel patrimonio: per necessità, per incapacità di capire, per fame, li vendettero per un pezzo di pane, o una mezza di vodka.

    Sachs era il super-ascoltato super-consulente: i nuovi governanti russi lo videro come un benefattore donato dalla generosa America per riportare la Russia alla prosperità.
    Sachs potè così realizzare il più crudele esperimento della storia economica «in corpore vili russorum», l'applicazione del più feroce dottrinarismo ideologico.
    Il massimo percettore dei buoni, e il grande favorito delle aste (truccate) fu Boris Berezovsky, l'ebreo che oggi, da Londra dove ha ottenuto asilo politico, minaccia di finanziare una rivoluzione contro Putin; l'uomo per cui lavorava Litvinenko, l'avvelenato dal polonio; e per cui lavoravano i terroristi ceceni che hanno perpetrato la strage di Beslan.
    Anch'egli senza pari nella storia criminale.
    Allora, era un amico della «famiglia», famiglia in senso mafioso, la cricca attorno ad Eltsin, dominata da sua figlia.
    Con il suo privilegiato accesso alla famiglia, Berezovsky ha ammassato la sua incredibile ricchezza vincendo le aste truccate e arraffando le industrie-chiave ex-statali, miniere, giornali, TV, banche.
    Dove non bastavano le aderenze e la corruzione, Berezovsky usava i sicari e gli assassini (ceceni) che teneva e tiene nel suo libro-paga.
    I suoi metodi furono descritti da Paul Klebnikov, giornalista americano d'origine russa (suo nonno era un ammiraglio bianco, eliminato dai bolscevichi) mandato a dirigere l'edizione moscovita di Forbes, in un libro-denuncia, dal titolo «The Godfather of the Kremlin»: nel luglio 2004, Klebnikov è stato ucciso da sicari ceceni, sicuramente su mandato di Berezovsky.
    Ma i metodi di Berezovsky piacevano agli ideologi del «mercato globale».
    A quei tempi, il Wall Street Journal discettava sui gangster russi che, sicuramente, si sarebbero tramutati in normali capitalisti: lo stesso capitalismo americano non era nato così, coi «robber barons», i predoni delle ferrovie, del petrolio e delle ricchezze del West, tra cui brilla il capostipite dei Rockefeller?
    Wall Street amava Berezovsky, ed esaltava «imprenditori» come Khodorkovsky, Guschinsky, Navzlin (tutti ebrei) che s'erano accaparrati l'intero patrimonio energetico ex-sovietico ad un ventesimo del suo valore, con fondi prestati da New York e Londra.
    Le istituzioni sovrannazionali, come il Fondo Monetario, pompavano fondi al regime Eltsin; per «sostenere il passaggio all'economia di mercato».

    Il pubblico russo, ignaro dei trucchi della finanza, venne spogliato con vari trucchi, fra cui la piramide finanziaria organizzata dalla banca MMM, dei fratelli Mavrodi, poi riparati in USA.
    Il debito pubblico e commerciale salì ad altezze inimmaginabili; nel 1998 la Russia avviata al capitalismo dichiarò bancarotta.
    Il Fondo Monetario la «salvò», o salvò gli oligarchi perché potessero continuare il saccheggio, con un prestito di 50 miliardi di dollari: finiti per lo più nelle tasche della famiglia e dei suoi complici, in conti esteri.
    Gregory Yavlinsky, deputato alla Duma e liberista convinto, filo-americano, ha ammesso:
    «Il governo (ai tempi di Eltsin) era privo di una ideologia. Non era né rosso né bianco né verde. Era fondato solo sull'avidità privata. Ne risultò un sistema mafioso, oligarchico, fondato sull'accaparramento dei diritti di proprietà e su aderenze semi-delinquenziali».
    Non si ricorda mai che non è stato Putin a scatenare la guerra in Cecenia, ma Eltsin o meglio la sua famiglia e i suoi ebrei di corte, e per il motivo più bieco: i giudei-oligarchi proteggevano così gli interessi delle loro proprie bande criminali a Mosca e nelle altre città principali, insidiate dalla mafia cecena.
    Il generale Aleksandr Lebed, che per un attimo fu guardato come il salvatore della Russia (morì prima), disse del gruppo che aveva voluto l'invasione della Cecenia nel '94: «Non è il partito della guerra, è il partito degli affari».
    Vladimir Putin è cresciuto nella Famiglia, osservando, conquistando la fiducia dei familiari. Poi ha assestato il colpo ai Berezhovsky e ai Khodorkovsky, li ha obbligati a sputare la preda colossale, ne ha mandato uno in galera e gli altri in esilio - dove si godono comunque una quantità di miliardi rubati al prezzo di sei milioni di morti russi.
    L'Occidente finanziario ha accolto i criminali come perseguitati politici.
    L'Occidente «democratico» accusa Putin di autocrazia, di aver messo un freno alla stampa e ai media (erano posseduti dagli oligarchi), di stroncare l'opposizione democratica, finanziata dagli oligarchi, di aver ri-statalizzato le ricchezze strategiche della Russia, che gli oligarchi avevamo non rubato, ma rapinato con l'omicidio di massa, al limite del genocidio.


    Boris Berezovsky

    Ora Berezovsky si erge a liberatore della Russia da Putin: vuole ovviamente una nuova era Eltsin senza Eltsin, e ovviamente Wall Street e Londra sono d'accordo.
    Dicono che Putin non rispetta i diritti umani; ogni giornalista ucciso nella violenza creata dall'era Eltsin ha come mandante Putin; Putin è dietro l'assassinio di Litvinenko… e intanto i loro centri d'influenza finanziano il «dissidente» Garri Kasparov, il mezzo ebreo e mezzo americano che lavora come «advisor» del National Security Council, e i suoi alleati «democratici».
    Ed è istruttivo apprendere che gente sono, questi alleati di Kasparov.
    Uno è Kas'janov, un ex ministro eltsiniano noto come percettore di tangenti.
    L'altro è il fondatore del partito nazional-bolscevico, Limonov, che Solgenitsin ha definito un pornografo.
    E infatti, secondo Der Spiegel, il programma politico di Limonov consiste nella «trasformazione del Paese in un conglomerato di comuni armate, libere e orgiastiche», un'utopia in cui Limonov dichiara di ispirarsi (sempre secondo Spiegel) «al Lenin degli ultimi anni, al Goebbels degli inizi, alla sinistra del Partito Nazista e alla terrorista tedesca Ulrike Meinhof».
    Ma in cui non è difficile vedere il progetto delle «Zone temporaneamente autonome» di «Hakim Bey», alias Lamborn Wilson, il sociologo americano che ispira, pagato non si sa da chi, i movimenti no-global e li guida verso «l'anarchia ontologica e il terrorismo poetico», insomma verso la sragione intinta in un dannunzianesimo straccione (anche l'impresa di Fiume fu una «comune armata, libera orgiastica»; e fu creata di sana pianta dalla Massoneria italiana per deviare la rabbia popolare dopo la grande guerra, che minacciava le oligarchie savoiarde e risorgimentali-affaristiche).
    E' ciò che Limonov chiama «un'altra Russia», titolo del suo libro utopico: e il nome «Un'altra Russia» è quello che Kasparov ha scelto per la sua minuscola federazione anti-Putin, con Kas'janov e Limonov.

    Non stupisce che i russi, per lo più, scelgano la Russia presente.
    Hanno avuto abbastanza liberismo ebraico, hanno pagato con sei milioni di morti.
    Abbastanza, abbastanza.
    Abbastanza davvero.
    Ho sott'occhio il libro di Solgenitsin, «Due secoli insieme».
    Eccone poche citazioni.
    «Ogni volta che bisognò ratificare la legge sull'uguaglianza dei diritti per i contadini, promulgata da Stolypin fin dal 1906, la ratifica fu bloccata da tre Dume successive, su pressione della sinistra, per il fatto che non si poteva accordare l'uguaglianza ai contadini prima di accordarla agli ebrei» (pagina 510).
    «Nel novembre 1905 D. I. Pikhno, redattore capo del giornale russo 'Il Kieviano' e conoscitore della stampa del suo tempo, scriveva: 'Gli ebrei hanno enormemente puntato sulla carta della rivoluzione. Quanti, fra i russi, comprendono che la stampa rappresenta una forza e questa forza non è nelle loro mani, ma dei loro avversari? [L'opinione pubblica] è stata annegata sotto questa massa di menzogne'» (pagina 515).
    Un ebreo, A. Kulicher, nel 1923 - costretto all'emigrazione dal bolscevismo - rievocava quella stampa di quei giorni pre-bolscevichi: «Prima della rivoluzione c'erano effettivamente, tra gli ebrei russi, individui e gruppi la cui attività poteva essere caratterizzata dall'assenza di senso di responsabilità […]. Tutta la loro azione politica consisteva nell'essere più a sinistra degli altri. Nel ruolo di critici irresponsabili, che non andavano mai sino al fondo delle cose, ritenevano che la loro missione consistesse nel dire sempre: non è abbastanza! […] Queste persone erano 'democratiche', ma c'era anche una particolare categoria di democratici - si definivano d'altronde 'gruppo democratico ebreo' - che affiancava questo aggettivo a qualunque sostantivo, inventando un insopportabile Talmud della democrazia […] al solo scopo di dimostrare che gli altri non erano ancora sufficientemente democratici. Essi alimentavano attorno a sé un'atmosfera di irresponsabilità, di massimalismo senza contenuto, di rivendicazione insaziabile». (pagina 517).

    Ah, come li riconosco, questi colleghi militanti!
    Quanti ne ho conosciuti, irresponsabili di questi tipo fanatico!
    Alcuni potete nominarli anche voi, Nirenstein, Ferrara… ma in Russia, sulla Russia, eccoli a dire che Putin «non è abbastanza democratico», mentre Berezovsky e Kasparov sono del gruppo democratico ebreo.
    Anche oggi viene bandito «l'insopportabile Talmud della democrazia, il massimalismo senza contenuto, la rivendicazione insaziabile».
    Ma la Russia, per favore, no: ha già dato.
    Forse più di 60 milioni di morti al comunismo, e già sei milioni di morti al liberismo di mercato.
    E' abbastanza.

    Maurizio Blondet

  2. #2
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    Predefinito

    Putin ha messo fine a questa schifezza.
    L'ha fatto con il pugno di ferro, violando diritti umani. Su questo non ci sono dubbi.
    Ma da quando un fascista si fa paladino dei valori umani?
    Se ora la Russia ha di nuovo una DIGNITA' lo deve al suo Presidente!

 

 

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