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  1. #1
    Comunista democratico
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    Predefinito "Gramsci, attuale e non convertito alle ragioni di un esangue riformismo"

    "Gramsci, attuale e non convertito alle ragioni di un esangue riformismo"

    di Simone Oggionni

    su redazione del 27/04/2007 http://www.lernesto.it/index.aspx?m=...Articolo=15304

    Intervista ad Alberto Burgio, docente universitario e parlamentare del PRC

    Oggi è il 27 aprile. Settant’anni fa, il 27 aprile 1937, muore, dopo nove anni di reclusione, Antonio Gramsci, a causa di una emoragia celebrale.
    Con Alberto Burgio, studioso di Gramsci ed autore nel 2003 per Laterza di Gramsci storico. Una lettura dei "Quaderni dal carcere", cogliamo l’occasione di questo anniversario per riflettere sull’attualità del lascito dell’intellettuale e dirigente comunista sardo.

    D. Innanzitutto non possiamo non notare una coincidenza densa di significato: la morte di Antonio Gramsci si colloca tra due date simboliche per il movimento operaio e la storia dei comunisti in Italia: il 25 aprile e il 1 maggio.

    R. Sì, la data della morte di Gramsci si colloca tra due delle ricorrenze più significative per la sinistra italiana. Il 25 aprile: data in cui l’Italia riconquista la libertà dopo quasi ventitrè anni di dittatura fascista grazie ad una poderosa resistenza di popolo e grazie – in particolare – all’iniziativa, dentro la lotta partigiana, dei comunisti. Un contributo, quello dei comunisti, che non comincia soltanto negli anni conclusivi del conflitto bellico, quando si apre lo scontro militare con i sostenitori della Repubblica Sociale Italiana e con l’esercito nazista ma, che al contrario, è determinante già nel lungo tunnel della dittatura. Periodo nel quale i comunisti riuscirono, nonostante le grandi difficoltà, a tenere in vita la traccia della coscienza di quanto fosse necessario organizzare il movimento operaio, di quanto fosse necessario costruire le condizioni per la rapida ripresa della lotta di massa nelle fabbriche, nelle campagne, nelle città. E il 1 maggio, ovviamente, è il giorno in cui quel movimento che, con la lotta partigiana, fu in grado di sconfiggere il nazifascismo, celebra la sua funzione costitutiva nel processo di costruzione della democrazia.

    D. Chi è stato Antonio Gramsci?

    R. Sicuramente la figura più importante nella vicenda dei comunisti in Italia; un intellettuale che – sin da ragazzo, sin dal suo approdo a Torino – ha svolto un ruolo preminente nella organizzazione del movimento operaio; la figura che maggiormente ha avuto influenza per la nascita del Pcd’I, dopo aver avuto incarichi nella lotta di fabbrica nel biennio rosso, segnando una rottura dentro la storia del riformismo italiano e marcando un sovrappiù di classe nei confronti di una borghesia la cui debolezza storica e propensione reazionaria sarebbero stati argomenti di storia critica dei decenni successivi alla fine del secondo conflitto mondiale.

    D. Si è soliti, sempre più spesso, distinguere il Gramsci dei Quaderni dal Gramsci guida della lotta politica nel periodo precedente. Esiste questa dualità?

    R. No, non c’è soluzione di continuità e contraddizione tra il Gramsci dei Quaderni e il Gramsci che costruisce, nella lotta di fabbrica a Torino, l’avanguardia politica comunista. È questa una semplificazione funzionale a rappresentare – in un’ottica di critica alla prospettiva rivoluzionaria - i Quaderni come interni al tatticismo istituzionale; si tratta di una lettura frutto dell’esigenza di presentare Gramsci come l’ideologo della deriva moderata degli ultimi anni del partito comunista e delle sue deformazioni.
    Non vi è alcuno iato tra il Gramsci giovane scapigliato, rivoluzionario ed estremista e un Gramsci maturo che, per questo, ha dimesso i panni del rivoluzionario approdando ad un’ottica riformista.
    Vi sono, nei Quaderni, elementi di ordine strutturale che hanno favorito questo genere di interpretazioni: i Quaderni sono una massa notevolissima di testi tra loro solo in apparenza disomogenei. Viceversa, infatti, la frammentazione non attiene al contenuto. Vi è una estrema organicità e coerenza del lascito gramsciano ma quella configurazione esteriore, frammentata, molteplice, in apparenza disorganica, ha favorito una lettura errata di Gramsci da parte di chi lo ha interpretato ricostruendolo a propria immagine e somiglianza.
    Noi critichiamo questa lettura, priva di fondamento. Nei Quaderni vi è, se mai, una maggiore originalità nell’analisi soprattutto per il grande tema della prospettiva gramsciana: quello della complessità. Non si tratta di una ridefinizione degli obiettivi strategici della lotta di classe e del superamento della società capitalistica ma di una maggiore attenzione alla grande complessità della società borghese moderna, all’interno della quale la lotta di classe si deve dotare della capacità di conquistarne le diverse articolazioni e anche i suoi immaginari, sul terreno della cultura e dell’ideologia.

    D. La complessità, dunque. Ma quali sono le categorie gramsciane che rimangono a tuo avviso oggi più in grado di interpretare la realtà?

    R. La categoria più abusata e più nota e che tuttavia riserva ancora - se si leggono i Quaderni in modo avvertito – originalità e sorprese è quella di egemonia. Diversamente da quanto è stato suggerito da parte di lettori superficiali o semplicemente portatori di un’ottica tradizionale - laddove viceversa Gramsci è capace di innovare e scoprire sottotraccia elementi di trasformazione – l’egemonia non concerne soltanto l’ambito delle sovrastrutture, delle istituzioni culturali o il terreno della costruzione e diffusione delle ideologie, della cultura, dei saperi e dei discorsi. Non è soltanto una dinamica relazionale che chiama in causa gli intellettuali in senso proprio; è, al contrario, categoria di una forma del potere che Gramsci definisce “direzione”, per distinguerla dalla forma violenta della subordinazione, che lui riconosce inerente a tutti gli snodi della relazione sociale. In cosa sta l’innovazione, l’originalità? Gramsci capisce che ormai la società contemporanea nella quale si è sviluppata la produzione industriale e quindi il lavoro vivo si organizza secondo lo sviluppo della tecnologia e per mezzo dell’avvento di nuove forme di produzione e di divisione del lavoro; la società contemporanea fornisce ormai al momento della conoscenza e della diffusione dei saperi un ruolo che nelle società precedenti era assente. Gramsci è colui il quale per primo segnala un salto di qualità, una rottura del paradigma pre-moderno, si direbbe oggi, e la assunzione di un ruolo cruciale nella produzione della soggettività da parte dell’elemento intellettuale. È per questo che a sua volta l’idea di intellettuale viene trasfigurata: non più l’intellettuale tradizionale con una collocazione medio-alta nella gerarchia sociale, in corrispondenza delle professioni intellettuali, bensì l’intellettuale come singolo soggetto messo al lavoro dalla società capitalistica. Ormai il lavoro si lega, di fatto o potenzialmente, ad una competenza, alla capacità di elaborare elementi di teoria e di consapevolezza che in precedenza il lavoro non coinvolgeva necessariamente.

    D. Quali indicazioni politiche contiene questa riflessione?

    R. Indicazioni preziose, perché il riconoscere che i saperi, che sono a loro volta diffusi, sono uno strumento di costruzione delle soggettività dà una formidabile indicazione di lavoro politico; è un’intuizione che conduce all’idea che la diffusione della consapevolezza non trova ostacolo, come accadeva in passato, nel fatto che i nostri interlocutori sono tendenzialmente privi della capacità di recepire consapevolezza. Per Gramsci in questa società anche il soggetto operaio e proletario, anche il lavoro vivo, è prodotto in forme di soggetto consapevole e portatore di una coscienza critica.
    I Quaderni sono la chiave per leggere il Manifesto di Marx nel modo più originale e più produttivo ed attuale: nella misura in cui il Manifesto ancora distingue tra proletari e comunisti e cioè concepisce come due momenti distinti il momento della collocazione del soggetto nella dinamica produttiva e il momento dell’acquisizione della consapevolezza di sé e dell’acquisizione di una coscienza antagonista, Gramsci dice che in un certo senso ci pensa lo sviluppo stesso delle forze produttive a unire i due momenti: il soggetto messo al lavoro è, in quanto tale, portatore in senso proprio di criticità e dunque in grado di configgere con il capitale, allo scopo di invertire segno dei rapporti di forza. Certo è che, in mezzo, c’è sempre e ancora il momento dell’organizzazione della soggettività del partito…

    D. C’è quindi, seppure in presenza di una presa di coscienza conseguente alla collocazione del proletariato nella dinamica sociale, ancora bisogno dell’organizzazione politica, del partito. Quanto Gramsci c’è, allora, nell’esperienza storica del partito comunista italiano del dopoguerra?

    R. Molto. Premesso che le forme della soggettività politica sono sempre mutevoli, e che quindi anche il partito nuovo di Togliatti è diverso da quello che Gramsci immagina, possiamo dire che il Moderno Principe si costruisce dentro la società come partito di massa e non come avanguardia militare. In questo già allude alla concezione togliattiana del partito nuovo, intesa come costruzione capace di aderire alle articolazioni della società e quindi di interloquire con i soggetti alleati o potenzialmente alleati della classe operaia nella lotta rivoluzionaria. Gramsci è, anche al di là di questo, fonte fondamentale nell’elaborazione teorica e nella pratica politica del Pci per quello che connota una capacità che il partito ha rispetto ad altre formazioni politiche nell’ambito del movimento comunista internazionale.
    Quale? La capacità “espansiva”, direbbe Gramsci. La capacità di costruire alleanze, di egemonizzare anche altri ambiti e componenti della totalità sociale. Il partito comunista italiano non fu un partito operaio in senso angusto. Fu un partito con vigorose radici di classe ma che nel corso dei decenni della storia repubblicana fu in grado di costruire relazioni, alleanze che aggregarono nell’orbita di una lotta progressiva per la difesa del lavoro e per i diritti delle masse, tutte le componenti del mondo del lavoro (i contadini, gli impiegati, i tecnici, ovviamente anche gli studenti e gli intellettuali) e anche i ceti medi. Il Pci fu l’aggregazione di massa di quei soggetti che condividevano le istanze della partecipazione democratica. Il germe di questa intuizione è il Gramsci dei Quaderni, ed è un germe che noi riteniamo pienamente attuale.

    D. Certo è che, rispetto alla situazione in cui si trovava a riflettere Gramsci, sono cambiate le forme del lavoro, l’organizzazione della produzione e anche la struttura di classe della società…

    R. Questo è vero. Tuttavia le intuizioni di fondo, la necessità di disporre di una forte organizzazione in grado di condurre la lotta politica anche sul terreno ideale ed ideologico e l’eisgenza che questa forte organizzazione – il partito comunista – sia in grado di costruire alleanze ed intese e sia in grado di guidare i soggetti nella trasformazione complessiva della società, rimane completamente attuale. Rimane l’attualità di un Gramsci che non consideriamo obsoleto né convertito – come qualcuno, non per caso, vorrebbe - alle ragioni di un esangue riformismo.
    Myrddin

  2. #2
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    GRAMSCI, 27 APRILE 2007.
    SETTANT'ANNI DALLA MORTE


    Lettere dal carcere 154.
    Carissimo Delio,
    mi sento un po' stanco e non posso scriverti molto. Tu scrivimi sempre e di tutto ciò che ti interessa nella scuola. lo penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti piu di ogni altra cosa. Ma è cosi? Ti abbraccio.


    Antonio


    (Einaudi, 1971, p. 294)
    Myrddin

  3. #3
    are(a)zione
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    Predefinito

    Domani, se ti ricordi, posti il link dell'Unità ai Quaderni?

    Eri stato tu ad avvertirci di questo, o sbaglio?

  4. #4
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    Predefinito l'Unità e Gramsci

    Citazione Originariamente Scritto da are(a)zione Visualizza Messaggio
    Domani, se ti ricordi, posti il link dell'Unità ai Quaderni?

    Eri stato tu ad avvertirci di questo, o sbaglio?
    Sì, e ho acquistato sia il libro che il cd. Affrettatevi!

    26/04/2007 - ore 16:02
    gramsci: ''l'unita''' ricorda il fondatore con tre iniziative

    Roma, 26 apr. - (Adnkronos) - ''Solo conoscendo il passato si costruisce un futuro migliore''. E' questo lo slogan scelto dall'''Unita''' per celebrare Antonio Gramsci a 70 dalla morte. Il fondatore nel 1924 del quotidiano del Pci viene ricordato con tre iniziative editoriali: un cd-rom, un libro e un archivio on line. Domani in edicola con ''L'Unita''' per la prima volta viene venduta la versione digitale dei ''Quaderni del carcere'', a cura di Dario Ragazzini. Il cd-rom (9,90 euro) offre la possibilita' di confronti ipertestuali e ricerche lessicali sull'opera teorica del pensatore sardo.

    Sempre domani in edicola con ''L'Unita''' c'e' il volume ''Le opere. Antologia di tutti gli scritti'' di Antonio Gramsci (euro 7,50), a cura di Antonio A. Santucci. Il libro contiene una scelta degli scritti gramsciani ordinata cronologicamente dalle prime esperienze giornalistiche ai celebri ''Quaderni del carcere''. In occasione dell'''anno gramsciano'' arriva on line l'archivio di tutte le edizioni del giornale di Gramsci, dal 1924 a oggi, incluse quelle clandestine durante gli anni del fascismo, raccolte per la prima volta in un archivio digitale a disposizione di ogni lettore collegandosi al sito internet del giornale.
    Myrddin

  5. #5
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    Che cos'è Gramsci per noi trentenni

    di Eleonora Forenza

    su Liberazione del 27/04/2007


    La «comprensione critica di se stessi»: una tensione che Gramsci ci consegna e che diventa strumento potente per interrogare e indagare, oggi, la crisi della politica, ossia la politica come dimensione separata, che si alimenta della rimozione delle vite - delle nostre vite, di quelle di Pietro, Paolo, Giovanni. Reimmaginare una connessione tra politica e liberazione - intesa non solo come progetto ma come processo - significa, cioè, ripensare oggi un soggetto politico della trasformazione che ci "comprenda", ossia che sia indissolubilmente connesso con i processi singolari di soggettivazione (col nodo politico della soggettività).
    Il problema della costruzione del soggetto politico rinvia, cioè, alla possibilità di pensare processi di individuazione come liberazione (uscita) dalla dimensione totalitaria del neocapitalismo, dalla colonizzazione molecolare e pervasiva che mette in atto sulle nostre vite.
    E allora il problema gramsciano della costruzione della soggettività - ossia «come nasce il movimento storico sulla base della struttura» - assume, nella postmodernità - «quando oggetto del dominio del capitale sulla forza-lavoro cessa di essere il "corpo" e comincia ad essere la mente» (Finelli) - una più radicale complessità.
    Non credo sia un caso che, tra i primi e più lucidi lettori della connessione tra il problema del soggetto politico e quella che Dario Ragazzini definisce «una teoria della personalità in Gramsci» («l'individuale non è il residuale di un'analisi sociale») vi sia quel Giacomo Debenedetti, che, come Gramsci, aveva assunto il problema gobettiano dell' «autoeducazione» ("l'autobiografia come problema"). A cardine del «metodo umano di Antonio Gramsci», Debenedetti pone il «molecolare» nella sua costante relazione con il «tutto complesso», ossia la costruzione della sintesi-uomo «come coscienza continuamente presente, a cui non è concessa alcuna dispensa, anzi è tenuta a non prescindere da nulla di ciò che costituisce l'uomo» (che deve tenere presenti tutte le «sensazioni molecolari») e come «senso di responsabilità verso tutti i componenti psichici affettivi, morali dell'uomo».
    E se molecolari sono i processi di trasformazione del carattere (e qui forse, la metafora "materialistica" allude, in Gramsci, al nesso corpo-mente, all'immanenza dei processi di soggettivazione), molecolari sono anche i processi sociali che, come ha scritto ancora Ragazzini, «possono collocarsi sia dentro una rivoluzione passiva che in una "anti-passiva" (per usare l'espressione di Christine Buci Glucksmann)».
    Molecolare, è dunque, quella «lotta di egemonie politiche, di direzioni contrastanti, prima nel campo dell'etica, poi della politica», attraverso cui si giunge, appunto «alla comprensione critica di se stessi», all'«elaborazione di una superiore concezione del reale»:
    «L'uomo attivo di massa opera praticamente, ma non ha una chiara coscienza teorica di questo suo operare che pure è un conoscere il mondo in quanto lo trasforma. La sua coscienza teorica anzi può essere storicamente in contrasto col suo operare. Si può quasi dire che egli ha due coscienze (o una coscienza contraddittoria), una implicita nel suo operare e che realmente lo unisce a tutti i suoi collaboratori nella trasformazione pratica della realtà e una superficialmente esplicita o verbale che ha ereditato dal passato e ha accolto senza critica».
    E' all'altezza di questo nodo che Gramsci elabora, e, anche qui, ci consegna, in relazione alla questione del soggetto politico, il problema della costruzione di "un nuovo senso comune" e una radicale interrogazione della funzione intellettuale.
    Il problema della costruzione di un nuovo senso comune attraversa i Quaderni in strettissima connessione col nesso filosofia/formazione delle volontà collettive permanenti, nesso che appare centrale proprio nella formulazione gramsciana della filosofia della prassi: solo divenendo nuovo senso comune, infatti, ossia «una cultura di massa e che opera unitariamente», la filosofia della prassi sembra poter produrre «una morale conforme, una volontà attualizzatrice». La costruzione del nuovo senso comune, si presenta, si potrebbe dire, come il terreno di saldatura tra la riforma intellettuale e la riforma morale sulla base della ridefinizione della filosofia come religione, in senso crociano: ossia come concezione del mondo che produce un'etica conforme. Una verità filosofica, cioè, storicamente, si afferma (diviene vera) nel momento in cui produce una norma di condotta, una volontà attiva di massa, prassi trasformatrice, storia. La teoria dell'efficacia storica delle ideologie, sembra, cioè, avere in Gramsci, il valore di una correzione antideterministica proprio in connessione all'elemento della volontà collettiva. Per dirla brutalmente: nonostante l'importanza data alla conoscenza tecnica nella formazione di un nuovo senso comune (a quelle che si potrebbero chiamare le facoltà umane del produttore, lo sviluppo del general intellect), Gramsci connette sempre la soggettività alla formazione della volontà collettiva.
    Di qui, la costante attenzione gramsciana per quei lavorii, per quei processi minutissimi, capillari, appunto "molecolari" (già allora accelerati dalla progressiva standardizazzione industriale e massmediatica) che determinano la nascita di una volontà collettiva omogenea e la disgregazione, attraverso la critica, delle vecchie concezioni del mondo e delle vecchie volontà collettive.
    E, per dirla con Badaloni, nella riflessione gramsciana, la riforma intellettuale e morale non è un'aggiunta alle forze produttive, ma è espressa da esse: la radice del processo egemonico è, cioè, «una comprensione critica di se stessi», del proprio ruolo nel processo produttivo e storico da parte dei produttori. La funzione dell'intellettuale organico, sembra essere, dunque, fondamentalmente, la ricomposizione di quella coscienza contraddittoria «adeguando la teoria alla prassi trasformatrice»: «fornire la coscienza di essere parte di una determinata forza egemonica».
    Ora, la potenza (e l'utilità), potremmo dire, la traducibilità della domanda gramsciana (come nasce il movimento storico) è indisgiungibile dalla storicità della sua riflessione (collocata all'alba del fordismo), e cioè dalla nostra capacità di riarticolare quella domanda sulla base dei mutamenti strutturali intervenuti nel postfordismo. E, in particolare, dalla necessità di nominare la centralità dell'elemento cognitivo nei nuovi processi di accumulazione: è proprio dalla sussunzione della vita e della mente nel processo produttivo che ha origine una vera e propria mutazione antropologica, una dilatazione dei processi produttivi all'intera esistenza.
    Ma come possiamo reimmaginare, oggi, allora, i nuovi termini di una rivoluzione antipassiva, in grado, cioè, di contrastare quello straordinario processo di passivizzazione che è la globalizzazione neoliberista? Come si possono, cioè riconfigurare i processi di formazione della volontà collettiva, del nuovo senso comune all'altezza del postfordismo, e cioè, per dirla con Illuminati, «in presenza di un altro tipo di traducibilità fra ideologia e senso comune, fra lavoro e politica a causa dell'immediata produttività di relazioni e attitudini fondate su una diretta esperienza dell'astratto, della inseparabilità, nella fase postfordista di prestazione corporee e mentali, del tempo di vita e del tempo di lavoro»? Come possiamo, cioè, ripensare a una nuova funzione intellettuale di mediazione - ricomposizione - se è proprio la facoltà di pensare ad essere messa a valore, ad essere sussunta e integrata nella fabbrica postfordista?
    Qualche tempo fa forse anche il New York Times si poneva sul terreno dell'efficacia storica delle ideologie, nominando il movimento dei movimenti come seconda potenza mondiale. "Un altro mondo è possibile" si costituiva come antidoto materialissimo al pensiero unico divenuto senso comune, all'idea che la storia fosse finita e con essa la possibilità della trasformazione. La costruzione di quel movimento, della sua lotta per l'egemonia, è passata (passa) attraverso la contaminazione fra soggetti e culture critiche, attraverso l'esposizione all'altro come elemento ineludibile per la «comprensione critica di noi stessi»: articolando, cioè, il problema dell'individuazione non nell'ottica della unificazione, ma della soggettivazione molteplice delle differenze. Il problema politico della (auto)rappresentazione si è articolato cioè attraverso una molteplicità di autonarrazioni: una nuova mitopoiesi, si è detto, come luogo di rifondazione e ricomposizione della soggettività (fuori dal lavoro) capace di rappresentare l'irriducibilità delle contraddizioni, di riproporre il problema dell'autodeterminazione. Ma è dalla capacità di nominare il potere del capitale di disporre sul terreno bioeconomico delle nostre facoltà umane e cognitive, e, sul terreno biopolitico, di governare i corpi e le vite, di mettere a valore l'esistenza stessa, che può nascere una volontà politica di riappropriazione delle nostre facoltà, del carattere immediatamente produttivo delle nostre vite e delle nostre esistenze: di agire la contraddizione vita/capitale. Di ricomporre soggettività.
    Myrddin

 

 

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