QUESTO TESTO DI MICHELE NOBILE E’ STATO PENSATO E SCRITTO DA QUALCHE
GIORNO PER LA DISCUSSIONE PIU’ O MENO INTERNA ALL’ASSOCIAZIONE UTOPIA
ROSSA.
CI E’ SEMBRATO PERO’ CHE IL TESTO MERITASSE DI GIRARE PUBBLICAMENTE
PERCHE’ UTILE A CAPIRE COME SI SIA ARRIVATI ALLA SITUAZIONE DISPERATA
ATTUALE CHE, DA UN LATO, VEDE LA VICINA MEGAMANIFESTAZIONE CONTRO
BUSH DIRETTA DA UN CARROZZONE CENTRISTA, IN PARTE PRODIANO E
FILOGOVERNISTA, SU POSIZIONI NON ESPLICITE NELLA CONDANNA
DELL’IMPERIALISMO ITALIANO. E, DALL’ALTRO, VEDE QUEL PRIMO
RAGGRUPPAMENTO ANTIMPERIALISTA FORMATOSI IL 30 SETTEMBRE
COMPLETAMENTE SCAVALCATO DAGLI EVENTI, DISPERSO E IN PARTE DILANIATO
AL PROPRIO INTERNO DA FENOMENI DI VERA E PROPRIA CONCORRENZA
MINORITARIA: UN’ARTE CHE MICHELE HA SIGNIFICATIVAMENTE BATTEZZATO
“ORTICOLTURA”,
CON IL CONSENSO DI MICHELE, RENDIAMO PUBBLICO QUESTO TESTO.
INVITIAMO TUTTI A LEGGERE E FAR CIRCOLARE QUESTA BREVE CRONISTORIA DI
UN’OCCASIONE MANCATA.

Utopia Rossa
____________________________________

Cari compagni,

sento il bisogno di tracciare un bilancio della vicenda iniziata con
la manifestazione del 30 settembre, che è anche un bilancio
dell’attività della nostra associazione.
Quelle che seguono sono annotazioni innanzitutto di carattere personale.
Mi sono preoccupato di esporle in modo discorsivo, anche ripetitivo
rispetto alle informazioni già disponibili, perché ritengo necessario
riesaminare con attenzione l’intero percorso. E’ importantissimo che,
dopo il nove giugno e la verifica sul terreno di posizioni e
presenze, si faccia un bilancio pubblico, documentato e analitico
dell’intera faccenda.
Quel che segue potrebbe essere una traccia per un documento del genere.

¡Hasta la victoria siempre!
Michele Nobile
_______

Nella «dichiarazione programmatica» dell’Associazione Utopia Rossa,
pubblicata sul Manifesto del 22 ottobre 2003 scrivevamo che:
«la compagine di centrosinistra rappresenta in forma organica gli
interessi della grande borghesia, dell’imperialismo italiano».
Nella stessa dichiarazione si affermava, tra l’altro:
a) l’obsolescenza del governo Berlusconi;
b) la superiore capacità del centrosinistra, rispetto al
centrodestra, d’ingannare il movimento pacifista.
c) l’opportunità per la nomenklatura di sinistra, grazie alla svolta
a favore dell’Ulivo da parte di Rifondazione, «di riciclarsi
strumentalizzando le lotte del popolo no-global, quelle contro la
guerra, per l’art. 18, per la difesa della scuola pubblica ecc.»

Non credo che, nel 2003, fossimo gli unici a considerare
organicamente imperialista la «natura sociale» del centrosinistra;
ma, a giudicare dalle posizioni elettorali dei gruppi politici e
dalle decisioni dei singoli individui, eravamo sicuramente in pochi.
Se si considera il significato obiettivo dei comportamenti, al di là
delle dichiarazioni di principio, dovevamo essere pochini ancora
nella primavera del 2006: ad es., candidandosi per Rifondazione nella
lista dell’Ulivo, Marco Ferrando smentiva le sue stesse parole.
Nel frattempo:
- la coalizione di centrosinistra, una delle due frazioni politiche
dell’imperialismo italiano, ha vinto le elezioni, con la benedizione
del Corriere della Sera, dell’Economist, del Financial Times e del
Presidente della Confindustria, grazie al voto di svariati milioni di
salariati e salariate, pacifisti, ambientalisti, «antagonisti»,
disobbedienti e no-global.
- attraverso Rifondazione sono stati cooptati nel sistema dei partiti
e a sostegno attivo di un governo imperialista, non solo la maggior
parte dei “rappresentanti” o “portavoce” del movimento no-global
emerso a Genova e dopo Genova, ma, anche, militanti trotskoidi. Si
tratta di un fatto storico, perché il riferimento formale a Trotsky è
sempre stato, fino al 2006, un impedimento ideologico insuperabile al
compromesso con l’imperialismo. Ciò testimonia dell’enorme forza
d’attrazione esercitata dalla combinazione tra i vecchi canali di
corruzione e quelli più moderni della politica-spettacolo, che è
giunta a cogliere anche l’ultimo atipico «fiore» dell’eterogeneo
giardino del centrismo.
- infine, negli ultimi mesi, si sta rinnovando un’operazione di
«riciclaggio» politico di una frazione della nomenklatura, ovvero dei
«forchettoni rossi» eletti. Frazione piccola, ma non per questo meno
dannosa di quella rimasta arroccata sulle posizioni e sui predellini
occupati all’inizio della partita.

A quasi quattro anni di distanza gli elementi analitici centrali
della «dichiarazione» sono stati confermati dai fatti. Non è motivo
di consolazione: si tratta di conferme del degrado della coscienza
politica di massa e della pochezza politica e umana del personale
espresso dalle mobilitazioni d’opinione. In breve, di una situazione
storica disastrosa.
C’è un altro aspetto, tuttavia, da considerare.
In termini pratici, il nostro obiettivo era ed è l’unità d’azione tra
quanti sono disposti a combattere non solo l’imperialismo
statunitense e la coalizione imperialista italiana «di destra», ma
anche quella imperialista «di sinistra».
Si trattava di una discriminante apparentemente semplice ed
essenziale, da qualcuno considerata perfino riduttiva. Fino
all’inizio del 2006 e all’incontro con gli Umanisti, i compagni della
Sinistra per Savona e i Carc, non abbiamo ricevuto che dinieghi e
silenzi.
Si può ricordare la lunga collaborazione di Massari con il Campo
antimperialista per la costruzine di Iraq libero: ma per quanto
questa sia stata importante, era collaborazione a senso unico (nel
senso che noi collaboravamo con il campo, ma il Campo non ha mai
collaborato con noi).
Da parte di autentiche avanguardie politiche pienamente consapevoli
della gravità della situazione italiana ci si sarebbe potuto
aspettare qualcosa di più, almeno un’interlocuzione, un fare
conoscenza, curiosità.
Ma, nel complesso, non c’è neanche di che stupirsi.
Perché emergesse la possibilità concreta di un coordinamento
abbastanza ampio e politicamente incisivo, del tipo da noi voluto,
occorreva un evento scatenante esterno.
Occorreva qualcosa di macroscopico, che costringesse a una scelta
chiara e inequivocabile tra sostenere la coalizione imperialista «di
sinistra» o contrapporsi ad essa.
Il «qualcosa» in questione fu il voto sulle «missioni di pace»: un
fatto inequivocabilmente politico e «complessivo», tale da unire la
dimensione nazionale e quella internazionale.
A catalizzare la formazione di un Coordinamento antimperialista
contrapposto al governo di centrosinistra fu principalmente la
campagna di Piero Bernocchi, rimasto, nel bene e nel male e
nonostante un velleitario e iniziale tentativo di «scavalcamento» da
parte del gruppo Ferrando-Grisolia, la figura centrale del
Coordinamento.
Con la costituzione del Coordinamento 30 settembre (manifestazione
contro l’intervento in Libano), dunque, trovò conferma anche
l’aspetto pratico della dichiarazione del 2003.
Ritengo essenziale non dimenticare che questo tipo di unità d’azione
tra i frammenti dispersi e più o meno microscopici di quel che resta
in Italia di una sinistra anticapitalista era un fatto nuovo: a
memoria non riesco a trovare precedenti nell’ultimo quarto di secolo.
Un fatto della massima importanza, da tenere in dovuta considerazione
nel bilancio complessivo e nella definizione delle responsabilità
circa la fine di quell’esperienza.
Pur essendo un ottimo punto d’inizio, la formazione del Coordinamento
di certo non risolveva i problemi politici e teorici che affliggono
la sinistra antimperialista italiana.
La manifestazione romana del 18 novembre 2006, a sostegno alla
resistenza palestinese, fu una cartina di tornasole rivelatrice di
significative differenze nel Coordinamento.
A quella manifestazione partecipò, o tentò di partecipare, l’on.
Diliberto, anticipando la mossa ben più plateale fatta dalla sinistra
governista - più o meno «critica» - nella successiva manifestazione
di Vicenza. Il coraggioso onorevole venne posto in fuga dal rogo di
tre fantocci da parte di alcuni centri sociali. La cosa ebbe
risonanza giornalistica; ma il fatto importante fu la scomunica
immediatamente emessa dall’onorevole nei confronti della
manifestazione, prendendone subito le distanze. L'incidenza che
questo fatto ebbe nei confronti delle maggiori forze promotrici
dell'iniziativa fu enorme. Il forum Palestina attraverso il suo
dirigente (Germano Monti) - il quale aveva già aderito al Pcl di
Ferrando e successivamente espulso insieme a una parte consistente di
militanti - si dimostrò, il soggetto politico che più di altri si
schierò a favore dell'esclusione dalle future manifestazioni, di quei
centri sociali rei di aver distorto con il loro «inqualificabile»
gesto, il significato politico che la manifestazione doveva invece
propagandare.
Contro la scomunica si schierarono UR e Red Link; tiepidi i
fuoriusciti da Rifondazione. Essa non ebbe effetti tangibili, ma
intorno alla faccenda si definì di fatto una sinistra del Comitato,
sia per quel che riguarda il metodo, sia per l’atteggiamento nei
confronti della partecipazione della sinistra governativa, più o meno
«critica», alle manifestazioni antimilitariste e antimperialiste.
La manifestazione di Vicenza fula prima grande occasione mediante la
quale la nomenklatura «di sinistra» (Prc, Pdci, Verdi) tentò di
rifarsi, non senza successo, una «verginità pacifista». Suo obiettivo
era anche di impedire che la questione della base si trasformasse in
una condanna complessiva della politica militaristica di Prodi. Nella
valutazione della manifestazione di Vicenza si manifestarono,
comunque, i primi dissapori seri all’interno del Coordinamento.
Roberto disse che da Vicenza cominciava il nuovo dopo-Genova,
Bernocchi ne tornò invece entusiasta avendo ritrovato sul terreno la
possibilità di collaborare con i governisti critici (Cannavò e
Turigliatto) e con le aree legate a Casarini. Gli sviluppi successivi
hanno dato completamente ragione a Roberto e cdomunque, rispetto a
ciò che sta accadendo, la convergenza centrista di destra operatasi a
Vicenza è ormai un lontano ricordo.
La posizione del Coordinamento nel suo complesso rimase di dura
polemica nei confronti della sinistra governativa solo fino a tutto
gennaio e fino alla manifestazine di Vicenza già citata..
Un esempio di quanto affermo fu dato dal duro attacco alla senatrice
Menapace, scritto intorno al 20 gennaio da Furlan, rivisto da un
compagno di Red Link (Taddeo), approvato da tutto il Coordinamento
(in cui all’epoca Sinistra critica veniva più con un atteggiamento da
osservatore che da compartecipe reale nelle iniziative).

Oggi anche i più ciechi devno riconoscere che l’apologia della
manifestazione di Vicenza occultava l’inizio di un’operazione di
recupero da parte dei forchettoni rossi «critici» e, in particolare,
della componente «trostkoide».
Subito dopo la manifestazione vicentina vi fu la crisi di governo,
demagogicamente attribuita da rifondaroli e affini al non-voto del
senatore Turigliatto. questi fu sottoposto a un linciaggio mediatico
che, come ormai possono tutti vedere, si è risolto a suo vantaggio.
Anche lì si è manifestata una divergenza, perché mentre Bernocchi si
sbracciava a elogiare Turigliatto in giro per l’Italia (incurante del
fatto che questi aveva riconfermato la ficuia a Prodi e ai suoi
maledetti 12 punti), Massari spiegava calmamente via mail chi fosse
veramente questo personaggio, alla luce anche dell’annuncio di
dimissioni poi ovviamente ritirato.
La posizione complessiva di Sinistra critica è comunque ben riassunta
nel comunicato con cui Cannavò (1° marzo) espresse solidarietà a
Turigliatto dopo la sua espulsione da Rifondazione, e dopo il non-
voto dello stesso dal voto sulla relazione del ministro degli esteri
D’Alema:

«Contro l'espulsione di Turigliatto, Disobbedienza attiva.
Questo significa disporsi a seguirne le indicazioni dettate dalla sua
dichiarazione al Senato con una fiducia al governo che equivale
all'appoggio esterno e che è già determinata, a cominciare
dall'Afghanistan, a contrastare le misure antipopolari e di guerra
del governo Prodi. E quindi a costruire opposizione sociale».

Altro passaggio fu la manifestazione romana sull’Afghanistan del 17
marzo, alla quale aderirono Cannavò e Turigliatto, nonché Casarini. A
quella manifestazione non aderì Cremaschi.
La piattaforma d’indizione di quella manifestazione ribadiva la
falsità dell’idea del «governo amico», ma non venne sottoscritta dal
Campo antimperialista perché chiedeva esplicitamente il ritiro delle
truppe dall’Afghanistan ma non dal Libano - «missione di pace» votata
con cnvinzione dagli onorevoli di Sinistra critica - e specialmente
perché il «sostegno alla resistenza delle popolazioni in lotta, da
Vicenza ai paesi invasi e occupati», fu considerato per il Campo un
arretramento rispetto alla «centralità del sostegno alle resistenze
(dalla Palestina all’Afganistan passando per Iraq e Libano)» (cito
dal comunicato del Campo).
Da quel momento il Campo non partecipò più alle riunioni del
Coordinamento, impegnandosi nella preparazione della conferenza di
Chianciano, alla quale Utopia Rossa ha dato il suo sostegno attivo e
convinto.
Le ragioni addotte dal Campo in quel momento non erano ancora tali da
giustificare una sua autoespulsione dal Comitato nazionale. In
effetti la battaglia per la connotazione dello stesso non era affatto
conclusa ma appena iniziata: e la dinamica sarebbe stata diversa se,
nello stesso tempo, diverso fosse stato il comportamento di alcuni
gruppi fondatori.
A partire da gennaio la Rete dei comunisti si impegnò essenzialmente
nella costruzione della rete Disarmiamoli («per una rete nazionale
contro le basi della guerra e la militarizzazione della società»), di
cui si tenne una conferenza nazionale a Bologna il 10-11 febbraio,
con la partecipazione di Red Link che, ancora all’epoca, proseguiva
un suo percorso di privilegiamento della Rete dei comunisti (ora per
fortuna terminato).
Il neonato partito ferrandiano non si impegnò molto nella deriva
centrista di destra del Coordinamento, forse perché molto preso dalla
sua conferenza nazionale e nelle polemiche interne, culminate con
l’espulsione di circa un terzo dell’organizzazione. Espulsione che
sembra aver dato vita an nuovo gruppo (Linea Rossa) diretto da
Gennaro Monti (ma al riguardo non sono ancoa sufficientemente
informato).

Red Link invece, finito il percorso con la Rete dei comunisti, ha
avviato un proprio lavoro specifico allo scopo di costruire dei
rapporti privilegiati con alcuni gruppi locali: Pagine Marxiste,
Circolo Internazionalista di Torino, Collettivo Internazionalista di
Napoli, Gruppo Comunista Rivoluzionario, Comitato di lotta
internazionalista di Torino.
Di Pagine Marxiste posso dire che si tratta di una recente scissione
(2003) di Lotta comunista, che si sentono legittimi eredi di
Cervetto, che dispongono di una propria rivista, di un sito web e che
hanno pubblicato alcuni libri.
Non mi sono chiare le esatte connotazioni degli altri gruppi; uno di
essi credo venga dalla tendenza trotskoide International Socialism.
La mia impressione è che abbiano un atteggiamento di demarcazione nei
confronti dell’«impurità ideologica» delle resistenze contro
l’imperialismo e che i loro riferimenti internazionali siano alquanto
selettivi.
In un articolo di Pagine marxiste leggo

«Il bolivarismo, ora divenuto ideologia ufficiale di Stato, è
un’ideologia nazionalista, antimperialista e panamericanista (o
meglio, latinoamericanista), ma anche anti-proletaria e anti-
comunista della borghesia, che oggi viene utilizzata per assoggettare
ideologicamente il proletariato».

A buon intenditor, poche parole.
Se qualcuno di Red Link pensa di poter «egemonizzare» un gruppo del
genere ha sbagliato i suoi conti. I fatti mi fanno pensare che
avvenga l’opposto.
Quel che è certo è che, a partire da febbraio, Red Link non ha più
partecipato alla discussione del Coordinamento, rifacendosi viva
direttamente nell’assemblea del 18 maggio con un documento
sottoscritto insieme ai gruppi prima citati (questione che riprendo
più avanti).
Si può sintetizzare il quadro dicendo che dall’inizio del nuovo anno
il Campo, la Rete dei comunisti, il Pcl e Red Link, si sono impegnati
più nella costruzione di una propria struttura antimperialista (arte
dell’orticultura) che non nella crescita politica e organizzativa del
Coordinamento.
Si può valutare diversamente ciascuno di questi «orticelli»; nel caso
del Campo la conferenza di Chianciano meritava ben altra attenzione e
partecipazione ma, anche per responsabilità del Campo occupato per
due mesi in una propria discussione interna, non ha valorizzato
minimamente il successo temporaneamente ottenuto. Ora che i buoi son
scappati, difficilmente si potrà recuperare il tempo perduto

Questa lista sintetica e incompleta di considerazioni è fondamentale
per la comprensione di quel che è accaduto tra la fine di aprile e la
metà di maggio, in preparazione della manifestazione del nove giugno.
In sostanza, tra esclusioni come quella dei Carc (apertamente voluta
da Cremaschi - o io o loro - e Bernocchi e appoggiata da «Sinistra
critica») e del PdAC (presumibilmente un «favore» a Ferrando), contro
le quali abbiamo protestato; autoesclusioni (Campo definitiva, Red
Link momentanea); gli accodamenti (Pcl, Rete dei comunisti e
Umanisti); e l’entrata a tutti gli effetti nel Coordinamento
nazionale di Cannavò (Sinistra critica), Cremaschi e Casarini, la
composizione del Coordinamento è mutata completamente, spostandosi
progressivamente ma decisamente verso destra, con la mediazione e la
benedizione di Piero Bernocchi.
Il 16 maggio, su Repubblica, Cremaschi dichiarò che il nove giugno «è
assolutamente da evitare una contrapposizione tra sinistra
governativa e anti-governativa, bisogna trovare il modo di conciliare
le iniziative». Coerente con tale posizione la Rete 28 aprile di
Cremaschi inviterà ad andare a entrambe le manifestazioni, nel
contesto di un atteggiamento conciliatorio verso l’altra
manifestazione tenuto anche da Cannavò. Bernoccchi, invece, come è
noto a pres pubblicamente una durissima posizione contro l’altra
manifestazione, pur favorendo lo spostamento a destra della «nostra»
manifestazione. Miracoli del centrismo!

L’unica opposizione chiara e conseguente alla deriva fin qui
descritta fu quella di Andrea e di Roberto, soli sopravvissuti
dell’originaria «ala sinistra» del Coordinamento. La battaglia di
metodo sostenuta contro la manovra di rifare il comunicato già
approvato, e contro la sostanza politica dello stesso, è documentata
nelle dichiarazioni di Roberto allegate.
I compagni Andrea e Roberto hanno fatto tutto il possibile per
ribadire le nostre posizioni antigovernative, sapendo già, dati i
rapporti di forza esistenti, di essere in minoranza e di nn avere più
alcuna speranza di bloccare la deriva del Coordinamento. Se non ci
fossero state le autoesclusioni del Campo e di Red Link (oltre alle
esclusioni dei Carc e del Pdac) le cose, forse, sarebbero andate
diversamente. Magari si sarebbe conservato un equilibrio centrista di
sinistra e non necessariamente l’attuale netto orientamento verso
destra (cioè verso posizioni ambigue nei confronti del govern Prodi
che, non dimentichiamolo, per noi di Utopia Rossa rappresenta gli
interessi dell’imperialismo italiano).
Il senso di una battaglia, anche se di minoranza e dall’esito
scontato può essere, comunque, anche quello di porre le basi per una
nuova aggregazione politicamente qualificata. Ma di questo dovremo
riparlare.
Riconoscimento della chiarezza e correttezza delle posizioni di
Andrea e Roberto vennero, in tempi e forme diverse, dagli esclusi
(Carc e Pdac) e, privatamente, anche dagli Umanisti; e direi perfino,
implicitamente, nelle proposte di «correzione» del secondo
comunicato, rifatto da Casarini e da Cremaschi, da parte di
Bernocchi. Il quale comunque, dopo essersi detto d’accordo nella
sostanza con le obiezioni di roberto, si è piegato alla volontà dei
nuovi soci.
Val la pena citare anche un momento saliente della discussione, che
rende l’essenza di certi personaggi e il fastidio determinato dalle
obiezioni di Roberto, immortalato dalle parole a lui scritte da
Casarini:

«Potresti spiegarmelo la prossima volta che ci vediamo, che dici?
così ti spiego anche io due o tre cosette. Sei solo un cretino e per
giunta fallito. e ora va a dire in giro che ti ho minacciato, anzi
che ti hanno minacciato le forze della contrrivoluzione borghese.
Luca».

Un esempio perfetto della politica-grugnito che tanto piace alla
spettacolarizzazione della politica. La citazione è stata incollata
dall’originale: si ammiri la perfetta sintassi e la raffinata
ortografia.
[va bene, chiedo scusa, è una deformazione professionale da insegnante]

Una battaglia comune nel Coordinamento avrebbe agevolato la
formazione di una comune piattaforma alternativa; se ci fosse stato
dialogo, forse il Campo non si sarebbe arroccato intorno alla
questione del sostegno alle resistenze come discriminante nei
confronti dell’incontro Bush-Prodi, senza considerare le forme
tattiche nelle quali, in un determinato momento - in questo caso un
giorno - passa la discriminante strategica tra coerente
antimperialismo e atteggiamento di «critica» del centrosinistra.

Il nove maggio, commentando un comunicato dei Carc relativo alla loro
espulsione dal Comitato, Roberto scriveva in una lettera pubblica:

«Chiedo a tutti di prendere una pausa di riflessione, di avere un
minimo di tolleranza gli uni con gli altri e di cercare modi di
convivenza politica che non buttino a mare tutto il poco, ma
significativo, che si è fatto finora. Ampliamento del fronte di lotta
antimperialistica non deve significare annacquamento degli obiettivi
politici. Si può convivere tra posizioni diverse, se si hanno chiari
gli obiettivi imprescindibili. Tra questi la denuncia della politica
militaristica del governo Prodi che fino a un anno fa non sarebbe
stata sottoscritta da più della metà delle organizzazioni che
compongono l'attuale comitato no-Bush. Il tempo ha lavorato per noi.
Ora a me piacerebbe che si arrivasse a denunciare anche la politica
imperialistica del governo Prodi. Lavorando e lottando insieme forse
ci si potrà arrivare prima di un anno.
«Chiedo che non si espella nessuno e invito a tornare nel comitato
quei compagni (Iraq libero, Campo antimperialista e Red Link) che da
un po' di tempo non si fanno più vedere».

In seguito a questa, uno o due giorni dopo, rispondeva con altra
lettera Red Link. Rammaricandosi per non aver partecipato alle
riunioni del Coordinamento (essendo in altre faccende affaccendati),
e affermando di non aver ricevuto convocazioni (ma sapevano benissim
che si stava lavorando a una manifestazione anti-Bush), i compagni di
Red Link invitavano noi di Utopia Rossa a un’azione comune in vista
dell’assemblea del 18 maggio. Anzi Taddeo chiedeva a Massari di
buttare giù una bozza di documento comune per l’assemblea del 18
maggio e in vista della manifestazione del nove.
Il documento di Roberto venne però respinto da Red Link, che propose
un documento del tutto diverso, uscito improvvisamente da non si sa
dove.
E’ mia convinzione che il documento di Red Link sia stato scritto non
dopo, ma mentre Roberto preparava quello richiestogli da Taddeo, che
probabilmente ignorava che ce ne fosse già un altro in gestazione dda
parte di un altro compagno di Red Link.
Il nuovo documento - quello, per capirsi, di «Bush-Prodi: compagni di
merenda» che tanto ci ha fatto ridere -è poi rapidamente comparso
recando in calce anche la firma dei gruppi locali prima citati. Per
quanto la telematica faccia miracoli è difficile pensare che i
diversi gruppi sparsi tra Napoli, Milano e Torino abbiano così
lestamente raggiunto un accordo, sia nel respingere il documento
scritto da Massari, sia nell’approvare quello di Serino.
Si potrebbe mettere da parte la questione di metodo, ancora una volta
molto scorretto e ancora una volta impiegato contro Massari, se non
fosse che la forma non è un guscio vuoto: c’è, infatti, anche una
questione di sostanza, anzi, due.
1) Il documento di Roberto, che ha la natura di un bilancio attuale
sulla passata gestione della lotta all’imperialismo in Italia,
esordisce con un richiamo esplicito al valore della lotta
antimperialista nei paesi dipendenti aggrediti dall’imperialismo.
Io credo che ciò urtasse lo stomaco delicato di qualcuno dei gruppi
del coordinamento Proletari no war, messo insieme da Red Link [un
giorno o l’altro mi dichiarerò per il nazionalismo linguistico di
stile francese. O no? Scusate ancora, sempre deformazione
professionale] che sulla questione del sostegno incondizionato alle
Resistenze dei popoli in lotta non ci stanno.
E in effetti, in coda al documento spedito da Red Link è scritto che
«la mobilitazione radicale contro tutti gli imperialismi, a
cominciare da quello di casa propria, può rappresentare il miglior
sostegno per i proletari dei paesi periferici che resistono armi in
pugno contro le aggressioni»: una frase che, scritta da noi avrebbe
un senso, ma in un ambiente un po’ ex bordighistico acquista un altro
senso. E’ vero che il sostegno alle resistenze non è parola d’ordine
centrale in questa manifestazione; ma sia la formulazione sia la
posizione fanno pensare che l’idea dell’appoggio alle resistenze
concretamente esistenti indipendentemente dal loro colore politico-
ideologico non sia cosa gradita. Quel «proletari che resistono»
sembra una mediazione tra Red Link e qualche purista.
Questa mia esegesi ha comunque il solo scopo di comprendere perché
Red Link non abbia accettato un testo i cui caratteri generali erano
già stati concordati. Potrebbero, però, esservi altlri motivi, magari
meno nobli.
2) La seconda e più importante questione è che nel documento inviato
a Roberto da Red Link si tace totalmente sull’ambiguità del
Coordinamento e della piattaforma con cui è stata indetta la
manifestazione del nove giugno.
Tale deliberato silenzio è tanto più bizzarro perché Red Link
sosteneva, nella lettera a Roberto:
«La tua preoccupazione sulla sua deriva [del Coordinamento nazionale]
è da noi condivisa, però non crediamo di poterla contrastare, se la
composizione del comitato resterà la stessa e anzi si avvarrà solo di
apporti più moderati».

Credo di poter affermare che Red Link, per motivi d’orticoltura, non
ha dato battaglia nel Coordinamento quando più era necessario;
addirittura dava per scontata la sua «non-riformabilità», a fronte di
una composizione che non si è minbimamente preoccupata di modificare,
magari portandoci dentro anche il coordinamento Proletari no war (nel
frattempo messo in piedi con i gruppi citati). Eppure, in prossimità
dell’assemblea del 18 (cui Red Link ha partecipato) ha considerato il
documento di Roberto indigesto perché troppo duro nei confronti della
«sinistra critica», politica e sindacale, che in quell’assemblea si
autonominava padrona del Coordinamento!
Da tanto tempo non mi capitava di ammirare tanta complessità di
pensiero in una formazione d’estrema sinistra.
In ultimo, ricordo la proposta del Campo, la nostra risposta, ed
ulteriori piccoli tentativi. tutti abbondantemente documentati nelle
lettere di Roberto.

Utopia Rossa si trova ora al centro di una divaricazione netta tra
le varie componenti di sinistra dell’ex Coordinamento.
Da una parte Red Link, che pur ponendo correttamente al centro della
caratterizzazione della manifestazione lo slogan No Prodi-No Bush e
la considerazione che l’imperialismo italiano è il nemico principale
dei lavoratori italiani, sembra nutrire ancora una qualche forma di
illusione nei confronti della deriva del Comitato anti-Bush.
Una posizione che mi sembra molto confusa e contraddittoria; ma il
risultato obiettivo a tutto oggi delle loro decisioni è quello sopra
indicato.

Dall’altra il Campo: che da molto tempo aveva rotto, ma solo di
fatto, con il Comitato e che ora, ultimi giorni di maggio, propone
una caratterizzazione sbagliata della manifestazione del nove giugno.

A ciò occorre aggiungere la nuova «svoltina a sinistra» di Piero
Bernocchi negli ultimi giorni. Cosa obiettivamente prevedibile
perché, altrimenti, diventerebbe sempre più esile la ragion d’essere
del Comitato nazionale: Piero sa che col tempo, senza più coperture a
sinistra, il ruolo dei Cobas risulterebbe annegato nel mare magnum
dei forchettoni più o meno «critici» e non avrebbe strumenti per
resistere al potere d’attrazione governativo già radicato e
prevalente nei suoi alleati di Sinistra critica. Tutto ciò fa parte
della personale e ormai tradizionale politica centrista di Bernocchi:
un colpo al cerchio e uno alla botte, come è accaduto
chiarissimamente perlomeno da dopo Genova in poi. Forse si potrà
trarre qualcosa di buono da questa ennesima oscillazione, ammettendo
che essa si protragga nel tempo: ma per la natura stessa delle
oscillazioni centriste, il risultato non si avrà «inseguendo»
Bernocchi, ma proponendo una prospettiva politica completamente
alternativa a quella del filogovernismo variamente camuffato, in
Italia e in Europa (bene ha fatto Roberto a tirare in ballo fin da
subito le elezioni europee del 2009, perché poi non si venga a dire
«non sapevamo», come è stato fatto per le politiche del 2006).
Senza alzare di toni e senza linciaggi, va comunque detto con
fermezza che Bernocchi - per il ruolo di mediazione e di complicità
con Cannavò, Cremaschi e Casarini - è il responsabile principale, per
azioni ed omissioni, della trasformazione del Coordinamento e della
sua deriva politica. E’ quindi lui che deve spostarsi, non noi. Il
compito sarà però reso molto difficile dal fatto che il prevedibile
successo della manifestazione anti-Bush del 9 giugno consentirà
all’intero Carrozzone centrista di vantarsene e di esercitare una
lunga egemnia sulle future manifestazioni antimperialistiche di
massa. Proprio come era accaduto dopo Genova, col risultato che tutti
conosciamo.

Per come stanno le cose la manifestazione del nove giugno avrà
carattere anche antigovernativo agli occhi delle masse e della
stampa, ma ciò non sarà per volontà del Comitato (che non è andato al
di là di una critica all’«interventismo» di Prodi, bensì per comune e
spontaneo sentimento popolare.

Per continuare, adesso, serviranno più che mai nervi saldi, chiarezza
e intransigenza nell’andare alla radice dei problemi reali.
Intransigenza, non settarismo: faccio presente che, prima delle
elezioni, si era formato un coordinamento tra Utopia Rossa, A
sinistra per Savona, Carc e Umanisti, unito sulla parola d’ordine
centrale della denuncia dell’imperialismo del centrosinistra. Devo
dire che si trattò di cosa veramente notevole, del genere «come
mettere insieme il diavolo e l’acqua santa»; e si può aggiungere che
Carc e Umanisti sono tra i gruppi che escono meglio da tutta questa
vicenda, «puliti» e lineari nel comportamento, al di là di tutte le
fondamentali differenze politiche, culturali e teoriche.

Occorrerà continuare sulla stessa strada che percorremmo allora e
percorriamo oggi: unità d’azione con chiunque, intransigenza
sull’orientamento politico.

¡Hasta la victoria siempre!
Michele Nobile