Ogni anno il Primo Maggio è occasione per una celebrazione dei sindacati che ci rappresenta le odierne organizzazioni dei lavoratori come un baluardo fondamentale a difesa degli interessi dei più deboli. Il luocomunismo imperante vorrebbe farci credere che, in assenza della Triplice, gli operai sarebbero alla fame e le loro condizioni di lavoro davvero terribili.
Bisogna però prendere atto che tale propaganda è assai inefficace, poiché periodiche indagini demoscopiche ci dicono che il prestigio dei sindacati è sceso ormai a livelli bassissimi: di poco superiore a quello dei politici. Lo stesso numero degli iscritti sarebbe insignificante se non vi fosse l’esercito di complemento dei pensionati, che spesso aderiscono nel momento in cui vengono aiutati a compilare le pratiche previdenziali e poi continuano a farsi trattenere il contributo in maniera inerziale.
Da parte loro, i leader sindacali fanno ben poco per promuovere con successo la loro immagine ed è ormai è evidente a tutti che la carriera interna al sindacato è solo una scorciatoia formidabile per quanti ambiscano ad alti incarichi istituzionali. Diventare un esponente della Cgil o della Cisl permette infatti di assumere la presidenza della Camera o del Senato, apre la strada a chi voglia diventare sindaco a Bologna o altrove, assicura poltrone da ministro o deputato.
I veri problemi, però, sono altri.
Se garantissero ai loro responsabili posizioni di prestigio, ma al tempo stesso facessero veramente gli interessi dei lavoratori, i sindacati potrebbero anche essere seriamente presi in considerazione. Il guaio è che avviene l’opposto.
Cominciamo dalla questione – certo fondamentale – del reddito da lavoro dipendente. La tesi dei sindacalisti è che salari e stipendi crescono grazie alla pressione da loro esercitata sui “padroni”. Ma se tale argomento fosse fondato, cosa dovremmo pensare della Triplice alla luce del fatto che i redditi dei nostri lavoratori (secondo i dati ufficiali) sono in fondo alla classifica europea? Cosa hanno fatto in tutti questi anni Lama e Carniti, Benvenuto e Trentin, Pezzotta e Cofferati?
In realtà, non esiste alcuna relazione diretta tra l’azione sindacale e il reddito dei lavoratori, tanto è vero che vi sono paesi in cui i sindacati sono deboli e quasi inesistenti mentre i redditi sono alti, e altri paesi – come l’Italia – in cui è vero l’opposto. Questo succede perché i salari sono essenzialmente condizionati da altri fattori: dalla forza effettiva sul mercato degli operai e degli impiegati (qualità del loro lavoro e domanda esistente), dal dinamismo complessivo dell’economia, dall’ammontare degli investimenti.
Per questa ragione, l’azione dei sindacati indebolisce costantemente le prospettive del lavoro dipendente, dato che essi sono sempre in prima fila quando si tratta di chiedere ulteriore spesa pubblica. Ostacolando la crescita dell’economia nel suo insieme, essi minano la stessa possibilità per i lavoratori di avere un futuro dignitoso.
Fossero solo un trampolino di lancio per politici ambiziosi ma non incrementassero la quota di economia e società posta sotto il controllo dello Stato, i sindacati non sarebbero tanto dannosi. La tragedia è che drenano costantemente risorse dall’economia reale al settore pubblico, dai produttori ai parassiti.
Frenando crescita e innovazione, contribuiscono pure ad aumentare l’insicurezza sui luoghi di lavoro. Invece che continuare a domandare nuove e più severe leggi, invece che moltiplicare le agenzie incaricate di visitare fabbriche e cantieri, i sindacalisti dovrebbero comprendere che più un sistema economico è povero e arretrato, e peggiori sono le condizioni dei lavoratori. È lì la vera questione, ed è lì che bisogna intervenire.
Se il sistema produttivo italiano tirasse e se quindi vi fosse una forte offerta di posti all’interno del privato, gli operai italiani sarebbero in condizione di rifiutare i lavori peggiori, più rischiosi, esposti ai maggiori pericoli. Ma siccome l’Italia – dove la spesa pubblica ha superato la soglia del 50% del Pil – è ferma e poiché l’innovazione scarseggia, è quasi fatale che la qualità di tanti lavori sia scadente e gli incidenti siano numerosi.
La radice del disastro dei nostri sindacati è quindi nel loro essere intrisi di statalismo. Nate nel diciannovesimo secolo come realtà spontanee e nella logica libertaria del mutuo soccorso, le organizzazioni sindacali si sono successivamente politicizzate, diventando strumenti di potere e apparati per la gestione del consenso. Quel che è perfino peggio, esse si sono nutrite di una cultura che in una prima fase ha esaltato la “lotta di classe” e poi ha monopolizzato il diritto a negoziare con il padronato. Così oggi i tre leader sindacali pretendono di parlare a nome di tutti i lavoratori e siglare contratti che vincolano pure chi non ha dato loro alcuna delega.
Perché questo è il punto. Non avremo sindacati davvero schierati a difesa degli interessi legittimi dei lavoratori fino a quando non avremo sindacati “di mercato” (che agiscono solo su mandato dei loro iscritti), ma burocrazie che hanno espropriato a milioni di persone la facoltà di disporre del diritto a negoziare autonomamente e in piena libertà il loro contratto di lavoro.
Carlo Lottieri


Rispondi Citando


