Nella notte fra mercoledì e ieri, ho seguito la puntata di Matrix, ottimo programma condotto brillantemente da Enrico Mentana detto Mentina.
Ospiti di turno, Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella, autori di un libro intitolato "La Casta", nel quale si raccontano tante vergogne d'Italia, tra cui i contributi statali all'editoria.
Ed è proprio di questo che vorrei trattare nel presente articolo.
Premetto. La trasmissione è filata via veloce, interessante quanto il saggio pubblicato da Rizzoli, la stessa Rizzoli che produce il Corriere della Sera.
Come spesso avviene a Matrix, la discussione è stata inframmezzata da filmati aventi la funzione di fornire ai telespettatori dei documenti a sostegno delle tesi sviluppate in studio. Tutto regolare. Compresa la citazione del giornale che indegnamente dirigo, dopo averlo fondato, fra i destinatari delle provvidenze.
È la verità.
Noi e moltissimi altri quotidiani incassiamo annualmente del denaro in quanto cooperativa o appartenenti a fondazioni o organi di partito eccetera.
In pratica tutti o quasi tutti i fogli in edicola godono di agevolazioni a vario titolo e in varie forme. C'è qualcosa di male?
Forse sì, almeno agli occhi di chi è convinto che ogni tipo di assistenzialismo, in qualsiasi settore del mercato, sia dannoso per il mercato medesimo.
Forse no, se si considera quello della stampa un ramo particolare, degno di essere aiutato perché indispensabile alla crescita democratica e all'incoraggiamento del libero scambio di opinioni, in un Paese ancora deficitario sotto il profilo dell'informazione.
Il lettore osserverà: non c'è nulla di nuovo in questo discorsino.
Giusto. Eppure, la faccenda è sempre d'attualità e viene affrontata con spirito polemico distorsivo della realtà. Matrix non si è sottratta al solito cliché consentendo ai due ospiti, Stella e Rizzo, entrambi in organico al Corriere della Sera, di trasformare la presentazione del loro libro nella seduta d'un tribunale privo dei requisiti morali per giudicare.
Infatti gli illustri giornalisti, nella circostanza giudici abusivi, mentre hanno fatto passare Libero e altri quotidiani per approfittatori della pelosa generosità dello Stato, si sono dimenticati - "absit iniuria verbis" - di ricordare che il Corriere della Sera (come altre storiche testate), dal quale ricevono un congruo stipendio, non è un campione di virtù, ricevendo anch'esso pacchi di milioni d'euro dalle casse pubbliche.
Già, carissimi Rizzo e Stella, il giornalone che si giova della vostra preziosissima opera munge linfa vitale, palanche, dallo Stato siccome un qualsiasi Libero. La qual cosa in sé immagino non vi faccia ribrezzo poiché utile a riempire anche il vostro personalissimo portafogli, ma è comprensibile vi imbarazzasse confessarla davanti alla platea di Mentana. Ovvio, avevate la necessità di tacere della trave che offusca le vostre pupille in quanto impegnati a segnalare la pagliuzza che infastidisce le nostre.
Tuttavia, siccome i telespettatori non sono tenuti a sapere se siate o non siate in malafede, tocca a me l'ingrato compito di precisare.
Il Corriere della Sera - vostro datore di lavoro, meglio ripetere - usufruisce di tariffe speciali (ridotte del 50 per cento) sia telefoniche sia postali. Non male, direi. E non è finita.
Per il 2004 la Rcs (Rizzoli Corriere della Sera) ha gioiosamente percepito oltre 13 milioni di euro quale contributo carta; un milione e 325 mila euro quale contributo per la trasmissione del quotidiano in Paesi diversi da quelli membri dell'Unione Europea; e sorvolo pietosamente sul Credito d'imposta sugli investimenti industriali, pari al tre per cento dell'intero ammontare.
È bastevole ciò a chiarirvi le idee, colleghi indignati a causa dei quattrini spettanti per legge a Libero o preferite un confronto pubblico, magari televisivo, tra voi e me?
Avverto, ho copiato i dati dalla documentazione inviataci da Palazzo Chigi.
Un ultimo particolare, spero esaustivo.
Nel 2007 la previsione di spesa in materia di provvidenze è di 447 milioni di euro, 110 dei quali finiranno a una sessantina (stima cauta) di giornali come il nostro.
I rimanenti 337 milioni dove andranno? Ai giornaloni o a chi?
Converrete, è un bell'indovinello. Provate a rispondere.
Regalo un rammemorativo pure a Mentana.
Anche Mediaset (all'epoca Fininvest), cui fa parte Canale 5, ebbe a suo tempo una poderosa spinta dello Stato onde evitare la chiusura della baracca.
A dargliela fu Bettino Craxi (presidente del Consiglio) con un decreto di pronto intervento che annullava un provvedimento della magistratura teso a impedire l'interconnessione.
Una spinta che tradotta in volgare moneta valeva migliaia di miliardi.
Ne sono consapevole: roba vecchia, non fa buon brodo. Ma quando si è polemici contro qualcuno è bene tenere conto anche del proprio brodo rancido.
Per concludere, una riflessione.
Il moralismo è una categoria accessibile a chi può vantare verginità. E non è il caso di Rizzo. Né di Gian Antonio Stella.
Quest'ultimo non solo perché si è scordato che il suo quotidiano incassa dallo Stato più soldi di Libero, ma anche perché si è scordato di essere stato condannato, parecchi anni orsono, per emissione di assegni a vuoto quando ciò era reato (ora depenalizzato, come il falso in bilancio).
Una stupidaggine.
Che però vieta l'esercizio della professione di moralista.
Vittorio Feltri sul suo Libero del 11 maggio
saluti




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