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Discussione: Comunismo e Democrazia

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    Dalla parte del torto!
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    Predefinito Comunismo e Democrazia

    Lo sfacelo teorico e pratico del comunismo sovietico impone a ogni riflessione che intende ricondursi al pensiero di Marx di fare seriamente i conti con la sua opera in tutte le sue componenti. Abbiamo qui tentato di misurare la "finitudine" della tradizione marxista non in maniera selvaggia, ma volendo conservare lo spirito di scissione anticapitalistica che per noi rappresenta, secondo la bella formula di Lukács, "una passione durevole". Lo spostamento della tematica della rivoluzione sociale verso la questione della cittadinanza integrale, costituisce senza dubbio il fatto teorico-politico più importante della nostra congiuntura storica. Questo spostamento non sancisce la morte della prospettiva comunista, significa invece che il comunismo ha futuro solo se inteso come comunismo radicalmente democratico, così come, a sua volta, la democrazia può rappresentare un ordinamento di cittadini integrali solo se intesa come democrazia comunista.

    Se la tragica parabola del comunismo storico ha mostrato fino a quali conseguenze può arrivare il rifiuto della democrazia e l’irrigidimento dell’opposizione tra libertà formali e libertà sostanziali, se ha inoltre mostrato l’impossibilità di contrapporre le conquiste della cosiddetta democrazia borghese alle promesse non mantenute della sedicente democrazia proletaria, tuttavia non bisogna dimenticare che a suo tempo l’emergere del comunismo storico ha rivelato la profondità strutturale della crisi immanente alla forma capitalistica dell’essere sociale. Il comunismo storico è nato dall’incapacità della grande socialdemocrazia delle nazioni civilizzate di impedire il disastro della guerra imperialistica e di affrontare le contraddizioni intercapitalistiche. Chi può dunque affermare che oggi la democrazia occidentale, con la sua forma tronca e manipolata, può impedire che la "rivoluzione passiva" imposta dal sistema capitalistico non si traduca nella distruzione del nostro "essere al mondo" e nell’alterazione delle condizioni di vita di enormi masse? Da questo punto di vista, non si potrebbe invece sostenere che la costruzione della tendenza comunista sembra manifestare un’urgenza raddoppiata proprio nel momento in cui sembra tramontare? La lettura critica di Marx, di Gramsci, di Lukacs non dovrebbe spingersi fino a sostenere che questi grandi eretici della libertà che verrà non sono stati sufficientemente comunisti, nella misura in cui hanno concepito la tendenza comunista come prolungamento della missione civilizzatrice del capitale senza dissociarla abbastanza dall’individualismo possessivo che pone al razionalismo dell’Illuminismo il suo limite invalicabile? Non bisogna forse unire comunismo e democrazia tenendo conto delle questioni poste dalla tendenza comunista, tanto più che la missione civilizzatrice del capitale si è conclusa e che il capitalismo non tollera la democrazia se non neutralizzandola e manipolandola? La sopravvivenza della democrazia in questo senso si può realizzare solo con la reincorporazione dell’economia nella più grande politica, ossia come appropriazione delle scelte economiche da parte dei cittadini. Questa potrebbe essere la prospettiva di una democrazia comunista resa urgente dalle contraddizioni dell’economia-mondo capitalistica. In questo senso democrazia e comunismo, lungi dal contrapporsi, devono avvicinare i loro percorsi e possono sussistere solo se intimamente uniti.



    La fine della missione civilizzatrice del capitale

    Il capitalismo continua a presentarsi come promotore di progresso scientifico e tecnologico e del benessere, ma è in realtà responsabile della frammentazione del pianeta in zone economiche sature e altre sottosviluppate, della miseria di milioni di esseri umani al di sotto del soddisfacimento minimo dei bisogni vitali. Se si vuole essere realisti, bisogna porre i problemi della ripresa rivoluzionaria in termini mondiali e respingere il finto realismo della rassegnazione al corso di un mondo identificato con la logica della redditività produttivistica. La realtà è la crescita del divario tra paesi ricchi sviluppati dominanti e paesi poveri sottosviluppati dominati. La ristrutturazione capitalistica della produzione mediante la rivoluzione tecnologica permanente esaspera la frammentazione del genere umano, mentre per le classi produttive di ieri si tratta di un ritorno alla condizione che marxianamente si definisce da esercito industriale di riserva.

    All’origine di questa offensiva oggi vittoriosa vi è il processo di sottomissione reale del lavoro al capitale come processo mondiale di estorsione del plusvalore relativo. La classe lavoratrice del sistema di produzione fordista è violentemente ristrutturata, al punto che alcuni frettolosi ideologi credono all’estinzione della classe operaia, invece la classe capitalistica è più viva che mai, e si definisce come l’insieme delle pratiche coercitive rappresentate dal gruppo sociale che indirizza la sottomissione reale del lavoro al capitale. La nuova classe operaia mondiale può definirsi solo come l’insieme dei gruppi sociali che, ancora corporativamente divisi, producono pratiche di resistenza alla sottomissione reale. Una classe che esiste in quanto tale solo per effetto delle costrizioni che la costituiscono e la obbligano a resistere. La storia di queste resistenze non trova il suo epilogo nella terribile sconfitta attuale. La sottomissione a livello mondiale è caratterizzata dall’emergere di potenziali di resistenza che la fine della missione civilizzatrice del capitale sperimenta sulla propria pelle.

    Il tempo liberato grazie all’incremento della produttività è restituito ai lavoratori delle metropoli in forma di disoccupazione e marginalizzazione. L’aumento delle possibilità produttive si accompagna ad una crisi permanente di sovrapproduzione dalla quale il sistema trova una via d’uscita solo mediante la distruzione periodica di ricchezze e delle stesse capacità produttive. La tendenza alla sovrapproduzione è anche tendenza al ristagno, ma si mostra, paradossalmente, come dinamica che aggrava la gerarchia tra economie e Stati. Quelli che per antifrasi vengono definiti paesi in via di sviluppo, affogano nei debiti contratti per dare impulso al loro preteso sviluppo. L’internazionalizzazione dei mercati e dei processi produttivi non impedisce che il mercato della forza lavoro rimanga all’interno delle strutture nazionali. Tale articolazione permette il supersfruttamento dei lavoratori della periferia e lo scambio ineguale delle merci trasferendo verso il centro del sistema imperialistica mondiale la gran parte del valore prodotto. Nella maggior parte dei paesi del Terzo Mondo il neocolonialismo costruisce stati-simulacro, strutture di repressione al servizio delle metropoli dominanti. Il capitalismo dal volto umano genera le periferie a economia eterocentrata e l’autoritarismo di stati antidemocratici. Esporta la ferocia di una violenza essenziale che è in grado di riprodurre anche all’interno della gerarchia dei suoi centri.

    In questo senso, la riproduzione del rapporto lavoro salariato-capitale deve essere colta come processo mondiale di trasferimento del plusvalore relativo a favore delle classi imperialistiche e come proletarizzazione della periferia. I profitti della razionalizzazione si pagano a caro prezzo. Il presente è caratterizzato da uno stato di emergenza. Prendere sul serio questo stato d’urgenza significa considerare in negativo la tendenza comunista. Come dice Walter Benjamin, nelle sue Tesi sulla filosofia della storia, il comunismo pensa il mondo attuale non dal punto di vista dei vincitori e con l’ideale dei nipoti liberati, ma dal punto di vista dei vinti e con il ricordo degli antenati oppressi. La tradizione degli oppressi ci insegna che "la situazione eccezionale" che stiamo vivendo è la norma. Dobbiamo giungere ad una concezione della storia che corrisponda a questa situazione. "La gravità della questione ecologica" può solo confermare questo giudizio: il capitalismo mondiale mette a repentaglio le condizioni di riproducibilità del genere umano, dal momento che per lui il patrimonio naturale non ha valore d’uso e vale solo in quanto risorsa infinitamente sfruttabile. Se non cambia nulla, se il futuro si riduce alla proiezione della logica attuale, il futuro stesso rimane senza futuro.La fine della missione civilizzatrice del capitale universalizza al pianeta intero lo stato d’eccezione e lascia intravedere l’urgenza del comunismo.

    L’esaurirsi del riformismo

    La possibilità di ripresa della tendenza comunista è testimoniata anche, da un punto di vista critico negativo, da ciò che bisogna chiamare l’esaurirsi del riformismo socialdemocratico. La relativa egemonia dei partiti socialisti o socialdemocratici non può trarre in inganno: il loro vuoto teorico, la loro subalternità pratica alle costrizioni del capitalismo mondiale sono evidenti. È finita l’epoca benedetta nella quale la critica del socialismo reale impegnava il pensiero. La ristrutturazione capitalistica non lascia nessuno spazio alla politica del Welfare State, caposaldo del socialismo occidentale. La logica dell’accumulazione riduce drasticamente la capacità dello stato di ridistribuire il reddito sociale mantenendo il livello acquisito di salario reale e di protezione sociale, e sottomette gli stati nazionali a condizioni di concorrenza che esigono sacrifici redditizi.

    Si deve persino parlare di crisi strutturale della conciliazione sociale, anche se l’esaltazione di un consenso liberal-sociale non lo fa apparire. Il riformismo è ormai privo di qualsiasi prospettiva, poiché non è riuscito a creare attorno alla difesa dell’occupazione un blocco sociale composto da operai, impiegati e funzionari. Come trovare, infatti, un "nuovo compromesso" tra lavoratori e grande borghesia dal momento che il numero degli impieghi soppressi è costantemente superiore al numero di quelli creati? Se le forze rivoluzionarie non cercano l’unificazione degli oppressi alla reale sottomissione, in questa crisi della conciliazione sociale, l’estrema destra avrà il suo terreno d’elezione. Una semplice difesa del Welfare State che attacchi il neoliberismo, rischia di prolungare questa crisi, rafforzando anche i processi di disgregazione economica e sociale. Qui si tratta di porre il problema del lavoro produttivo nel suo insieme, cercando di fornire risposte radicali: lavorare tutti, lavorare in modo diverso, lavorare meno. Il riformismo non ha futuro, se non quello di lasciarsi completamente assorbire coma variante "dolce" della ristrutturazione contraddittoria del processo di lavoro.

    L’esaurirsi del riformismo è reso ancor più grave dalla crisi latente della democrazia parlamentare. Quest’ultima costituisce la forma storica che accompagna la generalizzazione della condizione di salariato e può essere capita solo con chiavi di lettura contraddittorie. Da un lato si presenta come luogo in cui al "libero" gioco di mercato della società civile corrisponde il "libero" gioco dei partiti nei luoghi istituzionali della politica. Una tendenza che si combina con la preminenza del potere esecutivo, ovvero la delega permanente delle responsabilità di controllo; la democrazia parlamentare è funzionale al dominio delle oligarchie capitalistiche. Dall’altro, si configura come luogo politico-giuridico nel quale si registra lo sforzo della classe operaia e dei gruppi oppressi per affermare i loro obiettivi politici, economici, sociali. Si presenta dunque come una struttura istituzionale in via di perenne "forzatura": elaborata anzitutto per concedere solo poco spazio al proletariato, ha saputo integrare degli elementi di diritto ineguale per proteggere il lavoro salariato, i bambini, gli anziani e i deboli dalle forme parossistiche di sfruttamento. Nulla impedisce il proseguimento della dialettica di questa forzatura, come del resto lo prova l’emergere periodico di istituzioni di consultazione a democrazia diretta, durante le lotte di classe. Oggi però, il funzionamento effettivo della democrazia evidenzia una forzatura di segno inverso. Con l’aiuto del riformismo, devoto alle virtù della delega, il capitalismo tende ad eliminare gli elementi di discontinuità e di allargamento introdotti da queste lotte in termini di libertà politiche, protezione giuridica, servizi sociali. La democrazia è sequestrata dal sistema politicante e si riduce tendenzialmente all’alternanza di élites omologabili, sottomesse alle medesime istanze di gestione. L’aumento dell’astensioni-smo è, in questo senso, il dato più significativo delle ultime elezioni, all’interno del meccanismo di autoneutralizzazione nel quale si sta trasformando la democrazia parlamentare, il partito unico del capitale.

    L’autoliquidazione del comunismo storico

    C’è dunque spazio per il sorgere di questa "novità" che potrebbe rappresentare la tendenza comunista. Un’analisi critico-negativa può concludersi solo traendo la morale del "comunismo storico" e del suo fallimento, da esso stesso confessato. Un comunismo che si è presentato come unità di rappresentazione del processo storico, dei suoi fini immanenti e di un sistema di pratiche proprie della sua organizzazione-partito. Tale unità si è rivelata una sintesi impossibile del regno della libertà futura e del dominio di un organismo economico-politico totalizzante. Si è costruita avvalendosi di alcuni elementi del pensiero di Marx ed eliminando altre linee di sviluppo. Il movimento comunista ha perlopiù concepito la pratica sociale come unione di necessità e libertà: la continuità dello sviluppo capitalistico avrebbe dato luogo sia alla lotta contro il capitale sia alla futura società senza classi. L’organizzazione politica incaricata di rappresentare la continuità di questo movimento si concepisce essa stessa come associazione volontaria che porta alla "libera associazione nella quale il libero sviluppo di ciascuno è la condizione del libero sviluppo di tutti", per riprendere le parole del Manifesto. Il movimento del capitale producendo la contraddizione produce al tempo stesso la soluzione: la natura sociale delle forze produttive si sarebbe trasformata in un’organizzazione politica votata essa stessa a convertirsi necessariamente nella libera associazione dei produttori.

    Questa concezione è teoricamente insostenibile e praticamente screditata. È insostenibile sul piano teorico poiché presuppone due tesi problematiche. - Tesi 1: la concezione del soggetto storico come pienezza. La classe operaia è intesa a priori come istanza che totalizza il processo storico garantendo la permanenza della propria identità originaria e la realizzazione ultima del suo programma iniziale. E’ Marx stesso che smentisce la concezione della classe intesa come soggetto esterno universale, allorché dimostra come la classe operaia si costituisca come momento interno del capitale il quale è fondamentalmente luogo di costrizione al contempo economica e politica. – Tesi 2: il concetto di tempo come flusso teleologicamente orientato. Il progresso tecnologico trasforma la natura, sviluppa le forze produttive che si materializzano all’interno di un’oggettività sociale trasparente a se stessa. Si ha così una metafisica delle forze produttive che è simultaneamente metafisica del dominio come piano, conformemente ad una ossessione del comando, intrattenendo la classe-soggetto un rapporto di autoproduzione. Ancora Marx insegna, contro la sua stessa metafisica apocalittica, che le crisi del capitale non sono risolutive delle contraddizioni e non vi sono limiti invalicabili all’accumulazione.

    Questa concezione è praticamente screditata in quanto inattuabile e generatrice di nuovi dispotismi. Non è costruttiva, perché l’idea di rapporti sociali trasparenti, definiti dalla "fine" o la scomparsa delle strutture della società civile e della società politica (fine dello stato, del diritto, delle classi, del mercato, dell’illusione ideologica), lascia un vuoto e sottrae il comunismo alle condizioni dei modo di produzione per risolverlo nella società ideale degli accordi contrattuali. Questo vuoto è stato colmato dal pieno dell’apparato organizzativo e del suo feticismo. La transizione fra l’insieme degli scopi che in teoria definiscono il comunismo e i mezzi disponibili si risolve nella sacralità dell’organizzazione, trasformatasi da mezzo a fine in sé. La simultanea trasformazione dell’economia e della politica a favore dell’egemonia di cittadini produttori ha dato luogo ad una statalizzazione delle forze produttive governate da un dispotico partito-stato. Il declino dello stato, l’universalizzazione della politica nell’economico-sociale si sono realizzate in modo perverso come rafforzamento dello stato e come sospensione delle libertà politiche fondamentali. Il partito è persino stato eretto a espressione esclusiva della democrazia nel mentre privava le masse di qualsiasi azione autonoma. Malgrado gli sforzi di dirigenti teorici come Gramsci, il rapporto strumentale che lega classe, partito e stato si è generalizzato. Ecco la riduzione della politica allo statuale, e dello statuale alla pura violenza .

    Per una riforma intellettuale e morale del comunismo

    Tanto vale dire che per riformare l’identità comunista è necessario partire da una riforma intellettuale e morale radicale del suo concetto e dall’abbandono delle pratiche che ne hanno compromesso la tendenza. Ogni progetto di rinnovamento ha il dovere di drammatizzare la propria problematica valutando quanto la proposta di un comunismo del ventunesimo secolo suoni come una sfida. Solo valutando l’apparente insostenibilità di questa sfida si potrà affrontarla consapevolmente. Come si presenta positivamente la tendenza comunista? Quali sono gli elementi costruttivi?

    La tendenza al comunismo si manifesta essenzialmente attraverso l’articolazione, oggigiorno possibile, tra resistenza dei lavoratori salariati alla sottomissione reale del lavoro dipendente al capitale e nuova problematica del tempo di lavoro necessario, del pluslavoro e del tempo libero. Ci si può avvalere di un testo celebre di Marx, che espone l’urgenza e la possibilità di questa possibilità stessa, senza tuttavia condividerne il razionalismo assoluto presente in quel testo. "Di fatto, il regno della libertà comincia soltanto là dove cessa il lavoro determinato dalla necessità e dalla finalità esterna; si trova quindi per sua natura oltre la sfera della produzione materiale vera e propria. Come il selvaggio deve lottare con la natura per soddisfare i suoi bisogni, per conservare e riprodurre la sua vita, così deve fare anche l'uomo civile, e lo deve fare in tutte le forme della società e sotto tutti i possibili modi di produzione. A mano a mano che egli si sviluppa il regno delle necessità naturali si espande, perché si espandono i suoi bisogni, ma al tempo stesso si espandono le forze produttive che soddisfano questi bisogni. La libertà in questo campo può consistere soltanto in ciò, che l'uomo socializzato, cioè i produttori associati, regolano razionalmente questo loro ricambio organico con la natura, lo portano sotto il loro comune controllo, invece di essere da esso dominati come una forza cieca; che essi eseguono il loro compito con il minor possibile impiego di energia e nelle condizioni più adeguate alla forza umana e più degne di essa. Ma questo rimane sempre un regno della necessità. Al di là di esso comincia lo sviluppo delle capacità umane, che è fine a se stesso, il vero regno della libertà, che tuttavia può fiorire soltanto sulle basi di quel regno della necessità. Condizione fondamentale di tutto ciò è la riduzione della giornata lavorativa." (Il capitale, Libro terzo, Editori Riuniti, Roma, 1989, cap. 48, p. 933). All’ordine del giorno è posto il controllo della produzione da parte dei lavoratori, non solo come pura gestione, ma anche come attività politica e lavoro sociale di trasformazione generale all’interno del quale le masse si appropriano del pluslavoro, ossia il lavoro erogato al di là dei bisogni dati della società, quello stesso lavoro di cui fino a oggi si sono appropriate le classi dominanti per il loro sviluppo.

    Questa tendenza deve riformularsi nell’elemento della finitudine, disgiunta da qualsiasi feticismo delle forze produttive, dissociata da qualsiasi fanatismo di dominio, integrata in una prospettiva ecologica. Essa può esprimersi nell’am-bito di un appropriazione sociale conscia delle sue condizioni di possibilità, dei suoi limiti. Il capitalismo produce la possibilità, fin qui considerata utopistica, di una riduzione del tempo di lavoro necessario alla riproduzione, e quindi un’estensione straordinaria del tempo libero e della formazione culturale. La tendenza comunista non è balzo prometeico verso una libertà assoluta come passaggio al limite dell’autosviluppo del capitalismo. E’ invece produzione per sopperire ai bisogni umani e pratica di trasformazione dei bisogni e dei produttori, nel rispetto della loro dignità etico-politica. La tendenza comunista esiste in quanto critica della frattura tra lavoratori e mezzi di produzione, critica della scissione, a tutti i livelli, tra cittadini e istituzionalizzazione della volontà collettiva, soprattutto in una prospettiva mondiale che fino ad ora è immunizzata da interventi di masse disgregate e corporativizzate. Tanto vale dire che il comunismo è intrinsecamente tendenza politica della vecchia classe operaia così come dei neo produttori moderni. Una tendenza che ha vissuto e vivrà in ogni tentativo di una politica dei (neo) produttori per trasformare dall’interno la sfera del lavoro in spazio di comunicazione e di articolare gli spazi di comunicazione già prodotti sui bisogni umani, senza che si debbano separare lavoro e comunicazione, economia e politica, come invece sostiene J. Habermas nella sua Teoria dell’agire comunicativo (opera peraltro importante sulla quale bisogna riflettere).

    Ma non basta riformulare l’analisi di Marx sul terreno di un comunismo della finitudine, svincolata cioè da quello che ancora contiene di idealismo e di volontà di potenza. Bisogna indicare il punto dolente su cui è necessario concentrare la riforma intellettuale e morale dell’identità comunista. Si tratta dell’organizzazione della tendenza comunista stessa. Il movimento comunista ha prodotto un’organizza-zione tesa a rendere insanabile la frattura tra dirigenti e diretti, organizzatori e organizzati. L’omologazione dei partiti comunisti come strumenti di stato è la lezione negativa del comunismo storico. Bisogna finirla con il partito unico, il rappresentante che fa esistere il rappresentato, il depositario unico della verità delle pratiche che esso sintetizza. Il vero problema oggi è quello della formazione di un partito-movimento, capace in primo luogo di analizzare le manifestazioni della tendenza comunista, di interpretarle, di promuoverle, attraverso legami trasversali con tutte gli altri movimenti compatibili. È il problema della risoluzione della contraddizione storica tra democrazia diretta (il consigliarismo) e organizzazione. E ciò è più cruciale per il fatto che nelle metropoli del capitale il potenziale di lotte anticapitalistiche è come virtualizzato.

    A quale tipo di organizzazione bisogna pensare, se si tratta di evitare una strategia subalterna alla colossale "rivoluzione passiva" condotta dal capitale? Come ridare vita alla tendenza comunista, al di là della sola socializzazione delle forze produttive dal momento che questa si rivela come strumento di regolazione del capitalismo? L’organizzazione deve essere anzitutto socializzazione delle lotte. L’egemonia può formarsi solo in quanto lotta per il controllo della produzione, per trasformare le funzioni sociali di direzione in altrettante funzioni subordinate all’as-sociazione dei produttori, in vista della soppressione dell’appropriazione capitalistica.

    Il partito rivoluzionario moderno può essere solo organizzazione della critica dell’ espropriazione sociale, compresa quella che può produrre egli stesso. Può rinascere solo dall’analisi dell‘insieme dei rapporti sociali, nella prospettiva di formare una volontà che unifichi i diversi potenziali di resistenza alla sottomissione reale del lavoro. Ciò è possibile solo attraverso il rifiuto di ogni pretesa di incarnare a priori l’unità politica auspicata. Il partito in quanto partito-movimento e "partito-analista" non può più definirsi come partito-concezione del mondo ossessionato dal fantasma della "deduzione" del movimento sociale. Senza dubbio, un partito siffatto deve sviluppare un pluralismo interno adeguato sia alle forme delle lotte specifiche richieste dal controllo della produzione, sia dall’allargamento della democrazia nel suo insieme.

    Misurare i condizionamenti della scelta democratica

    Rivalutare la democrazia diretta, presupposto della riforma dell’identità comunista, ci pone di fronte alla questione della via democratica. Il vicolo cieco del dispotismo ci obbliga una volta per tutte a non lasciarci sedurre dalla violenza. Dire che la via democratica è sia un mezzo che un fine è facile, scavarne i vincoli e le contraddizioni molto meno. La scelta dell’autogestione comprende quella di una democrazia radicale. Sarebbe tuttavia ridicolo vederla come una scelta eroica o drammatica. In questo periodo di consenso minimale, l’importante è capire che lo stato attuale della democrazia è quello dello stallo. La democrazia come pratica rivoluzionaria del conflitto di massa è oggi ostacolata dalla democrazia come regime di neutralizzazione di questo conflitto. Bisogna prendere coscienza di ciò che implica il principio del consenso della maggioranza dei cittadini rispetto alle trasformazioni sociali: significa quindi accettare che le scelte della maggioranza possano favorire l’espansione degli interessi delle classi dominanti. Non misurare la portata di questo principio vuol dire riesumare contro la democrazia le stesse argomentazioni sostenute dalle antiche oligarchie, dai monarchici reazionari e dai primi liberali: le maggioranze non hanno esperienza di autogoverno, sono capricciose e imprevedibili. Sono il prodotto di masse cieche ed ignoranti, sempre pronte a lasciarsi manipolare da demagoghi senza scrupoli. Non valutare i vincoli della scelta democratica conduce chi si vorrebbe progressista a condividere questo disprezzo per la viltà delle masse, soprattutto quando queste si mostrano incapaci di volere e di dare impulso alle trasformazioni desiderate.

    Lo sviluppo delle pratiche di democrazia diretta deve unirsi, in una tensione sempre critica, con l’accettazione del principio democratico secondo cui si può giungere a queste trasformazioni seguendo le regole del gioco. Le scelte espresse dai cittadini sono il punto di partenza che bisogna accettare senza alcuna riserva. Tanto vale dire che qualsiasi radicalizzazione della democrazia diretta deve fare i conti con la condizione, stabilita volta per volta, dei rapporti di forza così come essi si esprimono nel consenso, anche se manipolato, degli interessati, oltre a inevitabili compromessi da elaborare. Tale accettazione del sistema delle regole e delle procedure non significa rinunciare a trasformarlo per via consensuale. Se l’identità comunista riformata è quella della democrazia, questa deve interessarsi ai processi che scuoteranno il senso comune democratico delle masse. La socializzazione della politica si sta confrontando con la straordinaria versatilità del senso politico dei cittadini medi. La via democratica è dunque quella della trasformazione, anch’essa democratica, delle regole del gioco democratico stabilito. Il consenso da realizzare si può formare solo all’interno di ciò che Gramsci chiamava lo spirito di scissione anticapitalistico, organizzandone una pratica conflittuale delle regole democratiche, sulla base di argomenti ragionevoli condivisi e universalizzabili. L’identità comunista si caratterizza allora come strategia intransigente dell’ innovazione democratica, come lotta democratica contro una democrazia divenuta fattore di neutralizzazione dei conflitti. Il problema è quello di non semplificare le difficoltà di questa strategia di innovazione democratica e delle sue feconde contraddizioni.

    Queste contraddizioni rinviano alla contraddizione fondamentale della democrazia, che contrappone i suoi due principi basilari. Il primo principio enuncia che la democrazia si legittima e si fonda a partire da norme universali e forme razionali di consenso. Il secondo principio enuncia che la democrazia permette agli individui e ai gruppi d’interesse di difendere le loro particolarità e i loro diritti e, al limite, di sottrarsi al confronto sul grado di universalità dei loro interessi. La democrazia è, da un lato, governo della legge ed esige che ognuno provi pubblicamente che le sue pretese non si oppongono all’interesse generale e, attraverso il dialogo, deve rendere conto della commensurabilità delle sue pretese con quelle degli altri cittadini. Dall’altro e nel contempo, la democrazia garantisce ad ogni individuo e a qualsiasi gruppo, il diritto inalienabile alla libertà privata e alla diversità, quindi all’incommensurabilità, esonera dunque chiunque dal dover dimostrare razionalmente la validità universale delle proprie pretese. Il primato indiscusso della libertà individuale è in contraddizione con l’imperativo di procedere per negare privilegi immotivati, non sostenibili con argomentazioni razionali condivisibili. Il primo principio prescrive di lottare contro ogni disuguaglianza non giustificata da ragioni universabilizzabili, di introdurre cambiamenti radicali. Il secondo principio costringe alla difesa del proprio stato di diritto e delle diseguaglianze connesse, e rinvia alla realtà di compromessi razionalmente ingiustificabili ma imposti dai rapporti di forza.

    Queste contraddizioni logiche sono strutturali e definiscono la scelta dell’istituzione della democrazia rappresentativa pluralistica. L’emergere, del resto indispensabile, di istanze di democrazia diretta può solo radicalizzare l’antagonismo dei principi democratici. L’accettazione di questa contraddizione strutturale implica anche quella dei gruppi e dei partiti (riformisti e conservatori) che l’accettano a loro volta. Viene dunque esclusa la soppressione violenta dell’antagonista storico se, a sua volta, quest’ultimo accetta le regole contraddittorie che scaturiscono dall’antagonismo strutturale dei due principi. La via democratica impedisce allo stesso tempo di fare della democrazia una tappa provvisoria aspettando qualcosa di meglio, ossia il momento della rivoluzione intesa come violenza risolutiva. Troppo spesso, la politica del Pcf, per esempio, è stata ossessionata da questo riserbo mentale, come se la dittatura del proletariato dovesse subentrare all’anticamera democratica. Tale posizione sembra valersi della speranza in una grande politica in cui i rapporti di forza rendono inutili i compromessi. In realtà, questa è un posizione di debolezza poiché rifiuta di lavorare sull’unica cosa importante: l’unione credibile tra analisi del presente e progetti di un futuro prevedibile. In linea di massima, niente impedisce che alcune trasformazioni radicali possano essere giudicate razionalmente desiderabili da un vasto blocco di forze storiche, nel quadro della democrazia, essendo quest’ultimo il luogo di una rinegoziazione permanente della scelte, con alternanza tra maggioranze e minoranze. Il problema è dunque quello di riuscire a spostare i limiti imposti dalle classi dominanti grazie all’elaborazione di un insieme di proposte teoriche e di pratiche, che verranno considerate le migliori dal punto di vista razionale, in merito ai problemi chiave.

    La prospettiva di una promozione della democrazia dei (neo)produttori viene, in questo modo, a confrontarsi con la presa in considerazione degli inevitabili conflitti richiesti dalla sua realizzazione nell’ambito istituzionale della Repubblica, soprattutto se si prende sul serio l’istanza della democrazia diretta. La radicalità dell’analisi delle contraddizioni non esclude, anzi, esige un immenso sforzo di buon senso teorico e pratico. Si tratta di articolare l’organizzazione della resistenza anticapitalistica e l’elaborazione di scelte etiche e politiche universalizzabili, nel nostro contesto storico. In particolare, resta aperto il compito di riformulare una comunicazione resa dinamica dallo spirito di scissione anticapitalistica, piuttosto che fondata sull’idealiz-zazione di un consenso minimo.

    A questo prezzo, la teoria critica del prossimo secolo potrà misurarsi con il problema attuale, malgrado le apparenze, di una democrazia comunista. Questa può tradursi solo attraverso la logica mista delle strategie basate sull’opposizione degli interessi privati e della logica della comunicazione razionale-ragionevole. Le forze che pensano di occupare il luogo della società nel quale meglio si definisce l’interesse generale sono invitate a mostrare e dimostrare che i loro interessi sono razionalmente argomentabili e definibili come interesse compreso da tutti. La teoria critica adatta ad un comunismo del futuro non può essere che unione di dialogo e di conflitto, di ragione e di lotta, di logos e di polemos. Ritrova così l’istanza originaria della nostra civilizzazione: la dialettica che congiunge polemica e logica nella città dei cittadini diventati produttori, ma produttori sempre più liberati per attività di formazione individuale e collettiva.

    (da André Tosel, L’esprit de scission. Etudes sur Marx, Gramsci, Lukács, Annales Litteraires de l’Université de Besançon, Paris, 1991.)
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  2. #2
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    Grazie del contributo, Rodolfo, che sicuramente tutti i compagni stamperanno e leggeranno. Magari la prossima volta cerchiamo di avviare discussioni sulla base di contenuti più brevi, altrimenti rischiamo di postare solo articoli o elaborazioni senza avere discussioni conseguenti. Grazie.

 

 

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