Prendiamo spunto ancora da lui, per poi parlare di una delle centinaia di giravolte serviliste della Lega in questi anni. Il vice-presidente del Senato Roberto Calderoli, commentando la legge gentiloni e i progetti di legge sul conflitto d’interessi in esame in questi giorni, ha voluto fare un paragone con la Russia: “Un tempo si finiva in un manicomio criminale o in Siberia, mentre oggi la cosa la si risolve con la Gentiloni e con la legge sul conflitto di interessi...”.
Ma cosa succedeva sullo stesso tema nel 1994?
In campagna elettorale Bossi avvertiva che “se Berlusconi fosse presidente del Consiglio si troverebbe a discutere dei suoi interessi una legge sì e una legge no”. Lo stesso Bossi parlava di “situazione di emergenza pericolosa per la democrazia: il problema di chi controlla le tv per noi si pone al primo posto, perché può incidere direttamente nell'equilibrio democratico. Berlusconi è il problema, perché grazie alle sue tv è in grado di manipolare l'opinione pubblica. Perché il succo di tutto è questo: un partito che, di fatto, è un uomo solo è in grado di controllare le tv. Ma chi controlla il controllore?”.
Dopo le elezioni, Bossi non cambiava idea: "Il problema è che quest'uomo ha tre televisioni. La falsificazione della Fininvest è peggio di quella della Rai. Berlusconi ha vinto le elezioni con le sue televisioni ed è la conferma che dove c'è un padrone privato tutti sono obbligati a ubbidire. Si sa bene che in nessun Paese c'è una situazione di questo tipo".
Calderoli e i neoleghisti dove erano?
Sul "blind trust", in un intervento alla Camera del 2 agosto, Bossi parlava così rivolgendosi a Berlusconi: "Noi le muoviamo alcune obiezioni perché sono obiezioni fondate costituzionalmente. C'è una legislazione internazionale, come quella americana, che offre innumerevoli esempi".
Cosa stava succedendo in quell’estate?
Succedeva che in quel 1994 la Lega presentò un progetto di legge sul conflitto d’interessi diretto dal professor Enrico Zanelli, esperto di livello internazionale in merito appunto a questa tematica.
Berluscone affidò il tema durante l’estate di quell’anno a tre saggi, facenti capo all’ex parlamentare socialista La Pergola: si trattava di un progetto di blind trust che poi, evidentemente, non è risultato di suo gradimento al punto che non se n’è più sentito parlare, dopo che era stato presentato come la prova del nove della grande democraticità del giullare di Arcore.
In effetti era un progetto di legge per l’alternanza che poneva tra dismissione e gestione fiduciaria: o Berluscone vendeva la Fininvest o doveva metterla nelle mani di un fiduciario che potesse disporre completamente della gestione del grande impero. Come nel progetto della Lega.
La differenza tra i due però c’era ed era importantissima. Mentre nel progetto della Lega la nomina del fiduciario da parte di Berluscone (o di chi per lui che si trovasse in una situazione di conflitto d’interessi) doveva avvenire entro una rosa di manager indicata dal Presidente della Corte d’Appello e, per conseguenza, la vigilanza apparteneva alla Corte d’Appello e gli atti in conflitto di interesse erano illeciti e sanzionabili penalmente come per gli amministratori di società, i 3 saggi berlusconiani avevano, invece, previsto il solito progetto di legge all’italiana dal corpo robusto, ma, praticamente, senza gambe perché la nomina del fiduciario era lasciata autonomamente all’interessato, cioè a Berluscone. Per conseguenza, la vigilanza e la giurisdizione erano dei garanti, e gli atti di governo sospetti, rimessi alla valutazione e segnalazione dei governi stessi. In pratica Berluscone restava libero di affidare il suo patrimonio, compreso lo sterminato impero di televisioni e giornali, a chi diavolo gli era più grato, impedendo quindi di risolvere il problema.
Ma il signor Calderoli non era in parlamento quando proponeva testi ben più severi dell’attuale legge frattini (votata dalla lega) o di quelli in discussione oggi?
Nel famoso discorso alla Camera del 21 dicembre 1994, nel quale Bossi sfiduciò il governo e denunciò il mancato rispetto dei molti patti tra i quali “l’immediata approvazione di una legge antitrust che eliminasse il monopolio della Fininvest e che favorisse il rinnovo strutturale della Rai-Tv restituendo ai media la loro libertà e democratica funzione per informare imparzialmente ed obiettivamente l’opinione pubblica”. E ancora: “i patti richiedevano la netta separazione tra gli interessi personali del capo del governo e la sua funzione di altissimo pubblico ufficiale”.
Nel testo della mozione di sfiducia al governo Berluscone I, al punto cinque della necessarie riforme da realizzare si leggeva:
“introdurre una nuova disciplina della ineleggibilità e della incompatibilità allo scopo di prevenire e risolvere l’insorgere di conflitti tra gli interessi privati facenti capo a titolari di incarichi di governo o altre cariche pubbliche e gli interessi pubblici che essi devono tutelare e rappresentare”.
Di servilismi e giravolte bossiane, da quei giorni ad oggi, è piena la storia…




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