Orlando in campo.
Una volta a sinistra si faceva l’autocritica, rito ideologico e pesante.
Ora che sono conquistati alla leggerezza postmoderna, i leader dovrebbero trovare un altro mezzo per flagellarsi, visto che a Palermo sono riusciti a farsi sostituire, in campo, da Orlando, cioè da una società civile falsa e vagabonda che ha distrutto il tessuto dei partiti e poi se n’è andata a raccogliere allori altrove, e infine è tornata a finire ingloriosamente il lavoro.
Professionisti, come diceva Sciascia, ma dell’antipolitica perdente.
E i leader democratici professionisti di masochismo vincente. Nemmeno noi speravamo in un’onda tanto alta.

Dies Familiae, Alleluia.
Bella e basta, quella piazza e quella giornata romana. Niente da aggiungere, se non quanto sia brutta l’inimicizia mal riposta. I reazionari erano fantastici. Fossero stati sempre così, nella storia, i reazionari. Fermi, miti, allegri.
La reazione, di cui abbiamo parlato sabato nel commento di Maurizio Crippa in prima pagina, era ed è sacrosanta. Anche contro coloro che, in tutta buona fede (quanto mi fa disperare la buona fede), vorrebbero che i cristiani e la chiesa e tutti i laici messi in riga uno per uno si aprissero al loro concetto di “amore civile”, che supera e moltiplica le possibilità di dirsi ed essere famiglia.
In realtà l’amore civile è un modello culturale prescrittivo, che vuole rubare la famiglia e l’antropologia cristiana e laica del matrimonio antico e moderno sotto il falso mantello dei diritti, che sono sacri quanto il diritto a promuovere un’istituzione umana decisiva, non il grimaldello per scardinarla.
L’identità e la differenza, il rispetto per la differenza che si ha solo nella conferma dell’identità, erano a San Giovanni. A Piazza Navona c’era il legittimo risentimento degli sconfitti del mainstream, coloro che sono nella tendenza del secolo e della storia ma hanno compiuto il tragico errore di voler travolgere tutto, hanno eccitato la giusta reazione non sanfedista del popolo cattolico e dei suoi amici laici in un’Italia che per adesso fa eccezione nel panorama europeo.
Eccellente il discorso della Eugenia Roccella, una laica di ferro con le idee chiare, che deve dirle da quel palco e ha il coraggio di farlo. I
n mezzo alle due piazze il vuoto prodiano del cattolicesimo adulto, coperto assurdamente dai ds, che avrebbero le radici culturali per capire ma le hanno sopite e poi sepolte sotto l’opportunismo spicciolo.
Perfetto il pezzo sulla Stampa di Lucia Annunziata, un modo stilisticamente maturo per dire ai suoi amici di sinistra: guardate che vincere con il modello pubblicitario di Dolce & Gabbana ma perdere in quella piazza è per voi un dramma.
E lo è.

Vade retro, omofobia.
Malgrado le provocazioni, non c’è stato un solo accento omofobo rilevante a San Giovanni. Né nel palco né tra la folla. Superare in piazza e nel bel mezzo della semplificazione di massa, civilizzando ogni istinto contrario, un tabù antropologico che ha antiche radici e riguarda più o meno tutti, a destra e a sinistra, tra i progressisti e tra i reazionari, anche quando si trasforma in stupida omofilia e si veste di insopportazione verso il modello familiare tradizionale, è stato un capolavoro.
Questa benedizione culturale sarebbe risultata impossibile se alle sue spalle non ci fosse una solida spiritualità antifobica, penetrata vivaddio nella coscienza cattolica, anche in quella che non accetta compromessi in tema di difesa della famiglia e della formazione razionale della coscienza collettiva, anche in quella che non ama la trasgressione, com’è suo diritto. Quando Roccella ha detto in modo cristiano e laico che “siamo tutti figli, cristiani ebrei e musulmani, omosessuali ed eterosessuali”, c’era semplicemente da godere. E c’è stato da godere nella presunta furbizia con cui le anime belle progressiste, delle quali il giornalismo volgare è sempre l’avanguardia, andavano a cercarsi con il lanternino l’avversione caldarolesca alla cultura gay tra i manifestanti, per sbatterla sullo striscione rosso dell’Unità e farci la solita carne di porco della propaganda. Contenti loro.
Scontenti noi invece, e molto, se le autorità cattoliche si mettessero adesso, come qualche segno lascia supporre, a invocare il carattere sacro della città di Roma, cioè la polvere del vecchio concordatarismo superato proprio dalla bella chiesa militante di Ruini e Bagnasco, per censurare il gay pride del 16 giugno.
Sarebbe un disastro revanscista, la trasformazione in piccolo oscurantismo moralistico della lezione di illuminismo cristiano e liberale data da San Giovanni e dal referendum sulla fecondazione artificiale. Se il gay pride fosse di cattivo gusto, blasfemo e irritante per la sacralità reale dei luoghi che tocca, e se li toccasse con disprezzo per la differenza cristiana di Roma, si condannerebbe da solo, e tutti lo condanneremmo in nome di una battaglia d’opinione che però non nega la libertà di manifestare, di esserci, a nessuno.
Giù le mani dal gay pride, e nel vostro stesso interesse, prelati della Segnatura Apostolica che avete cominciato a tirar fuori il peggio del clericalismo dopo una grande espressione del meglio del cristianesimo, con dichiarazioni avventate che la Cei farebbe bene a fermare da subito.

Vieni avanti, politica.
Berlusconi è stato rozzo nel mettere il cappello sulla manifestazione senza la mediazione di un linguaggio appropriato, appropriato, ma ha diritto alla sua caduta di stile se lo stile è quello dei Prodi e dei Bianchi, canonici del nulla culturale e spirituale, coperti dal comodo riparo: “Non strumentalizzate la religione”.
Berlusconi fa la sua parte, e certo può non piacere la sua disinvoltura nel passaggio dalla sordità della “libertà di coscienza” al troppo dire del “la chiesa è con noi”.
Ma è anche questa una reazione al ridicolo pretendere, da parte dei sessanta della Margherita e di Prodi e di tanti altri nel centrosinistra, che si possa mettere insieme zapaterismo debole e insincero con la sagrestia universale dell’Ulivo, una strumentalizzazione ben fatta della religione, senza farsi vedere.
Ogni tanto è vero, perfino nella politica italiana, che la tua parola deve essere un sì o un no, e tutto il resto… Comunque la destra italiana non può rinviare a lungo il vero appuntamento con il problema posto da San Giovanni, la difesa di un modo di vivere e di pensare la vita per il quale non c’è più spazio pubblico: ci vuole cultura, una elaborazione seria in tema di famiglia e di diritti della persona, ci vuole un po’ di umile e vera attenzione alle idee, perché alla lunga il semplicismo non basta.
Nonostante tutto, la destra ha qualcosa da imparare anche dalla Bindi, e Fini e Casini la devono piantare di fare flip flop.
I flipflopper non vanno da nessuna parte, risultano vuoti.

Viva Sartori, la pazzia al potere.
Se non ci fosse lui, il grande politologo che ci spiega la democrazia e le sue regole, e ieri sulla Stampa ha celebrato il day after del Dies Familiae dichiarando che i cinesi, visto che sono autoritari, dovrebbero imporre coercitivamente, più ancora e più sinistramente di quanto già non facciano, la politica antinatalista, il ricorso coattivo all’aborto per la pianificazione familiare eccetera, se non ci fosse lui, bisognerebbe inventarlo

Le foto dei marines in Campidoglio.
Vorremmo che il sindaco di Roma esponesse in Campidoglio le foto dei tre marines sequestrati da al Qaida in Iraq. In fondo sono quelli che hanno liberato con un blitz i nostri “mercenari”, sono quelli che combattono contro i tagliagole come il compianto mullah Dadullah, sgozzatore di ostaggi, di quelli con cui noi trattiamo per la liberazione dei nostri rapiti.
Meritano un ricordo militante almento quanto la Sgrena, le due Simone, Daniele Mastrogiacomo e Florence Aubenas.
Anche per marcare la distinzione da quel Garbagnati, direttore o non so che di Emergency, che ha parlato del mullah ucciso in battaglia come si parlava dei partigiani della Resistenza europea, “per uno che cade, cento usciranno dall’ombra”.
L’onorevole D’Alema ha finalmente capito, spero, che è un po’ difficile condurre un negoziato umanitario serio, e non così sanguinoso e fatale come quello autorizzato dalla Farnesina, con gli amici dei talebani sequestratori e tagliagole come mediatori.
E se non lo ha capito, non ci posso fare niente.

Flores fa il furbo.
Il direttore di MicroMega usa la polemica contro il fanatismo islamico per paragonarlo a quello cristiano, Ramadan come monsignor Bagnasco.
Può al massimo convincere qualche lobotomizzato del pensiero unico neosecolarista, non le persone sensate, che lo vedono parlare in libertà e di libertà in una società dalle forti radici cristiane, paziente perfino con Ramadan, paziente con Garbagnati e Gino Strada, laddove un simile modello di libertà laica, e di convivenza del cristianesimo con tutto ciò che è diverso da esso, in un paese islamico è inimmaginabile, perché la libertà della persona è proibita, anzi è punita con la morte, come dimostrano i fatti di ogni giorno e “Infedele”, il bel libro di Ayaan Hirsi Ali.
Vuol farci tutti fessi, il professore che fa il furbo?

G.F. su il Foglio di martedì 15 maggio

saluti