LUIGI LA SPINA per LASTAMPA.IT

La notizia è sorprendente: i banchi, anzi i gazebo, come ormai la politica, sulla scia della definizione bossiana, ha deciso di ribattezzarli, sono ancora molto pochi, ma su quei tavoli fioccano le firme. La campagna per il referendum sulla legge elettorale sembra essere partita in maniera fulminea.
Neanche i promotori, forse, si aspettavano un esordio così promettente. La materia, si sa, non è fatta per suscitare colpi di entusiasmo; tutt’al più provoca colpi di sonno. Il referendum, poi, sembra aver perso il suo antico fascino. Negli ultimi dieci anni i cittadini sono stati chiamati alle urne per ben sei volte e il quorum, cioè la partecipazione di almeno il 50 per cento degli elettori, non è stato mai raggiunto. Se la raccolta di firme sembra sfidare questi poco rassicuranti precedenti, si può avanzare un’ipotesi: questo referendum, al di là della specifica questione proposta ai cittadini, sta diventando la spia di una crescente ribellione contro i partiti e il loro modo di far politica, ma anche lo strumento per l’invio di un segnale che la classe dirigente italiana farebbe bene a non trascurare.
Il ricordo del clima nel quale, agli inizi degli Anni 90, si mossero le campagne per i primi referendum elettorali della nostra storia, quelli condotti da Mario Segni e che prepararono la strada e poi sancirono la crisi della cosiddetta Prima Repubblica, dovrebbe alimentare qualche riflessione e, magari, sollevare anche qualche salutare incubo. Il paragone, certo, è azzardato, perché confronta situazioni troppo diverse per far prevedere analoghe così dirompenti conseguenze. Lungi da noi, perciò, la volontà di turbare più di tanto i sonni solitamente tranquilli dei nostri politici. Eppure, i sintomi che una certa soglia di sopportazione, o di rassegnazione, si stia pericolosamente avvicinando sono troppo evidenti per non vederli.
C’è, innanzi tutto, una rivolta dell’opinione pubblica specificamente sulla materia elettorale: lo scippo compiuto dai vertici dei partiti sulla pur modesta possibilità dei cittadini di determinare una graduatoria di preferenze per l’invio dei propri rappresentanti in Parlamento, compiuto con l’ultima legge elettorale, suscita tuttora vivissimi sentimenti di rancore e di vendetta. A questo proposito è, a dir poco, incredibile che la cosiddetta «bozza Chiti» di riforma parlamentare trovi un unico punto di larghissimo accordo nell’escludere ancora i cittadini dalla possibilità di influire in qualche modo nella decisione di chi eleggere alle Camere. Questo vero e proprio esproprio partitico che lascia a non più di 10-20 persone l’assoluta libertà di determinare, con la massima precisione, la quasi totale composizione parlamentare ha creato una ferita sanguinosa nell’elettorato. È stupefacente questa insensibilità dei partiti e vergognosa l’improntitudine con la quale il centrosinistra osa confermare la pessima decisione assunta dal centrodestra nella scorsa legislatura.
Il risultato fallimentare, poi, di questa legge elettorale è talmente chiaro che la necessità di un cambiamento è avvertita da tutti, poiché la stabilità politica è un beneficio riconosciuto dai cittadini di entrambi gli schieramenti. Con pochi voti di maggioranza al Senato nessuno può efficacemente governare e la colpa della situazione determinatasi nelle ultime votazioni legislative non è degli elettori, ma di chi ha favorito questo esito, con un meccanismo elettorale coscientemente costruito a tal fine.
Questi due fondamentali motivi di grave insoddisfazione sulla materia del referendum si innestano su un clima generale di delusione, di distacco, di amarezza che coinvolge sia i vincitori sia gli sconfitti nel voto dell’anno scorso. Da almeno due legislature i problemi italiani sono davanti a tutti: un sistema economico paralizzato da veti reciproci e da collusioni corporative che costringono il Paese, nei momenti di congiuntura negativa, a essere più penalizzato degli altri partner europei e, nei momenti di congiuntura favorevole, ad approfittarne di meno. Un sistema di welfare che non regge più di fronte ai mutamenti demografici e sociali, ma soprattutto non regge di fronte alle condizioni di lavoro e di vita imposti dalla cosiddetta globalizzazione dei mercati. Un sistema fiscale ingiusto e oppressivo che carica sulle spalle di coloro che non riescono ad evaderlo un fardello paralizzante.
Berlusconi, la scorsa legislatura, aveva convinto molti italiani sulla possibilità di riuscire a risolvere questi problemi. Ottenuto un amplissimo consenso, non è stato capace di mantenere le promesse e tutti questi ceppi al nostro sviluppo, sostanzialmente conservati e, in alcuni casi, persino inaspriti, sono stati consegnati intatti a Prodi e alla sua risicata maggioranza. Ma la lentezza con la quale l’attuale premier affronta le questioni, dovuta sia alla precaria condizione parlamentare, sia all’eterogeneità dei partiti che lo sostengono, sia ai delicati equilibri da preservare con alcuni azionisti di riferimento, sindacati in prima fila, fa sì che l’impressione sia quella di un rinvio continuo su quelle più importanti, dalle pensioni al fisco, e di piccoli, troppo piccoli passi su quelle meno impegnative.
È vero che l’avvio al risanamento dei conti pubblici è un risultato che Prodi può legittimamente rivendicare, ma se gli italiani non ne vedranno presto gli effetti sulla loro quotidiana condizione di vita, non basterà per recuperare al suo governo quella sia pur piccola maggioranza di consensi che, un anno fa, gli consentì di tornare a Palazzo Chigi.