I filibustieri somali sono tornati a colpire: con il sequestro di una nave degli Emirati Arabi Uniti (il quarto andato a buon fine dall'inizio dell'anno), avvenuto lo scorso giovedì, i pirati che operano sulle coste somale sono tornati prepotentemente alla ribalta. Da ormai 17 anni la comunità internazionale tenta, senza successo, di mettere in sicurezza le acque del Corno d'Africa, definite dall'International Maritime Bureau le più pericolose del mondo. Ma chi sono, e come operano i pirati più famosi del mondo?
Pirati. Al contrario di quanto si potrebbe immaginare, i pirati somali sono estremamente organizzati. “Ci sono almeno quattro grandi gruppi che operano in Somalia, e che si spartiscono i 3.300 km di coste del Paese – riferisce a PeaceReporter un dirigente del settore marittimo keniano, il quale preferisce rimanere anonimo per questioni di sicurezza -. Il gruppo più temibile è quello dei Somali Marines, che operano vicino ad Haradheere, nella Somalia centrale: sono equipaggiati con armi pesanti, telefoni cellulari e impianti satellitari Gps per localizzare le 'prede', e riescono ad arrivare fino a 300 km dalle coste”. La tattica utilizzata per localizzare le navi da sequestrare è sempre la stessa: una 'nave madre', dotata di un'altissima gru da cui è possibile controllare il mare a chilometri di distanza, che fornisce informazioni alle piccole imbarcazioni d'assalto, utilizzate per l'abbordaggio vero e proprio. Una volta a bordo, i pirati rapiscono l'equipaggio per chiedere un riscatto, e a volte sequestrano l'intera nave con il carico.
Storia. L'origine del fenomeno è da ricercare, come tutte le recenti disgrazie somale, nello scoppio della guerra civile nel 1991. Sfaldatasi ogni autorità statale, il Paese è stato diviso in zone di influenza controllate dai signori della guerra, i quali hanno stretti legami con i pirati. “Nelle acque somale non operano solo i pirati – continua la fonte – ma anche numerose compagnie straniere, che pescano illegalmente grazie alle licenze di sfruttamento concesse dai signori della guerra. In questo modo, le ricche risorse ittiche somale vengono depredate a vantaggio di compagnie provenienti da Italia, Cina, Corea del Sud, Kenya, Nuova Zelanda, Ucraina. Il tutto con la connivenza delle autorità: recentemente, si è scoperto che dietro a un giro di licenze false figuravano alcuni ufficiali della regione settentrionale del Puntland”. Ma che ruolo hanno i pirati in tutto questo? In parte si sono costituiti come “milizie marittime” dei signori della guerra, che controllano che nelle zone di propria competenza peschi solo chi è autorizzato. In parte, come riferito a PeaceReporter da un portavoce dell'International Maritime Bureau, sono una fonte di entrate per gli stessi signori della guerra, che grazie al sequestro delle merci e al pagamento dei riscatti finanziano anche le milizie sulla terraferma.
Contromisure. Per contrastare il fenomeno, le imbarcazioni che solcano le acque somale possono fare ben poco, se non tenersi il più lontano possibile dalle coste. “Secondo le legislazioni vigenti, le navi civili non possono portare armi – continua il nostro interlocutore -. Per risolvere il problema, il nuovo governo somalo ha firmato nel 2005 un contratto con una compagnia di sicurezza statunitense (la TopCat Marine Security, ndr), ma questa si è rivelata solo una copertura per ottenere dalla comunità internazionale soldi, finiti nelle tasche dei politici somali. I quali hanno chiesto recentemente altro denaro per un servizio di guardiacoste”. PeaceReporter ha provato a contattare i vertici della compagnia, ma senza successo. I business della pirateria e della pesca illegale fruttano milioni di dollari l'anno (96 solo per la pesca, secondo la nostra fonte). “Per questo non c'è interesse a risolvere la questione – conclude la fonte kenyana – perché tutti traggono profitto dal fatto che le acque somale siano una terra di nessuno. Il pesce arriva a Mombasa, in Kenya, in quantità enormi, ed è ovvio che solo una minima parte di esso venga dalle nostre acque territoriali. A Nairobi lo sanno tutti, ma è più conveniente stare zitti”. Se le cose stanno veramente così, i gloriosi tempi dei pirati somali sono destinati a durare a lungo.
A luta continua




Pirati. Al contrario di quanto si potrebbe immaginare, i pirati somali sono estremamente organizzati. “Ci sono almeno quattro grandi gruppi che operano in Somalia, e che si spartiscono i 3.300 km di coste del Paese – riferisce a PeaceReporter un dirigente del settore marittimo keniano, il quale preferisce rimanere anonimo per questioni di sicurezza -. Il gruppo più temibile è quello dei Somali Marines, che operano vicino ad Haradheere, nella Somalia centrale: sono equipaggiati con armi pesanti, telefoni cellulari e impianti satellitari Gps per localizzare le 'prede', e riescono ad arrivare fino a 300 km dalle coste”. La tattica utilizzata per localizzare le navi da sequestrare è sempre la stessa: una 'nave madre', dotata di un'altissima gru da cui è possibile controllare il mare a chilometri di distanza, che fornisce informazioni alle piccole imbarcazioni d'assalto, utilizzate per l'abbordaggio vero e proprio. Una volta a bordo, i pirati rapiscono l'equipaggio per chiedere un riscatto, e a volte sequestrano l'intera nave con il carico.
Contromisure. Per contrastare il fenomeno, le imbarcazioni che solcano le acque somale possono fare ben poco, se non tenersi il più lontano possibile dalle coste. “Secondo le legislazioni vigenti, le navi civili non possono portare armi – continua il nostro interlocutore -. Per risolvere il problema, il nuovo governo somalo ha firmato nel 2005 un contratto con una compagnia di sicurezza statunitense (la TopCat Marine Security, ndr), ma questa si è rivelata solo una copertura per ottenere dalla comunità internazionale soldi, finiti nelle tasche dei politici somali. I quali hanno chiesto recentemente altro denaro per un servizio di guardiacoste”. PeaceReporter ha provato a contattare i vertici della compagnia, ma senza successo. I business della pirateria e della pesca illegale fruttano milioni di dollari l'anno (96 solo per la pesca, secondo la nostra fonte). “Per questo non c'è interesse a risolvere la questione – conclude la fonte kenyana – perché tutti traggono profitto dal fatto che le acque somale siano una terra di nessuno. Il pesce arriva a Mombasa, in Kenya, in quantità enormi, ed è ovvio che solo una minima parte di esso venga dalle nostre acque territoriali. A Nairobi lo sanno tutti, ma è più conveniente stare zitti”. Se le cose stanno veramente così, i gloriosi tempi dei pirati somali sono destinati a durare a lungo.
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