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  1. #1
    against the modern world
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    Predefinito Interpretazione dei Veda e 'dogma'

    Namastè a tutti. Ho una domanda da porvi.

    Ieri ho passato una bella giornata al tempio di Radhakrishna a Londra, e stavo chiacchierando con due amici dell'ISKCon tra un dolcetto iperzuccheroso e l'altro. Mi dicevano che stando a Prabhupada la scrittura rivelata (shastra), cioè i Veda (sruti) + (almeno) Bhagavadgita, Bhagavad Purana e Sri Isopanishad sono da leggersi letteralmente. Questo significa che interpretarli, o leggere metaforicamente le descrizioni che contengono è sempre sbagliato.

    Questo approccio mi ha lasciato molto perplesso e confuso, perchè da persona fondamentalmente 'pagana', l'idea che i miti debbano essere interpretati letterarlmente, cioè materialmente, la trovo ridicola. Mi spiego meglio: non metto in dubbio che i Veda siano 'veri', che contengano cioè la Verita'; ma ritengo che questa Verita' sia espressa in modo velato: che non tutto quello che c'è scritto nei Veda sia letteralmente vero.

    Il mio amico mi spiegava invece che quello che c'è scritto nelle Scritture va accettato a priori anche quando sembra contraddire spiegazioni razionali e scientifiche. Io vedo due problemi in questo approccio: 1) paragonare testi sacri e miti alla ricerca scientifica è degradante, perchè i miti si riferiscono ad un livello totalmente diverso e superiore; 2) una religione che si basa su dogmatismo irrazionale si invalida da sola perchè diventa ridicola. La religione non dovrebbe essere irrazionale, ma sovra-razionale: il dogmatismo e il fideismo cieco mi sembrano tanto l'altra faccia della medaglia scientista (non per niente il modernismo e l'ateismo sono scaturiti dal cristianesimo).

    Per metterla diversamente: se seguiamo l'approccio del mio amico, che differenza c'è tra essere induisti e essere dei fondamentalisti protestanti? Cos'è: cambia solo il libro da seguire alla lettera? (Da notare che nemmeno i cattolici interpretano alla lettera la Bibbia, che viene invece interpretata allegoricamente dai teologi autorizzati, spesso tra l'altro in contraddizione tra loro!...)

    Penso questa sia una questione molto importante, per cui mi piacerebbe sentire l'opinione di chi ne sa piu' di me.

    Valete bene.

  2. #2
    Vittima del kali yuga
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    guarda, sfondi una porta aperta. Le mie discussioni, che dopo compresi essere assolutamente inutili, con gli hare, vertavano anche sui testi. Attenzione però, un conto è dire che non vanno presi alla lettera, un conto è dire che vanno interpretati, cosa si da protestanti. Intanto, è tradizione hindù che i testi siano commentati da maestri illuminati, poi tali testi vanno realizzati 'sub specie interioritatis', vanno compresi con l'intelletto (che non è il pensiero analitico), va cercato insomma quel significato che giunge a noi per intuizione e non per deduzione.

  3. #3
    against the modern world
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    Guarda Stuart, sono il primo a dire che i testi sacri non vanno interpretati da persone non autorizzate. Anzi, il discorso è saltato fuori esattamente perchè stavamo parlando di quello (cioè del protestantesimo), e allora il mio amico mi ha spiegato che l'unica interpretazione corretta è per lui quella del suo acarya (Prabhupada), il qualche appunto afferma che i Veda etc. vanno interpretati letteralmente.

    Ci tengo a precisare che questo mio amico è un tradizionalista, uno che anzi si è avvicinato all'induismo proprio dopo la lettura di Evola, Guènon etc., e che si è unito all'ISKCon perchè vi ha trovato (nelle sue porole) una tradizione religiosa integrale ed ortodossa (che addirittura contrappone all'induismo caotico e sincretista dell'indiano medio oggi...)

    Quindi puoi ben capire che certi suoi discorsi mi hanno lasciato molto perplesso. A me interesserebbe capire 1) se è vero che per Prabhupada, che è comunque rappresentante autorizzato di una vera sampradaya, i testi sacri sono da cogliere letteralmente; e 2) se questo approccio è comune a tutti gli induisti.

  4. #4
    Dasanudas Das
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    Hai ragione Chaos...
    Il mio maestro spiegò l'istruzione di Prabhupada e di altri acarya in un modo singolare.
    Accettare le istruzioni, ovvero accettare il fatto che i Veda dicano la verità non significa accettarli come testi scientifici alla lettera ma accettarne il loro significato intrinseco e trascendentale.
    Govinda Maharaj raccontava che esiste un proverbio bengali (o hindi non ricordo) che una volta pronunciato è impossibile scomporlo, se si cerca di scomporlo e spiegarlo perde totalmente il suo significato, così sono i testi vedici.
    Faccio un esempio:
    Krishna solleva la collina Govardhana.
    Io ne accetto il fatto e lo pongo nel mio cuore; ma se comincio a pensare a come un bimbetto, seppur Dio, abbia potuto sollevare la collina essa perde totalmente il suo significato trascendentale.
    Così vale per tutti i testi vedici, che vanno accettati, ma nel loro significato. Per questo Shridara maharaj ne sconsigliava la lettura ai suoi discepoli, per evitare che commettessero "aparadha" offese ad esse.
    Alla fine si è di fronte all'enesima svista dei cugini HK, ammetto che anche io a tempo debito facevo parte di questa schiera, ma per fortuna mi ci sono tirato fuori.

  5. #5
    Vittima del kali yuga
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    ecco, appunto, anche perchè interpretazione letterale è di fatto un non sense: o si interpreta o si prende alla lettera. Oltre a ciò vi sono due possibilità: non si è abbastanza purificata la buddhimayakosha (la guaina dell'intuizione superconscia) e allora va fatto come dice Madhur. Oppure se, lungo il cammino, si sviluppa l'intuizione, se i simboli cominciano se non a parlare, quanto meno a sussurrare, prima o poi quei racconti simbolici che pprima non ti dicevano nulla, all'improvviso possono rivelarti il significato recondito

  6. #6
    against the modern world
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    Dunque, io (nel mio piccolo) mi trovo d'accordissimo con quanto scrivete. Ripeto che per me qualsiasi testo sacro (e quindi i Veda), come i miti, 'parlano' soprattutto a livello intuitivo. Il che significa che questi miti non vanno interpretati personalmente, ma assimilati nel profondo (come Madhur diceva, 'nel cuore'). Pero' questa idea è radicalmente diversa da quella di accettare alla lettera cio' che dicono questi testi come valido su un piano materiale, perchè altrimenti scivoliamo appunto nell'assurdo irrazionale.

    Ora, il mio problema è che non riesco a capire come un maestro quale Prabhupada possa aver consigliato ai suoi discepoli, che bene o male rappresentano la maggior sampradaya (quindi scuola "ortodossa") in occidente, non solo di leggere testi come lo Srimad Bhagavatam, ma di accettare cio' che questi descrivono come se si trattasse di una cronaca storica, e quindi di lanciarsi nel dogmatismo piu' totale.

    Scusate, ma io resto molto confuso (e se devo essere sincero ho avuto l'impressione che anche i miei amici dell'ISKCon fossero parecchio confusi a riguardo...)

  7. #7
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    è semplice: la gente con cui si è trovata ad aver a che fare specie all'inizio era gente piena di un miscuglio esplosivo di cultura hippye e puritanesimo americano. Inoltre è un movimento di massa, rivolto a gente degenerata come gli occidentali, specie gli americani, per cui c'era altrimenti il rischio che quelli interpretassero liberamente, come tipico dei protestanti, e magari andassero in giro a fare i profeti come i millenaristi, oltre a ovviamente, devastare i testi cn interpretazioni moralistiche.
    Imho ovviamente
    sai, la lettura intuitiva, è cosa per pochi. io i simboli ermetici per esempio, sto iniziando a capirli veramente dopo anni di studio e pratica. Prima era solo una comprensione mentale e prima ancora una accettazione per 'fede'.

  8. #8
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    Questa tua spiegazione, Stuart, mi convince fino ad un certo punto. Anch'io ho subito pensato a quanto affermi tu, pero' allora sorge la domanda: ma Prabhupada stesso credeva al valore letterale (cioè materiale) delle Scritture? Questa non è una questione peregrina, ma una che tocca l'essenza di come ci si accosta al shastra.

    Io non ho la presunzione di dire che leggendo i Veda posso cogliere, anche lontamente, il loro vero significato; ma non per questo riesco a leggerli con fideismo, accettando come letterale le cose fantastiche che descrivono (perchè altrimenti ingannerei me stesso: sarei semplicemente disonesto).

    Semplicemente, per me si tratta di accostarsi con rispetto e apertura alle Scritture, e lasciare che ci parlino. Questa pero' è solo la mia opinione di profano; e il problema sta proprio nel fatto che questa mia idea cozza apparentemente con la lettura di chi invece dovrebbe essere autorizzato a spiegare certi testi (Prabhupada). E allora che facciamo? (Il mio amico dell'ISKCon direbbe che io sto sbagliando, sto peccando di orgoglio, e che dovrei limitarmi ad accettare tutto come letteralmente vero, a priori...)

  9. #9
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    Avete ragione entrambi.
    Prabhupada si trovò, come dico sempre, di fronte ad un emergenza e consigliò a quei "barbari"-mleccha-hippie di accettare letterarmente i testi (come spiegare loro quanto spiegato da me sopra? Che l'accettazione dei testi sacri dovrebbe essere quasi Zen? Immaginate la confusione in quelle menti anarchixhe?).
    Oltre tutto, fu anche detto, e dicono tutti gli acarya: che le scritture vediche vanno lette con la supervisione di un guru autentico, rischio appunto la cattiva interpretazione.
    Fino a quando Prabhupada era presente tutto andò bene, ma dalla sua dipartita ad oggi tutto andò quasi perso e le sue istruzioni dell'ultim'ora si sono cristallizzate nel tempo come dogmi.
    Totalmente fu dimenticata (apposta da alcuni) la più importante delle istruzioni: Prendete rifugio da Shridara Maharaj

  10. #10
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    appunto, concordo con te, Madhur.

 

 
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