di Adriano Scianca
Che cos’è la modernità? Qual è la sua essenza, e dove ci portano le sue sfide? Che cos’è quest’impasto di Diderot e Marinetti, MacDonald’s e tempeste d’acciaio, Forrest Gump e Blade Runner? Che lingua parla questo mostro di violenza e passione, eroismo e alienazione, intelligenza e conformismo?
A pensarci bene, questa modernità così sfuggente non è poi molto diversa dalla Sfinge incontrata sulla sua strada da Edipo: essa ingombra il nostro cammino e ci interroga con domande che non possiamo eludere, in quanto con esse ne va del nostro destino.
Va da sé che il profilo maestoso ed enigmatico della Sfinge può apparire spiazzante, tanto da indurre chi non sa rispondere alle sue domande a ricorrere alla via più semplice e comoda: cambiare strada, far finta di nulla. È la via dell’antimodernità, la fuga rassicurante in un onirico passato di pienezza esistenziale. Quanto all’epoca presente, si ritiene possa bastare l’invettiva, mentre al futuro è riservato il proclama apocalittico. Quanto tutto ciò sia paralizzante, smobilitante, nonché tipico di una mentalità paranoica ed emarginata non è nemmeno il caso di sottolinearlo. Esiste però un’altra via, egualmente critica nei confronti del progetto moderno ma assai più feconda e produttiva di ogni ripiego antimoderno: la via della postmodernità.
Il fatto è che accanto alla modernità “cosciente”, “diurna”, che costituisce l’ossatura ormai fradicia di un mondo decadente, esiste una modernità inconscia, “notturna”, che ci parla attraverso il cinema, la letteratura o la musica e che reca in sé germi insospettati di palingenesi. Esattamente in questo senso andrebbe citata la penetrante indagine sull’immaginario postmoderno di Luciano Lanna e Filippo Rossi nel loro Fascisti Immaginari (Vallecchi, Firenze 2003). Non diverso l’approccio all’heavy metal usato da Luca Leonello Rimbotti in Rock duro anti-sistema (Settimo Sigillo, Roma 2006).
Quanto al cinema basterà qui citare il messaggio di fondo di film come Blade Runner e Fight Club o all’ambientazione archeofuturista di Titus, che con il collage di stili artistici differenti dati in piena contemporaneità richiama esattamente i canoni dell’estetica postmoderna. Da parte sua, il sociologo francese Michel Maffesoli ha già creduto di poter sancire la morte della modernità razionalista nei pur confusi entusiasmi della contemporaneità:
«Ci si può domandare se all’ideale democratico che fu il tratto distintivo della modernità, non sia sul punto di succedere un ideale comunitario che, come tutto ciò che è allo stato nascente, si elabora nel dolore e nell’incertezza. Dico proprio rinascita, dato che per buona parte esso restituisce senso ad elementi arcaici, che credevamo totalmente schiacciati dalla razionalizzazione del mondo. I vari fanatismi religiosi, il rinascere etnico, le rivendicazioni linguistiche o altre forme di attaccamento al territorio, sono le manifestazioni più evidenti di questo arcaismo. Ma questo vale egualmente per tutti gli entusiasmi, di qualunque ordine siano: le effervescenze sportive, musicali o festive che punteggiano la vita sociale, senza dimenticare certamente la furia consumatrice che dà alle grandi metropoli l’andamento di un perpetuo souk in cui si celebra una spesa ostentatoria senza precedenti».
Ciò che inquadrato da una certa prospettiva può apparire egualitario ed omologante, insomma, inquadrato da una luce nuova può emanare chiarori aurorali rigeneratori. Volere la postmodernità significa esattamente rompere questo connubio ibrido, isolare e portare ad autocoscienza questo inconscio inquieto che già ribolle sotto la crosta sottile della modernità, dargli una forma, un nome, una struttura, per farne la base di un mondo che non avrà più nulla, ormai, di semplicemente “moderno”.
Certo, se si scava un po’ sotto l’enorme fortuna del termine ormai di moda, è facile constatare come i teorici del postmoderno (Lyotard, Deleuze, Foucault, Maffesoli, Baudrillard, Derrida etc.) si posizionino quasi tutti su posizioni politiche di sinistra. Ma in fondo, parafrasando Adriano Romualdi, si potrebbe sostenere che ciò è potuto accadere perché “dall’altra parte non esisteva più nulla”. Tutto da dimostrare, invece, il fatto che i contenuti della filosofia postmoderna siano effettivamente incasellabili in un quadro di valori umanista, progressista e liberaldemocratico (quadro, in fondo, fin troppo “moderno”).
Del resto, se il pensatore postmoderno ed eurodeputato DS Gianni Vattimo qualche decennio fa pensò di spiegarci che, nei suoi aspetti meno politicamente corretti, Nietzsche si era autofrainteso, noi oggi possiamo forse fare lo stesso con gli stessi filosofi postmoderni, che nel loro attacco furibondo e irriverente ad una modernità che è anche illuministica, forse proprio proprio di sinistra non sono. Anche quando pensano di esserlo.
O, per lo meno, questa è la conclusione esplicita cui sono giunti vasti settori del pensiero dominante, pronti all’alzata di scudi reazionaria contro le sperimentazioni nietzscheane dei cattivi postmoderni. È così che un Habermas stronca ogni superamento del “progetto incompiuto” moderno, che andrebbe piuttosto ripreso e perfezionato nei termini emancipativi che esso aveva preteso di incarnare. Nella medesima ottica possiamo inquadrare gli inviti neomessianici della scuola di Francoforte ad abbandonare il mito - intrinsecamente “fascista” - della rivoluzione, le denunce di un liberal americano come Richard Wolin che parla apertamente di "fascinazione verso il fascismo" da parte dei filosofi postmoderni, o ancora le nostalgie illuministiche covate dai radical chic di “Repubblica”.
E ancora, il sociologo americano Scott Lash ha affermato che: «la cultura postmodernista, tutto sommato, non abbia approntato un terreno favorevole per la politica di sinistra», il filosofo Maurizio Ferraris ha parlato di «esiti berlusconiani» (!) della filosofia postmoderna, mentre Alain Badiou, parlando del suo rapporto con Gilles Deleuze nel pieno degli anni ’70, ha confessato:
«[all’epoca] avevo la tendenza a identificare come “fascista” la sua apologia del movimento spontaneo, la teoria degli “spazi di libertà”, il suo odio della dialettica, per dirla tutta: la sua filosofia della vita e dell’Uno-Tutto naturale».
Ora, in qualche modo possono essere proprio queste preoccupate marce indietro di importanti esponenti dell’ufficialità culturale occidentale ad indicarci la via da seguire. Del resto, da più parti è stata notata la straordinaria similitudine tra le tematiche, i linguaggi e le soluzioni dei postmodernisti con quelle dei futuristi o degli esponenti della Rivoluzione Conservatrice tedesca. Settori importanti della cultura novecentesca che, ricordiamolo, mai giocarono la carta sterilmente antimoderna. Valgano per tutti, a questo proposito, le parole di Ernst Jünger:
«Come l’illuminismo non è soltanto illuminismo ma qualcosa di più profondo, così anche il progresso non è privo di retroscena e di spessore. […] C’è un’ebbrezza della conoscenza, la cui origine non è soltanto logica, e c’è un orgoglio di conquiste tecniche, l’orgoglio del primo passo verso uno sconfinato dominio dello spazio, in cui si avverte un presagio di recondita volontà di potenza ancora in germe. A questa volontà, tutte le conquiste tecniche servono semplicemente da armatura per impreviste battaglie e insospettate rivolte […]. Di conseguenza, a noi non deve assolutamente interessare quell’atteggiamento che tenta di opporre al progresso i mezzi, ad esso subordinati, dell’ironia romantica, e che è l’inconfondibile contrassegno di una vita spossata nel suo nerbo. Il nostro compito di giocatori non è quello di fare le puntate come avversari del tempo, bensì quello di puntare sul banco di cui il tempo è croupier».
Tentare la via postmoderna significa, insomma, calarci nel solco della nostra migliore tradizione posizionandoci allo stesso tempo al centro del dibattito filosofico contemporaneo. Significa, inoltre, trovare uno spazio di agibilità metapolitica che è già davanti a noi, qui ed ora, nel cuore delle contraddizioni dell’immaginario collettivo dei giorni nostri. La modernità filosofica è ormai un progetto estenuato, un morto che cammina, ma la sua alternativa è già qui in forma potenziale come “modernità dei sensi”. Guillaume Faye lo aveva ben compreso già nei primi anni ‘80:
«La sfiducia verso il modernismo contemporaneo sembra tanto più giustificata in quanto quest’ultimo si ritorce contro la stessa modernità, contro la sua parte “sensitiva” e la dinamica futurista che le è propria. […] Il destino implicito delle ideologie moderniste è lo scontro con la modernità in quanto essa porta con sé la tentazione della storia. […] Tutto accade come se, dopo essersi fatta scudo della modernità, l’ideologia occidentale ed egualitaria si fosse accorta che questa modernità finisce col contraddire gli ideali occidentali, perché la sua essenza sta nel mettere il mondo in movimento. Un movimento necessario per rovesciare il vecchio mondo; ma che fare se, come il fiume di Eraclito o la freccia di Zenone, esso non si arresta? Che fare, se la modernità che si credeva segmento si svela una sfera e continua a girare?».
Domande capitali che non hanno cessato di essere d’attualità. Anzi, nel frattempo la modernità “razionalista”, vistasi alle corde, ha paurosamente pigiato sull’acceleratore dello spirito passatista, bigotto, reazionario, moralista, e mentre il pensiero ufficiale appare sempre più “bloccato”, la domanda di senso si è fatta pressante come non mai.
Essere postmoderni significa quindi far deflagrare le contraddizioni dell’oggi, percorrendo fino in fondo la direzione dello sguardo con cui la modernità guarda già oltre se stessa. Significa essere dionisiaci contro il monoteismo etico e spirituale imperante, significa essere gioiosi contro ogni seriosità reazionaria, significa essere dinamici contro un sistema che predica un’immobilità funerea. Significa essere spietati contro un mondo in agonia che non merita la grazia che involontariamente gli concediamo perdendoci dietro chimere antimoderne e controrivoluzionarie.
Imbarcati sul Titanic, abbiamo fino ad oggi giocato ad essere le scialuppe di salvataggio. E se finalmente provassimo ad essere iceberg?