Leggete questi articoli, in piazza c'era poca politica politicata, poco clericalismo e tanta fede e voglia di famiglia....
ESERCITO BIANCO MA NON INTEGRALISTA
i MARIO AJELLO
NON è una piazza direttamente politica, perché trascende dai politici in piazza che non riescono a diventare star, e tuttavia è una piazza politicissima. Nel senso che l’Esercito Bianco non si schiera né a destra né a sinistra, o meglio è un po’ di qua e un po’ di là, ma è super-organizzato e ultra-militarizzato dentro i movimenti che lo hanno portato in piazza (più dei parroci, le Acli, Cl, i Focolarini e i Neocatecumenali svolgono a San Giovanni la stessa funzione svolta solitamente dai sindacati in questa piazza) e che sono lobbies, strutture molto radicate nel popolo cattolico e grandi praterie elettorali. «Spero che anche Prodi ci ascolti», dice lo spagnolo Chico Arduejo, capo dei Neocatecumenali che ha appena finito di guidare un girotondo cantando «Beata Maria» e non è ancora salito sul palco per festeggiare, fra l’altro, una coppia-record che ha fatto 15 figli. Nessuno dei quali, per fortuna, è fra quelli - moltissimi che sono stati portati via dalla piazza perché troppo accaldati e a rischio di svenire, rovinando il presepe. Le mamme li carezzano, melodicamente, intonando la canzone di Povia che è sul palco: «I bambini fanno ooohhh....». Oh, è svenuto il pupo? No, per fortuna. «Mamma, mi compri la maglietta di Ronaldinho?», dice uno di loro passando davanti alla bancarella. «No, caro, questo è consumismo!». Se fosse lì Mastella, che è poco più in là, gliela avrebbe comprata lui la t-shirt. Perché, dice il leader Udeur, «noi siamo l’unico partito proletario. Siamo per la prole e la prole è qui».
Anche effigiata nei cartelli. Uno dei pochi un po’ ruvidi contro Prodi in questa piazza che non mostrifica il premier, tranne che in un angolo dove c’è un gruppetto venuto dal Veneto recita: «Meno cattolici adulti e più cattolici bambini». Berlusconi cerca di essere uno di questi, gli organizzatori non la prendono bene ma l’ingresso in piazza è da star: gli altoparlanti sparano una canzone che fa «Resuscitòòòò.....» e di colpo compare lui. Quindi la piazza diventa di destra? No. «Politicamente sono laici», dicono in coro don Benzi e don Santino. E aggiungono: «Ha forse visto qualcuno di loro che attacca i gay o i musulmani?». Nessuno. Questo popolo che in nulla somiglia all’immagine vecchia e stantia, sparagnina e difensivista del mondo cattolico, si mostra alieno da pose sanfediste e da ringhi clericali. In quattro ore, notati solo due cartelli con su scritto «Cristo Re» e nessuno che inneggia al «Papa Re». E ciò rende più difficile tutto, perché si tratta di una piazza inafferrabile. Specie per i politici che la rincorrono, ovviamente dividendosi. Nota il teo-con Quagliariello, senatore forzista: «Non è una piazza di destra, e infatti vedo quelli della Margherita e dell’Udeur che si muovono come lupi famelici». Di fatto, non ci sono preti che brandiscono le croci, come nel corteo spagnolo contro le nozze gay: perché Prodi non è Zapatero e «forse ci ascolterà, perché gli conviene». Allo stesso tempo però c’è la consapevolezza simile a quella della Marcia dei Quarantamila a Torino nell’80 contro l’occupazione operaia della Fiat che esiste un popolo finora invisibile che adesso vuole ruolo e visibilità e che esistono cose prima indicibili e ora invece mature per essere dette a voce alta alla politica. Una soprattutto. Evidenziata da un ragazzo (scusi lei è No Global? «No, sono scout») che alza un’immaginetta finto-sacra: quella di San Precario, idolo inventato dai movimenti di estrema sinistra. La butta un po’ in sociologhese, ma il messaggio è chiaro: «La politica deve fare uno sforzo di generosità. E visto che già tutto è precario, cerchi almeno di non rendere precaria anche la famiglia. E’ l’ultimo rifugio contro la ”liquidità sociale”, come la chiama il filosofo Bauman, che rende tutto provvisorio e slegatissimo».
Un discorso di destra? Un discorso di sinistra? Forse un discorso che sta sopra e che sta sotto la destra e la sinistra, e non è neppure di centro, ma frantuma le logiche dell’attuale quadro politico. E così questa piazza è la prima piazza che supera gli schieramenti classici, e non ne sposa acriticamente nessuno. Lo ammette anche Alemanno: «C’è di tutto qui dentro. E’ la voce dell’Italia profonda». Però di una profondità nuova e più difficile da gestire. Perché l’Esercito Bianco non odora di sacrestia, ma di gruppo di pressione molteplice, plurale, gonfio di differenze interne e variamente targato Don Giussani o Sant’Egidio ma ognuno con le sue migliaia di chitarre e con qualche suorina al seguito con cui la politica, adesso più di prima, dovrà scendere a patti. Se non vuole spingerlo nel mare pericoloso dell’anti-politica o nelle mani della Cei che potrebbe puntare su Pezzotta, portavoce di questo “Family Day”, come leader a sorpresa. Quelli attuali, di destra e di sinistra, ieri hanno fatto la loro passerella ma nessuno s’è spellato le mani per loro. La Piazza Inafferrabile parla così. «Ho votato Unione ma, dopo i Dico, non so se la rivoterò». «Io invece credo di sì», dice Aldo, uno dell’Associazione dei Papà Separati: «La disgregazione della famiglia non dipende dai Dico. Ma dalle donne che da quando si sono emancipate...». Risate fra i presenti. Ma è meglio fare i goliardi, piuttosto che fingere di credere in un’Italia divisa fra guelfi e ghibellini.
Più movimenti che parrocchie
La vera sorpresa, i neocatecumenali, i più numerosi: i pellegrini del 2000
di MARIA LOMBARDI
ROMA - Donatella, 10 anni, di Foggia, è a piazza San Giovanni col suo cappellino blu, «per non fare sposare maschi contro maschi». Alessio, stessa età, di Miano, in provincia di Napoli, non ha invece idea cosa voglia dire la sua maglietta, ”Dico no ai Dico”, ma lo stesso si sta divertendo da matti tra tutte quelle persone che nemmeno se mettessero in fila cento paesini come il suo. «Siamo qui per difendere, cosa?», suggerisce la mamma Elsira Avili. «Ah, sì la famiglia». Dai tre mesi in su, tanti, tantissimi bambini, protagonisti della piazza quanto i loro genitori, sotto gli ombrelli, sui passeggini, e pace se ci si squaglia sotto il sole, si rischia di perdersi o di essere calpestati. «Una giornata qui, una giornata sulla spiaggia...», Daniele Bandini, veneziano, non si preoccupa della faccia paonazza di suo figlio di sette mesi, per lui «questa piazza è troppo importante».
Vengono da tutti gli angoli d’Italia, in pellegrinaggio a Roma per una causa civile, sudano sotto gli striscioni di tutti i movimenti. La vera sorpresa sono i neocatecumenali, i più numerosi, forse il 20%, calcolano gli organizzatori, il cattolicesimo popolare che scopre la piazza e si mostra. «La famiglia è il nostro carisma», spiega Mariangela Mezzacapo, 17 anni di Caserta, «ecco perché siamo così tanti. Difendiamo quei valori che tra i giovani vanno scomparendo». A un amico gay, cosa diresti? «Sei libero di fare quello che vuoi», direbbe Gianni Orlando, 31 anni, di Cosenza, dello stesso movimento. «Ma lo inviterei anche a riflettere sul fatto che forse è chiamato a vivere come un angelo, rinunciando alla sua sessualità». Duecentomila solo quelli delle comunità neocatecumenali, azzarda qualcuno, uno sforzo di mobilitazione pazzesco, contro i 25mila circa portati in piazza da Comunione e Liberazione, Azione Cattolica, Mcl, Acli, Coldiretti, solo per citare qualche siglia. E le parrocchie, un’infinità. Un messaggio per quelli che manifestano nell’altra piazza? «In una società laica, conviviamo laicamente», Sergio Rovelli, medico di Como, sorregge lo striscione del movimento ”La casa di Maria”. «Rispettiamoci senza campagne d’odio». Lo guarda con sospetto, un’anziana signora della stessa città, «ma noi i gay non li vogliamo, vogliamo le famiglie».
Raffaello Bessecca, di Comunizione e Liberazione, viene da Varese dove ha lasciato sette figli, «sono un ingegnere specializzato in debiti», scherza. E sette figli ha anche il suo amico, Roberto Corno, una moglie ginecologa, «dividiamo il nostro reddito per nove, paghiamo più tasse per i rifiuti e bollette più alte. In Francia non è così. Se ci aiutassero con le detrazioni fiscali..». Per lui e la moglie, Cristina Frascoli, i Dico «sono una minaccia culturale ed educativa». Perché il matrimonio «è una roba seria, come la morte», sentenzia Nadia Sabatti, 81 anni, arrivata da Lucca con ”Rinnovamento nello spirito”, che sta in piedi da ore e non è stanca, «sono stata accanto a mio marito per 57 anni, so cosa vuol dire famiglia».
«W le mie prime parole, mamma e papà», un gruppo di studenti di Vicari (Palermo) ha ideato questo slogan ed è in piazza senza bandiere, «siamo per i fatti nostri». Cinquanta ragazzi di 16 anni, «qui per difendere la famiglia. Abbiamo trascinato a Roma anche alcuni genitori». A difendere la «famiglia unita, specia in via di estinzione come l’aquila reale» anche la Gesef, associazione genitori separati dai figli. «E perchè noi non siamo una famiglia?», 4 studenti di Roma, «eterosessuali», giurano tenendosi per mano, chiedono spazio in questa piazza bianca. Con loro c’è Rita De Santis, «una famiglia per mio figlio gay», c’è scritto sulla sua maglietta. «Siete dei provocatori - urla qualche manifestante - andate nell’altra piazza». E Rita cerca di spiegare che la sua è una famiglia normale, «posso stare qui anche se mio figlio è gay?».


Rispondi Citando



