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Outis
LA PURGA NEL PCL
Dopo aver duramente criticato Bertinotti e Giordano per l’espulsione dal PRC di Franco Turigliatto, Ferrando espelle decine di militanti dal “suo” PCL.
La colpa di Turigliatto è stata quella di aver votato contro la politica estera del governo di cui il PRC fa parte, creando grave imbarazzo al governo stesso; la colpa dei dissidenti del PCL è stata quella di aver scritto o semplicemente condiviso un articolo pubblicato sulla rivista “Contropiano”, peraltro la medesima rivista che aveva ospitato, nel numero precedente, un articolo dello stesso Ferrando.
Gli autori dell’articolo incriminato – dal titolo “Il Comunismo, appunto…” – sono Gino Bortolozzo, operaio veneto, delegato della FIOM e candidato sindaco (per il PCL) al Comune di Vigonza; Aurelio Fabiani, consigliere comunale del PCL a Spoleto; Germano Monti, romano, portavoce nazionale del Forum Palestina. Su quest’ultimo è ricaduta anche l’accusa di aver presentato alcuni emendamenti al documento prodotto dalla Direzione Nazionale del PCL, emendamenti ritenuti incompatibili con il progetto politico del partito di Ferrando. Tutti e tre gli espulsi sono, cioè erano membri del Coordinamento Nazionale del PCL. L’espulsione, richiesta dallo stesso Ferrando, è stata votata a maggioranza dalla prima assemblea nazionale del movimento (formalmente, il PCL non è ancora un partito vero e proprio, in quanto dovrebbe tenere il suo primo congresso nei prossimi mesi), tenutasi a Rimini il 14 e 15 aprile, e ratificata con un mese di ritardo dal Coordinamento Nazionale il 12 maggio.
Oltre alla singolarità delle motivazioni, colpisce la portata del provvedimento. E’ quantomeno singolare espellere qualcuno per aver scritto un articolo sulla stessa rivista su cui aveva già scritto il “Capo”, ma è decisamente sconcertante estendere il provvedimento a tutti “i compagni e le compagne che rivendicano il testo comparso su Contropiano”; per quanto l’articolo esprimesse punti di vista differenti da quelli di Ferrando, appare bizzarro espellere qualcuno da un movimento semplicemente perché ha espresso un contributo al dibattito del movimento stesso. Probabilmente, il timore di Ferrando è quello di perdere il controllo assoluto del suo futuro partito, e questo lo ha indotto ad una vera e propria pulizia etnica, incurante dei dissensi che si sono manifestati anche fra chi non condivide l’articolo su “Contropiano” o gli emendamenti di Monti. In sostanza, si è trattato anche di un monito verso chi avesse intenzione, in futuro, di esprimersi in dissenso con il “Capo”.
Non fanno più parte del PCL i tre quarti della sezione di Roma (la più grande), l’intero movimento dell’Umbria e quasi tutto il Veneto. Contro il provvedimento si sono poi espressi, in forme diverse, la sezione di Cosenza, quella di Livorno, quella di Napoli e quella di Fermo (l’unica costituita nelle Marche), oltre a militanti e dirigenti di Firenze, Pisa, Grosseto, Palmi e Catanzaro. Si ignora se le purghe di Ferrando si abbatteranno anche su costoro.
Si diceva degli emendamenti presentati al documento per la prima assemblea nazionale del PCL; ebbene, anche questi sono stati considerati incompatibili con la linea dettata da Ferrando e oggetto di furiose circolari (tre nella sola settimana dal 23 al 30 marzo) inviate a tutti gli iscritti nel corso delle assemblee locali. La stranezza risiede nel fatto che gli emendamenti presentati da Monti erano i soli contributi al dibattito e che, in loro assenza, le assemblee locali e l’assemblea nazionale non avrebbero avuto nulla da discutere.
Allo stato attuale, il movimento di Ferrando appare ben poca cosa, e non solo per il venir meno di una corposa parte dei militanti: il numero degli iscritti (prima delle espulsioni di massa) era ufficialmente fermo a quello del 2006, intorno ai 1.200 in tutta Italia, dei quali meno della metà (530) ha effettivamente partecipato alle assemblee locali. Quello che più colpisce, però, è l’inconsistenza del PCL nelle grandi città: se a Roma gli iscritti erano una sessantina, l’assemblea di Milano si è tenuta con dieci persone, quella di Napoli con sei, quella di Torino (rinforzi dalla Val d’Aosta compresi) con tredici, quella di Genova con sette e quella di Firenze con dieci. In Sicilia, l’assemblea di Palermo è andata completamente deserta (0 partecipanti), mentre in Sardegna, a Cagliari, erano in undici. Non risulta nessun iscritto a Bari. Per un movimento di queste dimensioni, le espulsioni sono veramente una trovata geniale.
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