Jacksoniani e pre-illuministi i nostri fratelli americani
di Roberto De Mattei
Il Riformista 29/07/2003
Alleanze atlantiche. La costituzione europea e la politica estera Usa. Una comunità popolare che esprime bene valori sociali e religiosi. Non si tratta né di virilizzare gli europei né di ammansire gli statunitensi.
La discussione sui rapporti tra Europa e Stati Uniti è destinata ad accompagnare in sottofondo i lavori della Conferenza intergovernativa che si aprirà a Roma in ottobre per negoziare il nuovo Trattato costituzionale europeo. Il progetto di Costituzione consegnato da Giscard d'Estaing a Berlusconi lo scorso 18 giugno avvia il passaggio dalla dimensione economica a quella politica dell'Unione, ma l'identità europea necessita di essere definita con forza sui temi della politica estera, soprattutto per quanto riguarda le relazioni tra vecchio e nuovo mondo.
Il viaggio di Berlusconi in America ha lanciato a questo proposito un messaggio chiaro: la presidenza italiana si opporrà alla tentazione di definire l'Europa in antitesi con gli Stati Uniti. Ma se è vero che la contrapposizione al modello americano non può essere il collante che tiene insieme l'Europa, il problema è di capire quale sistema di valori può essere comune tra le due sponde dell'Atlantico e soprattutto quali possano essere i rappresentanti credibili del dialogo tra le due parti. Le iniziative istituzionali e gli incontri al vertice non sono infatti sufficienti a riannodare i fili di un rapporto di collaborazione che ha bisogno anche di interlocutori che capiscano di cosa parlano e con chi parlano, in un quadro di relazioni in cui, da una parte e dall'altra, si sovrappongono filosofie e scuole di pensiero diverse.
Un elemento di riflessione lo offre l'ultimo libro di Henry Kissinger "Does America need a Foreign Policy?", in cui l'ex segretario di Stato americano contrappone la sua "geopolitica realista" al messianismo politico che nel corso del Novecento ha dominato la politica estera del suo paese, criticando la tentazione imperiale che accomuna i progressisti clintoniani ai neoconservatori repubblicani. Per chiarire la sua posizione, Kissinger utilizza le categorie interpretative proposte da Walter Russell Mead in uno studio sulla tradizione jacksoniana nella politica estera americana apparso prima sulla rivista "The National Interest" e successivamente rifuso nel volume "Special Providence", tradotto lo scorso anno da Garzanti con il titolo "Il serpente e la colomba".
Storia della politica estera degli Stati Uniti d'America.
Mead individua quattro filoni, rispettivamente riconducibili a quattro diversi presidenti degli Stati Uniti: Alexander Hamilton (1757-1804), Woodrow Wilson 1856-1924), Thomas Jefferson 1743-1826) e Andrew Jackson 1767-1845); gli hamiltoniani, tradizionalmente filobritannici, considerano fondamentale l'alleanza tra governo nazionale e grande business; i wilsoniani, più interessati agli aspetti etici e giuridici dell'ordine mondiale che alle argomentazioni economiche sostenute dagli hamiltoniani, ritengono che gli Stati Uniti abbiano un dovere morale nel diffondere i valori democratici nel mondo; i jeffersoniani, sostengono che l'America dovrebbe preoccuparsi meno di diffondere la democrazia all'estero e più di salvaguardarla in patria; infine i jacksoniani difendono strenuamente la sicurezza interna ed esterna del popolo americano; essi ritengono che gli Stati Uniti non dovrebbero trovare motivi di conflitto all'estero, ma quando gli Stati Uniti sono attaccati, la loro opinione concorda con quella del generale MacArthur, secondo il quale "non c'è alternativa alla vittoria".
Pur con i limiti di ogni schematizzazione, quella di Mead, fatta propria da Kissinger, può essere un'utile chiave di lettura della politica estera, e di riflesso interna, americana. Kissinger personalmente si definisce hamiltoniano, mentre Mead tende a considerarlo jeffersoniano. Quel che è certo è che l'Europa guarda con simpatia sia al pragmatismo hamiltoniano (tra i suoi esponenti: Dean Acheson e George Bush sr) che allo scetticismo jeffersoniano (vedi George Kennan e Walter Lippman), mentre considera con diffidenza il messianismo etico dei wilsoniani (di cui Clinton è stato l'ultimo epigono) e ignora o tratta con disdegno il populismo jacksoniano. La scuola jacksoniana, dottrinalmente esigua, rappresenta una cultura tipicamente americana dell'onore e della fierezza; tra i suoi rappresentanti ha pochi intellettuali e molti eroi militari come il senatore dell'Arizona John McCain e i generali della seconda guerra mondiale George S. Patton Jr e MacArthur.
E' un peccato però che essa venga più frequentemente criticata che non compresa dagli intellettuali americani e stranieri, perché, come osserva Mead, "le dinamiche degli affari esteri americani rimangono misteriosamente oscure senza la comprensione di questa loro forza vitale". L'America jacksoniana è una comunità popolare che, pur non rappresentando un'ideologia, esprime bene i valori sociali, culturali e religiosi di larga parte della società d'Oltreoceano.
La sua influenza sulla storiaamericana è stata ed è tuttora più forte di quanto non venga ad essi riconosciuta. Gli Stati Uniti, osserva ancora Mead, non possono intraprendere una importante guerra internazionale, senza il sostegno dei jacksoniani; una volta iniziata, i politici non possono interromperla se non alle condizioni dei jacksoniani. Senza questa influenza, non si può comprendere l'attuale opposizione americana agli accordi di Kyoto, alla Corte penale internazionale, al finanziamento dell'Onu e del Fondo monetario internazionale, né tantomeno, aggiungiamo noi, l'iniziativa bellica contro l'Afghanistan e l'Iraq.
Appare semplicistico, in questa prospettiva, lo schema corrente secondo cui la politica estera di Bush e dei neoconservatori andrebbe compresa all'interno del conflitto tra le due tradizionali scuole di pensiero americane: quella "realista", fino a ieri incarnata dalla linea Kissinger-Brzezinski e quella "etico-giuridica", che da Wilson giunge a Gore-Clinton.
Più riduttivo ancora, leggere i rapporti euro-americani secondo il modello Marte/Venere di Kagan, come fanno, rovesciandone il segno, alcuni intellettuali della sinistra europea, che suggeriscono di contrapporre a un'America costruita secondo le categorie hobbesiane e schmittiane dello scontro amico/ nemico, un'Europa neokantiana, ispirata all'altra America, quella dei Padri Fondatori e della Dichiarazione dei diritti.
Il problema non è quello di "virilizzare" gli europei invitandoli a meditare sulla visione ferina della politica di Hobbes, come vorrebbero alcuni radical-conservatori, né di ammansire gli americani suggerendo loro di rileggere il Progetto di pace perpetua di Kant, come auspicherebbero certi progressisti. Bisogna piuttosto capire in che modo i problemi di un'Europa che si allarga a venticinque membri e quelli di un'America ferita in profondità dalla tragedia delle Twin Towers possano essere affrontati e risolti all'interno di una cornice di valori comune.
A questo fine può essere utile ricordare come negli Usa non esiste solo la galassia dei think-thank liberalsocialisti, ma anche un'America jacksoniana e pre-illuminista, disposta ad assumere quel retaggio classico e cristiano della cultura europea di cui si è discusso nel Preambolo della Convenzione e si discuterà forse ancora nella Conferenza intergovernativa.
Le radici dell'ordine americano, per usare una formula che sposa Russell Kirk con Paul Valery, affondano in un humus culturale europeo ispirato, prima di Hobbes e di Kant, alla triade Roma, Atene, Gerusalemme.
I viaggi transatlantici e i convegni "lib-lab" possono moltiplicarsi, ma forse solo questo pensiero forte è in grado di intercettare gli umori profondi delle due società, l'americana e l'europea, e di rinnovarne in modo originale i legami ormai logorati da troppe polemiche.
(Roberto de Mattei)
Jacksoniani e pre-illuministi i nostri fratelli americani




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