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Discussione: La casta dei politici

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    Predefinito La casta dei politici

    John Kennedy non sarebbe mai potuto diventare presidente degli Stati Uniti. Se negli Usa fosse esistita una legge simile a quella che gli amici di Prodi s’apprestano ad approvare nel tentativo di fermare Silvio Berlusconi, l’uomo che incarnò il sogno americano, essendo di famiglia ricca, sarebbe stato costretto a rinunciare alla Casa Bianca oppure a spogliarsi del proprio patrimonio.
    Ma con le norme che in Italia si vorrebbero introdurre ispirandosi a un presunto modello d’oltreoceano, non avrebbe potuto ambire alla stanza ovale neppure John Kerry, l’altro democratico amato da Fassino e Rutelli che sfidò George W. Bush nel 2004: oltre al suo patrimonio, a renderlo incompatibile con l’incarico presidenziale sarebbe stata la moglie Teresa Heinz, erede del magnate del ketchup.
    Se esistesse una legge come quella che si vuol varare in Italia, alcuni dei più importanti uomini politici statunitensi non potrebbero ricoprire cariche pubbliche. Ma la norma, per il bene della democrazia americana, non esiste.
    Per eliminare il capo dell’opposizione, la sinistra spaccia per democratico, liberal e perfino made in Usa ciò che al massimo è fatto nell’ex Unione Sovietica.
    In America non esiste alcuna legge federale che impedisca a un imprenditore o a un uomo d’affari di candidarsi o di assumere incarichi pubblici.
    E neppure esiste una norma che obblighi il presidente degli Stati Uniti a vendere le sue proprietà o a metterle in un blind trust, il cosiddetto fondo cieco.
    I politici americani devono solo dichiarare a grandi linee ciò che possiedono e un’autorità indipendente vigila sugli eventuali rischi di conflitto d’interessi.
    Non c’è una regola fissa, ma disposizioni pragmatiche che si valutano caso per caso. Come spiega in questa stessa pagina il nostro Guido Mattioni, George Bush e il suo vice Dick Cheney, non hanno alcun obbligo di affidare i propri soldi a terzi e non c’è ente o giudice che possa imporre la vendita dei loro beni.
    Sono loro a scegliere se affidare a un blind trust il proprio patrimonio e sempre loro decidono chi dovrà occuparsi dei loro affari. Bush e Cheney hanno optato volontariamente per il fondo cieco, ma attenzione – e qui sta la sorpresa – non per tutti i loro averi. Bush ha messo nel blind trust solo un milione di dollari, un ventesimo di ciò che possiede: il resto, titoli di Stato compresi, continua a essere in mano sua. Il vicepresidente Usa, che ha un patrimonio personale di oltre 90 milioni di dollari, ha affidato al blind trust un quinto della sua ricchezza e conserva la disponibilità del denaro investito in fondi comuni e compagnie assicurative. Che il fondo cieco non sia un obbligo lo dimostra il fatto che Bill Clinton per un certo periodo del suo mandato non mise neanche un cent in mano ad altri.
    Quando Prodi, Fassino e Violante dicono che sul conflitto d’interessi si sono ispirati a una legge degli Stati Uniti raccontano dunque una colossale panzana.
    Il loro obiettivo non è regolare il conflitto d’interessi, ma sgambettare Berlusconi, impedirgli di tornare al governo. E per ottenere questo risultato sono pronti a qualsiasi cosa. Anche a varare una legge incostituzionale, contraria all’articolo 51 che garantisce a tutti i cittadini la possibilità di candidarsi ed essere eletti. Se il disegno di legge verrà approvato così com’è, chi è ricco, chi abbia parenti, affini o un convivente milionario non potrà assumere incarichi di governo.
    Solo una casta di politici allevati nelle sezioni di partito avrà a questo punto accesso al governo del Paese. Gli altri, anche se uomini di successo nelle imprese o nelle professioni, saranno solo dei paria.
    E la chiamano democrazia.

    Maurizio Belpietro su il Giornale di oggi

    saluti

  2. #2
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    Predefinito Viva gli USA

    Azioni, immobili, perfino un iPod e una mountain bike.
    Si trova tutto - e di tutto - nei Disclosure form (atti di pubblicizzazione) compilati per il 2006 dal presidente americano George W. Bush e dalla moglie Laura in ossequio all’Ethics in Government Act che dal 1978 richiede agli inquilini della Casa Bianca, ma anche ai membri dell’esecutivo e a tutte le cariche pubbliche dipendenti da una nomina del Senato (giudici e alti gradi militari compresi), di rendere noti i propri averi, nonché quelli dei rispettivi coniugi e figli.
    Ma i gradi di parentela, tanto per la precisione, si esauriscono qui, senza coinvolgerne altri.

    Titoli e terreni. Dalle cifre emerge anzitutto la differente attitudine all’investimento tra i due uomini al vertice della più grande potenza mondiale. Da buon texano, legato alla terra, Bush risulta più concentrato sugli immobili. Insieme alla First lady denuncia un patrimonio complessivo per il 2006 di 20,9 milioni di dollari (400mila dollari è lo stipendio da presidente). Decisamente più orientato sui titoli azionari, coerente con il passato di top manager e consigliere di colossi industriali e finanziari, è invece Dick Cheney. Che risulta anche molto più ricco del capo, con un patrimonio di 94,6 milioni.

    Sviste italiane. Prima però di scendere nei dettagli, è bene fare chiarezza su alcuni punti qualificanti che regolano Oltreoceano il conflitto di interessi. Perché tanto, ma spesso in modo errato (o solo interessato), si dice e si scrive in Italia. E perché quanto emerge dalle norme americane rende semplicemente risibili certe affermazioni e soprattutto un progetto di legge palesemente «sartoriale», ad personam (tanto varrebbe aggiungere che per avere il diritto di voto passivo non ti puoi chiamare Silvio) come quello dell’attuale governo italiano, che vorrebbe porre un limite alla ricchezza personale per potersi candidare. Una proposta del genere, in America, sarebbe giudicata in quest’ordine:
    a) incostituzionale in quanto discriminatoria;
    b) incomprensibile in un Paese dove a fronte di profonde differenze non esiste l’invidia sociale e dove invece la ricchezza è metro oggettivo di successo, suscitando ammirazione e fiducia
    (chi avrebbe mai nominato, in caso contrario, un Rockefeller alla vicepresidenza o un Kennedy alla presidenza, o chi avrebbe mai votato un Ross Perot o un John Kerry, tutti ricchi oltre l’immaginabile?);
    c) una sesquipedale idiozia (se la ricchezza è una colpa, la miseria diventa forse per questo automaticamente un merito?).

    Trasparenza. Ma vediamo i punti qualificanti della legge americana.
    Il Disclosure form, in base a quanto afferma nel suo Order Code RS21656 del 23 settembre 2005 una fonte autorevole come il Congressional Research Service, è «il principale metodo per regolare il conflitto di interessi». Si tratta in buona sostanza di un atto di trasparenza in cui vengono elencate le partecipazioni azionarie e i correlati guadagni da dividendi, oltre a interessi, affitti, proprietà immobiliari e tutti gli altri asset compresi in nove fasce di valore, da meno di 1.000 dollari fino a oltre 5 milioni. Ed è altresì obbligatorio elencare i doni ricevuti in patria o in missioni all’estero che superino complessivamente i 350 dollari annui. Doni il cui elenco è ottenibile come ogni documento riguardante la vita pubblica da parte di qualsiasi cittadino in base al Freedom of Information Act.

    Prassi, non obbligo. Contrariamente a quanto si vocifera e favoleggia in Italia, negli Usa non esiste invece nessuna legge federale che preveda l’obbligo, per i pubblici ufficiali, di conferire i propri beni in un blind trust (fondo cieco). Questa è diventata piuttosto una prassi (in base a quell’Ethics in Government Act del ’78, nato dopo la figuraccia del caso Watergate) per evitare l’insorgere di conflitti d’interesse nell’esercizio della propria funzione. Una semplice prassi, quindi (i coniugi Clinton la adottarono per esempio soltanto un anno dopo il loro insediamento al 1600 di Pennsylvania Avenue) in base alla quale gli inquilini della Casa Bianca affidano a un professionista autonomo o a una società specializzata (il nome lo sceglie però lo stesso interessato, previa la necessaria approvazione da parte dell’Office of Government Ethics) la gestione di quei beni suoi, della moglie e dei figli che potrebbero ingenerare conflitti. Conferendo anche l’incondizionato diritto a vendere o acquistare in suo nome. Per la storia, e per restare in famiglia, il papà di Bush, presidente dal 1988 al ’92, «grazie» a questa prassi ci rimise parecchio. Più che cieco, il suo fondo si rivelò un po' strabico.

    G.M. su il Giornale di oggi

    saluti

  3. #3
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    Predefinito

    Roma - Out anche Pier Ferdinando Casini.
    La proposta di legge Franceschini che riforma la normativa sul conflitto di interessi, da ieri in Aula alla Camera, estrometterebbe dalla corsa a Palazzo Chigi l’ex presidente della Camera.
    È uno dei paradossali effetti dell’articolo 2 che sancisce la sussistenza di conflitto di interessi «nei casi in cui il coniuge non legalmente separato o i parenti o affini entro il secondo grado di un titolare di una carica di governo o la persona con lui stabilmente convivente non a scopo di lavoro domestico siano titolari di interessi economici privati che possano condizionarlo nell’esercizio delle sue funzioni».
    Casini è da anni legato ad Azzurra Caltagirone, figlia di Francesco Gaetano Caltagirone, imprenditore attivo nel settore delle costruzioni e dell’editoria.
    La giovane Azzurra è vicepresidente di Caltagirone Editore (che pubblica tra l’altro Il Messaggero) ed è recentemente entrata nel cda di Caltagirone spa, holding di famiglia.
    In base al pdl Franceschini, il leader dell’Udc, previa indicazione della nuova Authority sui conflitti di interesse, avrebbe l’obbligo di astenersi su tutti i provvedimenti che potrebbero produrre un vantaggio per la propria compagna.
    In tal caso, sarebbe molto limitato il raggio d’azione di un ipotetico Casini premier non potendo trattare di immobili, opere pubbliche e media. Lo stesso vale per l’attuale ministro per le Pari opportunità, Barbara Pollastrini, moglie del direttore generale di Intesa Sanpaolo, Pietro Modiano. E sempre per restare in tema bancario, rischia di morire sul nascere la carriera politica dell’avvocato Gregorio Gitti, presidente dell’Associazione per il Partito democratico, ma genero (e quindi affine entro il primo grado) del presidente del consiglio di sorveglianza di Intesa Sanpaolo, Giovanni Bazoli.
    In ambito locale, invece, la legge limiterebbe l’attività dei governatori di Friuli e Sardegna, Riccardo Illy e Renato Soru, entrambi imprenditori.
    Mentre il sindaco di Milano, Letizia Moratti, in quanto coniuge del petroliere Gianmarco, vedrebbe limitata la sua «sovranità».
    Tutti bloccati dal conflitto di interessi?
    No, almeno fino a quando non ci sarà la legge. Ieri il pdl è arrivato in Aula e lo scontro tra i due poli si è ravvivato.
    Il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, ha sottolineato che «il blind trust non è un istituto centrale».
    Idv e Pdci, però, vogliono regole più severe e hanno presentato emendamenti che prevedono l’ineleggibilità per chi detiene grossi patrimoni e per chi è stato condannato con sentenza passata in giudicato. «L’ineleggibilità non sta in piedi, è un po’ assurda», ha chiosato il ministro Mastella, contrario alla svolta pauperista.
    «Un provvedimento finalizzato a colpire il leader dell’opposizione», ha detto nel suo intervento in Aula il coordinatore di Fi, Sandro Bondi, che ha invitato il centrosinistra a «non ripetere gli stessi errori di Tangentopoli».
    Risultato: 450 emendamenti presentati, 300 dell’opposizione e 150 di maggioranza.
    L’Udeur ha proposto la soppressione della nuova Authority e ha chiesto una par condicio per la campagna elettorale, con una somma uguale per tutti.
    La Cdl, oltre ad aver presentato pregiudiziali di costituzionalità, mira a sostituire il «fondo cieco» con misure di affidamento legale.
    Da ieri, però, non è Berlusconi l’unico sotto tiro.

    Il Giornale di oggi

    saluti

 

 

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