Quando certi "pastori" non hanno più che dire
Scoop dell’Unità «Gesù Cristo era di sinistra»
di Luca Doninelli
Leggiamo sulla prima pagina dell’Unità di ieri (in questo periodo l'Unità è un giornale piuttosto interessante, se sapete leggere tra le righe compratelo qualche volta) un’intervista a monsignor Bettazzi, vescovo emerito di Ivrea, nella quale l’anziano prelato sostiene che «Cristo era di sinistra», una cosa che peraltro ha detto per tutta la vita.
Nel titolo di prima pagina non è però richiamato il fatto (nella pagina interna sì) che secondo Bettazzi a dire quelle parole sarebbe stato nientemeno che papa Giovanni XXIII: «Gesù aveva posizioni che oggi chiameremmo di sinistra». Una frase che, peraltro, i biografi e gli stretti collaboratori di papa Giovanni non ricordano.
Bettazzi esprime la sua giusta preoccupazione soprattutto riguardo ai giovani, manipolati da un sistema dell’informazione globale che annulla ogni pensiero ed è totalmente in mano ai potenti e ai loro interessi. E cita la frase di papa Giovanni (sic) per contestare un certo rattrappimento, che vede nella Chiesa, sulla «morale individuale» a scapito di quella «sociale, che sfocia nel politico».
Il suo ragionamento fila secondo una chiave marxista che invano cercheremmo in un politico della sinistra di oggi. Mutatis mutandis, siamo ancora alla divisione del lavoro, alla proprietà dei mezzi di produzione (oggi d’informazione), all’alienazione della condizione (leggi: sottoproletariato) giovanile e alla necessità della politica come azione di sovvertimento. Anche un fenomeno in realtà assai complesso come quello della globalizzazione viene letto dal prelato secondo la vecchia, collaudata chiave ideologica.
Quanto alle posizioni di sinistra attribuite a Gesù (donde tutto un certo tipo di lettura del Concilio), se papa Giovanni fosse vissuto fino al 1967, meglio ancora al 1972, forse si sarebbe ricreduto. Il conflitto arabo-israeliano, come si chiamava allora, stabilì, ai nostri occhi miopi, alcune semplici equazioni: Israele era di destra, i Palestinesi erano di sinistra. E così è stato per lunghi anni, fino all’intifada e oltre.
Se però trasferissimo il conflitto al tempo di Gesù dovremmo rovesciare l’equazione e dire che gli ebrei (indipendentisti) erano di sinistra e i romani (invasori) di destra. Quindi, poiché furono gli ebrei a uccidere Gesù - in nome della libertà del popolo - possiamo anche dire che a uccidere Gesù furono quelli di sinistra, mentre quelli di destra stettero solo di sorveglianza, perché non volevano rogne.
Ergo, a uccidere Gesù fu la sinistra.
Era uno scherzo, s’intende. Solo per dire quante sciocchezze si dicono a commento di altre sciocchezze! La stessa frase attribuita a papa Giovanni, tolta dal contesto in cui fu detta (se fu detta), è una sciocchezza. Gesù di sinistra, Gesù di destra: piantiamola, per favore! Già viene insultato da tutte le parti, già molti rappresentanti della Chiesa seguono la sua stessa sorte e ridicolizzati nelle mostre d’arte e nelle manifestazioni «alternative».
Quello del Gesù di destra/sinistra è un giochetto che può costare caro, e che viene giocato più di quanto si pensi. Da un lato l’odio per la Chiesa rischia di diventare un tema comune a tutto il mondo globalizzato, dall’altro però si può salvare la riserva indiana del Buon Gesù, che porta il panettone a Natale ed è tanto buono con i poveri. Si può gridare «liberate padre Bossi» e al tempo stesso ritenere le missioni un sottoprodotto del colonialismo. Un Gesù a due velocità, insomma: spezzettato come lo è tutto nel mondo di oggi. Chi s’illude di combattere la globalizzazione con l’ideologia stia attento, perché così facendo di solito si ottiene il risultato opposto.
Lasciamo stare la logica delle contrapposizioni, una volta tanto. La Chiesa ha a cuore la morale individuale, perché la persona umana è il primo bene da salvaguardare, ma ha sempre saputo che senza una dimensione sociale i valori cristiani (carità, gratuità, condivisione) sarebbero banali sentimenti. Così, quando la complessità del mondo cominciò a interrogare la Chiesa in cerca di risposte, nacque la Dottrina Sociale.
Che la Dottrina Sociale sfoci in una scelta di parte politica - Bettazzi tira tutto il suo ragionamento in quella direzione - è però una falsità dovuta all’incapacità di liberarsi dalle vecchie categorie di pensiero, oggi del tutto vuote. Bettazzi cita ancora, dopo tanto tempo, la Conferenza Episcopale di Medellín, anno 1968, in cui fu detto che «bisognava incominciare a vedere le cose con gli occhi dei poveri»: e nacque così la Teologia della Liberazione.
Già. «Con gli occhi dei poveri». E così chi, a quel tempo, e anche negli anni successivi, diceva che bisognava vedere le cose (ivi inclusi i poveri) con gli occhi di Cristo, si sentì dare persino del fascista.
Per fortuna oggi tante persone appassionate al sociale, intelligenti e realiste, hanno abbandonato tutta questa farraggine. E speriamo davvero che, nostalgie senili a parte, sia morta per sempre.
Luca Doninelli
Fonte: Il Giornale, 14.7.2007
Una piccola dimenticanza: la fede in Cristo ha forti argomenti di credibilità
Predicatore del Papa: impossibile conoscere Gesù prescindendo dalla fede in Dio
Commento di padre Cantalamessa alla liturgia di domenica prossima
ROMA, venerdì, 27 luglio 2007 (ZENIT.org).- Pubblichiamo il commento di padre Raniero Cantalamessa, OFM Cap. – predicatore della Casa Pontificia –, alla liturgia di domenica prossima.
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XVII Domenica del Tempo Ordinario (C)
Genesi 18, 20-21.23-32; Colossesi 2, 12-14; Luca 11, 1-13
GESU’ CHE PREGA
Il vangelo della XVII Domenica del Tempo Ordinario comincia con queste parole: "Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito uno dei discepoli gli disse: Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli". Ed egli disse loro: Quando pregate, dite: Padre, sia santificato il tuo nome, venga il tuo regno".
Cosa diventava il volto e tutta la persona di Gesú quando era immerso in preghiera, lo possiamo immaginare dal fatto che i discepoli, solo vedendolo pregare si innamorano della preghiera e chiedono al Maestro di insegnare anche a loro a pregare. E Gesú li accontenta, come abbiamo sentito, insegnando loro la preghiera del Padre nostro.
Anche questa volta vogliamo riflettere sul vangelo ispirandoci al libro di papa Benedetto su Gesú. "Senza il radicamento in Dio, scrive il papa, la persona di Gesú rimane fuggevole, irreale e inspiegabile. Questo è il punto di appoggio su cui si basa questo mio libro: esso considera Gesú a partire dalla sua comunione con il Padre. Questo è il vero centro della sua personalità".
I vangeli giustificano ampiamente queste affermazioni. Nessuno può contestare dunque storicamente che il Gesú dei vangeli vive e opera in continuo riferimento al Padre celeste, che prega e insegna a pregare, che fonda tutto sulla fede in Dio. Se si elimina questa dimensione dal Gesú dei vangeli non resta di lui assolutamente niente.
Da questo dato storico deriva una conseguenza fondamentale e cioè che non è possibile conoscere il vero Gesù se si prescinde dalla fede, se ci si accosta a lui da non credenti o atei dichiarati. Non parlo in questo momento della fede in Cristo, nella sua divinità (che viene dopo), ma di fede in Dio, nell'accezione più comune del termine. Molti non credenti scrivono oggi su Gesú, convinti che sono essi a conoscere il vero Gesú, non la Chiesa, non i credenti. Lungi da me (e, credo, anche dal papa) l'idea che i non credenti non abbiano diritto di occuparsi di Gesú. Gesú è "patrimonio dell'umanità" e nessuno, neppure la Chiesa, ha il monopolio su di lui. Il fatto che anche dei non credenti scrivano su Gesú e si appassionino di lui non può che farci piacere.
Quello che vorrei mettere in luce sono le conseguenze che derivano da un tale punto di partenza. Se si nega o si prescinde dalla fede in Dio, non si elimina solo la divinità, o il cosiddetto Cristo della fede, ma anche il Gesú storico tout court, non si salva neppure l'uomo Gesú. Se Dio non esiste, Gesú non è che uno dei tanti illusi che ha pregato, adorato, parlato con la propria ombra o la proiezione della propria essenza, per dirla con Feuerbach. Ma come si spiega allora che la vita di quest'uomo "ha cambiato il mondo"? Sarebbe come dire che non la verità e la ragione hanno cambiato il mondo, ma l'illusione e l'irrazionalità. Come si spiega che quest'uomo continua, a distanza di duemila anni, a interpellare gli spiriti come nessun altro? Può tutto ciò essere il frutto di un equivoco, di un'illusione?
Non c'è che una via d'uscita a questo dilemma e bisogna riconoscere la coerenza di coloro che (specie nell'ambito del californiano "Jesus Seminar") l'hanno imboccata. Secondo costoro Gesú non era un credente ebreo; era nel fondo un filosofo nello stile dei cinici; non ha predicato un regno di Dio, né una prossima fine del mondo; ha solo pronunciato massime sapienziali nello stile di un maestro Zen. Il suo scopo era di ridestare negli uomini la coscienza di sé, convincerli che non avevano bisogno né di lui né di altro dio, perché loro stessi portavano in sé una scintilla divina. Sono però – guarda caso - le cose che va predicando da decenni New Age!
Il papa ha visto giusto: senza il radicamento in Dio, la figura di Gesú rimane fuggevole, irreale, io aggiungerei contraddittoria. Non credo che ciò debba intendersi nel senso che solo chi aderisce interiormente al cristianesimo può capire qualcosa di esso, ma certo dovrebbe mettere in guardia dal credere che solo ponendosi al di fuori di esso, fuori dei dogmi della Chiesa, si possa dire qualcosa di oggettivo su di esso.
Fonte: Zenit, 27.7.2007