da aprileonline
L'inchiesta continua
E' uscito "Gli imbroglioni", seconda parte dell'indagine di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani sulla notte delle elezioni politiche. La Camera e il Senato hanno deciso di ricontare le schede, poi il silenzio. Ma punti oscuri continuano a balzare fuori: dai tentativi di hackeraggio a quella cifra sballata di schede contestate diffusa dal Viminale
E' uscito con un numero speciale di "Diario" il secondo dvd inchiesta di Enrico Deaglio e Beppe Cremagnani, dal titolo emblematico "Gli imbroglioni".
L'inchiesta è una prosecuzione di "Uccidete la democrazia!" che, nel novembre scorso, sollevò un polverone politico - mediatico, procurando ai due autori anche un'accusa di turbamento dell'ordine pubblico e spingendo le giunte per le elezioni di Camera e Senato alla decisione di procedere a un riconteggio delle schede delle elezioni politiche.
In "Gli imbroglioni" vengono innanzitutto richiamate le accuse e le incongruenze su cui era incentrato il primo dvd. Deaglio e Cremagnani sostengono che le ultime elezioni politiche non si siano svolte con la necessaria trasparenza, e più di una circostanza lascia pensare che nelle zone opache si siano inseriti tentativi di brogli da parte della coalizione allora al governo.
Fa pensare, innanzitutto, il tracollo delle schede bianche, unito all'adozione, in extremis, di una procedura di conteggio dei voti totalmente informatica alla cui supervisione è stata fu affidato circa un quarto dei voti. Costo: 32 milioni di euro. I giornalisti di "Diario" sostengono (nella prima inchiesta attraverso la voce di un esperto americano) che la procedura di scrutinio elettronico sia facilmente perforabile e che nel caso italiano il perforamento sia avvenuto.
Fa pensare anche l'andamento della "forbice" che, graficamente, illustrò in tempo reale la situazione e il distacco tra uno schieramento e l'altro. Inizialmente l'Unione era in netto vantaggio poi, a poco a poco, la Casa delle libertà si avvicinò, fino alla quasi parità finale. Poi l'interruzione dei dati che arrivavano dal Viminale, l'irrituale visita del ministro dell'Interno Giuseppe Pisanu a casa del premier Silvio Berlusconi, la sostituzione a pochi giorni dal voto di quattordici prefetti, le autorità a cui fa capo la prima fase della procedura elettorale.
"Gli imbroglioni" fa il punto sugli ultimi sviluppi. Fa notare che l'inchiesta è caduta nel vuoto, la decisione di Camera e Senato di ricontare un campione delle schede è stata solo annunciata e poi si è persa nel silenzio. Fa presente che la gestione informatica del venticinque per cento dei seggi è stata affidata a un consorzio di aziende di cui faceva parte anche Telecom, la cui security era sotto la responsabilità di quel Giuliano Tavaroli poi finito in carcere per una serie di accuse, tra cui il dossieraggio illegale (nel novembre 2004 si inserì nella rete della Rcs, la società editrice del "Corriere della Sera"). Tavaroli vantava sicuri rapporti con Sismi e Cia e, soprattutto, ha messo lo zampino nel "Laziogate", il primo caso di spionaggio informatico in un'elezione italiana. Ci sono altre circostanze: dagli interrogatori ad Adriana Fabbretti, il prefetto responsabile delle procedure di voto al Viminale, e ad altri funzionari, si viene a sapere che nella rete del ministero dell'Interno ci sono stati tre incursioni nel giorno delle elezioni, che hanno fatto "inciampare" il flusso: una intorno alle 16, un'altra alle 20, la terza a mezzanotte.
Altri casi strani, come la metà delle sezioni di Roma e un bel gruppo di cittadine venete senza nemmeno una scheda bianca, i totali sballati sul sito della prefettura di Bari. Oltre a tutto questo, "Gli imbroglioni" fa il punto sul comportamento perlomeno strano del ministero dell'Interno nei giorni successivi alle elezioni (il cui risultato finale, beffa per gli autori, è messo in dubbio solo da Silvio Berlusconi). Il Viminale, a fronte di una vittoria dell'Unione con un distacco di 24mila schede, annunciò che le schede contestate erano 43mila per la Camera e 39mila per il Senato, dando voce ed energia a quelli che mettevano in dubbio l'esito ufficiale. I dati erano sballati, a tutti (viene intervistata Roberta Lisi, responsabile elettorale dei Ds) risultavano cifre parecchio più modeste, attorno alle tremila schede contestate. Ma l'equivoco durò parecchi giorni, con casi di discrasie colossali. Come a Catania, con il Viminale che le attribuisce 19mila schede contestate (il quaranta per cento del totale segnalato), mentre la prefettura fa fermare il conto a 33.
Gli autori fanno notare come, di fatto, le tanto sbandierate verifiche della magistratura, delle Corti d'Appello prima, della Cassazione poi, si basino esclusivamente sui verbali, che tra l'altro registrano solo i voti validi. Le schede, fisicamente, non le riconta nessuno.
E non è che deve essere andato tutto bene come si affrettano a sbandierare tutti, se il ministro dell'Interno Giuliano Amato nei mesi scorsi, a proposito delle procedure elettorali, è arrivato a dire: "Teniamoci il voto manualmente espresso e fisicamente contato, perché è meno facile da taroccare".
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Rispondi Citando
) sono tutte da dimostrare e non si capisce cosa avrebbero causato (se si guardano i grafici dello scrutinio si vede che in seguito alle tre interruzioni del flusso dati c'è anzi un recupero tendenziale del centrosinistra).
..scherzi a parte...nessun commento di analisti politici sulla riduzione delle schede bianche
