Piazza San Pietro, la notte tra l'1 e il 2 aprile 2005, Giovanni Paolo II sta morendo e tra le colonne del Bernini brillano i lumi dei ragazzi rimasti a vegliare, calma assoluta. Finché da un gruppo un po' discosto s'alza d'improvviso la musica sincopata d'un chitarra, «Il Signore abbatte cavalli e cavalieri!», e un monsignore esce in tutta fretta dal Vaticano per sillabare tesissimo: «È stato raccomandato il si-len-zio!». Fine della schitarrata, sguardi perplessi di chi pensa: ma noi stavamo pregando...
Ecco: i soliti neocatecumenali, valli a capire.
Certo, non hanno il fascino gotico dell'Opus Dei, nessun Dan Brown attingerà alle leggende nere che li riguardano, però l'aura di stranezza e mistero che circonda il movimento (parola che non amano) cattolico ha alimentato per anni le voci e denunce più disparate: quelli che fanno l'eucarestia da soli, il sabato sera, che usano le focacce anziché le ostie e bevono vino, seguendo rituali strani e manuali così segreti che pure l'ex Sant'Uffizio ha fatto fatica a vederci chiaro. Di certo c'è che la stessa Chiesa li tiene (maternamente) d'occhio: Benedetto XVI ha scritto loro il 12 gennaio 2006 per esortarli a «osservare attentamente» le norme che la congregazione per il culto divino aveva già segnalato ai neocatecumenali un anno prima, e ancora il 25 febbraio di quest'anno i vescovi di Terrasanta li hanno invitati a «evitare di fare un gruppo a parte».
Eppure il «cammino» fondato nel '64, tra i baraccati della periferia di Madrid, dal pittore Kiko Argüello e Carmen Hernández, sembra arrivato ad una svolta, almeno in Italia. Altra immagine, altra piazza: il fondatore Kiko, in San Giovanni, che sabato scorso si presenta sul palco del Family Day con l'immancabile chitarra, strappa applausi alla folla mentre i media sono distratti dall'arrivo di Berlusconi, e spiega tranquillo che del milione di persone presenti i neocatecumenali «sono duecentomila».
È una cifra, questa, che nessuno ha messo in dubbio. Il cammino neocatecumenale non ama mostrarsi, non cerca personaggi famosi né coltiva intellettuali di riferimento, però è presente in 900 diocesi nel mondo, conta tra le venti e le venticinquemila comunità «che vanno da 30 a 60 persone ciascuna» e solo in Italia è arrivato a «cinquemila, più o meno duecentocinquantamila persone» che raddoppiano, ad essere prudenti, se si calcolano pure i numerosi figli. Senza contare i più di 70 seminari "Redentoris Mater" che hanno formato finora quasi 2000 sacerdoti diocesani (cioè al servizio dei Vescovi) ed altri 2500 giovani in attesa di entrare. La famiglia sta al centro dell'intuizione di Kiko («fare comunità come la Sacra Famiglia di Nazareth»), assieme a quell'itinerario «post battesimale» che vuole riprendere la formazione e la prassi dei primi cristiani. Il portavoce Giuseppe Gennarini, per dire, di figli ne ha sei. Per forza in piazza erano così tanti, finalmente alla luce del sole: «In effetti noi non abbiamo mai partecipato a una iniziativa politica, ma questa appunto non lo era: si trattava di una questione sociale fondamentale, il sostegno alla famiglia contro i tentativi di destrutturarla».
Li prendevano per sessantottini un po' cattocomunisti, ora diranno che si sono spostati a destra. «Storie. Io sì sono un ex sessantottino, ora faccio il catechista itinerante negli Usa, ma tra noi c'è gente di tutti i colori. L'essenziale è che i tre quarti di noi era gente che non andava in Chiesa». Ecco perché le stranezze, dice: «Seguire un percorso di iniziazione cristiana significa riscoprire tutto della Chiesa, a cominciare dai sacramenti. Benedetto XVI? Ci conosce bene, nel '74 insegnava a Ratisbona quando invitò Kiko e parlò del cammino ad alcuni preti tedeschi». E le focacce? «È il messale romano a raccomandare che il pane dell'eucarestia ne abbia l'apparenza, ma quali focacce...». Magari piazza San Giovanni segnerà la fine delle leggende nere: «Nessuna chiusura, nessun segreto. Quando si parla di noi, bisognerebbe pensare alle tante famiglie viste in piazza».








