Ferrero fa autogol sul Tfr: “meglio lasciarlo in azienda”. Meglio per chi?
Mercoledí 23.05.2007
Clamoroso autogol del ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero che stamattina, parlando al Forum della PA in corso a Roma, ha consigliato di “Lasciare il Tfr in azienda e non investirlo nei fondi pensione”. I lavoratori, ha ricordato il ministro, “non si fidano dei diversi fondi perché in questi anni hanno sentito di troppi fallimenti. Visto che la pensione è una cosa seria dove si investono risorse per anni nessuno vuole arrivare dopo 30-40 anni, quando è più debole, ad avere delle sorprese”.
Ci sentiamo d’accordo su una cosa, la pensione è una cosa seria. Allora se ne parli seriamente e senza demagogia, per favore. Grazie ad una legislazione attenta e che ha fatto tesoro di esperienze estere negative, dai casi britannici e statunitensi sino all’ultimo episodio in Grecia emerso poche settimane fa, gli assicurati italiani saranno i meglio protetti al mondo. Semmai la tutela, come ha più volte ricordato il governatore di Banca d’Italia, Mario Draghi, dovrà essere affiancata da una maggiore concorrenza che consenta agli iscritti di poter realmente scegliere tra prodotti competitivi sia sotto il profilo dei costi sia sotto quello delle performance.
Sulla convenienza, oltre che necessità, di passare dal Tfr ai fondi pensione non dovrebbero tuttavia esservi dubbi: non solo per motivi “banalmente” demografici che renderanno impossibile invertire il processo di passaggio dal sistema retributivo a quello contributivo e l’ulteriore riduzione dei coefficienti di rivalutazione, con l’effetto di ridurre a non più del 40%-45% dell’ultima retribuzione l’assegno di chi andrà in pensione tra una trentina d’anni.
Ma anche perché il flusso di Tfr, stimabile in un 6%-7% della retribuzione annua lorda, sommato all’attuale contribuzione media ai fondi negoziali (nel 2005 attorno al 2,4%, all’incirca equamente ripartito tra contributi dei datori di lavoro e dei lavoratori), consentirebbe di alzare di un 10% che è unanimemente giudicato la soglia minima per alzare, insieme alle rivalutazioni legate alla maggiore capacità di gestione dei gestori di fondi pensione, di un 20% circa l’assegno pensionistico.
Il Tfr non rende nulla se non l’inflazione o poco più (e in caso di inflazione “feroce” non riesce neppure a mantenere intatto il valore reale dei contributi versati), l’Inpsa non ha alcuna capacità di gestione non avendo in questi anni sviluppato alcun know-how in tal senso. A parte forse compiacere qualche piccolo imprenditore e semplificare la vita al suo rappresentante sindacale, come pensa di ottenere il signor ministro fornendo simili “interpretazioni” dei fatti?




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