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  1. #1
    PENULTIMO VALLIGIANO COMUNISTA
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    Predefinito Ma di quale negazionismo stiamo parlando?

    Riporto qui di seguito una dichiarazione del sommo pontefice durante la missione evangelizzatrice in quel di San Paolo(BRA):
    "L'annuncio di Gesù e del Vangelo non è stato in nessun momento, un'alienazione delle culture precolombiane, né fu l'imposizione di una cultura straniera".

    Altro che le scuse pronunciate da Giovanni Paolo II per alcuni crimini della chiesa del lontano passato!


    Quella pronunciata da Joseph Ratzinger è una tesi negazionista del più grande genocidio della storia, così falsa e fuorviante da fare impallidire. La storia della croce imposta con la spada e dei cento milioni di morti nel primo secolo di evangelizzazione delle Americhe, è fin troppo conosciuta e studiata per temere l'infondato revisionismo ratzingeriano.
    (gennarocarotenuto.com)

    Una domanda sorge spontanea:
    In un preciso contesto storico,nel quale svariate tesi negazioniste,dal genocidio degli armeni alla shoah,vengono fatte oggetto di criminalizzazione,i discendenti delle popolazioni indigene del Subcontinente(se avessero voce in capitolo)dovrebbero forse intentare una causa allo stato pontificio?

  2. #2
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    Ho come idea che tu del discorso del Papa non abbia proprio letto un tubazzo.



    BENEDETTO XVI

    UDIENZA GENERALE

    Piazza San Pietro
    Mercoledì, 23 maggio 2007



    Viaggio Apostolico in Brasile

    Cari fratelli e sorelle,

    in questa Udienza generale vorrei soffermarmi sul Viaggio apostolico che ho compiuto in Brasile, dal 9 al 14 di questo mese. Dopo due anni di Pontificato, ho avuto finalmente la gioia di recarmi nell’America Latina, che tanto amo e dove vive, di fatto, una gran parte dei cattolici del mondo. La meta è stata il Brasile, ma ho inteso abbracciare tutto il grande subcontinente latinoamericano, anche perché l’evento ecclesiale che mi ha chiamato là è stato la V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi. Desidero rinnovare l’espressione della mia profonda gratitudine per l’accoglienza ricevuta ai cari fratelli Vescovi, in particolare a quelli di San Paolo e di Aparecida. Ringrazio il Presidente del Brasile e le altre Autorità civili, per la loro cordiale e generosa collaborazione; con grande affetto ringrazio il popolo brasiliano per il calore con cui mi ha accolto – era veramente grande e commovente - e per l’attenzione che ha prestato alle mie parole.

    Il mio Viaggio ha avuto anzitutto il valore di un atto di lode a Dio per le “meraviglie” operate nei popoli dell’America Latina, per la fede che ha animato la loro vita e la loro cultura durante più di cinquecento anni. In questo senso è stato un pellegrinaggio, che ha avuto il suo culmine nel Santuario della Madonna Aparecida, Patrona principale del Brasile. Il tema del rapporto tra fede e cultura è stato sempre molto a cuore ai miei venerati Predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II. Ho voluto riprenderlo confermando la Chiesa che è in America Latina e nei Caraibi nel cammino di una fede che si è fatta e si fa storia vissuta, pietà popolare, arte, in dialogo con le ricche tradizioni precolombiane e poi con le molteplici influenze europee e di altri continenti. Certo, il ricordo di un passato glorioso non può ignorare le ombre che accompagnarono l’opera di evangelizzazione del continente latinoamericano: non è possibile infatti dimenticare le sofferenze e le ingiustizie inflitte dai colonizzatori alle popolazioni indigene, spesso calpestate nei loro diritti umani fondamentali. Ma la doverosa menzione di tali crimini ingiustificabili - crimini peraltro già allora condannati da missionari come Bartolomeo de Las Casas e da teologi come Francesco da Vitoria dell’Università di Salamanca - non deve impedire di prender atto con gratitudine dell’opera meravigliosa compiuta dalla grazia divina tra quelle popolazioni nel corso di questi secoli. Il Vangelo è diventato così nel Continente l’elemento portante di una sintesi dinamica che, con varie sfaccettature a seconda delle diverse nazioni, esprime comunque l’identità dei popoli latinoamericani. Oggi, nell’epoca della globalizzazione, questa identità cattolica si presenta ancora come la risposta più adeguata, purché animata da una seria formazione spirituale e dai principi della dottrina sociale della Chiesa.

    Il Brasile è un grande Paese che custodisce valori cristiani profondamente radicati, ma vive anche enormi problemi sociali ed economici. Per contribuire alla loro soluzione la Chiesa deve mobilitare tutte le forze spirituali e morali delle sue comunità, cercando opportune convergenze con le altre energie sane del Paese. Tra gli elementi positivi sono certo da indicare la creatività e la fecondità di quella Chiesa, in cui nascono in continuazione nuovi Movimenti e nuovi Istituti di vita consacrata. Non meno lodevole è la dedizione generosa di tanti fedeli laici, che si dimostrano molto attivi nelle varie iniziative promosse dalla Chiesa.

    Il Brasile è anche un Paese che può offrire al mondo la testimonianza di un nuovo modello di sviluppo: la cultura cristiana infatti può animarvi una “riconciliazione” tra gli uomini e il creato, a partire dal recupero della dignità personale nella relazione con Dio Padre. In questo senso, un esempio eloquente è la “Fazenda da Esperança”, una rete di comunità di recupero per giovani che vogliono uscire dal tunnel tenebroso della droga. In quella che ho visitato, traendone una profonda impressione di cui conservo vivo il ricordo nel cuore, è significativa la presenza di un monastero di Suore Clarisse. Questo mi è parso emblematico per il mondo d’oggi, che ha bisogno di un “recupero” certamente psicologico e sociale, ma ancor più profondamente spirituale. Ed emblematica è stata pure la canonizzazione, celebrata nella gioia, del primo Santo nativo del Paese: Fra Antonio di Sant’Anna Galvão. Questo sacerdote francescano del secolo XVIII, devotissimo della Vergine Maria, apostolo dell’Eucaristia e della Confessione, fu chiamato, ancora vivente, “uomo di pace e di carità”. La sua testimonianza è un’ulteriore conferma che la santità è la vera rivoluzione, che può promuovere l’autentica riforma della Chiesa e della società.

    Nella Cattedrale di San Paolo ho incontrato i Vescovi del Brasile, la Conferenza episcopale più numerosa del mondo. Testimoniare loro il sostegno del Successore di Pietro era uno degli scopi principali della mia missione, perché conosco le grandi sfide che l’annuncio del Vangelo deve affrontare in quel Paese. Ho incoraggiato i miei Confratelli a portare avanti e rafforzare l’impegno della nuova evangelizzazione, esortandoli a sviluppare in modo capillare e metodico, la diffusione della Parola di Dio, affinché la religiosità innata e diffusa delle popolazioni possa approfondirsi e diventare fede matura, adesione personale e comunitaria al Dio di Gesù Cristo. Li ho animati a recuperare ovunque lo stile della primitiva comunità cristiana, descritta nel Libro degli Atti degli Apostoli: assidua nella catechesi, nella vita sacramentale e nella carità operosa. Conosco la dedizione di questi fedeli servitori del Vangelo, che vogliono presentare senza riduzioni e confusioni, vigilando sul deposito della fede con discernimento; è pure loro costante preoccupazione quella di promuovere lo sviluppo sociale principalmente mediante la formazione dei laici, chiamati ad assumere responsabilità nel campo della politica e dell’economia. Ringrazio Dio di avermi permesso di approfondire la comunione con i Vescovi brasiliani, e continuo a portarli sempre nella mia preghiera.

    Altro momento qualificante del Viaggio è stato senza dubbio l’incontro con i giovani, speranza non solo per il futuro, ma forza vitale anche per il presente della Chiesa e della società. Per questo la veglia animata da loro a San Paolo del Brasile è stata una festa della speranza, illuminata dalle parole di Cristo rivolte al “giovane ricco”, che gli aveva chiesto: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?” (Mt 19,16). Gesù gli indicò prima di tutto “i comandamenti” come la via della vita, e poi lo invitò a lasciare tutto per seguirlo. Anche oggi la Chiesa fa lo stesso: prima di tutto ripropone i comandamenti, vero cammino di educazione della libertà al bene personale e sociale; e soprattutto propone il “primo comandamento”, quello dell’amore, perché senza l’amore anche i comandamenti non possono dare senso pieno alla vita e procurare la vera felicità. Solo chi incontra in Gesù l’amore di Dio e si mette su questa via per praticarlo tra gli uomini, diventa suo discepolo e missionario. Ho invitato i giovani ad essere apostoli dei loro coetanei; e per questo a curare sempre la formazione umana e spirituale; ad avere grande stima del matrimonio e del cammino che conduce ad esso, nella castità e nella responsabilità; ad essere aperti anche alla chiamata alla vita consacrata per il Regno di Dio. In sintesi, li ho incoraggiati a mettere a frutto la grande “ricchezza” della loro gioventù, per essere il volto giovane della Chiesa.

    Culmine del Viaggio è stata l’inaugurazione della Quinta Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, nel Santuario di Nostra Signora Aparecida. Il tema di questa grande e importante assemblea, che si concluderà alla fine del mese, è “Discepoli e missionari di Gesù Cristo, affinché i nostri popoli in Lui abbiano vita – Io sono la via, la Verità e la Vita”. Il binomio “discepoli e missionari” corrisponde a quello che il Vangelo di Marco dice a proposito della chiamata degli Apostoli: “(Gesù) ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare” (Mc 3,14-15). La parola “discepoli” richiama, quindi, la dimensione formativa e della sequela, della comunione e dell’amicizia con Gesù; il termine “missionari” esprime il frutto del discepolato, cioè la testimonianza e la comunicazione dell’esperienza vissuta, della verità e dell’amore conosciuti e assimilati. Essere discepoli e missionari comporta un vincolo stretto con la Parola di Dio, con l’Eucaristia e gli altri Sacramenti, il vivere nella Chiesa in ascolto obbediente dei suoi insegnamenti. Rinnovare con gioia la volontà di essere discepoli di Gesù, di “stare con Lui”, è la condizione fondamentale per esserne missionari “ripartendo da Cristo”, secondo la consegna del Papa Giovanni Paolo II a tutta la Chiesa dopo il Giubileo del 2000. Il mio venerato Predecessore ha sempre insistito su una evangelizzazione “nuova nel suo ardore, nei suoi metodi, nella sua espressione”, come affermò proprio parlando all’Assemblea del CELAM, il 9 marzo 1983, ad Haiti (cfr Insegnamenti VI/1 [1983], 698). Con il mio Viaggio apostolico, ho voluto esortare a proseguire su questa strada, offrendo come prospettiva unificante quella dell’Enciclica Deus caritas est, una prospettiva inseparabilmente teologica e sociale, riassumibile in questa espressione: è l’amore che dona la vita. “La presenza di Dio, l’amicizia col Figlio di Dio incarnato, la luce della sua Parola, sono sempre condizioni fondamentali per la presenza ed efficacia della giustizia e dell’amore nelle nostre società” (Discorso inaugurale della V Conf. Gen. dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, 4: L’Osservatore Romano, 14-15 maggio 2007, p. 14).

    Alla materna intercessione della Vergine Maria, venerata col titolo di Nostra Signora di Guadalupe quale patrona dell’intera America Latina, e al nuovo santo brasiliano, Fra Antonio di Sant’Anna Galvão, affido i frutti di questo indimenticabile Viaggio apostolico.

    http://www.vatican.va/holy_father/be...070523_it.html


    I crimini in America del Sud sono insomma dovuti a quelli che NON ascoltavano la Chiesa, e andavano a portare il loro "progresso" e la loro fame di potere e di ricchezza. Se avessero ascoltato le parole dei missionari e dei papi, quanto diversamente sarebbero andate le cose?

    E' pazzesco come si vogliano far ricadere sulla Chiesa errori e atrocità che la Chiesa stessa ha cercato di evitare fossero commessi.

  3. #3
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    Citazione Originariamente Scritto da UgoDePayens Visualizza Messaggio
    Ho come idea che tu del discorso del Papa non abbia proprio letto un tubazzo.



    BENEDETTO XVI

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    Piazza San Pietro
    Mercoledì, 23 maggio 2007



    Viaggio Apostolico in Brasile

    Cari fratelli e sorelle,

    in questa Udienza generale vorrei soffermarmi sul Viaggio apostolico che ho compiuto in Brasile, dal 9 al 14 di questo mese. Dopo due anni di Pontificato, ho avuto finalmente la gioia di recarmi nell’America Latina, che tanto amo e dove vive, di fatto, una gran parte dei cattolici del mondo. La meta è stata il Brasile, ma ho inteso abbracciare tutto il grande subcontinente latinoamericano, anche perché l’evento ecclesiale che mi ha chiamato là è stato la V Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi. Desidero rinnovare l’espressione della mia profonda gratitudine per l’accoglienza ricevuta ai cari fratelli Vescovi, in particolare a quelli di San Paolo e di Aparecida. Ringrazio il Presidente del Brasile e le altre Autorità civili, per la loro cordiale e generosa collaborazione; con grande affetto ringrazio il popolo brasiliano per il calore con cui mi ha accolto – era veramente grande e commovente - e per l’attenzione che ha prestato alle mie parole.

    Il mio Viaggio ha avuto anzitutto il valore di un atto di lode a Dio per le “meraviglie” operate nei popoli dell’America Latina, per la fede che ha animato la loro vita e la loro cultura durante più di cinquecento anni. In questo senso è stato un pellegrinaggio, che ha avuto il suo culmine nel Santuario della Madonna Aparecida, Patrona principale del Brasile. Il tema del rapporto tra fede e cultura è stato sempre molto a cuore ai miei venerati Predecessori Paolo VI e Giovanni Paolo II. Ho voluto riprenderlo confermando la Chiesa che è in America Latina e nei Caraibi nel cammino di una fede che si è fatta e si fa storia vissuta, pietà popolare, arte, in dialogo con le ricche tradizioni precolombiane e poi con le molteplici influenze europee e di altri continenti. Certo, il ricordo di un passato glorioso non può ignorare le ombre che accompagnarono l’opera di evangelizzazione del continente latinoamericano: non è possibile infatti dimenticare le sofferenze e le ingiustizie inflitte dai colonizzatori alle popolazioni indigene, spesso calpestate nei loro diritti umani fondamentali. Ma la doverosa menzione di tali crimini ingiustificabili - crimini peraltro già allora condannati da missionari come Bartolomeo de Las Casas e da teologi come Francesco da Vitoria dell’Università di Salamanca - non deve impedire di prender atto con gratitudine dell’opera meravigliosa compiuta dalla grazia divina tra quelle popolazioni nel corso di questi secoli. Il Vangelo è diventato così nel Continente l’elemento portante di una sintesi dinamica che, con varie sfaccettature a seconda delle diverse nazioni, esprime comunque l’identità dei popoli latinoamericani. Oggi, nell’epoca della globalizzazione, questa identità cattolica si presenta ancora come la risposta più adeguata, purché animata da una seria formazione spirituale e dai principi della dottrina sociale della Chiesa.

    Il Brasile è un grande Paese che custodisce valori cristiani profondamente radicati, ma vive anche enormi problemi sociali ed economici. Per contribuire alla loro soluzione la Chiesa deve mobilitare tutte le forze spirituali e morali delle sue comunità, cercando opportune convergenze con le altre energie sane del Paese. Tra gli elementi positivi sono certo da indicare la creatività e la fecondità di quella Chiesa, in cui nascono in continuazione nuovi Movimenti e nuovi Istituti di vita consacrata. Non meno lodevole è la dedizione generosa di tanti fedeli laici, che si dimostrano molto attivi nelle varie iniziative promosse dalla Chiesa.

    Il Brasile è anche un Paese che può offrire al mondo la testimonianza di un nuovo modello di sviluppo: la cultura cristiana infatti può animarvi una “riconciliazione” tra gli uomini e il creato, a partire dal recupero della dignità personale nella relazione con Dio Padre. In questo senso, un esempio eloquente è la “Fazenda da Esperança”, una rete di comunità di recupero per giovani che vogliono uscire dal tunnel tenebroso della droga. In quella che ho visitato, traendone una profonda impressione di cui conservo vivo il ricordo nel cuore, è significativa la presenza di un monastero di Suore Clarisse. Questo mi è parso emblematico per il mondo d’oggi, che ha bisogno di un “recupero” certamente psicologico e sociale, ma ancor più profondamente spirituale. Ed emblematica è stata pure la canonizzazione, celebrata nella gioia, del primo Santo nativo del Paese: Fra Antonio di Sant’Anna Galvão. Questo sacerdote francescano del secolo XVIII, devotissimo della Vergine Maria, apostolo dell’Eucaristia e della Confessione, fu chiamato, ancora vivente, “uomo di pace e di carità”. La sua testimonianza è un’ulteriore conferma che la santità è la vera rivoluzione, che può promuovere l’autentica riforma della Chiesa e della società.

    Nella Cattedrale di San Paolo ho incontrato i Vescovi del Brasile, la Conferenza episcopale più numerosa del mondo. Testimoniare loro il sostegno del Successore di Pietro era uno degli scopi principali della mia missione, perché conosco le grandi sfide che l’annuncio del Vangelo deve affrontare in quel Paese. Ho incoraggiato i miei Confratelli a portare avanti e rafforzare l’impegno della nuova evangelizzazione, esortandoli a sviluppare in modo capillare e metodico, la diffusione della Parola di Dio, affinché la religiosità innata e diffusa delle popolazioni possa approfondirsi e diventare fede matura, adesione personale e comunitaria al Dio di Gesù Cristo. Li ho animati a recuperare ovunque lo stile della primitiva comunità cristiana, descritta nel Libro degli Atti degli Apostoli: assidua nella catechesi, nella vita sacramentale e nella carità operosa. Conosco la dedizione di questi fedeli servitori del Vangelo, che vogliono presentare senza riduzioni e confusioni, vigilando sul deposito della fede con discernimento; è pure loro costante preoccupazione quella di promuovere lo sviluppo sociale principalmente mediante la formazione dei laici, chiamati ad assumere responsabilità nel campo della politica e dell’economia. Ringrazio Dio di avermi permesso di approfondire la comunione con i Vescovi brasiliani, e continuo a portarli sempre nella mia preghiera.

    Altro momento qualificante del Viaggio è stato senza dubbio l’incontro con i giovani, speranza non solo per il futuro, ma forza vitale anche per il presente della Chiesa e della società. Per questo la veglia animata da loro a San Paolo del Brasile è stata una festa della speranza, illuminata dalle parole di Cristo rivolte al “giovane ricco”, che gli aveva chiesto: “Maestro, che cosa devo fare di buono per ottenere la vita eterna?” (Mt 19,16). Gesù gli indicò prima di tutto “i comandamenti” come la via della vita, e poi lo invitò a lasciare tutto per seguirlo. Anche oggi la Chiesa fa lo stesso: prima di tutto ripropone i comandamenti, vero cammino di educazione della libertà al bene personale e sociale; e soprattutto propone il “primo comandamento”, quello dell’amore, perché senza l’amore anche i comandamenti non possono dare senso pieno alla vita e procurare la vera felicità. Solo chi incontra in Gesù l’amore di Dio e si mette su questa via per praticarlo tra gli uomini, diventa suo discepolo e missionario. Ho invitato i giovani ad essere apostoli dei loro coetanei; e per questo a curare sempre la formazione umana e spirituale; ad avere grande stima del matrimonio e del cammino che conduce ad esso, nella castità e nella responsabilità; ad essere aperti anche alla chiamata alla vita consacrata per il Regno di Dio. In sintesi, li ho incoraggiati a mettere a frutto la grande “ricchezza” della loro gioventù, per essere il volto giovane della Chiesa.

    Culmine del Viaggio è stata l’inaugurazione della Quinta Conferenza Generale dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, nel Santuario di Nostra Signora Aparecida. Il tema di questa grande e importante assemblea, che si concluderà alla fine del mese, è “Discepoli e missionari di Gesù Cristo, affinché i nostri popoli in Lui abbiano vita – Io sono la via, la Verità e la Vita”. Il binomio “discepoli e missionari” corrisponde a quello che il Vangelo di Marco dice a proposito della chiamata degli Apostoli: “(Gesù) ne costituì Dodici che stessero con lui e anche per mandarli a predicare” (Mc 3,14-15). La parola “discepoli” richiama, quindi, la dimensione formativa e della sequela, della comunione e dell’amicizia con Gesù; il termine “missionari” esprime il frutto del discepolato, cioè la testimonianza e la comunicazione dell’esperienza vissuta, della verità e dell’amore conosciuti e assimilati. Essere discepoli e missionari comporta un vincolo stretto con la Parola di Dio, con l’Eucaristia e gli altri Sacramenti, il vivere nella Chiesa in ascolto obbediente dei suoi insegnamenti. Rinnovare con gioia la volontà di essere discepoli di Gesù, di “stare con Lui”, è la condizione fondamentale per esserne missionari “ripartendo da Cristo”, secondo la consegna del Papa Giovanni Paolo II a tutta la Chiesa dopo il Giubileo del 2000. Il mio venerato Predecessore ha sempre insistito su una evangelizzazione “nuova nel suo ardore, nei suoi metodi, nella sua espressione”, come affermò proprio parlando all’Assemblea del CELAM, il 9 marzo 1983, ad Haiti (cfr Insegnamenti VI/1 [1983], 698). Con il mio Viaggio apostolico, ho voluto esortare a proseguire su questa strada, offrendo come prospettiva unificante quella dell’Enciclica Deus caritas est, una prospettiva inseparabilmente teologica e sociale, riassumibile in questa espressione: è l’amore che dona la vita. “La presenza di Dio, l’amicizia col Figlio di Dio incarnato, la luce della sua Parola, sono sempre condizioni fondamentali per la presenza ed efficacia della giustizia e dell’amore nelle nostre società” (Discorso inaugurale della V Conf. Gen. dell’Episcopato Latinoamericano e dei Caraibi, 4: L’Osservatore Romano, 14-15 maggio 2007, p. 14).

    Alla materna intercessione della Vergine Maria, venerata col titolo di Nostra Signora di Guadalupe quale patrona dell’intera America Latina, e al nuovo santo brasiliano, Fra Antonio di Sant’Anna Galvão, affido i frutti di questo indimenticabile Viaggio apostolico.

    http://www.vatican.va/holy_father/be...070523_it.html


    I crimini in America del Sud sono insomma dovuti a quelli che NON ascoltavano la Chiesa, e andavano a portare il loro "progresso" e la loro fame di potere e di ricchezza. Se avessero ascoltato le parole dei missionari e dei papi, quanto diversamente sarebbero andate le cose?

    E' pazzesco come si vogliano far ricadere sulla Chiesa errori e atrocità che la Chiesa stessa ha cercato di evitare fossero commessi.
    Basta citare la fortezza di San Juan de Ulúa, a Veracruz, la porta di accesso al Messico, messo a ferro e fuoco da Hernán Cortés. A San Juan de Ulúa c'è un arco dal quale si vede a destra la cattedrale e a sinistra il patibolo. Decine di migliaia di nativi furono obbligati a scegliere. E molti preferirono la morte alla croce.

    Naturalmente riporti solo una parte del discorso.
    Per quanto mi riguarda non frequento questo tipo di letture ma non ho motivo di dubitare dello stralcio riportato dal Prof.Carotenuto che è uno studioso e osservatore internazionale del Subcontinente.

  4. #4
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    Mi sembra che Ratzinger in seguito abbia anche aggiunto altre parole alla condanna degli eccessi avvenuti durante il processo di evangelizzazione (l'ho sentito alla radio).

 

 

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