Dall'edizione odierna del corriere on-line
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Bossi e la crisi della politica «Oggi corruzione come nel ’92» Il Senatur: allora e ora sono i ladroni dei partiti a rubare i soldi al Nord «D’Alema ha paura del collasso del sistema. La gente spera nella Lega»
VERONA—Umberto Bossi, versione ’92: «Il sistema politico è corrotto, centralista e fascistoide. È una cosca». Bossi, versione 2007: «D’Alema parla del collasso del sistema? Mache autocritica, ha solo paura. I politici sono tutti ladroni, non è cambiato granché. Craxi sono loro». Sulle pareti, nascosta tra cartelli di «Non mollare» e «Tosi sindaco», c’è un timido «vietato fumare», ma qui nella pizzeria L’Aurora, covo veronese di un centinaio di leghisti in festa, nessuno si sogna di fermare Umberto Bossi. Il Senatùr, tra un padanissimo risotto agli asparagi e una Coca-Cola, si accende il solito toscano e affumica la fedelissima RosiMauro. Sono passati 15 anni dalla stagione di Mani Pulite e si sentono tutti. Ma mai come ora, anche dopo l’intervista di Massimo D’Alema al Corriere della Sera, si torna a respirare l’aria di quel periodo. Si riparla di questione morale, di crisi dei partiti, di collasso del sistema. E si rievoca lo straordinario balzo in avanti della Lega, che, cavalcando Mani Pulite, passò in un giorno da 2 a 80 parlamentari. Allora Bossi si muoveva spavaldo: alludeva minacciosamente «ai kalashnikov oliati del Nord incazzato» e sparava contro il Sud che «ha scelto la clientela e il manganello di Fini». Berlusconi sarebbe arrivato dopo, siglando il «patto delle sardine », per poi diventare «il mafioso di Arcore» e poi ancora alleato e perfino amico. In quel ’92, i leghisti erano in prima fila a lanciare monetine e a contestare i potenti caduti della Prima Repubblica. Bossi scopriva di avere «una certa sintonia intellettuale» con il giovane Di Pietro, prima di cambiare idea: «Se si candida al Nord, gli mando una valigia di cartone che fa rima con terrone». Il 16 marzo del ’93, il leghista Luca Leoni Orsenigo si presentava in Aula sventolando un cappio da forca. Il capogruppo Marco Formentini, ora moderatissimo nella Margherita, urlava contro «i ladri di Roma»: «Mafia, mafia». La Lega — anche lei inciampata in Tangentopoli, sia pure marginalmente—diventava appetibile e da «movimento razzista» si trasformava in «una costola della sinistra» (D’Alema, febbraio ’95). Bossi lasciava fare, spiazzando tutti: un po’ di lotta e un po’ di governo, a seconda dei giorni e delle convenienze, sempre pronto a sintonizzarsi con gli umori del popolo e ad approfittare del «collasso del sistema». Proprio come ora. Allora Senatùr, si torna all’antipolitica, come ai tempi del del vostro boom? «Chiariamo subito che la Lega non è l’antipolitica. Noi siamo un movimento che vuole la liberazione del Nord e il federalismo».
Nel ’92 avete approfittato del crollo del sistema e vi siete presentati contro i partiti.
«Allora saltò per aria tutto perché i politici rubavano. Erano dei ladroni che portavano via troppi soldi al Nord. Per questo arrivò la crisi».
Le cose sono cambiate, da allora?
«In parte è ancora così. Tenendo conto che il federalismo non è arrivato e che i soldi vengono ancora tutti dal Nord, non è cambiato granché».
Quindi si rischia davvero il collasso?
«Con una differenza enorme: che questa volta se esplode tutto, il Nord andrà a conquistarsi la sua libertà. Se capita l’occasione, ce la prendiamo. E al voto domenica andremo con i bastoni: per bastonare Roma».
D’Alema parla di una crisi di credibilità del sistema politico, come nel ’92.
«Sì, c’è disamore da parte della gente, che vuole la libertà e aspetta che la Lega si metta a correre.Manon credo che D’Alema dica queste cose per fare un’autocritica».
E allora perché?
«Forse perché ha solo paura».
Paura di finire travolto, come i politici e i partiti della prima Repubblica, a cominciare da Craxi?
«Certo. I politici portano via i soldi al Nord. Craxi sono loro».
In molti stanno rivedendo il giudizio su Craxi.
«Lui finì per pagare per tutti. Ma fece un grande errore: cercò di comprare gente della Lega nella Regione Lombardia. Io non gliel’ho mai perdonato. Da allora non mi fidai più».
Craxi non era l’unico colpevole.
«È l’unico che ha pagato fino in fondo: ma tutto il sistema era marcio».
Anche la Lega?
«La Lega era marginale, era fuori».
E non aveva soldi. Qualcuno dice che fu Berlusconi a darveli.
«Magari. Berlusconi non ci ha mai dato niente, lui i soldi se li tiene. È il classico ricco che i soldi non li dà a nessuno». Più tardi Aldo Brancher, trait d’union tra Forza Italia e Lega, aggiunge:
«È ridicolo pensare che Berlusconi abbia pagato: ed è offensivo anche per l’intelligenza di un uomo onesto e appassionato come Bossi».
Come fate a sostenervi economicamente?
«Con i soldi della campagna elettorale, che devono bastare per due o tre anni. E poi tiriamo su denaro con le feste della Lega: la gente viene, mangia nei capannoni e compra le tessere».
Da più parti si dice che è ora di tagliare i costi dello Stato e che i partiti costano sempre di più. Qualcuno ripropone l’abolizione reale del finanziamento pubblico.
«Non mi sono accorto di questa crescita dei costi. I partiti costano come sempre. La gente sa che la politica ha un prezzo, ma non è questo il problema: si incazza perché nessuno fa nulla. Vuole i risultati, le riforme. E invece non arriva nulla, nessuno fa nulla».
È un problema anche del centrodestra?
«Sì, ma meno».
A proposito della Casa delle libertà, Berlusconi vorrebbe lasciare il posto di comando a Michela Vittoria Brambilla.
«Quale Michela?».
L’imprenditrice.
«Ma no, Berlusconi non ha nessun sostituto ora. Questa Brambilla io non la conosco bene, però mi sembra una ragazzina. Serve più esperienza per riuscire a tenere insieme una coalizione».
Cosa accadrà dopo le elezioni?
«La gente ne ha piene le scatole. E si aspetta la libertà del Nord: se non viene, ci sarà un casino».
Alessandro Trocino
24 maggio 2007




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