Il "j'accuse" dell'ultimo Gore
"L'America ha perso la ragione"
DAL nostro corrispondente MARIO CALABRESI
Al Gore
NEW YORK - La mutazione di Al Gore si è compiuta: due libri, un film e due Oscar, dopo aver perso le elezioni sette anni fa contro George W. Bush, gli hanno tolto completamente le rigidità, le timidezze e la moderazione che lo caratterizzavano e lo hanno trasformato nel Savonarola della politica americana. Il suo libro, dal titolo "L'assalto alla ragione", è una requisitoria contro il presidente, la guerra, la manipolazione del consenso ed è la denuncia del cattivo stato di salute dei mezzi di comunicazione e del dibattito pubblico negli Stati Uniti. Già la copertina asciutta ed essenziale - bianca con il titolo nero e una banda rossa- è il manifesto di una posizione che non fa sconti e punta sul rigore morale.
La tesi centrale del suo j'accuse è che "ragione, la logica e la verità hanno un peso sempre minore nelle decisioni importanti che prende l'America oggi. E il simbolo di questo comportamento è la Casa Bianca di Bush che sulla guerra, l'economia e l'ambiente decide sempre contro la ragione, per privilegiare tesi preconcette e ideologiche". Gore elenca i disastri della presidenza repubblicana che ritiene "incompetente", tanto che prima ha ignorato le minacce del terrorismo, poi ha collegato l'11 settembre a Saddam Hussein, e "andando a scuotere il nido di vespe iracheno ha reso gli americani meno sicuri".
Ora gli Usa sono isolati, la loro immagine è stata compromessa dalle torture di Abu Ghraib, dalla violazione dei diritti civili e dal trattamento riservato ai prigionieri a Guantanamo. "Tutto ciò - sottolinea Gore - è la diretta conseguenza della cultura dell'impunità autorizzata e incoraggiata dal presidente Bush, dal suo vice Cheney e da Donald Rumsfeld. E dimostra un disprezzo per la Costituzione che ha pericolosamente strappato il nostro tessuto democratico".
Ma di tutto ciò non è responsabile solo il presidente: Gore si chiede dove siano finiti i contropoteri, dal Congresso, alla Corte suprema ai media. E a questi ultimi, all'appiattimento dei mezzi di comunicazione "troppo compiacenti", l'ex vice di Clinton dedica una parte fondamentale della sua analisi. Non hanno fatto il loro lavoro nel 2003, quando la Casa Bianca è riuscita a convincere il settanta per cento dei cittadini che ci fosse un legame tra Saddam e Al Qaeda.
L'elettore è assente e non è informato, drogato da spot di 30 secondi: la partecipazione democratica è in crisi e "la democrazia è ora in pericolo". Di fronte a tutto ciò, televisioni e giornali, anziché aiutare a comprendere "le catastrofiche decisioni che vengono prese ogni giorno sulla guerra, la pace, il clima, la libertà e la giustizia", inseguono per migliaia di ore storie di cronaca che vengono trasformate in ossessioni. Si partì con il caso O. J. Simpson e "da allora si è perso il normale buon senso e lo spirito critico".
Radio e televisione sono messe sul banco degli imputati come mezzi che hanno storicamente aiutato "l'ascesa e la tenuta del potere di regimi come - nel caso della prima - quelli di Hitler, Stalin e Mussolini", e oggi hanno permesso ai politici la manipolazione delle masse. La salvezza per Gore ancora una volta si chiama Internet, l'unico luogo "in cui può rifiorire il dialogo democratico".
E' un libro tutto politico, molto forte e radicale che viene letto sempre di più come un autocandidatura. Barack Obama e Hillary Clinton al confronto sembrano pallidi moderati. Ma proprio questa scelta, con accenti che ricordano più quelli del regista Michael Moore o del linguista e fustigatore dell'imperialismo americano Noam Chomsky, una scelta ultra liberal che è minoritaria sia nel Paese sia nel partito democratico, potrebbe indicare che il cinquantanovenne Al Gore non pensa più alla Casa Bianca. Si sta trasformando in qualcos'altro, in un paladino dei diritti civili, dell'ambiente, in un oppositore senza peli sulla lingua.
Gore poi conosce benissimo la macchina elettorale, il peso dei media, le logiche di Washington, dove è di casa fin da bambino e dove ha occupato la seconda carica più importante per ben otto anni.
Oppure il suo è un raffinato riposizionamento, ha deciso di ripartire da sinistra, dall'unica area non occupata finora, spiazzando gli altri candidati che sono corsi al centro. Intanto Gore ha iniziato un lungo tour di presentazioni in tutta l'America, che naturalmente viene visto come viaggio elettorale e in cui tutti gli domanderanno all'infinito se è in corsa per la Casa Bianca. Lui è fermo alla risposta: "Improbabile ma non impossibile".
Ma non appena gli chiedono se si sia messo a dieta - viene considerata la cartina di tornasole dell'intenzione di candidarsi - lui risponde sconfortato con un tono apocalittico che "la domanda è comprensibile e naturale nell'ottica della corsa dei cavalli. Ma mentre noi siamo occupati con Britney Spears e Anna Nicole Smith e con tutta questa robaccia di pettegolezzo, il Paese sta compiendo errori veramente gravi, che potrebbero essere evitati se noi, il popolo, e i mezzi di informazione, prendessimo parte ad una discussione vera e approfondita sulle scelte del nostro futuro".
(23 maggio 2007)




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