ALLE CANDELE
D’EDERA
Piazza Mercatale 49, Prato
tel. 0574.607509
Prato città dello sconforto”, recita un
antico detto. “Prato è una città industre
e un poco triste”, scrive D’Annunzio
che ci aveva fatto il collegio.
“Città morente” secondo Edoardo Nesi,
industriale tessile prima di vendere la
baracca per sfuggire alla concorrenza
cinese e dedicarsi esclusivamente ai romanzi
(un rigo del suo “L’età dell’oro”
illumina la Prato contemporanea più
dell’opera omnia di Sandro Veronesi,
altro scrittore indigeno). La tristezza ci
prende quando Pamela Villoresi si ferma
davanti alla stazione in attesa di un
taxi e a noi tocca proseguire per il centro
senza avere più davanti il suo vestitino
leggero verde acqua. Lo sconforto
ci attanaglia passeggiando per le vie deserte.
Il lunedì mattina i negozi sono
chiusi e a parte qualche africano, qualche
cinese e qualche donna che recita il
rosario in Santa Maria delle Carceri,
nulla. Il livello dei locali pubblici è infimo.
In piazza del Comune c’è un bar
turistico specialità lasagne, vuoto. In via
Ricasoli 16 c’è un bar esaltato dal Gambero
Rosso, chiuso. Ma non per via del
lunedì, è chiuso per sempre, come spiega
un articolo appeso all’ingresso.
Edoardo Nesi aveva ragione: città morente,
bar defunti. Fra il corso e piazza
Mercatale non mancano i mangifici della
cucina globale, pub, pizzerie, kebabberie
e ovviamente ristoranti cinesi. Di
che si lamenta Cofferati a Bologna? Vedesse
il livello estetico dei gabbiotti tuttaplastica
pratesi si pentirebbe della
sua campagna contro i dehors di via del
Pratello, che in confronto sembrano disegnati
da Michelangelo Buonarroti.
Anche Cibbè ha una distesina scadente,
quattro sedie bianche in pvc assediate
dalle auto, ma in compenso l’interno è
quello di un’onesta trattoria toscana.
Un vero locale etnico, ultimo ridotto
della pratesità. E quindi crostini, mortadella
di Prato, pappa col pomodoro,
zuppa di baccelli (che sono poi le fave),
polpette di ricotta e il cosiddetto magro
(una specie di rosbeef spesso, annegato
nell’olio epperò non pesante come potrebbe
sembrare). Ci sarebbe anche un
bollito servito freddo ma non si può ordinare
tutto, nemmeno con l’aiuto di Saba,
buona forchetta. La città di Prato ha
venduto l’anima al diavolo dell’industria
e oggi, crollato il tessile, ha perduto
anche la materia. Il contado non si è
comportato più saggiamente e le colline
dei dintorni producono vini generici
con uve varie ed eventuali. Però il Vin
Ruspo, rosato della Tenuta di Capezzana,
si fa bere senza problemi e senza
strascichi. Pagato il conto, pochi euri,
passiamo a salutare il pittore Andrea
Martinelli che abita vicino e spesso
mangia proprio da Cibbè. E’ specializzato
in ritratti di vecchi (la tristezza di
Prato…) ma non solo, fra le sue opere
spicca il volto di una giovane donna sgomenta.
Una bellissima anti-Gioconda.
Chi è costei? Betta Pandolfini, la proprietaria
del bar che ha chiuso.




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