Prodi ricatta i partiti alleati
Persa la sicumera di un anno fa, fondata sui 24 mila voti di scarto, attaccato sia sulle scelte di breve periodo (quelle del Governo che presiede) sia su quelle di lungo periodo (il Partito democratico) Romano Prodi si è rifugiato in una lunga intervista ricattatoria, gentilmente e subdolamente ospitata in due pagine de La Repubblica.
Nell’intervista, la sicumera si trasforma in arroganza. Scarica le responsabilità sui suoi ministri, ricatta i partiti alleati: cacciatemi, se osate.
Sorpreso da un Paese “ancora malato” che non gli è grato di averlo salvato dal “regime berlusconiano”, rivendica il merito di averlo sottoposto ad un intervento chirurgico e chiede tempo per arrivare a riscuoterne, con la convalescenza, la gratitudine.
Lungi dall’ammettere proprie responsabilità, se la prende con gli alleati: “Più coesione, o avanti un altro”. Di fronte al naufragio della sua creatura, il Partito democratico, concepito per farsi uno strumento personale di potere e restare al governo, si arrocca: “D’ora in poi cambia la musica. Si fa come dico io, prendere o lasciare”.
Sono le tipiche manifestazioni di chi è ormai del tutto alienato dalla realtà. Se ne erano avuti chiari sintomi pochi giorni fa, quando si era lanciato in una auto-celebrazione del primo anno di governo, irrisa prima dall’opposizione di centrodestra e poi del tutto ignorata anche da Montezemolo, che pure lo aveva aiutato a tornare a Palazzo Chigi.
Evidenti tracce monomaniacali si rinvengono nella sua reiterata pretesa di “governare cinque anni” per lasciare un Paese migliore. Con sindrome da profeta: “La politica a breve termine non mi appartiene”. E da eroe incompreso: “Se va bene è così, se no mi si mandi via”. Tipico il tentativo di apparire come anticipatore: “Il tema dei ‘costi della politica’, di cui in questi giorni si parla tanto, l’ho inventato io”.
Paranoica, in quanto contraddetta dalla realtà, è la fiducia nell’arma nuova, decisiva, salvifica, il Partito democratico: “Il Partito democratico arriva al momento giusto, ed è la soluzione per tutti questi problemi. A una condizione, però: che sia veramente un partito nuovo… deve nascere come partito federale. Deve esserci un Pd emiliano, piemontese, lombardo, laziale, e così via”.
Ma che sia anche un partito su misura per lui: leader e premier devono coincidere nella stessa persona. Con una precisazione che chiude l’intervista in modo ironico: “Io non faccio battaglie personali. Voglio uno spazio per governare davvero, e poi me ne andrò come ho promesso. Ma se non ho lo spazio per governare, me ne vado subito. A fare il Re Travicello proprio non ci sto”.
Se voleva apparire nudo, e soprattutto isolato, Prodi c’è riuscito. Ma forse a spogliarlo e a mostrarne l’isolamento ci ha pensato l’intervistatore, portandolo ad esibire il suo vero volto di arrogante e presuntoso, espressione di una “razza padrona” dei beni altrui, incapace di ascoltare e, di conseguenza, anche di comunicare.
In democrazia, ha ricordato Berlusconi dopo il discorso di Montezemolo e prima del voto delle amministrative, decide il popolo. Si tratta di una verità elementare che sfugge totalmente a Prodi.
Potere Sinistro




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