Che sta succedendo al partito democratico (americano)? Prima della smagliante vittoria di novembre (un solo voto di maggioranza al senato, ma 31 voti in più alla camera) aveva presentato un programma dal titolo altisonante: "Una nuova direzione per l'America" indicando le proposte che sarebbero state attuate nelle prime cento ore e nei primi cento giorni del nuovo congresso, a partire da gennaio. Al primo punto del programma c'era: "porre fine alla guerra in Iraq"; al secondo: "approvare una nuova legge sull'immigrazione, umana e giusta"; al terzo: "combattere la corruzione politica e l'influenza dei lobbisti"; al quarto: "risanare il bilancio dello stato e porre fine alle leggine che favoriscono questo o quel parlamentare", al quinto: "aumentare il salario minimo federale"; ecc. ecc.
A distanza di ben più di 100 ore e ormai anche di cento giorni ben poco di quel programma è stato attuato. L'unica proposta che è diventata legge è l'aumento della paga oraria da 5,15 dollari a 7,25 dollari l'ora. Ma non subito: spaventati dalle proteste delle associazioni dei ristoratori e delle imprese di pulizia, i coraggiosi democratici hanno scadenzato l'aumento due dollari e 10 centesimi in due anni.
Tutto il resto rimane da fare. Quando a gennaio il presidente, incurante delle raccomandazioni della commissione bipartisan sulla guerra, ha annunciato l'invio in Iraq di altri 30.000 soldati, i democratici, ricordandosi che erano stati eletti per porre fine alla guerra, hanno gridato la loro contrarietà. E quando Bush ha rivendicato le sue prerogative di comandante in capo e si è detto deciso ad andare avanti hanno promesso che non avrebbero approvato la richiesta di nuovi stanziamenti. La minaccia tuttavia è durata pochi giorni.
La campagna elettorale per le presidenziali (e per le nuove elezioni congressuali) stava appena iniziando e i democratici temevano di essere accusati (come è stato) di "trascurare la sicurezza dei soldati"; quindi hanno deciso, prima la camera e poi il senato, di inserire nella proposta di legge dei vincoli temporali precisi per il ritiro di tutte le truppe, da completare entro la primavera del 2008. A questo punto George Bush ha opposto il veto presidenziale e i democratici, dopo essersi stracciate le vesti e avere nuovamente tuonato la loro contrarietà alla guerra, hanno approvato lo stanziamento. La legge è stata approvata dal Congresso con una larghissima maggioranza, anche se con il voto contrario dei due principali candidati democratici alla presidenza, Hillary Clinton e Barack Obama. Unica concessione della Casa bianca: se ne riparlerà a ottobre sulla base di una relazione del comandante militare in Iraq, generale Petraeus.
Del voltafaccia del loro partito sono rimasti delusi non solo i movimenti pacifisti e gli elettori democratici, ma gli americani in generale che, secondo un recente sondaggio Gallup, sono per il 60 per cento favorevoli al ritiro immediato (ancorché graduale) delle truppe. A nulla è valsa la manifestazione di protesta inscenata dall'associazione pacifista Code Pink e da Cindy Sheehan, che a marzo aveva occupato simbolicamente lo studio della speaker della camera, la democratica Nancy Pelosi, facendosi arrestare.
Su un altro punto fondamentale del programma - l'immigrazione -- la retromarcia dei democratici ha suscitato altrettanto sconcerto. La settimana scorsa è stata messa in discussione una legge voluta dalla Casa bianca che prevede un "percorso di regolarizzazione" per i 12 milioni di immigrati clandestini presenti, in alcuni casi da più di un decennio, negli Stati Uniti. Una sanatoria? Tutt'altro. Come prima cosa gli immigrati dovranno pagare una multa di 5000 dollari, che corrisponde a circa sei mesi del loro salario, poi ritornare nel proprio paese e da lì fare regolare domanda; una volta riammessi, a chiamata, dovranno aspettare otto anni prima di ricevere la agognata tessera di residenza.
Ma la legge contiene altri provvedimenti particolarmente iniqui: viene creato un programma di "lavoratori ospiti" che prevede l'ingresso ogni anno di circa 400.000 immigrati, che però potranno rimanere nel paese per non più di due anni; dopodiché dovranno ritornare da dove sono venuti, rimanerci un anno e ritornare negli Stati uniti per altri due anni. Dopo sei anni di questo va e vieni se ne dovranno andare per sempre.
Inutile dire che a questa moderna forma di schiavitù si sono opposte le organizzazioni sindacali, le associazioni di tutela degli immigrati (tra cui la chiesa cattolica) e anche gli imprenditori che considerano poco produttivo questo continuo ricambio della forza lavoro. Ma soprattutto la nuova legge non è piaciuta ai circa 40 milioni di "latinos" legalmente residenti e votanti, e che alle passate elezioni avevano votato per oltre il 70 per cento per i democratici.
Ancora: i democratici avevano promesso di fare pulizia nella politica approvando norme rigorose contro la corruzione. Ma quando si è trattato di elevare (come promesso) il tempo in cui un ex parlamentare non può svolgere funzioni di lobbista dopo che è cessato dall'incarico (uno scandalo che viene chiamato "la porta girevole" perché i parlamentari vanno e vengono dagli incarichi politici a quelli lucrosi presso le società di lobby), i democratici si sono tirati indietro. Un anno era e un anno resta. Non solo. La scorsa settimana era in discussione una norma che prevede che i candidati rendano pubblici i nomi dei finanziatori -- non dei piccoli contribuenti (questo è già previsto), ma delle associazioni e imprese che raccolgono centinaia di migliaia e milioni di dollari per la loro campagna. La norma approvata prevede che soltanto le società di lobby ufficialmente resgistr presso il governo federale, che sono circa 3500, sono tenute a farlo e solo per le elezioni federali; la norma non vale per tutti gli altri, che sono molti di più. I giornali intanto sono pieni di stupore e preoccupazione per l'enorme quantità di soldi raccolti dai diversi candidati alle elezioni presidenziali: in tutto si è già arrivati a 170 milioni di dollari, bruciando ogni record precedente. E già si prevede che, quando tutto sarà finito, la campagna per il prossimo presidente degli Stati Uniti non sarà costata meno di un miliardo di dollari, democratico o repubblicano che sia.
Non ci si può stupire se, sempre secondo un sondaggio Gallup, l'umore degli americani nei confronti della politica è pessimo. Solo il 33 per cento approva l'operato del presidente. Allo stesso tempo appena il 29 per cento approva l'operato del congresso, la percentuale più bassa dal 1979. Anche tra gli elettori democratici la sfiducia è grande: solo il 37 per cento degli intervistati approva l'operato del congresso che hanno eletto sei mesi fa. A febbraio era il 44 per cento. Per fortuna questa settimana i lavori parlamentari sono sospesi per il "memorial day", il giorno in cui si commemorano le vittime di tutte le guerre, anche delle future.




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