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    Predefinito Cristina Campo - Diario Bizantino e Missa romana

    Rispondendo al desiderio del Vescovo Silvano, riporto la visione poetica di Cristina Campo sulla liturgia bizantina. Ad essa aggiungo un'altra visione di lei: quella della Messa Romana, nel suo rito antico.

    Grazie, Barsanufio

    ***


    Diario bizantino

    I

    Due mondi - e io vengo dall'altro.

    Dietro e dentro
    le strade inzuppate
    dietro e dentro
    nebbia e lacerazione
    oltre caos e ragione
    porte minuscole e dure tende di cuoio,
    mondo celato al mondo, compenetrato nel mondo,
    inenarrabilmente ignoto al mondo.
    dal soffio divino
    un attimo suscitato,
    dal soffio divino
    subito cancellato,
    attende il Lume coperto, il sepolto Sole,
    il portentoso Fiore.

    Due mondi - e io vengo dall'altro.

    La soglia, qui, non è tra mondo e mondo
    né tra anima e corpo,
    è il taglio vivente ed efficace
    più affilato della duplice lama
    che affonda
    sino alla separazione
    dell'anima veemente dallo spirito delicato
    - finché il nocciolo ben spiccato ruoti dentro la polpa -
    e delle giunture degli ossi
    e dei tendini delle midolla;
    la lama che discerne del cuore
    le tremende intenzioni
    le rapinose esitazioni.

    Due mondi - e io vengo dall'altro.

    O chiave che apri e non chiudi,
    chiudi e non apri e conduci
    teneramente il vinto fuor della casa del carcere
    e fuor dell'ombra della morte
    e il senzatetto negli atri luminosi
    dei mille occhi impassibili
    di chi ha compiutamente patito
    e delle mani contro la notte levate
    nel santo ideogramma della benedizione -
    disegnati
    ridisegnati
    secondo gli otto toni che separano gli otto cieli
    con l'erotico incenso e il ferale myron,
    al centro del petto, al centro del Sole, là dove il Nome
    - myron effuso è il Tuo Nome -
    rapisce in vortice immoto alla vita del mondo,
    zampilla nuovi sensi dal mondo della morte.
    II

    Uno a uno vengono accesi i volti
    alle radici millenarie
    della selva d’icone,
    per fare di giorno notte,
    neve e stelle,
    per far della tenebra rose
    -più che rugiada trasprarenti rose.
    E la fiamma sboccia come il bacio all’icona
    e il bacio sboccia come la rosa all’icona,
    culmini della linfa della terra,
    culmini del respiro dell’amore.
    Ma la Luna qui
    sboccia nel Sole,
    la Luna partorisce il Sole.
    Alla pesante pioggia
    dell’altro mondo s’intesse
    il soave scrosciare delle dalmatiche di questo mondo,
    l’altero volo dei veli di questo mondo
    inenarrabilmente ignoto al mondo.
    Estatici allarmi ed appelli
    d’angeli ministranti:
    Le porte! Le porte!
    escano i catecumeni!
    Tre volte beato l’inno,
    tre volte divina la folgore
    teologica dei Cherubini,
    ingiunge di deporre, disperdere dimenticare
    ogni sollecitudine mondana.
    Nessun catecumeno rimanga!

    O imperiale fragranza,
    olio di rosa bulgara che misteriosamente dischiudi
    tra ciglia umettate l’occhio
    della fronte, l’occhio del cuore, l’occhio del Nome
    - myron effuso è il Tuo Nome!
    Macerato con sessanta aromi
    su un fuoco di vecchie icone
    estinte da baci da fiamme e da lacrime
    per gli eoni degli eoini
    ruotate tre notti
    tre giorni
    sulle spirali del Verbo,
    stilli ora luminosa intorno al trono
    del Basileo morto
    dell’immortale Archiereo:
    che tragicamente s’arma, aquila librata
    sopra la gnostica aquila della città inviolata
    dal capo alla mano alla gamba
    per la terrificante operazione.
    Tempo è di cominciare, Despota santo…
    Nessun catecumeno rimanga!
    Ruota
    lentissima intorno e folgorante
    siderale e selvaggia
    danza d’angeli e di ghepardi…

    Pànico centrifugo
    e centripeto rapimento
    dei cinque sensi nel turbine incandescente:
    spezzato, aperto di forza l’orecchio dell’intendimento
    dalla ritmata percossa delle catene d’argento;
    poi, nel cosmico manto
    dei tre fiumi e dei quattro quadranti
    dalla lenta inaudibile benedizione:
    poiché qui Dio non parla nel vento,
    Dio non parla nel tuono:
    parla in un piccolo alito
    e ci si vela il capo per il terrore.

    III

    O despota ferito
    che col bisturi d’oro
    ad ogni sole tagli nel tondo Sole
    l’Agnello immedicabile,
    tagli la Luna sovrana, tagli le Stelle fisse
    e le opposte galassie
    (cibo di salute, cibo di pace!)
    dei vivi sui due versanti della morte!
    Tremendo è che nei nostri sguardi affondi
    l’impassibile sguardo
    di Chi ha compiutamente patito,
    di Chi con la stessa mano imparte ed è impartito,
    e spezzando è spezzato,
    immolando immolato, mangiato e mai consumato
    (con desiderio ho desiderato…)
    Tremendo che a ciascuno
    sia di nuovo irrevocabilmente assegnato
    per gli eoni degli eoni
    come nell’Eden il suo nome e il suo cibo.

    Faccia a terra le incorporee Legioni,
    gli Arcistrateghi di luce,
    i nostri denti affondano nelle carni dei cieli…
    Ma le nostre bocche mai svezzate
    in eterno grondanti la purpurea
    gloria ciecamente donata
    e ciecamente ricevuta,
    si ostinano a impetrare
    (con desiderio ho desiderato)
    per te, per te, signore,
    la pace che sovrasta ogni ragione,
    ogni intendimento, ogni tradimento: la pace
    che non ti possiamo dare…

    Lungo l’intero giorno,
    lungo l’intera via che porta a questo mondo
    e cancella ogni via che porti a questo mondo,
    lungo la dura tenda
    di pioggia e lacerazione
    di caos e di ragione,
    lungo i due fili della duplice lama
    di intenzioni e di esitazioni
    come te, come te, signore,
    noi siamo consegnati a quella morte
    che con più denti dell’amore morde
    e separa la rosa
    dal bacio e dalla fiamma e dalle stelle le nevi
    e l’emozione dall’intellezione
    e il mondo ricompone
    ma atrocemente, ma come attraverso il fuoco,
    per chi, Despota puro, dal puro Nome sarà salvato
    e dal sepolto Sole e
    dal tremendo
    Dono.

    IV

    Nell’oro e nell’azzurro
    di questo minimo cosmo
    loculo d’antichissimo colombario
    gyrum coeli circuisti sola,
    neonata parola
    du kleine, waffenlose Dichterin! Per un’ora
    nei padiglioni del tuo Creatore
    gyrum coeli giocando ti fu ridato
    l’anello bianco di San Vitale
    la costellazione sovranamente immota,
    sovranamente ordinata
    intorno al sole del temporale signore
    e del signore spirituale:
    i cento occhi cherubinici non fissi su di te
    ma sugli augusti deserti che dovrai traversare
    che ti dovranno traversare.
    Dai cigli sconfinati
    sopra il latteo pallio di Massimiliano
    alla stola color foglia del fanciullo di frange nere
    che, rosa
    - più che neve trasparente rosa –
    lascia tremar sul cero la fiamma come un bacio
    lascia tremar l’aër, neve leggera,
    e lo sciàmito purpureo sul Calice che non è dato
    durante cinquanta giorni
    nemmeno contemplare…

    O Coppa dei Misteri che bolle e non trabocca,
    come il tuo sangue, specchio del tuo Sole!
    o tacere dei canti, polverizzato il cuore!
    Cocente, celestiale,
    cadenzato dolore
    che, neonata, giocando dinanzi al tuo Cratore,
    circuisti sola.


    Missa Romana

    I

    Più inerme del giglio
    nel luminoso
    sudario
    sale il Calvario
    teologale
    penetra nel roveto
    crepitante dei millenni
    si occulta
    nell'odorosa nube della lingua.

    Curvato da terribili
    venti
    bacia sacre piaghe in silenzio
    eleva e mostra
    pure palme trapassate
    mendica pace
    tra pollice e indice tende
    un filo sull'abisso del Verbo.

    Dagli ossami dei martiri
    tritume di gaudio
    cresce
    la radice di Jesse
    sboccia nel calice rovente
    e nella bianca luna
    crociata di sangue e
    stendardo
    che sorgendo gli fiacca
    i ginocchi.

    Sulla pietra angolare
    ci spezza la morte
    la eleva all'orizzonte delle lacrime
    la posa
    con materno terrore
    su stimmate di labbra
    a medicare
    la vita.

    Intorno al pasto
    mortale
    tra i lembi del Dio
    sibilano serpenti addentano il corporale
    ai quattro angoli del conopeo
    si arrotolano i fogli
    dei cieli
    crepe saettano nei pilastri.

    Ossessi
    alla porta
    nel profumo di peste
    mimano e vendono con lazzi
    agli infermi e deformi
    della probatica
    vasca
    la sua soave maschera di suppliziato.

    II

    Falconiere del Cielo
    sulla cui mano alzata
    piomba l'eterno Predatore
    avido di prigione...

    III

    Dove va
    questo Agnello
    che ai vergini è dato
    seguire ovunque vada dove va
    questo Agnello
    stante diritto e ucciso
    sul libro dei segnati
    ab origine
    mundi?

    Non si può nascere ma
    si può restare
    innocenti.

    Dove va
    questo Agnello
    che a noi gli ucciditori non è dato
    seguire coi segnati
    né fuggire
    ma singhiozzando soavemente concepire
    nel buio grembo della mente
    usque ad consummationem
    mundi?

    Non si può nascere ma
    si può morire
    innocenti.

  2. #2
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    E consentitemi di dedicare un'altra breve citazione di lei all'amico padre Giovanni.

    Monaci alle icone

    Macario l'ipodiacono, trecce attorte sull'incolpevole nuca,
    si rotola a piè delle icone come un cucciolo d'oro.
    L'igùmeno Isacco, inflessibilmente orizzontale la barba,
    depone a terra la vita dinanzi all'azzurra Madre.
    Con tre piccoli, costernati segni di croce, Ireneo
    bacia tremando tre luoghi della salvifica scena.
    Ma il giovane Gregorio? Con mani che mai fu più pura
    la vergine betulla, circonda come il volto più amato,
    più inconsolabilmente amato la Divina Veronica;
    e il lentissimo bacio a occhi chiusi, dopo il lunghissimo sguardo,
    non è più bacio a un'icone non è più bacio a un'icone.

  3. #3
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    Tante grazie.
    Le prime due le ricordavo bene (ma via... la prima è più bella!), la terza no. Quindi un grazie maggiore. E' di padre Giovanni Vannucci?
    Lo ho conosciuto in una amicizia contraddittoria.
    Una conferenza poco prima che morisse è ancora nella mia mente. Tu sai che è stato tanto a Pistoia?

  4. #4
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    Citazione Originariamente Scritto da silvano Visualizza Messaggio
    Tante grazie.
    Le prime due le ricordavo bene (ma via... la prima è più bella!), la terza no. Quindi un grazie maggiore. E' di padre Giovanni Vannucci?
    Lo ho conosciuto in una amicizia contraddittoria.
    Una conferenza poco prima che morisse è ancora nella mia mente. Tu sai che è stato tanto a Pistoia?
    No, è anch'essa di Cristina Campo. Ero io che la dedicavo al padre Giovanni (Festa), amico di forum.
    Non sapevo che il padre Vannucci avesse abitato a Pistoia.

    Grazie, e - forse - ogni amicizia è un po' contraddittoria.

    Barsanufio

  5. #5
    Amore vince la morte
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    Citazione Originariamente Scritto da Barsanufio Visualizza Messaggio
    E consentitemi di dedicare un'altra breve citazione di lei all'amico padre Giovanni.

    Monaci alle icone

    Macario l'ipodiacono, trecce attorte sull'incolpevole nuca,
    si rotola a piè delle icone come un cucciolo d'oro.
    L'igùmeno Isacco, inflessibilmente orizzontale la barba,
    depone a terra la vita dinanzi all'azzurra Madre.
    Con tre piccoli, costernati segni di croce, Ireneo
    bacia tremando tre luoghi della salvifica scena.
    Ma il giovane Gregorio? Con mani che mai fu più pura
    la vergine betulla, circonda come il volto più amato,
    più inconsolabilmente amato la Divina Veronica;
    e il lentissimo bacio a occhi chiusi, dopo il lunghissimo sguardo,
    non è più bacio a un'icone non è più bacio a un'icone.




    MI SCUSO DAVVERO, MA DA BIMBO AUTENTICO MI TROVO COSTRETTO A RECITARE LA PARTE DEL GELOSO IN QUESTA OPERA TEATRALE.



    ALL AMICO PADRE GIOVANNI

    A PGIOVANNI





    DI CUORE

  6. #6
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    In Agiografia, Apologetica, Controstoria è riportato un articolo apparso oggi sul Giornale dedicato a Cristina Campo.

 

 

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