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    PENULTIMO VALLIGIANO COMUNISTA
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    Predefinito Angela Nocioni e l'America Latina su Liberazione, lettera a Piero Sansonetti

    Angela Nocioni e l'America Latina su Liberazione, lettera a Piero Sansonetti
    venerdì 1 giugno 2007 - 224:05, in Media,


    Gentile Piero Sansonetti, direttore di Liberazione,
    da due giorni il mio sito, che si occupa prevalentemente di informazione e America Latina, è inondato di messaggi di lettori del suo quotidiano, indignati per la pagina intera (pp. 1 e 9) pubblicata a firma Angela Nocioni, presunta inviata a L'Avana per il suo giornale, il giorno 30 maggio.

    Molti lettori, suoi e miei, mi chiedono di fare qualcosa, attribuendomi un potere che evidentemente non ho. Non sono un lettore di Liberazione, non ho alcun rapporto di lavoro con il suo giornale, non sono mai stato militante né del PRC né di alcun partito di sinistra. Sono solo un docente di Storia del Giornalismo e un attento osservatore delle cose latinoamericane e del giornalismo italiano.

    Se ho ricevuto una ventina di messaggi io, lei ne avrà ricevuti mille e mi auguro li abbia letti. Non entrerò pertanto nel merito e qualunque persona mediamente informata è in grado di farsi un'idea. Non scandalizza certo il criticare Cuba e la Rivoluzione cubana quando questa merita di essere criticata. E possiamo anche pensare che forse, molti lettori di Liberazione non siano preparati a sentirsi dire verità scomode su Cuba. Ma non è questo il caso. Il caso è l'attacco volgare, la vulgata disinformata e disinformante, il pregiudizio, la semplificazione arbitraria, l'intenzionalità fuorviante, le menzogne, la denigrazione malintenzionata, il sicariato informativo che traspare in ogni parola dei pezzi della Nocioni.

    Negli articoli della vostra redattrice c'è la beceraggine destrorsa del Giornale o di Libero, c'è il pregiudizio rabbioso di Pierluigi Battista sul Corriere, c'è l'ignoranza crassa di Omero Ciai di Repubblica, che offende i suoi lettori ammannendo loro la realtà latinoamericana da un caffé di Miami. Quegli articoli né informano, né commentano, né spiegano. Solo offendono.

    Con una superficialità disarmante, la Nocioni offende Giustino di Celmo, padre di Fabio, cittadino italiano assassinato da Luís Posada Carriles, e i familiari dei cinque cubani in carcere negli Stati Uniti. E' evidente che il governo cubano fa di questi casi simbolo anche un elemento di propaganda.

    Ma come si permette la Nocioni la volgarità di dire che l'avere un figlio morto, o un padre o un marito incarcerato in un paese straniero ed ostile, sia la grande fortuna di queste persone, convertite in star dal regime?

    Anche le Madri di Plaza de Mayo ricevono inviti a iosa e sono amate e rispettate in tutto il mondo per la tragedia della quale sono state vittime. La Nocioni è troppo superficiale per saperlo, ma esiste da vent'anni un dibattito nelle società latinoamericane su questo tema. Rigoberta Menchù è più fortunata perché ha vinto il premio Nobel o più sfortunata perché gli squadroni della morte le fecero a pezzi il padre e non so più quanti familiari? Come si comporterebbe la Nocioni al posto di Hebe de Bonafini o di Giustino di Celmo?

    Angela Nocioni è recidiva. Lo scorso 3 gennaio, nel suo antichavismo viscerale e aggressivo, riuscì a farsi bacchettare da sinistra da Massimo D'Alema. Definì il processo redistributivo in Venezuela -cito testualmente- come "elemosina" (sic!) e il ministro degli esteri trovò l'occasione per darle una bella e meritata lezioncina. La Nocioni è impresentabile in tutta la sua carriera di sicario informativo antilatinoamericano. Ma sia onesto, Sansonetti. Una pagina come quella della Nocioni non può sfuggire al direttore. Liberazione è un piccolo giornale di partito e al partito risponde. Non può non essere stata avallata da lei o da qualcuno che gode della sua piena fiducia.

    Tutto l'ambiente giornalistico sa che la Nocioni è sul punto del grande salto da Liberazione a La Repubblica. Ma perché Liberazione le dà lo spazio per uscirne immacolata e cancellare il suo peccato originale di aver lavorato per un quotidiano "comunista", prima di approdare definitivamente alla grande stampa?

    Soprattutto, la disinformatia di quegli articoli, riguarda solo la Nocioni o coinvolge Liberazione e il PRC?

    E' solo il carrierismo della Nocioni a condizionare Liberazione, o c'è invece una linea antilatinoamericana del PRC ad ispirare la Nocioni?

    Le ricordo che il 24 marzo 1976 l'Unità, e con questa il PCI, evitò di condannare il colpo di stato genocida del generale Videla in Argentina. Era quella la linea che veniva da Mosca rispetto alla dittatura dei 30.000 desaparecidos. Forse, se il PCI fosse stato più deciso nel condannare quel colpo di stato, la diplomazia italiana avrebbe salvato qualche vita in più. Ma la ragion di stato sovietica veniva prima e quella resta una macchia indelebile sulla storia del PCI.

    Nel condiscendere alla linea anticubana e antivenezuelana della Nocioni, non si possono non vedere calcoli di bottega locali. E' facile fare i comunistoni a parole in casa e ridicolizzare il riformismo venezuelano in politica estera. La Nocioni smania per far carriera, il PRC avrà altre mete, e mi piacerebbe conoscerle. Per questo mentono e disinformano sull'America Latina né più né meno come la Repubblica. Mi tolga una curiosità, Sansonetti. Da che parte starebbe il PRC se domani ci fosse un golpe in Venezuela o una nuova baia dei porci o l'aggressione contro uno qualsiasi dei paesi latinoamericani?
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  2. #2
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    L'articolo in questione è il seguente

    PRIMA PARTE


    Cuba, si salvi chi può...
    I giovani sognano la fuga
    Angela Nocioni
    L'Avana nostra inviata
    La luminosa società degli uomini nuovi non piace a tutti. A Blanca, per esempio, non piace per niente. Da quando Manolo poi, l'amore di tutta una vita, pur di andarsene dall'isola si è messo a fare i documenti per raggiungere a Marsiglia una turista conosciuta sul lungomare, le piace ancora meno.
    Manolo e Blanca ballano di mestiere. Danza classica. Lei, bianca, bionda, figlia dell'ex borghesia del quartiere Playa, vive nella bella casa di famiglia con l'aria condizionata, insieme alla nonna e alla madre che non sono fuggite a Miami con gli zii dopo l'annuncio del carattere socialista della rivoluzione, quarantacinque anni fa.
    Lui, nero, figlio di quelli che nella ricca Playa chiamano "los chancleteros", più o meno «i ciabattari», abita nel cuore del Centro Habana, in un appartamento di tre stanze senza ventilatore in cui stanno in quindici.

  3. #3
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    SECONDA PARTE


    L'Avana nostra inviata
    Fino a due anni fa erano in sei, poi sono arrivati gli zii dall'Oriente. «Abbiamo costruito un soppalco e li abbiamo messi lì, cosa dovevamo fare?», racconta Manolo stringendo le spalle.
    Marco, cooperante di Grosseto, nel quartiere ha progetti di restauro finanziati dall'Arci, l'unico grande accordo di cooperazione sopravvissuto al gelo diplomatico con la Ue con cui Cuba reagì alle proteste europee per la fucilazione di tre cittadini cubani del 2003. Spiega: «La ragione per cui il Centro Habana rischia di crollare ha molto a che fare con questa storia dei soppalchi. C'è un grande problema abitativo in città, gli edifici coloniali del centro hanno soffitti di sei metri ma sono fatiscenti. Nessuno li ripara. Non ci sono i soldi e manca il materiale. Gli inquilini costruiscono un soppalco nel mezzo, il "barabacoa". Lo caricano di gente e vanno avanti così finché non viene giù tutto».
    La ricerca di un'organizzazione internazionale registra nel Centro Habana una media di 1,4 crolli quotidiani. Crolli interni, non vuol dire che viene giù un palazzo al giorno, ma se li metti insieme all'acqua da portare con le autobotti, al cibo che non basta e a tutti i problemi relativi al sovraffollamento, il paradiso tropicale si tinge di toni foschi.
    Eccezion fatta per il perfetto restauro conservativo di buona parte dell'Avana vecchia, dichiarata dall'Unesco patrimonio culturale dell'umanità e affidata da Castro al fedelissimo Eusebio Leal, nel centro della capitale il 15% degli edifici è destinato al crollo. «Bisogna aggiungere un 35% di palazzi in equilibrio miracoloso. Prima o poi crollano pure quelli» prevede Marco, ottimo conoscitore delle strade senza ombra che si spalancano come la bocca di una grotta oltre il muretto del lungomare.
    Su quel muro eternamente bagnato dalle onde Manolo è cresciuto. Ha trent'anni, da dieci pensa di andarsene. Ma non vuole imbarcarsi verso la Florida. «Voglio uno di quei bei passaporti rosso scuro che avete voi - dice senza sorridere - quella scritta d'oro "Unione europea" con cui ti muovi tranquillo per il mondo».
    Il passaporto a Cuba non è un diritto, non lo è mai stato. Per ottenerlo devi avere un motivo considerato plausibile dal governo. Se sei un «soggetto con tendenze asociali» te lo scordi. Per essere considerato tale basta rifiutarsi di lavorare per lo Stato (un insegnante guadagna 500 pesos, 20 euro, il costo di due pacchi di assorbenti igienici e un succo di frutta). Se poi, alle tendenze asociali si accompagnano comportamenti controrivoluzionari, non se ne parla nemmeno. I comportamenti controrivoluzionari possono andare dalla frequentazione con i figli di un diplomatico straniero (sospetti di intelligenza col nemico) alla mancanza di rispetto al lìder maximo (grandissime complicazioni).
    La separatezza tra cubani e stranieri, con qualche tolleranza riservata a periodi alterni al turismo sessuale, è un valore della rivoluzione. Impossibile iscrivere un bambino straniero, figlio di uno straniero residente, a un asilo cubano. Deve andare alla scuola internazionale insieme ai figli dei non cubani.
    Quel passaporto che non si può avere è l'oggetto del desiderio per chiunque abbia meno di quarant'anni. I giovani se ne vogliono andare quasi tutti: quelli che lo dicono (pochi), quelli che lo ammettono a mezza bocca e quelli che alzano gli occhi al cielo e poi, rapidissimi, colgono la prima occasione per prendere il volo. Negli intervalli delle lezioni all'università dell'Avana, la Gloriosa collina, non si parla d'altro.
    «E' il principale problema di questi tempi incerti - racconta uno scrittore cubano di successo, uno di quelli che vuole vivere all'Avana, ogni volta che l'invitano all'estero va e ogni volta torna - è la grande crisi di valori della rivoluzione, i giovani colti, laureati, sono disposti a tutto pur di andarsene. Non c'è modo di fermarli, qui non vedono possibilità di futuro».
    Fino agli anni Novanta era sostanzialmente impossibile uscire dall'isola. Chi fuggiva perdeva tutto. Si poteva solo con un permesso di studio all'estero, quasi sempre nei Paesi del blocco sovietico. O con un'autorizzazione speciale per ragioni professionali, riservata agli obbedienti del partito (il partito comunista, l'unico permesso sull'isola).
    Poi con la grave crisi economica seguita al crollo di Mosca e la conseguente apertura al turismo sono spuntate le carte di invito.
    La carta d'invito è da anni la principale via per andarsene. Ci si fa invitare da uno straniero che si prende la briga di farsi responsabile dell'invitato e di pagargli biglietto, assicurazione, una fideiussione bancaria e balzelli vari. Si può restare fino a un massimo di undici mesi.
    La norma è stata cambiata a fine aprile. In senso restrittivo.
    La risoluzione 87/2007 del ministero degli esteri prevede che la lettera d'invito si formalizzi nella sede consolare cubana all'estero. «I tempi così diventano più lunghi e c'è la possibilità che il console rifiuti l'autorizzazione» si lamenta un diplomatico straniero. Un impiegato di un consolato del Nord Europa spiega: «I cubani che stanno organizzandosi per andar via sono preoccupati perché prima era possibile presentare la lettera d'invito alla Consultoria juridico-internacional dell'Avana. La legalizzavano qui, con tutte le scappatoie possibili in una città dove i dollari fanno gola a molti. Ora invece tutto deve avvenire davanti al console cubano del Paese che invita. Così Cuba evita le lettere false, obbliga chi invita a prendersi un impegno formale davanti all'autorità consolare e si riserva l'ultima parola». Le ambasciate dei Paesi del Nord Europa sono ora molto più frequentate che negli anni ‘90 dai cubani, che aggirano così l'inasprimento della prassi spagnola per i visti. Entrano da un aeroporto del Nord Europa e poi si trasferiscono a Madrid.
    In ogni caso per uscire ci si deve muovere in difficile equilibrio tra due diverse burocrazie per avere due diversi documenti: il visto del Paese straniero per entrare e il permesso di Cuba per uscire. Nessuno dei due vale senza l'altro. Se uno dei due scade è come se fosse scaduto anche l'altro. E ricomincia la peregrinazione per uffici, a partire dal temibile Dipartimento per l'Immigrazione la cui principale utenza è costituita da aspiranti emigranti. La strada più sicura per andarsene rimane il matrimonio. I tempi sono lunghi, il percorso costoso, ma l'esito sicuro. Nell'ultimo anno ci sono stati mille matrimoni tra cittadini italiani e cubani.
    I cubani all'estero sono una fonte di valuta per il governo dell'isola. Una volta fuori chiedere qualsiasi documento all'Avana diventa un'impresa. Per avere un certificato di nascita o di matrimonio bisogna pagare alla rappresentanza consolare cubana 20 dollari all'atto della richiesta, 80 quando arriva il documento, 60 per la legalizzazione in ambasciata. Per rinnovare il passaporto: 200 dollari. Il permesso di viaggio all'estero è prorogabile per dieci mesi, oltre al mese concesso all'inizio, con un pagamento di 40 dollari ogni trenta giorni.
    Per le carte d'invito, i matrimoni e il cambiamento di categoria dei permessi (dal Pvt, il permesso di viaggio temporaneo, all'irraggiungibile Pre, permesso di residenza all'estero) diventa una jungla di cifre.
    Complicato, ma sempre meglio che imbarcarsi su un motoscafo diretto a Miami. Costo: fino a diecimila dollari a testa. Se si è intercettati in mare dalle autorità cubane o dalla guardia costiera statunitense (che in questa materia collaborano) si è rispediti indietro. Se si tocca territorio americano, invece, si hanno ottime possibilità di essere accolti a braccia aperte. E' la legge del "pié mojado" e del "pié seco", (del piede bagnato e dell'asciutto) il compromesso raggiunto nel braccio di ferro tra l'Avana, che brandisce i suoi potenziali profughi come un'arma diplomatica e Washington che non vuole le coste della Florida assaltate dai "balseros".
    Secondo dati diffusi la settimana scorsa dall' Associated press che ha incrociato dichiarazioni della guardia costiera di Miami con documenti sui soccorsi in mare, dall'ottobre del 2002 all'ottobre del 2006 si è duplicato il numero dei cubani che hanno tentato di raggiungere la Florida e Puerto Rico. L'anno scorso la cifra è stata di 7mila e 27 persone. Più della metà è riuscita nell'intento.
    Introvabili i dati sui medici cubani che si sono rifiutati di tornare indietro alla fine delle missioni internazionaliste. Tanti. Ne sa qualcosa il Venezuela che si è ritrovato a dover accogliere migliaia di medici della missione "Barrio adentro", l'accordo tra Hugo Chavez e Fidel Castro per la sanità gratuita per tutti. Molti medici hanno compiuto il lavoro, ma poi a casa non sono voluti tornare.
    La versione ufficiale racconta che da Cuba nessuno se ne vuole andare, a parte gli asociali. E' una di quelle verità che non si discutono. E' così e basta.
    Il silenzio del cimitero Colon, però, il monumentale cimitero dell'Avana, racconta un'altra storia. Nei suoi viali si schiude la realtà parallela che sfugge alle statistiche. Oltre il grande cancello d'ingresso, all'incrocio tra la strada 12 e la calle Zapata, si apre una strada bianca che va dritta fino alla chiesa. Quasi in fondo, a sinistra, in una stradina laterale, c'è una tomba coperta di fiori. E' la tomba più visitata dell'Avana: lì giace Amelia, morta giovanissima nel 1901. Il poliziotto di guardia dice che fu sepolta insieme al bimbo, appena nato. Il corpo del figlio, creduto morto, fu appoggiato ai piedi della madre. Quando riaprirono la tomba per l'esumazione le trovarono il bimbo in braccio. «Si erano sbagliati, capito? - dice lui accorato asciugandosi il sudore col fazzoletto - il bambino ha risalito il corpo della madre e le si è messo in braccio». La leggenda narra invece la storia di una giovane donna incinta morta in circostanze tragiche.
    Fatto sta che Amelia fa miracoli. Bisogna percorrere il perimetro della tomba in senso antiorario, chiederle la grazia offrendo fiori freschi e allontanarsi fissando lo sguardo della statua col bimbo in braccio.
    C'è la fila. Quasi tutte donne.
    Biglietti a matita, un tappeto di gladioli e la verità semplice degli ex voto incisa sulla pietra: «Grazie per aver concesso il viaggio a mia figlia». Sotto le due fioriere più belle, ricoperte di rose rosse e orchidee, c'è scritto: «Amelia, vergine miracolosa, grazie per il visto».

  4. #4
    PENULTIMO VALLIGIANO COMUNISTA
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    Ti ringrazio per aver reso disponibile l'articolo.
    Sarebbe cortese da parte di altri compagni almeno un commento,non che nutra grandi speranze,ma almeno ci si prova no?
    Nel bene e nel male

    A puno cerrado!

  5. #5
    Guardia Rossa
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    sono disgustato....

    veramente

  6. #6
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    Semplicemente vergognoso! Fossi io il direttore di Liberazione avrei da tempo cacciato a calci in culo questa infiltrata reazionaria da 4 soldi...che andasse a prostitursi da ben altri padroni! Evidentemente nel Prc c'è un'area controrivoluzionaria e ahimè filo-imperialista - quella della nonviolenza, dei diritti umani, delle missioni di pace, ecc.- che flirta con l'avversario. Quel che è peggio è che quest'area flirta anche con alcuni ambienti della direzione del partito...

  7. #7
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    Citazione Originariamente Scritto da resistente71 Visualizza Messaggio
    Ti ringrazio per aver reso disponibile l'articolo.
    Sarebbe cortese da parte di altri compagni almeno un commento,non che nutra grandi speranze,ma almeno ci si prova no?
    Nel bene e nel male

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  8. #8
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    ..

  9. #9
    Μάρκος Βαφειάδης
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    Come abbiamo visto dalla risposta di Sansonetti alla valanga di lettere di protesta (una piccola parte delle quali ha sono state pubblicate oggi a pag. 15 del quotidiano) che è piovuta su Liberazione dopo la pagina di attacco a Cuba (con toni e veemenza difficili da riscontrare anche nella stampa borghese più anticomunista), non vi è alcuna ripensamento, alcuna riflessione sull'errore commesso.
    Questo sta a significare che quelle posizioni sono ormai consolidate, che le critiche a Cuba che abbiamo letto in tutti questi anni su Liberazione non erano solo frutto della "presunzione" dei comunisti occidentali di voler dare lezioni di comunismo ai popoli che la Rivoluzione l'anno fatta davvero e hanno cercato di costruire il Socialismo nelle condizioni storiche nelle quali si sono trovati.
    No, la concezione del mondo, della storia e del socialismo che hanno e che diffondono la direzione del giornale e in gran parte del partito, è ormai in antitesi con la storia, la cultura e la prospettiva politica dei comunisti (e in qualche caso anche dei socialisti) dell'ultimo secolo e mezzo.
    Senza fare chiarezza su questi aspetti, senza sciogliere questi nodi è difficile parlare e discutere di nuove aggregazioni a sinistra, di sinistre italiane o europeee che siano, di unità dei comunisti.
    L'articolo di Angela Mauro su Bertinotti (pubblicato su Liberazione di oggi ) è emblematico di quale sia lo spartiacque oggi nella sinistra, ed è su questo che si deve discutere nel partito.

  10. #10
    Μάρκος Βαφειάδης
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    Una domanda al compagno Merlino.
    Come mai il sito www.esserecomunisti.it, solitamento ricco di raccolte di articoli pubblicati sul Manifesto, su Liberazione o su altri giornali questa volta, mentre infuriava la polemica e l'indignazione della stragrande maggioranza dei compagni del partito e dei lettori di Liberazione, non ha fatto cenno nè ha pubblicato articoli o lettere relativi all'articolo della Nocioni ?
    Non ha pubblicato neppure la lettera di Grassi o la lettera-articolo di Steri.
    Perchè si vogliono abbassare forzatamente i toni? Non sarà che non si vuole disturbare eccessivamente il manovratore ?

 

 
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