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    Predefinito 2 Giugno - Festa Della Repubblica***Moderato da POL***



    Il 2 giugno 1946 gli italiani furono chiamati a votare per scegliere la forma istituzionale della nuova Italia.
    Gli italiani potevano finalmente scegliere se essere sovrani o avere un sovrano.

    Lista Repubblicana festeggia con tutti i cittadini questo importante anniversario,

    BUONA FESTA DELLA REPUBBLICA A TUTTI!!!


    Il 2 giugno 1946, giorno in cui cadeva l’anniversario della morte di Giuseppe Garibaldi, ci fu bel tempo su tutta l’Italia. Il paese intero si destò con la sensazione di dover vivere una grande giornata. Si votava la domenica ed il mattino del lunedì, con la chiusura dei seggi alle ore 12. Per prevenire eventuali iniziative di malintenzionati eccitati dall’alcool, fu disposto che caffè e bar restassero chiusi mentre si svolgevano le operazioni di voto, come si legge nel diario del Ministro dell’Interno Giuseppe Romita, socialista. Le premesse sembravano preoccupanti. Nella notte tra l’1 ed il 2 fu lanciata, senza gravi conseguenze, una bomba contro la sede della tipografia milanese in cui si stampavano “L’Avanti” e “L’Unità”[1]. Tutto, invece, finì per andare come doveva. L’affluenza alle urne fu, sin dalle prime ore, serratissima. Sembrava che la gente temesse di non arrivare in tempo, di giungere troppo tardi per dire sì o no alla Monarchia od alla Repubblica e per eleggere i propri rappresentanti all’Assemblea Costituente. Da Milano a Palermo, da Torino a Bari, da Venezia a Firenze, a Roma, a Napoli, a Cagliari, ovunque la stessa impazienza; ovunque lo stesso entusiasmo; ma ovunque anche la stessa calma.

    La competizione impegnava 4.764 candidati riportati in 51 liste, 12 delle quali nazionali ( i raggruppamenti presenti in almeno 6 circoscrizioni potevano presentare, oltre alle candidature, appunto, circoscrizionali, liste nazionali. Su queste, una volta assegnati i seggi a quoziente intero, confluivano i resti non utilizzati in sede locale, che, altrimenti, sarebbero andati perduti. In genere, le liste del Collegio Unico Nazionale erano guidate dai segretari dei partiti)[2]. Le circoscrizioni erano 31; le sezioni elettorali 35.317; furono stampate 40 milioni di schede, provenienti dal Poligrafico di Via Gino Capponi di Roma e dalle cartiere Fedrigoni e Varone di Verona; furono affissi o distribuiti 3 milioni di manifesti “divulgativi”; furono impiegate 700.000 lapis; furono inviati 450.000 opuscoli contenenti i testi legislativi. Napoli e Roma avevano le schede più grandi, in color camoscio per il referendum ed in verd’azzurro per la Costituente.

    Avevano diritto al voto (e per la prima volta anche le donne) il 61,4% degli Italiani, cioè 28.005.449 cittadini dovettero scegliere fra il simbolo della Repubblica e quello della Monarchia[3]. Fin dalle prime ore si capì che le apprensioni – o le speranze – per un eventuale scarso afflusso alle urne erano del tutto ingiustificate. Gli italiani si recavano ai seggi con una solerzia che poteva essere interpretata come il desiderio di fruire, dopo tanto digiuno, di questa novità, ma anche come la consapevolezza che la posta in gioco era importante e che i riti della democrazia non si riducevano a quei deteriori “ludi cartacei” indicati dalla politica mussoliniana. Alla fine risultò che aveva deposto le schede nell’urna l’89,1% degli aventi diritto al voto, pari a 24.947.187, di cui 12.998.131 donne.

    Le operazioni di voto si svolsero nel rispetto sostanziale dell’ordine e senza incidenti di rilievo. Dal punto di vista simbolico, il 1946 ha rappresentato, probabilmente, il punto più elevato, raggiunto fino a quel momento, di esercizio della sovranità popolare: perché si realizzava un suffragio pienamente universale; perché lo stesso “re sovrano” era sottoposto al giudizio del “popolo sovrano”; perché il processo di rifondazione politica era legittimato da un’ampia partecipazione elettorale.

    Le novità della politica creavano problemi anche alle teste coronate. Infatti sorse un problema: il re e la regina erano titolari del diritto di voto?come sempre accade in questi casi, si andò alla ricerca dei precedenti, finché il quesito fu sciolto positivamente quando un vecchio maggiordomo di Corte ricordò di aver accompagnato, più di venticinque anni prima, Vittorio Emanuele III al seggio elettorale[4]. Per quello che riguardava la regina, la questione era già stata risolta. Maria Josè[5] aveva fatto la sua apparizione alla sezione romana di Largo Brazza il 2 giugno pomeriggio alle ore 18.30.

    Davanti agli scrutatori, compresi nel loro importante ruolo, dovettero far fede della sua identità il giornalista Manlio Lupinacci, che l’accompagnava, ed altri presenti, perché la sovrana non aveva documenti di riconoscimento[6]. Il re andò al seggio di via Lovanio il lunedì mattina alle 10.30, accompagnato dal Ministro della Real Casa Falcone Lucifero, dopo aver parlato con il Presidente del Consiglio Alcide De Gasperi. Alcuni elettori presenti inscenarono una manifestazione di simpatia nei suoi confronti, con qualche battimani, guadagnandosi immediatamente il rimbrotto dell’austero presidente. Umberto chiese correttamente scusa per i suoi sostenitori e fece il suo dovere di elettore. Ma anch’egli pagò un prezzo all’inesperienza. Dopo che ebbe votato, il presidente si accorse che non aveva chiuso le schede. Dovette quindi tornare in cabina, ripiegarle diligentemente e riconsegnarle[7].

    Senza storia il voto dei maggiori esponenti politici. Palmiro Togliatti depose le schede nell’urna di un seggio di Frascati. De Gasperi a Roma. Il Presidente del Consiglio si mise disciplinatamente in fila davanti al seggio. I presenti gli diedero la precedenza, ma egli disse, quasi a scusarsi: << Tanto faccio presto. So già per chi votare>>[8].

    Più agitata fu la prova di Pietro Nenni, che fu subito circondato da diversi fotografi. All’improvviso si udì uno scoppio che diffuse allarme tra i presenti, facendo subito pensare alla deflagrazione di un ordigno. La verità era molto più banale. Era esplosa la lampada di un flash[9].

    Nell’imminenza e nelle ore della votazione ci furono, tra i due schieramenti, scambievoli, vibranti accuse di incetta di certificati elettorali e di brogli. Ci fu anche qualche arresto, come quello della Marchesa Maria Balestra Nunziante, nipote di Benedetto Croce, che sembra avesse tentato di votare due volte. Fu deciso di dare la precedenza nello spoglio all’esame delle schede per eleggere l’Assemblea Costituente. Esame più lungo, per la molteplicità delle liste e la necessità di calcolare i voti di preferenza. Questa scelta, unita alla difficoltà di trasmissione dei dati nelle condizioni in cui erano la viabilità e la rete dei trasporti, comportò una serie di ritardi scarsamente accettabili da parte di un’opinione pubblica la cui attesa era concentrata soprattutto sul risultato della competizione referendaria.

    Il Ministro dell’Interno Romita, che si trasferì in pianta stabile nel suo ufficio al Viminale, nello svolgimento del suo compito, tutt’altro che facile, aveva chiesto la collaborazione dei partiti. I rappresentanti delle liste che, presumibilmente avrebbero raccolto i maggiori suffragi, furono convocati al Viminale perché, appunto, facessero il possibile per non turbare l’ordine pubblico, soprattutto nel periodo dell’attesa ed a risultati acquisiti. Anche dal loro punto di vista ci fu molto senso di responsabilità, al di là delle voci di cui si parlava con grande, e forse eccessiva, disinvoltura. Un altro impegno importante era quello di assicurare il regolare funzionamento delle comunicazioni radiofoniche. Prese tutte le misure necessarie, cominciò quella che lo stesso Romita ha definito la propria “agonia”[10].

    Il Ministro dell’Interno considerò “una vera beffa della sorte” il fatto, del tutto inatteso, che i primi dati affluissero dal Sud: la Repubblica vinceva, ma la minoranza monarchica era più consistente di quanto si fosse pensato. Il pessimismo diffuso inizialmente fu temperato dalla circostanza che, nel Mezzogiorno, la Repubblica stava, sì, perdendo, ma non in misura da essere travolta. Bisognava attendere i voti degli elettori residenti nelle regioni settentrionali, che erano in numero maggiore. Con il passare delle ore diventava anche difficile resistere all’assedio dei giornalisti assetati di notizie. Il buon Romita raccomandava loro di considerare attendibili soltanto comunicazioni ufficiali che, però, nell’estrema incertezza dei risultati, si guardava bene dal fornire.

    Nella notte fra il 3 ed il 4 giugno un afflusso improvviso di dati dal Sud rovesciò la situazione e si passò da una lieve prevalenza repubblicana ad una monarchica. Alla notizia trapelata tra i numerosi giornalisti in attesa al Viminale non fu dato molto credito. Fu in quelle ore che si sparse la voce che il ministro Romita, considerato “troppo furbo” per poter perdere, aveva “un milione di voti nel cassetto per la Repubblica”. La sera dello stesso giorno ci fu una nota dei Carabinieri che assicurava la vittoria finale della Monarchia con almeno il 58% dei voti. La “fedelissima” non aveva mai avuto tra i suoi compiti quello di svolgere sondaggi e fare previsioni elettorali ed il fatto che vi si cimentasse in quel momento appariva sicuramente non senza significato, se si teneva conto dei sentimenti filomonarchici nettamente prevalenti al suo interno.

    Man mano che passavano le ore, tuttavia, la situazione sembrava riequilibrarsi. A questo punto, in modo del tutto inopinato, intervenne una trasmissione di radio Montevideo, che attribuì la vittoria della Repubblica. Nonostante le smentite del Ministro Romita che, conoscendo la situazione di sostanziale stallo tra le due alternative, era andato su tutte le furie, alcuni giornali la raccolsero pubblicando edizioni straordinarie. Nel primo pomeriggio del 4 giugno Umberto II, sicuro che la Monarchia avesse vinto, disse al Ministro Lucifero che intendeva determinare, a tempo debito, lo svolgimento del secondo referendum. Ma, verso le 22, De Gasperi aveva telefonato a Lucifero chiedendo di essere ricevuto l’indomani dal re per portargli la ferale notizia. Ed intanto la anticipò al Ministro reale, dicendosi costui sorpreso che la situazione fosse mutata nelle ultime ore con una sensibile maggioranza a favore della Repubblica.

    Nel tardo pomeriggio del 5 giugno, delineatasi ormai con certezza la vittoria della Repubblica – mancavano un migliaio di sezioni le cui schede, anche se fossero state tutte in favore della Monarchia, non sarebbero state sufficienti a ribaltare il risultato – alle ore 18 il Governo diede le notizie che attribuivano il 54% circa di suffragi alla Repubblica. Alla radio l’annuncio del Ministro Romita fu trasmesso e commentato nel corso di un programma curato da Lello Bersani, Sergio Giubilo e Vittorio Veltroni. Lo stesso giorno la regina Maria Josè ed i figli si spostarono a Napoli, da dove si sarebbero imbarcati sul Duca degli Abruzzi ( lo stesso incrociatore che aveva portato in esilio Vittorio Emanuele III) con destinazione Lisbona. Per la proclamazione ufficiale della Repubblica Italiana si dovette attendere il 18 giugno alle ore 18.05, quando fu diffuso l’esito dei dati precisi dalla Corte di Cassazione, interpellata in seguito ai numerosi ricorsi inerenti alla consultazione elettorale.

    L’abdicazione di Vittorio Emanuele III del 9 maggio, per quanto tardiva, aveva funzionato abbastanza nel rilanciare tra la gente la causa della dinastia. Inoltre si dimostrava che non avevano avuto torto, dal loro punto di vista, quei monarchici che avevano tentato in tutti i modi di far scivolare al massimo la data delle elezioni. Il tempo aveva lavorato per loro attraverso il consolidamento di una presenza regale al vertice dello Stato ed attraverso il progressivo indebolimento delle spinte innovatrici che avevano percorso la società italiana nei primi mesi dopo la conclusione del conflitto.

    Comunque, sulla base dei dati [11], uno spartiacque disposto all’altezza del Lazio divideva nettamente in due l’Italia. Gli elettori avevano dato una maggioranza alla Repubblica, più o meno netta, tra l’85% del Trentino ed il 57% del Piemonte, in queste regioni: Piemonte, Lombardia, Trentino, Veneto, Emilia Romagna,Toscana, Umbria e Marche. Scendendo al Sud ed alle isole, aveva vinto dappertutto la Monarchia, le cui quotazioni oscillavano dal 76,5% della Campania al 51,4% del Lazio.
    Al Nord Repubblica e Monarchia avevano ottenuto, rispettivamente, il 64,8% ed il 35,2%. Al centro, il 63,4% ed il 36,6%. La situazione era rovesciata al Sud, dove la Monarchia si collocava in testa con il 67,4% contro il 32,6% e nelle isole, con il 64% contrapposto al 36%. Il capoluogo di provincia più repubblicano era Ravenna, con una percentuale del 91,2%, che oggi si definirebbe “bulgara”. Seguiva a ruota Forlì con l’88,3%. Siciliani i comuni più monarchici: Messina (85,4%) e Palermo (84,2%).

    I risultati sorpresero un po’ tutti. La maggioranza repubblicana del Centro-Nord era inferiore alle aspettative, come lo era quella monarchica nelle altre regioni. Qualche delusione per i monarchici era venuta dal Piemonte, culla della dinastia sabauda, dove, non soltanto la Repubblica aveva prevalso, ma si era affermata in tutti i capoluoghi. Ma soprattutto i risultati colpirono perché dalla prova elettorale sembravano emergere due Italie, che poteva essere difficile conciliare tra loro e ricondurre ad unità, almeno dal punto di vista politico e spirituale. La spaccatura tra un Sud prevalentemente monarchico ed il Centro-Nord repubblicano fotografò la diversa storia delle due parti del Paese, l’una passata quasi insensibilmente dal fascismo alla monarchia di Brindisi e di Salerno, l’altra invasa dai nazisti e liberata dopo venti mesi di una guerra feroce.

    Tuttavia il responso referendario, per essere interpretato in modo corretto, andava letto in connessione con l’esito delle elezioni per la Costituente. I 556 seggi messi in palio risultavano essere così ripartiti: alla Dc (35,2%) andavano 207 eletti; al Psiup (20,7%) 115, seguito a ruota dal Partito Comunista (18,9%) con 104 costituenti. C’era poi un notevole salto. La quotazione successiva era quella dell’Unione Democratica Nazionale (6,8%), con 41 seggi. Seguivano i 30 dell’Uomo Qualunque (5,3%), i 23 del Pri (4,4%), i 16 del Blocco Nazionale (2,8%), i 7 del PdA (1,5%). Infine, le liste minori, con quotazioni inferiori all’1%.








    W L'ITALIA UNITA, LIBERA, REPUBBLICANA !!!

    Lista Repubblicana

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  2. #2
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    W il 2 Giugno, festa di Libertà e Democrazia!

  3. #3
    Salviamo Bondi !
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    W la Repubblica Italiana !!!!!!!

  4. #4
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    E poi i sudtirolesi e i friulani.....

    Terre che sono state italianizzate.....

  5. #5
    roberto m
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    Citazione Originariamente Scritto da Lampo Visualizza Messaggio
    E poi i sudtirolesi e i friulani.....

    Terre che sono state italianizzate.....
    vaglielo a dire ai friulani che non sono italiani, vergogna manchi completamente di un minimo di rispetto per il tuo paese, quanto ai sudtirolesi ne abbiamo parlato se ci restituiscono l'Istria è giusto restituire all'austraia il Sudtirolo ma hanno l'autonomia più ampia del mondo e con l'Austria dovranno stringere la cinghia

  6. #6
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    W l'italia repubblicana e antifascista.

  7. #7
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    Appello agli italiani

    Riprendiamoci la nostra Repubblica

    La festa della Repubblica cade in un periodo di grave crisi del sistema politico italiano per il quale occorrerebbe un'accurata riflessione ed un'imminente reazione. La sovranità conquistata dal popolo il 2 Giugno 1946, non basta a garantire la rappresentanza ed il soddisfacimento degli interessi dei tanti italiani ormai stufi di mantenere una casta di politicanti trasversalmente unita da destra a sinistra e cooperante al fine della conservazione dei propri privilegi economici e di potere. Un'autentica beffa per quegli italiani che devono lottare per arrivare alla fine del mese indebitandosi e dovendo rinunciare alle ambizioni, alla famiglia, al futuro. Apriamo gli occhi, riappropriamoci di questa nostra Repubblica, protestiamo contro questi parassiti figli - se non artefici - di un sistema malato da riformare a tutti i livelli: vincoli sulla rielegibilità e sull'età atti al ricambio generazionale, ridimensionamento degli stipendi - in linea con gli stipendi degli altri paesi europei - e dei finanziamenti al vasto e ramificato mondo della politica, razionalizzazione degli incarichi, più meritocrazia in funzione degli obiettivi raggiunti, limitazione dei conflitti di interessi, meno partitocrazia, campagne elettorali basate sui programmi realmente attuabili.


    Lista Repubblicana - Laici per Pol

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  8. #8
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    w la repubblica italiana, nata per rendere i cittadini proprietari della cosa pubblica, non solo sudditi di un Re, che non era riuscito a stare al passo con i tempi e che si era eccessivamente compromesso con il fascismo.

  9. #9
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    Citazione Originariamente Scritto da Lampo Visualizza Messaggio
    E poi i sudtirolesi e i friulani.....

    Terre che sono state italianizzate.....

    scusa???
    Italianizzati un bel niente!
    Friulani e Giuliani sono italianissimi.

  10. #10
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    "Moderato da POL" e sono spariti i miei post. Va beh, pazienza.

 

 
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