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Risultati da 1 a 5 di 5
  1. #1
    giovanni.fgf
    Ospite

    Predefinito storia..Come vi prendo per il culo i padagni....



    mwahahahahahahahahahaahahha

    bravo bozzzi!!!!! sei un mito....

    •   Alt 

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  2. #2
    Federalismo etnico
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    Come tutte le inchieste di "Diario", si mescolano mezze verità insieme a buona dose di teoremi pregiudiziali contro chi non è di sinistra.
    La Lega a Roma nasceva con personaggi eterogenei come l'avvocato Crosta, l'editore marxista Savelli, la cattolica Ida Germontani, il liberale Ricci; il principe si limitò ad organizzare la festa e poi sparì dalla politica leghista. L'equazione Lega-Mafia-Berlusconi-P2 all'epoca non poteva essere fatta.
    Quanto alle leghe meridionali, ne nacquero parecchie per iniziativa di ex-democristiani e Bossi non ci volle mai avere a che fare; le sezioni della Lega Italia Federale si formarono senza l'aiuto di tali finte leghe che morirono in pochi mesi ed i loro uomini transitarono in FI.
    Barbacetto omette l'ultimo pezzo del reportage cartaceo, quando si tira in ballo la "Lega Nazionalpopolare" di Delle Chiaie che ebbe un incontro con i bossiani giusto per discutere un'iniziativa contro l'immigrazione. Tale Lega confluì nella Fiamma di Rauti, quindi nessun accordo politico.

  3. #3
    giovanni.fgf
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    quindi nessun accordo politico.
    hai omesso..."conosciuto"


  4. #4
    Forumista junior
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    C’è un contatto diretto, nel 1994, tra Silvio Berlusconi,
    e un uomo al lavoro per costruire il «partito di Cosa nostra».
    È emerso al processo palermitano per mafia contro Dell’Utri
    Gianni BarbacettoC’è stato un contatto telefonico diretto, nel 1994, agli albori di Forza Italia, tra Silvio Berlusconi e un uomo allora impegnato a costruire
    «il partito di Cosa nostra». Lo ha raccontato un consulente della procura di Palermo, Gioacchino Genchi, in una delle udienze del processo in corso nella città siciliana con imputato Marcello Dell’Utri, accusato di concorso esterno in associazione mafiosa. A telefonare ad Arcore, al numero riservato di Berlusconi, alle ore 18.43 del 4 febbraio 1994, è il principe Domenico Napoleone Orsini.

    Esponente dell’aristocrazia nera romana, massone, Orsini è in contatto con il capo della P2 Licio Gelli, che va anche a incontrare a villa Wanda, ad Arezzo. Dopo una gioventù nell’estrema destra neofascista, nei primi anni Novanta Orsini si scopre leghista. Nel novembre 1993 accoglie Umberto Bossi che scende nella Roma ladrona per incontrare i suoi sostenitori nella capitale: si riuniscono nella villa di Trastevere di Gaia Suspisio per una cena e brindisi con Veuve Cliquot, costo politico centomila lire, a cui partecipano, tra gli altri, il giornalista Fabrizio Del Noce, la vedova del fondatore del Tempo Maria Angiolillo e Maria Pia Dell’Utri, moglie di Marcello. Mentre viene servita la crostata di frutta, Bossi si avventura in un comizio di tre quarti d’ora, che si conclude solo quando la brigata si trasferisce al Piper, storica discoteca romana.Orsini si impegna nella Lega Italia federale, articolazione romana della Lega nord. Ma, forte dei contatti con Gelli, lavora per un progetto più ampio: riunire tutti i movimenti «separatisti», tutte le «leghe» nate in quei mesi nel Sud del Paese. Sono per lo più uomini della massoneria a fondare in molte regioni del Sud, dalla Calabria alla Lucania, dalla Puglia alla Sicilia, piccoli gruppi che si ispirano alla Lega di Bossi. I partiti storici, Dc in testa, sono allo sbando, anche per effetto delle inchieste di Mani pulite. Molti lavorano sotto traccia per riempire quel vuoto politico, mentre le stragi del ’92, in cui muoiono Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, e del’93, a Firenze, Roma e Milano, destabilizzano il Paese.
    Il principe Orsini è tra i più attivi in quei mesi: contatta i notabili che hanno fondato le «leghe del Sud», li riunisce, si offre come loro candidato unico alle elezioni, proponendo la costituzione di un’unica, grande «Lega meridionale», in rapporti ambivalenti con la Lega di Bossi: contrapposizione polemica, dichiarata riscossa del Sud contro il Nord, ma sostanziale alleanza e convergenza d’intenti, nel comune progetto di spezzare e frantumare l’Italia. Nello stesso periodo, qualcun altro era molto attivo negli stessi ambienti. Lo racconta Tullio Cannella, uomo molto vicino al capo militare di Cosa nostra, Leoluca Bagarella, impegnato nelle stragi: «Sin dal 1990-91 c’era un interesse di Cosa Nostra a creare movimenti separatisti; erano sorti in tutto il Sud movimenti con varie denominazioni, ma tutti con ispirazioni e finalità separatiste. Questi movimenti avevano una contrapposizione “di facciata” con la Lega nord, ma nella sostanza ne condividevano gli obiettivi. Successivamente, sorgono a Catania il movimento Sicilia libera e in altri luoghi del Sud movimenti analoghi. Tutte queste iniziative nascevano dalla volontà di Cosa nostra di “punire i politici una volta amici”, preparando il terreno a movimenti politici che prevedessero il coinvolgimento diretto di uomini della criminalità organizzata o, meglio, legati alla criminalità, ma “presentabili”». È la mafia che si fa partito: dopo aver constatato l’inutilizzabilità della Democrazia cristiana, che aveva lasciato diventare definitive le condanne al maxiprocesso di Palermo, Totò Riina e i suoi cercano figure «presentabili» per varare in proprio una nuova forza politica.
    «Nell’ottobre 1993», continua Cannella, «su incarico di Bagarella costituii a Palermo il movimento Sicilia libera», che apre una sede in via Nicolò Gallo e ha tra i suoi animatori, oltre allo stesso Cannella, anche Vincenzo La Bua. A Catania era nata la Lega Sicilia libera, controllata da Nando Platania e Nino Strano. Programma: la separazione dall’Italia della Sicilia, che doveva diventare «la Singapore del Mediterraneo», con conseguente possibilità di varare leggi più favorevoli a Cosa nostra, bloccare i «pentiti», annullare l’articolo 41 bis dell’ordinamento carcerario che aveva introdotto il carcere duro per i mafiosi, formare in Sicilia una autonoma Corte di cassazione...
    I fondatori di «cosa nuova»
    Agli uomini di Cosa nostra non sfugge fin dall’inizio che questo progetto è ambizioso e di difficile realizzazione. Per questo si lasciano aperta un’altra possibilità: cercare rapporti e offrire sostegno a nuove forze politiche nazionali che stanno nascendo sulle rovine del vecchio sistema dei partiti. «Le due strategie già coesistevano», racconta Cannella, «e lo stesso Bagarella sapeva della prossima “discesa in campo” di Silvio Berlusconi».
    È Forza Italia, dunque, la carta di riserva di Cosa nostra. I suoi uomini sono informati in anticipo, attraverso canali privilegiati, dei programmi di Forza Italia. Li conoscono addirittura prima che il nome Forza Italia sia lanciato da Berlusconi sul mercato della politica. Prosegue infatti Cannella: «Bagarella, tuttavia, non intendeva rinunciare al programma separatista, perché non voleva ripetere “l’errore” di suo cognato (Riina, ndr), cioè dare troppa fiducia ai politici, e voleva, quindi, conservarsi la carta di un movimento politico in cui Cosa nostra fosse presente in prima persona. Inoltre, va detto che vi era un’ampia convergenza tra i progetti, per come si andavano delineando, del nuovo movimento politico capeggiato da Berlusconi e quelli dei movimenti separatisti. Si pensi Si pensi al progetto di fare della Sicilia un porto franco, che era un impegno dei movimenti separatisti e un impegno dei siciliani aderenti a Forza Italia. Si pensi ancora che, all’inizio del 1994, da esponenti della Lega nord (Tempesta, Marchioni e il principe Orsini), con i quali avevo avuto diretti contatti, ero stato notiziato dell’esistenza di trattative fra Bossi e Berlusconi per un apparentamento elettorale e per un futuro accordo di governo che prevedeva, fra l’altro, il federalismo tra gli obiettivi primari da perseguire. Marchioni mi aveva riferito che un parlamentare della Lega nord, questore del Senato, aveva confermato che il futuro movimento, che avrebbe poi preso il nome di Forza Italia, aveva sposato in pieno la tesi federalista».
    Giovanni Marchioni, un imprenditore vicino alla Lega Italia federale, l’articolazione romana della Lega nord, ha confermato che i promotori delle «leghe del Sud» si sono riuniti a Lamezia Terme. Erano presenti, tra gli altri, La Bua e Strano per Sicilia libera, oltre ai rappresentanti di Calabria libera, Lucania libera e Campania libera. In questa occasione il principe Orsini si propone come candidato unico del futuro raggruppamento di tutte quelle organizzazioni. Orsini conferma tutto ai magistrati palermitani e ammette «di avere chiaramente intuito il tipo di interessi che Sicilia libera intendeva tutelare», scrivono i magistrati di Palermo, «specialmente dopo che Cannella gli disse esplicitamente che “occorreva tenere un discorso all’Ucciardone per poi perorare la causa del noto 41 bis dell’ordinamento penitenziario”».
    Già verso la fine del 1993, comunque, un boss di Cosa nostra impegnato in prima persona nella strategia delle stragi avverte Cannella che quella del movimento separatista non è l’unica via: «Nel corso di un incontro con Filippo Graviano, questi, facendo riferimento al movimento Sicilia libera di cui ero notoriamente promotore, mi disse testualmente: “Ti sei messo in politica, ma perché non lasci stare, visto che c’è chi si cura i politici... Ci sono io che ho rapporti ad alti livelli e ben presto verranno risolti i problemi che ci danno i pentiti». Graviano e, nell’ombra, Bernardo Provenzano, nei mesi seguenti constatano che la strada separatista non è percorribile. È in questo clima che si intrecciano rapporti frenetici tra esponenti delle «leghe» e uomini di Forza Italia. Gioacchino Genchi è un poliziotto esperto in analisi dei traffici telefonici. Da tempo è in aspettativa dalla Polizia e dal suo ufficio di Palermo pieno di computer svolge il ruolo di consulente per diverse procure italiane. Per quella di Palermo ha analizzato, con i suoi programmi e i suoi data base, i flussi telefonici dei protagonisti della stagione di Sicilia libera. Scoprendo nei tabulati della Telecom e degli altri gestori telefonici una serie di contatti insospettabili.
    Quel 4 febbraio 1994
    Il giorno chiave è il 4 febbraio 1994. Il principe Orsini alle 10.50 telefona a Stefano Tempesta, esponente leghista vicino a Sicilia libera. Nel primo pomeriggio, alle 15.55, raggiunge al telefono Cannella, l’inviato di Bagarella nella politica. Subito dopo, alle 16.14, chiama la sede di Sicilia libera a Palermo. Alle 18.43 chiama Arcore: il numero è quello riservato a cui risponde Silvio Berlusconi. Immediatamente dopo chiama Marcello Dell’Utri. Alle 19.01 telefona di nuovo a Tempesta, che raggiunge ancora alle 19.20. Nei giorni successivi i contatti di Orsini continuano. Il 7 febbraio 1994, alle 17.34, chiama Sicilia libera. Il giorno dopo parla due volte con Dell’Utri. Il 10 febbraio alle 13.26 telefona a Cesare Previti. Il 14 febbraio contatta ancora Dell’Utri e, alle 16.04, Vittorio Sgarbi.
    L’analisi al computer dei tabulati di migliaia di telefonate, naturalmente, non può far conoscere i contenuti dei contatti. Ma rivela i rapporti, le connessioni. Un deputato regionale siciliano dell’Udc, Salvatore Cintola, per esempio, nel periodo tra il 9 ottobre 1993 e il 10 febbraio 1994 chiama 96 volte il cellulare di Tullio Cannella, l’uomo di Sicilia libera. In quei mesi cruciali a cavallo tra il ’93 e il ’94 sono molti i contatti tra la sede di Sicilia libera e i numeri della Lega nord, a Roma, a Verona, a Belluno. Poi, quando l’opzione «leghista» tramonta, crescono i rapporti telefonici con uomini di Forza Italia. Gianfranco Micciché, Gaspare Giudice, Pippo Fallica, Salvatore La Porta. E Giovanni Lalia, che di Forza Italia siciliana è uno dei fondatori. È lui che dà vita al club forzista di Misilmeri, che anima il gruppo che si riunisce all’Hotel San Paolo di Palermo, formalmente posseduto dal costruttore Gianni Ienna, ma considerato dagli investigatori proprietà dei Graviano e per questo confiscato. È sempre lui, Lalia, che cede il suo cellulare a mafiosi di Misilmeri, il giro di Giovanni Tubato (poi ucciso) e Stefano Benigno (cugino di Lalia, in seguito condannato per le stragi del ’93).
    Le analisi dei traffici telefonici mettono in risalto anche gli intensi rapporti tra Marcello Dell’Utri e un gruppo di imprenditori siciliani attivi a Milano nel settore delle pulizie, capitanati da Natale Sartori e Antonino Currò, arrestati poi nel 1998 a Milano. Il gruppo di Sartori e Currò era a sua volta in strettissimi rapporti con il mafioso Vittorio Mangano, un tempo «stalliere» nella villa di Berlusconi ad Arcore. Un capomafia del peso di Giovanni Brusca ha testimoniato a Palermo che il tramite tra Berlusconi e Cosa nostra, a Milano, sarebbe proprio «un imprenditore nel settore delle pulizie». Chissà, si sono chiesti gli investigatori del caso Sartori-Currò, se ha a che fare con i nostri eroi.
    Ma per ora quell’imprenditore – ammesso che esista – è rimasto senza volto e senza nome. Restano soltanto i fili sottili dei rapporti intrecciati, nel momento forse più drammatico della storia italiana del dopoguerra,
    tra gli uomini di Cosa nostra, i promotori delle leghe, i fondatori di Forza Italia.
    Che questi contatti ci siano stati è ormai certo.
    Che cosa si siano detti, quali trattative, quali eventuali promesse si siano fatti non è invece ancora dato di sapere con certezza. Il momento fondativo della cosiddetta Seconda Repubblica resta avvolto nel mistero.

  5. #5
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    Nel 1990 iniziarono le prime avvisaglie di quella che fu chiamata poi "tangentopoli". In quegli anni nacque anche a Novara - gia' bolliva in pentola - il movimento della Lega Nord, non ancora partito politico.
    Un gruppo di appassionati, riuniti a volte in modo "carbonaro", fondarono il primo direttivo della Lega novarese. Di quei giovani e meno giovani che aderirono alla prima Lega ne sono rimasti ben pochi.
    Il nucleo originale via via si e' dissolto: sono rimasti ancora "leghisti puri" Mauro Franzinelli, Stefano Monteggia e appunto Roberto Cota, che allora era studente in giurisprudenza. Nell'Ossola già cominciava a brillare la stella di Preioni.
    Roberto Cota dall'aspetto gentile e ben curato, è rimasto sempre fedele a Bossi.
    Nasce a Novara il 13 Luglio del 1968; suo padre Michele è anche lui avvocato. Roberto frequenta il liceo Carlo Alberto, e poi a Milano l'università Statale dove si laurea in diritto penale a pieni voti con una tesi su "Successioni di norme extrapenali".


    Entra nello studio del padre, con altri soci, nel 1996 quando ottiene il "semaforo verde" per esercitare la professione. Svolge la sua attività in Novara, è un penalista, ha difeso alcuni Parlamentari per i reati di diffamazione.
    Cota è entusiasta del suo lavoro che trova appassionante e molto vario.
    Perchè ha aderito giovanissimo, aveva 22 anni, alla Lega Nord? "Perchè ho visto nel movimento di Bossi qualcosa di nuovo e originale, un progetto politico che intende raccogliere e coagulare la protesta popolare, incanalandola verso nuove forme di democrazia e di partecipazione. In parole povere, noi vogliamo il federalismo, togliendo a Roma le troppe prerogative che cento e più anni di storia hanno regalato alla capitale".
    In questi dieci anni di progetto politico, Roberto Cota ha visto tutto e il contrario di tutto. Una specie di confusione politica che ha portato alla disgregazione di molti partiti, alla nascita di altri, a tradimenti, a voltafaccia. Ritiene che il periodo migliore della Lega sia stato quello del biennio 1992/93 quando Bossi e amici conquistarono un sacco di seggi al Parlamento.
    Lui stesso fu eletto nel Consiglio Comunale di Novara, e divenne assessore alla cultura e sport, con Sindaco Merusi.
    L'esperienza di assessore gli è rimasta nel cuore. Dichiara: " Dopo la ristrutturazione, durante il mio assessorato ho fatto rivivere il teatro Coccia rilanciandolo a livello non solo cittadino. Mi piace ricordare la grande serata dell'Otello, in prima nazionale, con Orsini e Branciaroli, alla presenza di Irene Pivetti, allora Presidente della Camera. E poi abbiamo impostato un programma completo perchè il teatro Coccia lavorasse almeno 100 giorni all'anno, e siamo riusciti nella nostra sfida.
    Roberto Cota afferma che l'unica ripresa culturale della città è avvenuta attraverso l'entusiasmo della Lega. Continua:" Abbiamo proposto diverse stagioni di pregio sia come teatro sia come opera lirica. Ricordo una " Traviata " nel 1994, un " Rigoletto " nel 1995, una " Bohème " nel 1996. E anche nello sport abbiamo lavorato bene: inventando la Festa dello Sport con le 100 e più società cittadine, e stimolando altre importanti iniziative.
    Non è stato un caso che proprio al tempo dell'amministrazione della Lega, il Novara calcio abbia vinto il campionato tornando in serie C-1.
    Dopo gli anni d'oro leghisti, Cota è rimasto nel partito come esponente di spicco. Candidato a Sindaco nell'elezioni del 1997 ha ottenuto circa 10.000 voti che sono tanti per un giovane nemmeno trentenne.
    E' stato segretario provinciale della Lega eletto all'unanimita, rispettato e stimato da amici e avversari.
    Candidato alle elezioni Regionali del 16 Aprile 2000 in data 29 Maggio 2000 è stato eletto Presidente del Consiglio Regionale del Piemonte.

    Attualmente ricopre la carica di Segretario Nazionale della Lega Nord Piemont. Il 30 dicembre 2004 Roberto Cota è stato nominato nominato dal presidente del Consiglio Silvio Berlusconi sottosegretario di Stato presso il Ministero della Attività Produttive
    A poche settimane dal suo insediamento, il sottosegretario Cota organizza l'Alto Commissariato per la lotta alla contraffazione, un organismo ministeriale e governativo preposto al coordinamento e all'indirizzo degli interventi degli uomini della Guardia di Finanza nelle operazioni di contrasto ai prodotti falsi o contraffatti sempre più diffusi sul mercato italiano.
    Alle elezioni politche del 9 aprile 2006, Roberto Cota è stato eletto deputato nella circoscrizione elettorale Piemonte 2. Attualmente è vice capogruppo della Lega Nord Padania alla Camera dei Deputati. (vai sul sito della Camera)


    http://www.robertocota.it/STORIA.HTM

 

 

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