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    Predefinito [Rivoluzionari 2]Gamal Abd El Nasser

    Il messaggio rivoluzionario di Gamal Abd El Nasser
    Il 23 luglio 2002 è stato il 50° anniversario della caduta della monarchia "morbosa" e corrotta che « governava » l’Egitto. Essa fu rapidamente sostituita da un regime di liberazione nazionale, che emancipò il paese dalla tutela straniera, che operò perché il popolo arabo, diviso in numerosi stati, potesse riunirsi in un ensemble grand’arabo, armonizzato da un socialismo di stampo nazionalista.

    L'ascesa di Nasser

    Tra i rivoluzionari che sbarazzano l’Egitto della sua corrotta monarchia, troviamo un ufficiale di 34 anni: Gamal Abd El Nasser. Nato da una modesta famiglia del sud dell’Egitto, egli in gioventù aderisce ai principî ed ai valori del nazionalismo rivoluzionario. Durante la seconda guerra mondiale egli, come i suoi commilitoni, simpatizza per i tedeschi. Questi giovani ufficiali ammirano la “volpe del deserto”, il Feldmaresciallo Erwin Rommel; essi sperano che questo audace tedesco sconfigga l’impero inglese in Africa del Nord, perché Londra colloca de facto l’Egitto, che pur teoricamente è indipendente, sotto la sua tutela. Durante la guerra contro Israele nel 1948, Nasser si rivela come uno degli ufficiali più coraggiosi dell’esercito egiziano e ottiene il soprannome di "Tigre di Falluyah". Egli viene gravemente ferito.
    Dopo la rivoluzione del 1952, Nasser diviene autenticamente il capo del suo popolo che gli dedica una genuina venerazione. Egli rappresenta anche il movimento dei popoli non allineati, speranza di tutti i popoli colonizzati del mondo, sottomessi ai diktat delle potenze coloniali straniere. Nasser muore nel 1970. Un buon numero dei principî all’epoca enunciati da Nasser restano perfettamente attuali, soprattutto agli occhi di coloro che, da sinistra, criticano a giusto titolo il “capitalismo senza freni” e la “globalizzazione neo-liberale”.

    L'Egitto e la Germania

    I rapporti germano-egiziani si basano in ultima istanza su un avvenimento storico, lo stesso che motivò l’azione progettata dai giovani ufficiali rivoluzionari attorno a Nasser, i quali vollero dare un altro destino all’Egitto e a tutto il mondo arabo. Dieci anni prima di questa rivoluzione, mentre l’armata germano-italiana di Rommel penetra in Egitto nel 1942, Churchill, consapevole del pericolo e delle simpatie pro-tedesche delle masse egiziane, lancia un ultimatum: se l’Egitto non si schiererà immediatamente a fianco di Londra e non metterà fine ai movimenti filo-tedeschi, l’Inghilterra prenderà tutte le misure militari per “disciplinare” il paese. L'esercito egiziano, male equipaggiato, non può assolutamente tenere testa ai Britannici. Esso deve chinare il capo. Per dare dimostrazione della loro potenza militare, gli Inglesi fanno accerchiare dai blindati il palazzo di Re Farouk.
    Il Capo dello Stato Maggiore egiziano, Aziz Ali al-Misri, che è germanofilo, il Primo Ministro Ali Maher (che riprenderà brevemente il suo posto dopo la rivoluzione del 1952), e un buon numero di loro amici, vengono immediatamente internati dai Britannici. Un gruppo di giovani soldati, tra cui Nasser tenta, senza successo, di liberare Maher con un colpo di forza. Sadat, che a quel tempo fa da collegamento tra il movimento arabo di liberazione e l'Afrika Korps di Rommel, parteciperà anch’egli alla rivoluzione nasseriana del 1952. Nel 1970, sarà il suo successore alla testa dello Stato egiziano. Gli Inglesi internano anche lui nel 1942. Nello stesso modo, un anno prima, Churchill ha fatto decapitare un altro Stato arabo, con misure ancora più brutali: l'Irak pro-tedesco di Rachid Ali el-Gailani. Nelle sue memorie, Sadat fustigherà il brutale comportamento degli Inglesi in Egitto ed in Irak durante la seconda guerra mondiale: egli lo descrive come un oltraggio palese, scandaloso e inaccettabile al diritto di autodeterminazione.
    L'Egitto rivoluzionario ha sempre dimostrato un profondo rispetto e un’ammirazione per i soldati della Wehrmacht; ad esempio, il primo Presidente del governo rivoluzionario, Naguib, redige nell’aprile 1954 un messaggio di saluto in tedesco rivolto ad un’organizzazione di veterani paracadutisti tedeschi, completo della sua foto e della sua firma personale. All’epoca i veterani pubblicano questo documento. Eccone il testo: "Quando saluto i miei paracadutisti egiziani, nello stesso tempo io saluto il vostro comandante in capo, il Colonnello Generale Student, come tutti voi, che avete combattuto per la vostra patria in seno alle formazioni paracadutiste tedesche, nella speranza che le tradizioni di quest’arma rimangano valide per tutti i tempi". Il Generale Kurt Student, qui rievocato, è colui che ha conquistato Creta nel 1941 lanciandosi dal cielo; che nel 1944, diviene il Comandante in capo della I armata paracadutisti della Wehrmacht; e alla fine di aprile 1945, diviene Comandante in capo del Gruppo di Armate "Vistola".
    In Egitto, sono numerosi i mausolei ed i monumenti per i soldati tedeschi del deserto; i dirigenti del paese, soprattutto Sadat, hanno sempre manifestato chiaramente la loro ammirazione per i guerrieri venuti dalla Germania. Il monumento in onore dei soldati, morti servendo nell’Afrika Korps a El Alamein, come il monumento in onore di Rommel a Tel el Eissa, ne sono una testimonianza. Nel 1989, è stato restaurato, non lontano da El Alamein, un monumento a forma di piramide a gloria del pilota e asso tedesco che veniva chiamato la « Stella dell’Africa »; vi si legge in tedesco, arabo e italiano: "Qui morì, invitto, il Capitano H. J. Marseille, il 30 settembre 1942".

    I successi interni del nasserismo, l’opposizione straniera

    Dopo che Gamal Abd el Nasser sostituisce il Generale Naguib alla testa del governo rivoluzionario, il popolo lo elegge Presidente dello Stato nel 1956. Il suo governo è autoritario; egli soffoca le mene dell’opposizione sostenendo che essa è « diretta dall’estero », il che, in molti casi, è la verità. Nasser procede a numerose importanti riforme in politica interna, soprattutto per quanto riguarda l’istruzione, la formazione universitaria ed il sistema sanitario; egli procede anche ad una riforma agraria a vantaggio degli agricoltori poveri; amplia la superficie abitabile del paese con misure d’irrigazione a vasto raggio. Queste riforme fanno di lui l’idolo delle masse. Sul piano estero, Nasser si sforza di perfezionare l’unità degli Arabi, in particolare forgiando l’Unione con la Siria e con lo Yemen, considerata come la prima tappa della riunione di tutti gli Arabi in un medesimo Stato. Il progetto conosce certamente il fallimento, ma suscita grandi speranze. Nasser abbatte anche le strutture di dominio straniere presenti, in modo palese od occulto, nella vita politica ed economica egiziana. Va qui citata la nazionalizzazione del Canale di Suez. Tutte queste misure fanno di lui un eroe popolare in tutti i paesi arabi.
    Ma assai rapidamente dopo la rivoluzione del 1952, forze straniere si coalizzano contro il nuovo Egitto. Durante l’estate del 1954, agenti dei servizi segreti israeliani organizzano una serie di attentati esplosivi a Il Cairo; nel febbraio 1955, un commando israeliano attacca Gaza. Nel 1956, le forze congiunte di Israele, Gran Bretagna e Francia attaccano l’Egitto nella zona del Canale di Suez. Facendo appello all’ONU, Nasser obbliga gli aggressori a ritirarsi. Nel 1967, scoppia la Guerra dei Sei Giorni. Il mondo occidentale ha sempre tentato di accreditare l’idea che Israele in questo modo lanciò una guerra preventiva per annullare l’effetto-sorpresa di un piano egiziano e siriano mirante a distruggere lo Stato ebraico. Eppure, nel 1997, il quotidiano israeliano Yediot Ahronot pubblica la confessione di Moshé Dayan, all’epoca Ministro israeliano della difesa: l’80% delle azioni militari siriane sono state provocate da Israele.
    Di fronte all’atteggiamento pro-israeliano militante degli Stati Uniti, Nasser non ha altra soluzione che avvicinarsi all’Unione Sovietica. Nello stesso periodo, egli si sforza sulla scena internazionale, in quanto capo carismatico dei « non allineati », di trovare un’alternativa praticabile al sistema bipolare, conseguenza della seconda guerra mondiale, in cui solo Mosca o Washington conducono il gioco.
    Un "Raîs" leggendario
    Dopo la pesante sconfitta subita dall’Egitto nel 1967 Nasser decide di ritirarsi dal potere, ma un’ondata senza precedenti di entusiasmo popolare, che vede in lui "il solo e vero capo del paese", lo convince a restare in carica. Cosa che farà fino alla sua morte, avvenuta nel 1970. Arnold Hottinger, giornalista del quotidiano elvetico Neue Zürcher Zeitung, scrive: "Nonostante tutto, Nasser è rimasto l’uomo verso quale i popoli arabi ed l’egiziano hanno mantenuto la loro fiducia". Questo corrispondente a Il Cairo del giornale svizzero rievoca più in profondità la personalità di Nasser, nel suo articolo che celebra il 50° anniversario della rivoluzione egiziana: "Nasser resta sempre, agli occhi della grande maggioranza degli Egiziani, ed anche della maggior parte degli altri Arabi, il più grande uomo di Stato che il mondo arabo ha prodotto dalla fine dell’epoca coloniale". I giovani egiziani parlano ancora e sempre del "Raîs", del "Capo". E quando si dice loro: "Come, tu sei così giovane, tu non hai vissuto alla sua epoca!". Rispondono: "E’ alla sua epoca che avrei voluto vivere".


    Versione francese tratta da www.voxnr.com
    Traduzione italiana su www.asslimes.com


    http://handschar.splinder.com/

  2. #2
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    Evola e Nasser


    Proseguendo una ricerca della quale fornimmo i primi esiti qualche anno fa in un saggio compreso nel nostro Avium voces (Edizioni all’insegna del Veltro, Parma 1998, pp. 67-87), sul numero di giugno della rivista informatica "La Nazione Eurasia" (numero speciale per il trentennale della morte di Julius Evola) abbiamo pubblicato un saggio intitolato Evola e l’Islam. Dal tentativo di ricostruire organicamente la visione evoliana della tradizione islamica è risultato un quadro che, se appare talvolta inesatto in qualche particolare e spesso condizionato da una prospettiva piuttosto personale, costituisce tuttavia, in fin dei conti, una rappresentazione ispirata al riconoscimento evoliano di ciò che è essenzialmente l’Islam: una manifestazione dello spirito tradizionale da cui non può prescindere la "rivolta contro il mondo moderno".

    A tale saggio, al quale rinviamo comunque il lettore, si ricollega il presente articolo, che nasce dalla recente riscoperta di un articolo di Evola sull’"emancipazione dell’Islam", compreso nella raccolta de I testi del Meridiano d’Italia (Edizioni di Ar, Padova 2003, pp. 217-219).

    L’articolo risale a un’epoca, gli anni Cinquanta, in cui gli ambienti fascisti italiani mantenevano ancor vivo il ricordo della posizione filoaraba e filoislamica assunta dall’Italia nel corso del Ventennio (1), nonché della solidarietà che negli anni del conflitto mondiale si era instaurata tra le forze dell’Asse e i movimenti indipendentisti del mondo musulmano (2). D’altronde il Manifesto di Verona, al quale continuava a fare riferimento una gran parte dei militanti del fascismo postbellico, aveva indicato tra i punti essenziali della politica estera della RSI il "rispetto assoluto di quei popoli, in specie musulmani che, come l’Egitto, sono già civilmente e razionalmente organizzati".

    E proprio in Egitto, negli anni Cinquanta, la rivoluzione dei Liberi Ufficiali, dopo avere scacciato il regolo fantoccio (sodale del re savoiardo traditore e fuggiasco), proclamato la repubblica, abolito la partitocrazia, avviato un vasto programma di riforme, nazionalizzato il capitale straniero, espulso i Britannici dal Canale di Suez, rifiutato le alleanze militari funzionali al dominio imperialista, concesso asilo ed aiuto agli esuli del Terzo Reich, si impegnava a costruire un socialismo nazionale che, nella prospettiva geopolitica nasseriana dell’unità della Nazione Araba, sarebbe dovuto diventare un vero e proprio socialismo panarabo, basato sui presupposti spirituali forniti dall’Islam. E quando nel 1956, in seguito alla nazionalizzazione del Canale di Suez, l’Egitto dovette far fronte all’aggressione anglo-franco-sionista (3), molti di coloro che avevano combattuto con coscienza di soldati politici contro le "plutocrazie democratiche dell’Occidente" videro nell’Egitto una nuova linea di fronte contro i nemici di sempre e manifestarono la loro solidarietà nei confronti del popolo egiziano e del suo Rais, Gamal Abd el-Nasser (4).

    Julius Evola, che all’epoca collaborava attivamente con gli organi di stampa del cosiddetto "schieramento nazionale", il 3 marzo 1957 pubblicò sul "Meridiano d’Italia" (diretto da Franco Maria Servello) un articolo intitolato L’emancipazione dell’Islam è una strada verso il comunismo (5); lo stesso articolo, con qualche virgola in più e qualche punto e virgola in meno, fu riproposto il 25 giugno 1958 ai lettori del "Roma" di Napoli.

    Innanzitutto, scrive Evola, i "nostri ambienti nazionali", che guardano con simpatia "i movimenti irredentistici dei popoli arabi e le stesse iniziative egiziane", commettono l’errore di attaccare indiscriminatamente il colonialismo, "dimenticando come esso fino ad ieri si legasse al principio stesso dell’egemonia della razza bianca". In secondo luogo, prosegue, "è abbastanza evidente il pericolo che i detti movimenti di indipendenza finiscano in via naturale nelle acque del comunismo"; e l’Egitto nasseriano, secondo Evola, sarebbe il più avanzato su questa strada pericolosa. Alle posizioni rappresentate dal nasserismo e dagli altri movimenti di liberazione del mondo musulmano Evola contrappone "l’Islam ortodosso", il quale, a suo parere, "è ancora difeso dall’Arabia Saudita e dall’organizzazione dei Fratelli Musulmani", anche se questi ultimi hanno incluso nel programma "idee sociali riformiste e radicali assai spinte".

    "Quandoque bonus dormitat… Julius" – sarebbe il caso di dire, parafrasando il noto proverbio. Anzi, il buon Evola doveva proprio dormire della grossa, per fare affermazioni di questo genere, proprio lui che vent’anni prima aveva svolto, circa il carattere problematico della "supremazia della razza bianca" (6), considerazioni ben più profonde e più coerenti con l’essenza del suo pensiero. Altrettanto difficile è comprendere come Evola potesse individuare l’ortodossia islamica in un paese quale l’Arabia Saudita, governato da una tendenza (quella wahhabita) che in tutto il mondo dell’Islam, sia sunnita sia sciita, è sempre stata per lo più considerata come settaria ed eretica. Inoltre è veramente strano che proprio uno studioso come Evola, molto più smaliziato di tanti altri circa i retroscena della storia, trascurasse il fatto che l’Arabia Saudita era nata dalle operazioni più o meno occulte dell’Inghilterra, interessata a fomentare il nazionalismo arabo contro la Turchia e a garantirsi il controllo sulla penisola arabica. Come se non bastasse, verso la fine degli anni Cinquanta la monarchia saudita era una pedina di prim’ordine del nuovo imperialismo mondiale: quello statunitense. Ma Evola - duole parecchio essere costretti a ricordare certi limiti del suo pensiero - aveva stabilito che l’Occidente capitalista era, non certo "in sede di idea", bensì in una ricognizione tattica delle circostanze contingenti, il "male minore" (7). Il nemico principale, come è noto, per lui era il comunismo, che, nonostante l’evidenza della situazione configuratasi a Jalta, veniva visto da molti, anche in buona fede, come un rischio reale. E l’ossessione del comunismo indusse pure lui, come tanti altri, a vedere il pericolo comunista anche laddove esso non sussisteva: come, per l’appunto, nell’Egitto di Nasser, dove il partito comunista era stato messo al bando e i suoi dirigenti, che per per lo più erano ebrei, erano stati messi in condizione di non nuocere!

    Nell’articolo in esame ci appare invece più meritevole di considerazione un punto che l’autore stesso ritiene "essenziale" e che viene formulato nei termini seguenti, evidenziati dai caratteri corsivi: "gli stessi popoli islamici non si stanno rendendo indipendenti dall’Occidente che in quanto si occidentalizzano, ossia che in quanto subiscono spiritualmente e culturalmente l’invasione occidentale". Vale a dire, "essi non si emancipano materialmente che abbandonando in larga misura le proprie tradizioni e costituendosi a fac-simili più o meno imperfetti degli Stati occidentali".

    Ora, se Evola aveva torto allorché esprimeva il timore che l’occidentalizzazione portasse i paesi musulmani tra le braccia del comunismo, aveva invece ragione quando osservava che l’emancipazione politica dei paesi musulmani coloniali si accompagnava spesso all’adozione di elementi culturali estranei alla cultura islamica.

    Ciò che Evola non riusciva a scorgere, nel panorama dei tardi anni Cinquanta, erano le enormi potenzialità dell’Islam, che una ventina d’anni più tardi si sarebbero manifestate in un vero e proprio "risveglio" e avrebbero indotto avanguardie e popoli musulmani ad accantonare le ideologie importate e a rivolgersi nuovamente al modello ispiratore della Tradizione.




    di Claudio Mutti


    (1) Sui rapporti tra il fascismo e il mondo islamico si veda Enrico Galoppini, Il Fascismo e l’Islam, Parma 2001.

    (2) Cfr. Stefano Fabei, Guerra santa nel Golfo, Parma 1990; Manfredi Martelli, Il Fascio e la Mezzaluna, Roma 2003.

    (3) Cfr. Gianfranco Peroncini, La guerra di Suez, Parma 1986.

    (4) Tra coloro che nel socialismo nazionale nasseriano riconobbero una delle forme di fascismo postbellico, vi fu Maurice Bardèche, del quale riportiamo qui di seguito alcuni brani. "’Rialza la testa, fratello, i giorni dell’umiliazione sono passati’. Con questa frase, che si sarebbe adattata alla Germania del 1934, Nasser annunciò sui muri del Cairo, nel 1954, l’avvento di un’era nuova. A venti anni di distanza, un altro popolo spezzava le sue catene. (…) La struttura della repubblica d’Egitto riproduce i caratteri della struttura politica fascista. Il capo dello Stato riunisce nelle sue mani i diversi poteri, (…) i partiti politici sono sciolti ed il contatto col popolo è mantenuto per mezzo del partito unico, l’Unione Nazionale. (…) Ma guardando ancor meglio, troviamo nel regime di Nasser caratteri visibili del fascismo d’anteguerra. In particolare quel carattere del fascismo (…) da cui si riconosce l’ispiratore di un movimento fascista e l’idea che questi si fa della sua missione. In ogni fascismo vi è una morale ed un’estetica (…) Nasser ed i suoi fascisti hanno trovato questa mistica fascista nell’Islam (…) Nel Corano vi è qualcosa di guerriero e di forte, qualcosa di virile, qualcosa che si può chiamare romano. Perciò Nasser è così ben compreso dagli arabi; parla la lingua che parla la loro razza nel profondo dei cuori" (M. Bardèche, Che cosa è il fascismo?, Roma 1980, pp. 88-92).

    (5) Rist. in: J. Evola, I testi del Meridiano d’Italia, Padova 2002, pp. 217-219.

    (6) J. Evola, Il problema della supremazia della razza bianca, "Lo Stato", luglio 1936; rist. in J. Evola, Lo Stato (1934-1943), Roma 1995, pp. 151-160.

    (7) J. Evola, Orientamenti. Undici punti, Padova 2000, p. 24.


  3. #3
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    La rivoluzione nasseriana

    La rivoluzione nasseriana
    A mettersi alla guida del processo di unificazione e modernizzazione del mondo arabo (panarabismo) è un giovane colonnello di umili origini, Gamal Abd el Nasser. Nel 1952 fonda il movimento clandestino degli Ufficiali liberi che, il 23 luglio dello stesso anno, organizza un colpo di Stato. Il re Faruk è costretto a fuggire in esilio. Il 18 giugno del 1953 viene proclamata la Repubblica; alla sua guida c’è un moderato, il generale Nagib, ma è Nasser a detenere di fatto il controllo dello Stato, attraverso il Consiglio rivoluzionario. Propone una coraggiosa riforma agraria che limita fortemente il latifondo e confisca le terre di proprietà del re, distribuendole a oltre un milione di contadini.
    Nel 1956 chiede agli Stati Uniti un finanziamento per la costruzione della diga di Assuan, che avrebbe bonificato 450.000 ettari di terreno e triplicato la produzione di energia elettrica. Al rifiuto statunitense Nasser risponde nazionalizzando la Compagnia del canale di Suez, controllata da inglesi e francesi. Questi ultimi, d’accordo con Israele, reagiscono. Il generale israeliano Moshe Dayan, occupa con una prorompente azione militare la striscia di Gaza e la penisola del Sinai ; paracadutisti anglo-francesi vengono lanciati su Port Said e Port Fuad. La crisi di Suez si risolve grazie all’intervento degli Stati Uniti che impone a Francia, Inghilterra e Israele di interrompere le ostilità.
    Nonostante lo scacco subito Nasser resta popolarissimo. Legittimato dall’intervento di Washington, forte della sua immagine di anti-colonialista, sufficientemente lontano dal blocco sovietico, diventa il punto di riferimento dell’area araba. Promuove fra gli altri il movimento dei Paesi non-allineati (dopo Bandung la seconda conferenza si svolge al Cairo nel 1958) e giunge alla fondazione della Repubblica Araba Unita (RAU), nata nel febbraio 1958 dalla fusione di Egitto, Siria e Yemen. Nè il fallimento della RAU (nel 1961 un colpo di Stato riporta la Siria all’indipendenza), né la disfatta nella Guerra dei sei giorni contro Isralele (5-10 giugno 1967) riescono a incrinare il suo prestigio. Quando, dopo la guerra, annuncia le dimissioni, tutto il Paese scende in piazza per invitarlo a rimanere. Morirà, simbolo di un panarabismo votato alla sconfitta a causa dei dissidi interni, nel 1970.

    CD, ACTA- Mille anni di storia (Il Novecento n.3)

  4. #4
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    Quarantotto anni fa, il 26 luglio, il presidente egiziano, colonnello Nasser, decretava la nazionalizzazione del canale di Suez, fino allora sotto controllo britannico. Era una sfida aperta agli interessi della finanza occidentale che reagì, non tempestivamente, ma reagì. Il 29 ottobre gli israeliani aggredirono l’Egitto ed il giorno seguente Francia ed Inghilterra bombardarono Porto Said facendo strage di civili ed invasero il Paese con i paracadutisti. Nelle fila degli aggressori si trovava il giovane tenente Le Pen che aveva rassegnato le dimissioni da deputato per rispondere all’appello della Francia. Paul Sergent in “Je ne regrette rien” ci racconta - in tempi non sospetti - come il tenente Le Pen si facesse apprezzare dai suoi superiori per la conoscenza ed il rispetto dei costumi egiziani i cui morti aveva fatto seppellire alla maniera islamica. “Quel tenente mostrava spiccate doti da capo”.
    Ma abbandoniamo le digressioni. L’attacco anglo-franco-israeliano s’infranse di fronte alla diga politica dell’Onu e degli Stati Uniti impegnati, all’epoca, nella “decolonizzazione” ovvero nella neocolonizzazione targata multinazionali. Tuttavia la convergenza d’interessi tra gli americani e Nasser terminava lì e il capo egiziano avrebbe rappresentato, negli anni successivi, uno dei principali problemi per gli Usa e per Israele. Proprio il fantasma di Nasser, del suo pan/arabismo e delle varianti ba’as avrebbero determinato la strategia terroristica e culturicida messa in piedi da Washington e Tel Aviv dalla metà degli anni Sessanta ad oggi.
    Ma andiamo con ordine. Gli egiziani combatterono contro i turchi durante la Grande Guerra avendo ottenuto da parte britannica la promessa dell’indipendenza. Nel 1922 un atto unilaterale inglese conservava però alla Corona il controllo militare, e non, di Suez e del Sudan. La sopraggiunta tensione anglo/egiziana sembrava placarsi nel 1935 a causa dell’invasione italiana dell’Etiopia e della nostra minacciosa presenza vicino all’Egitto (eravamo padroni anche della Libia). Tuttavia quasi tutti i giovani ufficiali facevano la fronda alla politica britannica del governo egiziano sicché, in nome dell’indipendentismo, si misero a collaborare attivamente con l’Asse. Nasser fu inserito nell’Abwehr , i servizi di spionaggio della Wehrmacht ed il suo successore alla presidenza egiziana, Sadat, fu integrato nell’SD, il servizio informazioni delle SS.
    I rapporti tra l’Asse ed i nazionalisti egiziani furono così stretti che, nei 18 punti di Verona, si fa esplicito riferimento proprio all’Egitto. Tramite Filippo Anfuso, il diplomatico rimasto fedele a Mussolini che fu deputato del primo MSI, l’Egitto strinse rapporti commerciali e diplomatici con l’Italia del dopoguerra usando come canale preferenziale il neonato partito neofascista.
    Queste premesse vanno tenute in conto per comprendere le motivazioni della politica di Nasser, il giovane ufficiale che faceva parte della giunta rivoluzionaria che il 23 luglio 1952 defenestrò il monarca, Faruk e il 18 giugno dell’anno successivo proclamò
    la Repubblica.
    Nasser, divenuto in meno di due anni il leader incontrastato del Paese, fu tra gli ideatori del “movimento dei paesi non allineati” fondato tra il 18 e il 24 aprile 1955: una terza posizione internazionale che faceva il verso al tentativo peronista. Il nazionalismo egiziano si saldava dunque ad una visione internazionale al contempo ideologica e strategica, come dimostrarono i fatti del dopo Suez.
    Scatenata e risolta positivamente la crisi, infatti, Nasser tentò la carta che lo avrebbe messo in rotta di collisione rispetto a Washington, quella del nazionalismo panarabo.
    Nel febbraio del 1958 la provvisoria unione con la Siria diede vita alla Repubblica Araba Unita e suscitò nelle masse arabe un entusiastico sentimento di rigenerazione.
    Per mettere fine alla rivoluzione in corso gli strateghi israelo-americani ricorsero ad un insieme di mosse. Assicurate le spalle economiche e morali al governo di Tel Aviv con la manovra Eichmann, i world keepers scatenarono una crisi internazionale con la “guerra dei sei giorni”. L’invasione del Sinai e la distruzione, a terra, degli aerei militari egiziani attaccati senza preavviso in periodo di pace, crearono non pochi problemi di prestigio al capo egiziano. L’intelligence americana si mise allora ad operare alle estreme di Nasser facilitando l’ascesa di personaggi/fantoccio come Gheddafi ed accendendo gli animi dei Fratelli Musulmani che pure erano stati tra i più ardenti sostenitori di Nasser. Il capolavoro strategico si ebbe il 6 ottobre 1981 quando un commando di Fratelli Mussulmani assassinò il successore di Nasser, Sadat, che era riuscito con abili dote diplomatiche a costringere gli israeliani ad abbandonare il Sinai e a rinegoziare i territori occupati.
    Nello stesso periodo gli israeliani armavano gli iraniani contro l’Iraq laico e panrabista. Il resto lo conosciamo tutti ed è storia dei giorni nostri. Lo chiamano “scontro di civiltà”.
    GABRIELE ADINOLFI - RINASCITA

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    Hugo Chavez e Gamal Abd-el Nasser, i molti punti in comune
    Rudy Caparrini e Pier Francesco Galgani, 25 gennaio 2006
    Dopo l’affermazione elettorale di Evo Morales in Bolivia e la ancora più recente vittoria dell’esponente socialista Michelle Bachelet in Cile, l’America Latina appare sempre più orientata verso un graduale spostamento a sinistra dei suoi equilibri politici. L’attuale trend potrebbe ulteriormente rafforzarsi poiché, nell’anno appena iniziato, altre nazioni del continente si recheranno alle urne e potrebbero dare il loro consenso vincente ad altri esponenti di sinistra. Il “capostipite” del processo politico che si va affermando nel subcontinente e che ha già creato vari grattacapi all’amministrazione Bush è Hugo Chavez, presidente del Venezuela, il quale, dalla sua elezione avvenuta nel 1998, è apparso subito come una figura politica di notevole carisma.
    Dall’inizio del suo mandato il presidente venezuelano ha perseguito una serie di iniziative politiche che hanno messo in seria difficoltà gli Stati Uniti, la superpotenza di fatto “padrona” del Sud America. Dopo l’11 settembre il presidente Bush, insediatosi con l’intenzione di assegnare al lato sud dell’emisfero occidentale un ruolo maggiore di quello attribuitogli dalle altre amministrazioni, ha dovuto rivolgere la propria attenzione verso altri scacchieri internazionali, trascurando le nazioni sudamericane che dopo due decenni di nefande politiche neoliberiste (volute dagli organismi economici internazionali, ma che nella mente dei popoli dell’America del Sud sono state associate all’influenza statunitense) erano ormai pronte a nuovi sviluppi e orientamenti. Di tali fermenti ha approfittato Chavez il quale, battendo sul tasto dell’antiamericanismo, ha iniziato a prospettare l’obiettivo della integrazione prima economica e poi anche politica dell’intera America Latina, rifacendosi all’ideale antispagnolo e per l’unità del subcontinente del “libertador” Simon Bolivar, ponendo gli Stati Uniti di fronte a una serie di difficoltà inaspettate.
    Per affrontare il problema, i decision-makers di Washington, che non possono ispirarsi ad alcun precedente storico in Sud America, potrebbero ripensare a una situazione simile, che si presentò negli anni 50 in Medio Oriente: l’ascesa di Nasser in Egitto. Le due situazioni, pur se emerse in tempi diversi e in aree geografiche parecchio distanti, presentano molto somiglianze, sia per il contesto regionale sia per la personalità dei due leader. Negli anni 50 il Medio Oriente era in piena fase di fermento, poiché Francia e Gran Bretagna stavano ultimando il loro disimpegno. Il Medio Oriente, inoltre, presentava un tessuto sociale logoro, con una disparità abissale fra élites e masse. Queste disuguaglianze furono accentuate dall’affermazione del petrolio come fonte energetica fondamentale. Solo poche famiglie beneficiarono dello sfruttamento del greggio, mentre le masse non ne ricavarono alcun vantaggio. In questo contesto maturarono le condizioni per il successo del panarabismo, un movimento che i popoli videro come occasione favorevole per un riscatto. Campione del panarabismo fu il presidente egiziano Nasser.
    Negli ultimi cinque anni, il Sud America attuale, così come il Medio Oriente degli anni 50 con la progressiva scomparsa della presenza coloniale francese e inglese, ha assistito al forzato e altrettanto progressivo disimpegno da parte degli Usa, superpotenza egemone della regione. Oltre alle affinità geopolitiche, appaiono evidenti anche le similitudini fra i due personaggi protagonisti dei due momenti storici: il presidente egiziano dell’epoca, Gamal Adb-el Nasser, e l’attuale leader venezuelano, Hugo Chavez. Entrambi nascono da famiglie molto umili, in province periferiche di Egitto e Venezuela. I due vivono una gioventù di disagio, contraddistinta da povertà ed esclusione, maturando un forte desiderio di rivalsa nei confronti delle oligarchie al potere. Il primo passo del loro riscatto è rappresentato dall’approdo nelle grandi città, centro della vita politica e sociale della nazione. Sia Nasser sia Chavez scelgono la carriera militare, il mezzo migliore per salire posizioni nella scala sociale. Fin da giovani, i due leader maturano un forte nazionalismo, inteso come desiderio di liberare il loro paese dal giogo delle potenze straniere.
    La lotta contro le potenze straniere, dopo secoli di sottomissione, è un elemento ulteriore che avvicina Nasser a Chavez. Il leader egiziano conobbe il suo apogeo in seguito alla crisi di Suez del 1956, quando la sua determinazione indusse Usa e Urss a imporre il ritiro alle truppe francesi e inglesi, che avevano attaccato l’Egitto con l’aiuto dell’esercito di Israele. Uscendo trionfatore da quella prova di forza, Nasser, oltre a vedere garantito il diritto a nazionalizzare il Canale di Suez, ottenne un successo storico nei confronti delle potenze coloniali Francia e Gran Bretagna, che da quel momento non ebbero più alcuna influenza in Medio Oriente.
    Hugo Chavez, da parte sua, è riuscito a ottenere qualcosa di simile quando, l’11 aprile 2002, sventando un tentativo di golpe ordito anche dagli Usa, è stato in grado di dare ulteriore legittimazione al suo mandato popolare. In quella occasione, i protagonisti del colpo di stato, peraltro subito riconosciuti come governo legittimo di Caracas dagli ambasciatori di Madrid e Washington, furono costretti a lasciare il potere dopo soli due giorni e permettere il ritorno di Chavez a causa di una serie di imponenti manifestazioni popolari a favore dell’ex ufficiale. Alla forza dei manifestanti si affiancò anche la presa di posizione internazionale di Brasile e Argentina, che subito si dichiararono contrari alla defenestrazione di Chavez. Una vittoria epica, paragonabile al Nasser che esce vincitore politico dalla crisi di Suez del 1956. Le storie di Nasser e Chavez presentano quindi molti punti in comune. Vi sono, tuttavia, elementi di diversità, sia per la differente storia di Egitto e Venezuela, sia per quel che concerne le possibili reazioni degli stati circostanti.
    Il presidente egiziano, seppure avesse affermato il desiderio di rompere col passato rappresentato dalla dinastia di re Faruk, parve ispirarsi al modello rappresentato da Mohammed Alì, fondatore del moderno Egitto e quindi della dinastia cui proprio Nasser pose fine. Mohammed Alì, il comandante militare dell’esercito ottomano (nativo di Kavala in Macedonia) che guidò l’Egitto dal 1805 al 1848, riuscì a creare un’entità molto estesa, occupando la Siria, il Sudan e una parte della penisola arabica. In ogni caso Mohammed Alì, che non era arabo di etnia, non mirava a creare un grande Stato arabo, puntando piuttosto al consolidamento del suo potere personale e al rafforzamento del primato dell’Egitto. Nasser parve emulare quanto aveva fatto Mohammed Alì oltre un secolo prima. Il leader egiziano degli anni 50, che pure attribuì grande enfasi alla sua intenzione di creare un grande Stato arabo, poneva come prioritari due postulati difficili da accettare: la sua leadership personale e la sottomissione di tutti gli altri Stati all’Egitto. Questa fu la filosofia che ispirò la nascita della Repubblica Araba Unita (Rau), cui aderì la sola Siria.
    Se il modello di Nasser fu Mohammed Alì, Hugo Chavez ha voluto rifarsi all’esempio di Simon Bolivar. Questi, durante la prima metà del Diciannovesimo secolo, volle farsi interprete dell’ideale dell’indipendenza dell’America Latina dal potere coloniale spagnolo, per sostituirlo con l’unità politica continentale fondata su basi democratiche e senza la prevalenza di alcuna realtà statuale sulle altre. Un obiettivo ben diverso dai progetti di Nasser e Mohammed Alì. Con l’Alba (Alternativa bolivariana per le Americhe) Chavez intende seguire il modello di integrazione pensato da Bolivar. Se si vuole fare un ulteriore paragone tra il presidente venezuelano e Nasser, si deve tenere conto della natura peculiare delle nazioni da cui provengono i due uomini. Solo dall’Egitto, culla assieme alla Grecia della civiltà occidentale e da sempre in posizione di preminenza rispetto alle altre nazioni arabe, poteva provenire un politico come Nasser e lo stesso vale per Chavez.
    Il Venezuela, tra le nazioni sudamericane, ha sempre nutrito concezioni socio-politiche di respiro continentale. Questa apertura morale e intellettuale, che nell’Ottocento culminò nella figura di Bolivar, affondava probabilmente le sue radici negli elementi costitutivi della nazione venezuelana. Ad esempio, la mescolanza delle razze o la stessa posizione geografica privilegiata del Paese. Affacciato sui Carabi presso alcuni possedimenti olandesi, inglesi e francesi, godeva dei vantaggi di terra di frontiera. Non solo, l’immensa povertà del Paese rendeva il Venezuela scarsamente interessante per la madrepatria spagnola, assetata di oro e argento: meno pressante fu quindi l’influenza del paese europeo così come il peso dell’Inquisizione. Da qui ha origine la maggiore apertura al cambiamento e a nuove prospettive, che ha sempre caratterizzato il popolo venezuelano. Ulteriore elemento comune fra Egitto e Venezuela, in grado di fare la differenza, consiste nella titolarità di una risorsa strategica: il canale di Suez per l’Egitto, con cui controllare tutti i traffici dall’Europa all’Oceano Indiano e l’Oriente; il petrolio per il Venezuela attuale, con le inevitabili ricadute strategiche e geopolitiche.
    Le differenze fra i due uomini politici si evidenziano anche nei risultati ottenuti come leader sopranazionali. Il carisma di Nasser, senza dubbio indiscutibile, non produsse i risultati che molti ipotizzarono nel 1956. Il leader egiziano, che fu molto amato dalle masse arabe di tutto il Medio Oriente, fu invece osteggiato dai capi di Stato e di governo dei paesi fratelli. Riflettendo, non poteva essere altrimenti, giacché il suo progetto di unificazione si fondava sull’accettazione del primato dell’Egitto e di Nasser stesso. La posizione di Chavez nei confronti degli altri Stati facenti parte del continente americano è diversa. Anche lui, come Nasser, è molto apprezzato dalle masse povere dell’America Latina, colpite dalla sua retorica, dal suo carisma personale e dai suoi propositi di lavorare attraverso l’integrazione continentale per un futuro migliore. Basti pensare alle iniziative come Telesur, la prima televisione satellitare interamente latinoamericana, in grado di fornire al pubblico notizie e informazioni dal punto di vista sudamericano, rompendo il tradizionale duopolio Cnn-Bbc, o Petrosur, il progetto rivolto all’unione di tutte le compagnie petrolifere del continente in un unico polo energetico da cui escludere le grandi multinazionali americane ed europee, per favorire lo sviluppo regionale e l’utilizzo dei proventi petroliferi nel settore sociale ed ambientale dei paesi latinoamericani interessati.
    Un sentimento simile - anche se con alcune differenze e accenti diversi - si ritrova anche nei rapporti degli Paesi vicini al Venezuela. Se è vero - come è accaduto recentemente con il Brasile - che in occasione delle trattative per il Doha Round il “fratello” politico di Chavez (il presidente Lula) ha privilegiato la tutela degli interessi nazionali rispetto a quelli comuni, l’obiettivo fatto proprio da “Huguito”, come viene chiamato dai suoi concittadini - e cioè l’integrazione latinoamericana - resta sempre sullo sfondo delle discussioni tra le nazioni sudamericane riguardo il loro futuro. La ragione è dovuta al fatto che, al di là della reale capacità di influenza di Chavez, legata come è alle fluttuazioni del prezzo del greggio, l’obiettivo da lui perseguito non è destinato a rimanere solo una realtà geografica: è un concetto storico e culturale che potrà esercitare un’influenza mondiale sempre maggiore. Si tratta di un “blocco regionale” ricco di risorse. Basti pensare alla presenza di enormi potenze economiche come il Brasile o petrolifere come lo stesso Venezuela che potrebbe creare un nuovo gruppo geopolitico ed economico multipolare il quale, esulando dai tradizionali confini sudamericani, avrebbe le risorse e gli strumenti per realizzare un modello di globalizzazione e commercio alternativo a qualunque realtà economica integrata, dal modello statunitense dei trattati di libero scambio all’Unione Europea.

  6. #6
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    La rivoluzione in Egitto - Gamal Nasser


    Introdotto da Rossella Colamartino,
    pp. 43

    Da ufficiale nazionalista, paladino dell’unità panaraba, a leader del movimento dei non-allineati, a grande sconfitto nella “guerra dei sei giorni”. Le principali tappe della politica di Nasser in quattro discorsi: La nazionalizzazione del canale di Suez, la conferenza dei non-allineati al Cairo, la rottura con gli Usa, la disfatta nella guerra contro Israele.

    “La povertà non è un disonore, lo è lo sfruttamento dei popoli”

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    Il nazionalismo di Nasser
    In una lettera ad un amico il giovane Nasser espone le ragioni del suo nazionalismo, un nazionalismo rinnovatore e antimperialistico, maturato fra la fine degli anni Quaranta e i primi anni Cinquanta:
    “Caro Alì [...],
    Allah ha detto: "Bisogna prepararsi ad unire contro di loro tutte le nostre forze".
    Dov'è questa forza che abbiamo preparato contro di loro?
    Oggi la situazione è critica e l'Egitto è giunto ad un punto morto. Mi sembra che il paese agonizzi.
    Grande è la disperazione. Chi può dissiparla?
    Il governo dell'Egitto è fondato sulla corruzione e i favoritismi. Chi può cambiarlo?
    La Costituzione è sospesa, sarà proclamato il protettorato. Chi può dire all'imperialismo: fermati qui?
    Ci sono in Egitto uomini che hanno dignità, che non vogliono lasciarsi morire come animali [...].
    Si dice che l'Egitto sia fiacco, che tema il minimo rumore. Ci vuole un leader che lo guidi alla lotta” [...].
    Gamal 'Abd el-Nasser, 1935

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    Gamal 'Abd el-Nasser
    (Beni Morr 1918 - Il Cairo 1970)
    Militare e politico egiziano, rappresentante di un'epoca del panarabismo e del riscatto nazionalista del Terzo Mondo.
    Intrapresa nel 1937 la carriera militare, il giovane Nasser fondò già nel 1942 l'organizzazione segreta dei Liberi Ufficiali, che da posizioni nazionaliste si opponeva alla presenza britannica. Nel 1948, dopo l'esito infelice per gli egiziani della prima guerra arabo-israeliana, maturò in Nasser e in altri ufficiali l'idea di far giocare all'esercito un ruolo costituzionale attraverso un colpo di stato. Fu così che nel 1952 i Liberi Ufficiali del generale Neghib e del più giovane Nasser salirono al potere, abolendo la monarchia. Eliminato Neghib, Nasser rimase l'uomo forte del regime.
    L'Egitto conobbe sotto Nasser, e in particolare nel primo decennio dopo il 1952, spettacolari cambiamenti. L'allontanamento degli Inglesi nel 1954, la nazionalizzazione del canale di Suez nel 1956, la sconfitta militare ma la vittoria politica nello stesso 1956 alla fine della seconda guerra arabo-israeliana contro Israele, Francia e Gran Bretagna, la presenza dell'Egitto alla ribalta di Bandung e alla testa dei paesi non allineati, il tentativo di unificazione con la Siria (1958-1961) già sarebbero bastati a costruire la fama di Nasser. Nel 1962 la radicale riforma agraria e il sempre più stretto rapporto con l'URSS fecero poi parlare di "socialismo arabo" in uno dei paesi demograficamente, strategicamente ed economicamente più importanti del Terzo Mondo, dell'Africa e del mondo arabo.
    Col passare del tempo, vari fattori, fra cui lo scontro con i paesi arabi moderati e la sconfitta militare del 1967, ridimensionarono molto il bilancio nasseriano. Ma anche vista su un più lungo periodo, ad esempio posta a confronto con quella dei suoi successori Sadat (1970-81) e Mubarak (1981) (dei quali vanno ricordati almeno il capovolgimento di fronte, la liberalizzazione interna, gli accordi di pace con Israele), rimane l'impressione di una forte personalità, idolo del mondo arabo popolare.

  9. #9
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    Le président Nasser reçoit cordialement, en avril 1965 au Caire, le Dr Frey éditeur du « Deutsche National und Soldaten-Zeitung »...

  10. #10
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    Jean Thiriart, ex-ami du Grand Reich Allemand, prend congé du Ministre Egyptien Hafez Ghanem. (La Nation Européenne, décembre 1968)

 

 
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