L’impatto delle attività umane sugli ecosistemi e la biodiversità

Giuseppe Federici, tratto da Il Federalismo

Ha destato clamore nel mondo la recente pubblicazione, da parte del WWF”, del “LIVING PLANET REPORT-2006” in cui si afferma che l’umanità, col ritmo attuale di sviluppo delle sue attività, sta consumando risorse naturali (suolo fertile, foreste, acqua, specie animali, risorse ittiche ecc.) più velocemente di quanto la terra sia capace di rigenerarle e di metabolizzarne le scorie. In particolare si afferma che 1) è in atto un crollo della “biodiversità” e che negli ultimi 30 anni la popolazione delle specie terrestri si è ridotta del 31%, quelle di acqua dolce del 28% e quelle marine del 27%; 2) il consumo di risorse naturali da parte dell’uomo è più che triplicato tra il 1961 e il 2003 superando nel 2003 del 25% la capacità bioproduttiva dei sistemi naturali (nel 2001 era del 21%); il contributo umano alla quantità di anidride carbonica presente in atmosfera è aumentato dal 1961 al 2003 di 9 volte causa l’uso di combustibili fossili. I risultati di questo rapporto sono tanto più allarmanti quanto più consideriamo che viviamo confinati nella cosiddetta biosfera, un sistema chiuso costituito da una sottilissima e fragile pellicola che avvolge il pianeta e che ospita la vita terrestre estendendosi di circa 10 Km nell’atmosfera, ma anche nei mari, laghi e fiumi, sul suolo e nel sottosuolo.
Cos’è la biodiversità e perché è così importante. Biodiversità significa “VARIETA’ DELLA VITA”. Questo vale all’interno della singola specie quanto a ricchezza di geni (es. varietà di colori, forme, ecc.), a livello delle varie specie e degli ecosistemi quanto a loro numerosità.
Si stima esistano sulla terra circa 5-10 milioni di specie diverse. I “santuari della biodiversità” sono le foreste tropicali, le barriere coralline e gli estuari dei fiumi che, pur ricoprendo solo il 6% della superficie terrestre accolgono circa il 50% delle specie viventi. Un danneggiamento di questi ecosistemi comporta quindi una perdita molto più che proporzionale in termini di biodiversità.
Dal momento che esistono stretti legami fra una specie e l’altra, la sopravvivenza di ogni specie (essere umano incluso) dipende dalla varietà di popolazioni con cui essa interagisce. Minor varietà significa minori possibilità di sopravvivenza. La diversità culturale nell’ambito delle popolazioni umane è anch’essa biodiversità che significa, in questo caso, varietà di linguaggio, di modi di rapportarsi all’ambiente, di utilizzare le risorse naturali ecc. Minore varietà culturale significa per l’umanità minori possibilità di sopravvivere a cambiamenti ambientali.

Possiamo dire, sinteticamente, che la perdita di biodiversità produce: danni economici perchè si riducono le risorse genetiche potenziali; danni ecologici perché degrada la funzionalità degli ecosistemi; danni scientifico-culturali perché, riducendosi la disponibilità di geni sul pianeta, comporta una perdita di conoscenze vitali per il futuro dell’uomo.
Gli ecosistemi e i servizi che forniscono. Un ecosistema è l’insieme di tutti gli esseri viventi esistenti in un determinato ambiente fisico e delle relazioni che intercorrono sia tra loro che tra loro e l’ambiente fisico. Grazie alla fonte di energia primaria costituita dal sole, tra esseri viventi ed ambiente fisico si genera una continua circolazione di materia ed energia. In sostanza l’energia solare viene trasformata in sostanze organiche dai vegetali (produttori primari) attraverso la fotosintesi clorofilliana per poi essere trasformata ulteriormente dagli animali erbivori (consumatori primari), dagli animali carnivori (consumatori secondari) e infine dagli animali decompositori. Nella catena alimentare naturale ad ogni passaggio si consuma energia la cui qualità però aumenta in quanto cresce la capacità di compiere lavoro (i vegetali ne hanno poca, gli animali molta di più).
Fra gli esempi di ecosistemi più noti ricordiamo: le foreste pluviali, le barriere coralline, i deserti, le torbiere, le tundre, la savana, gli ambienti sotterranei ecc. L’importanza degli ecosistemi risiede nel fatto che rendono possibile la sopravvivenza umana grazie ai servizi che offrono. Tali servizi possono essere sintetizzati come: a) servizi di fornitura: es. cibo, acqua, legno, fibre ecc.; b) servizi di regolazione: es. stabilizzazione del clima, assesto idrogeologico, barriera alla diffusione di malattie, riciclo dei rifiuti, qualità dell’acqua ecc.; c) servizi di supporto: es. formazione del suolo, fotosintesi clorofilliana, riciclo dei nutrienti, ecc.; d) servizi culturali: es. valori estetici, ricreativi, spirituali.
L’impatto delle attività umane. Secondo la FAO, negli ultimi 50 anni l’uomo ha degradato la funzionalità degli ecosistemi più rapidamente e profondamente di qualsiasi altro periodo storico attraverso la crescita e l’entità della popolazione mondiale (aumentata da 3 miliardi nel 1960 a circa 6,3 miliardi di persone oggi), l’urbanizzazione, l’agricoltura intensiva ed estensiva, la pesca intensiva, gli allevamenti intensivi, l’industrializzazione e più in generale la crescita dell’economia globale (aumentata di più di 6 volte dal 1960 ad oggi) ecc. Il degrado ambientale ha in realtà due facce: da una parte, nelle nazioni economicamente sviluppate, esso è dovuto a modelli di consumo elevati che sfruttano le risorse naturali in modo insostenibile generando, nel contempo, una grande quantità di emissioni inquinanti, scorie e rifiuti mentre dall’altra, nelle nazioni economicamente sottosviluppate, esso è generato dal fatto che la povertà costringe le popolazioni ad anteporre le proprie esigenze di sopravvivenza a breve termine alla conservazione a lungo termine delle risorse naturali. Si tratta, come si vede, di un cocktail esplosivo. In pratica circa il 60% dei servizi forniti all’uomo dagli ecosistemi sono deteriorati. I seguenti dati si commentano da soli:
Specie: 800 specie, fra quelle conosciute, si sono estinte mentre altre 5000 sono potenzialmente a rischio estinzione.
Barriere coralline: circa ¼ delle barriere coralline, elemento fondamentale nella catena alimentare degli oceani) sono state completamente distrutte mentre il 20/30% delle rimanenti corrono il rischio di distruzione nei prossimi 10 anni.
Risorse ittiche: più di ¼ dei banchi da pesce esistenti al mondo vengono sfruttati oltre la loro capacità di rigenerarsi mentre la metà di essi al massimo della loro capacità.

Foreste: nell’ultimo decennio la terra ha perso circa 94 milioni di ettari di foreste, vale a dire una superficie pari a quella occupata da uno stato come il Venezuela. Il tasso di deforestazione è molto più elevato nei paesi in via di sviluppo dove il 4% delle foreste sono andate perdute nello stesso periodo.
Mare: l’80% dell’inquinamento marino proviene da fonti che si trovano sulla terraferma. Nei paesi in via di sviluppo (es. Cina, India ecc.) più del 90% delle acque di scolo e il 70% dei rifiuti industriali vengono scaricati direttamente nelle acque di superficie senza alcun pretrattamento.
Deserti: ¼ della superficie del pianeta è colpita dalla desertificazione (perdita dello strato superficiale del suolo in grado di consentire lo sviluppo di vegetazione) e circa il 70% delle aree aride sta subendo un ulteriore degrado.
Nonostante questo ipersfruttamento delle risorse naturali e nonostante gli indubbi progressi nella produzione alimentare mondiale, circa 850 milioni di persone soffrono tutt’ora la fame. Per di più circa un miliardo di esseri umani non ha ancora accesso ad un adeguato approvigionamento idrico.
Si tratta di dati allarmanti su una situazione che per il momento si traduce in un aumento della pressione migratoria verso i paesi economicamente sviluppati ma che nel prossimo futuro potrebbe riservarci amare ed imprevedibili sorprese. Viviamo infatti tutti in una medesima astronave che si chiama TERRA.

Giuseppe Federici
Segretario PADANIAMBIENTE

PADANIAMBIENTE
PRAGMATISMO E CONCRETEZZA AL SERVIZIO DELL’AMBIENTE E DELLO SVILUPPO SOSTENIBILE
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