La festa della liberazione

Fabio de Fina
25/04/2007

Nota dell'editore - Imprigionati nella dialettica marxista mutuata, se non direttamente ispirata, dalla «sofistica» delle scuole rabbiniche, noi italiani abbiamo acquisito delle certezze inestirpabili quali «il fascismo ha conculcato la libertà» (vedi Gianfranco Fini) «il fascismo ha distrutto la democrazia», «il fascismo, alleandosi col nazismo, ha trascinato l'Italia in guerra», «il fascismo ha perseguitato gli ebrei», «la resistenza fu un movimento di popolo che scacciò l'occupante straniero e i suoi complici fascisti», eccetera.
Il punto di partenza del giudizio sul fascismo, a nostro parere, va invece rovesciato domandandosi «che cosa è e che cosa è stato il comunismo?».
La contabilità dei morti assassinati dal comunismo fa apparire il nazismo un'associazione filantropica.
Tutti conoscono la cifra di 100 milioni di morti fornita dal libro, edito da Mondadori, di Stephane Courtois; ma tale cifra pecca senza dubbio per difetto.
Già nel 1973 il senatore James O. Eastland, presidente della Commissione della Sicurezza Interna del Senato degli Stati Uniti, mise a disposizione dello storico Robert Conquest la documentazione che provava che le vittime del comunismo, solo tra URSS e Cina, superavano i 200 milioni, escludendo quindi quelle dell'Europa (Spagna, Italia, Paesi dell'Est, Yugoslavia, etc), quelle delle Americhe, dell'Africa, della Cambogia e del Vietnam.
Questo terribile olocausto discende direttamente dalla filosofia marxista leninista, che lo ha teorizzato e giustificato [e non è certo, come si è voluto far credere, una «degenerazione staliniana»; chiediamo però un atto di fede al lettore in quanto la dimostrazione di questo assunto è semplice, ma lunghissima e noiosissima; la documentazione e la bibliografia sono comunque a disposizione (vedi, per esempio, «Il marxismo», Iannarone, Studi Domenicani Italiani)].
Si potrebbe pensare: un bagno di sangue che non ha eguali nella storia dell'umanità ha però portato un «paradiso in terra», una società giusta, opulenta, idilliaca?
Assolutamente no.
Fame, come nemmeno è stata patita in periodi di carestia presso popoli dell'Africa subsahariana (un bel risultato per una dottrina che si definisce scientifica e che alla fine degli anni '80 non aveva risolto nemmeno il problema del pane quotidiano, e ciò ovunque il comunismo abbia vinto, anche presso popoli che erano stati civili e prosperi economicamente) e terribili miserie morali e materiali.

L'Italia, alla fine della prima guerra mondiale (non scordiamo che il comunismo è andato al potere in Russia nel 1917) si era trovata a subire il tentativo comunista di conquista del potere. Violenze di ogni genere, omicidi di avversari politici, scioperi, occupazioni di fabbriche, furti (d'altro canto «la proprietà è un furto»…).
Contro i comunisti, piccola minoranza di intellettuali borghesi (con qualche appartenente alla aristocrazia) per lo più socialmente sradicata, che prendendo a pretesto autentiche situazioni di grave disagio sociale (causate dal liberismo, l'altra faccia della stessa medaglia) era riuscita a coinvolgere importanti strati di popolo, sorse una reazione certamente popolare, ostacolata agli inizi dalla classe dirigente dell'epoca (poi, come sempre, accodatasi ai vincitori) reclutata ed organizzata dal genio politico di Benito Mussolini.
Nazionalisti (un fortissimo sentimento nazionale era condiviso dalla maggior parte della popolazione ed era interclassista) ex combattenti, piccola borghesia, cattolici, operai, contadini, la quasi totalità del mondo artistico aderirono al fascismo.
Tremila anni di grande civiltà - i mille di Roma e i duemila di cristianesimo - prorompevano dal DNA di un popolo e dopo quattro anni di guerra civile, con qualche migliaio di morti da entrambe le parti, i comunisti furono sconfitti.
Basterebbe questo risultato (aver impedito ai comunisti la conquista del potere) per avere un ricordo positivo del fascismo; se il comunismo avesse vinto, gli italiani oggi laverebbero i vetri agli angoli delle strade d'Europa, avrebbero avuto il solito corollario di milioni di morti e avrebbero patito per decenni la fame.
Probabilmente l'esempio di Mussolini ha anche salvato l'Europa.
Ma in più, in venti anni, senza disporre nemmeno lontanamente delle risorse di cui beneficia lo Stato italiano dal dopoguerra ad oggi (per esempio non esisteva la rapina fiscale che vessa lavoratori autonomi e dipendenti) il fascismo acquisì straordinari risultati religiosi, morali, sociali, tecnologici, culturali, artistici per descrivere i quali non basterebbe l'enciclopedia Treccani (anch'essa promossa dal fascismo).

«Il fascismo ha conculcato la libertà»; ma di chi?
Certo dei comunisti e dei loro complici e favoreggiatori (socialisti, popolari, liberali, laici, massoni); pensate: quale dittatura, che è stata definita sanguinaria, manda al confino i capi degli avversari dopo una durissima guerra civile?
Quale ne cattura il leader (Antonio Gramsci; alcuni storici sostengono però autorevolmente che Gramsci sia stato denunciato da rivali politici del suo stesso partito) e lo mette solo in una prigione?
Come poteva oltretutto un partito nazionalista tollerare una forza che era alle dirette dipendenze di una potenza straniera nemica, l'URSS?
E poi la libertà di fare che cosa?
Di divorziare?
Di abortire?
Di usare il posteriore per scopi diversi dal defecare, così come è disposto dalla natura creata da Dio?
Di drogarsi?
E si potrebbe continuare a lungo sulle «conquiste della libertà»; è sufficiente però aprire un quotidiano qualunque (prendiamo solo l'esempio della recente violenza sessuale nella scuola materna) per percepire in quale barbarie siamo sprofondati, eliminato l'argine che tratteneva i mostri.

«Il fascismo ha distrutto la democrazia»
Quale democrazia ?
Lo strumento della vecchia, corrotta e massonica Italia ottocentesca, riemersa in blocco, con gli stessi difetti e più o meno con gli stessi uomini, nel dopoguerra, che per viltà, o complice adesione, non avrebbe certamente fermato il comunismo?

«Il fascismo, alleandosi col nazismo, ha trascinato l'Italia in guerra»
Mussolini certo ha pensato, opportunisticamente, che l'entrata in guerra, a fianco di un sicuro vincitore, (chi non avrebbe scommesso sulla vittoria di Hitler, nel 1940?) avrebbe portato giovamenti al suo Paese.
Qui vanno fatte però anche «due» considerazioni sul nazismo.
Andato al potere diciassette anni dopo la vittoria bolscevica in Russia il nazismo, movimento di tendenze poliedriche, ma sicuramente nazionalista ed anticomunista, si era trovato in una situazione, quella tedesca del primo dopoguerra, certamente più difficile di quella in cui si era trovato il fascismo: uno Stato dittatoriale comunista (la Russia) ai confini e di cui già si conoscevano le orrende stragi; milioni di comunisti tedeschi armati; tutti quelli che non erano né comunisti, né nazisti, in maggioranza favorevoli ai primi (intendiamo le classi dirigenti); un Paese distrutto ed alla fame a causa della sconfitta militare e dei nemici interni
La lotta richiedeva misure forti, o era sufficiente invitare cortesemente i comunisti a non prendere il potere?
C'è l'importante questione della persecuzione degli ebrei, anche se vogliamo premettere che quanto c'è di negativo nel nazismo, e non è poco, è squisitamente moderno ed anticattolico: il razzismo biologico [tipico dell'ottocento anglosassone; non esistono uomini di serie A e di serie B, ontologicamente differenti; tutti discendiamo, come creature di Dio, dal primo uomo e dalla prima donna; constatiamo però che ci sono uomini - e quindi popoli - che hanno creato civiltà inferiori alla nostra, europea e cristiana, a causa di scelte morali contro natura per non aver conosciuto (e non può certo essere a loro imputato) per aver conosciuto poco, o per aver rifiutato il cattolicesimo, che unico rende singoli e popoli «aristocratici»] l'eugenetica, l'evoluzionismo, il positivismo, l'idealismo, il protestantesimo, e si potrebbe andare avanti elencando quasi tutti gli errori del pensiero moderno.
A proposito del razzismo nazista quale differenza tra Roma, che associava i popoli conquistati al suo destino [e i popoli di allora lottavano per entrare nel limes romano, dove era garantito l'ordine, la giustizia, la civiltà, un superiore benessere materiale, e non per uscirne] e il nazismo, che ha rifiutato fino al 1944 l'appassionato aiuto militare dei popoli slavi, in quanto non di «razza pura»!
Tornando alla «persecuzione degli ebrei» era all'epoca opinione comune che il comunismo fosse una creazione ed uno strumento ebraico, era dottrina della Chiesa cattolica [anche qui chiediamo ai lettori un atto di fede; la documentazione è vastissima e facilmente disponibile; per tutti basti pensare agli scritti di monsignor Jouin, con la sua «Revue internazionale des Sociètès Secrètes», finanziata dal Vaticano e sopravvissuta per dieci anni alla morte del fondatore, dal 1912 al 1939 ed alla Civiltà Cattolica dei gesuiti. Era quasi scontato che un movimento anticomunista ostacolasse l'operato degli ebrei; oggi peraltro è stata pubblicata in italiano la fondamentale opera di Solzenicyn, «Due secoli insieme», che descrive questo tema in modo assolutamente scientifico ed inequivocabile].
Persecuzione non avvenuta sotto il fascismo, come riconoscono gli storici più obbiettivi (vedi De Felice) fatta eccezione per le «Leggi razziali», che comunque erano molto più tenui e meno applicate di quelle che vigevano nello Stato pontificio prima della Rivoluzione Francese.
Ciò con buona pace di Giovanni Paolo II, che ha definito il nazismo il «male assoluto» e il comunismo il «male necessario»; probabilmente è vero il contrario.

«La resistenza fu un movimento di popolo che scacciò l'occupante straniero e i suoi complici fascisti»
Il grande storico, non di parte, De Felice, nella sua vasta opera, ma soprattutto in «Rosso e nero», sostiene che a fine guerra i partigiani censiti erano un po' più di 30.000, mettendo nel conto anche gli opportunisti dell'ultima ora, arruolatisi a risultato certo, con la prospettiva di arricchimenti illeciti, posti di lavoro, pensioni, prebende, riconoscimenti, onorificenze, etc.
Quelli che avevano aderito alla Repubblica Sociale Italiana, con la certezza di andare incontro ad una sconfitta (le sorti della guerra erano ormai delineate dopo El Alamein, nel 1942) erano stati più di 800.000, compresa l'adesione ad un partito fascista ormai del tutto militarizzato.
Per anni abbiamo sopportato una apologetica falsa e ridicola sul ruolo dei partigiani nella liberazione [per tutti basti pensare che pochissimi soldati della Decima Mas, asserragliati in una caserma a Milano, si erano arresi agli americani, invece che ai partigiani come loro intimato, ai primi di maggio del 1945].
Se fosse dipeso dai soli partigiani oggi «Il Corriere della Sera» ospiterebbe ancora la pubblicità del quindicinale delle SS italiane «Avanguardia».
Il pur meritevole e qualificato Pansa ha riproposto temi noti da oltre sessant'anni, ma la cui divulgazione non era permessa.

Quanto scritto non significa che il fascismo, soprattutto con le sue forme proprie di un'epoca, sia riproponibile ai nostri giorni; manca il capo, senza il quale non sarebbe probabilmente mai nato, mancano gli uomini [l'assassinio di un'intera classe dirigente, nell'immediato dopoguerra, ha risolto il «problema» di un'eventuale continuità; i pochissimi sopravvissuti, figure di secondo piano, hanno dato vita ai movimenti cosiddetti neofascisti, pallida e brutta copia del fascismo, andati via via deteriorandosi fino ad assumere la penosa connotazione odierna]; quanto scritto è solo un umile tentativo di dare un giudizio su quella storia, senza sputarci sopra come ha fatto Gianfranco Fini.
Oltretutto il fascismo, essenzialmente una prassi, aveva affrontato, e risolto, problematiche della sua epoca; non si era confrontato con i drammi che viviamo oggi: scristianizzazione di un popolo, aborto, divorzio, droga, omosessualità, società multirazziale, criminalità organizzata e diffus (issima) persecuzione fiscale, creazione di un nuovo ordine mondiale (di cui l'eurofregatura è l'anticipazione locale).
Di sicuro abbiamo necessità di una elite che sia coerentemente cattolica e al servizio della popolazione, e non di interessi stranieri (o, nell'ipotesi migliore, di interessi personali).
Davanti ad 1.000.000 c'è 1; preghiamo che Dio ci mandi l'uomo, l'uno, dietro al quale si arruoleranno milioni di persone.

Fabio de Fina


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