Raccontano le cronache che a Venegono, comune del Varesotto, sia stato appioppato il nomignolo di «paes di asinitt», il paese degli asini.

Il venegonese, tutt’altro che stupido, non se la prese mai a male.
Bestia utile e redditizia, il somaro.

Asino fin che vuoi, allora, ma mica pirla.

Però vaglielo a spiegare, ora che il terremoto pre-elettorale porta pure la sua firma.

Perché nel campionario delle sottoscrizioni annullate dall’ufficio della Corte d’Appello di Milano, che ha escluso la lista «Per la Lombardia» del governatore Roberto Formigoni dalle prossime regionali, c’è un po’ di tutto.

E accade che, tra le tante invalidate, ci sia un’adesione autenticata proprio con la scritta «Venegono».

Troppo poco. Troppo impreciso.
Di Venegono, infatti, ne esistono due.
Uno Superiore, l’altro Inferiore.
Nemmeno a dirlo, comuni contigui.
Fanno in totale poco più di 13mila abitanti. Hanno più o meno la stessa storia.
Però due municipi. E allora guai a confonderli.
Finisce che se non specifichi, sei fuori dai giochi.
E così è stato.


Ancora.
A Magenta, il sindaco Luca Del Gobbo sigla un elenco di firme e lo vidima col timbro «Luca del Gobbo, sindaco di Magenta».
Tutto regolare?
Macché.

Firme non valide, perché manca il timbro del Comune.

Lo stesso nel quale siede il primo cittadino che ne ha certificato l’autenticità.

E poi, una firma annullata per un cognome che finisce con una «e», perché sul certificato elettorale è una «o».
E avanti di questo tenore.

È anche così che si gioca la partita delle urne.

Una battaglia di eccezioni sul filo imperturbabile della burocrazia.

Da un lato, i giudici che - piaccia o meno - chiedono indicazioni chiare e complete. Non per sollazzo, ma perché «lo impone la legge».

Dall’altro la politica, che osserva atterrita (o eccitata, a seconda dei punti di vista) il teatro dei ricorsi incrociati e la sabbia che scorre nella clessidra.
Perché il 28 marzo si avvicina.

Però, denunciano i delegati del Pdl,
«i magistrati hanno usato criteri diversi per i due schieramenti».

Severi con una parte, dicono, indulgenti con l’altra.


Tanto che 448 sottoscrizioni della lista «Penati Presidente» ora contestate dal centrodestra sarebbero uscite miracolosamente indenni dalla tagliola delle toghe.

Consentendo al candidato del Pd di correre per le elezioni.

Una mossa in attacco, un’altra in difesa.

Per questo, ieri, i legali di Formigoni e del Pdl - gli avvocati Ercole Romano, Beniamino Caravita di Toritto e Luca Giuliante, giunti al Tar a cavallo delle 13, rischiando di sforare i termini e replicare in piccolo un «caso Milioni» - hanno chiesto ai giudici una sospensiva della decisione dell’ufficio elettorale della Corte d’Appello.

Oggi dovrebbe essere fissata l’udienza, e già lunedì potrebbe iniziare la camera di consiglio.

«Tutta l’attività di questo tribunale sarà improntata alla maggiore celerità», fanno sapere da via Corridoni.

Sullo sfondo, in questo circo di carte bollate, l’ultima spiaggia del Consiglio di Stato.

Come se non bastasse, dopo la denuncia dei Radicali, la Procura di Milano ha aperto un’inchiesta per falso ideologico e falso in atto pubblico.

Il fascicolo è stato affidato al procuratore aggiunto Edmondo Bruti Liberati, a capo del pool «reati contro la pubblica amministrazione».

Una atto dovuto, dopo un esposto.

Ma è un altro tassello in un mosaico impazzito.

Così, l’ombra di un’elezione sub judice si fa più lunga ogni giorno che passa.

Esattamente come il timore che il pasticcio possa diventare trasversale.

Basta leggere, e nemmeno troppo fra le righe, la dichiarazione di Carlo Porcari, capogruppo Pd nel consiglio regionale lombardo.

«Non ci opporremo se il Tar accoglierà il ricorso di Formigoni e riammetterà la sua lista».

Ma
«non ci opporremo se Formigoni, per difendere le sue firme, non attacca quelle di tutti gli altri, perché se ci attacca noi ci difenderemo».

Chiaro, no?

I «volontari azzurri» spulciano le sottoscrizione della lista di Penati in cerca di irregolarità, e il centrosinistra tende una mano.

Voi lasciate stare, noi lasciamo stare.

Cane non mangia cane.


L’impressione, però, è che ormai sia tardi.

Anche perché, dalle verifiche fatte dai delegati del Pdl a palazzo di giustizia, ci sarebbero molte irregolarità nella lista del centrosinistra.

Moduli considerati validi laddove mancano alcune sottoscrizioni.

O la firma di un sindaco che si sarebbe auto-autenticato la propria sigla.

Ancora, un certificato cumulativo da 25 firme, nel quale le firme realmente presenti erano venti soltanto. Eppure, calcolate come 25.

In totale, denuncia il Pdl, 448 firme non valide, oltre alle 173 già segnalate lunedì dalla Corte d’Appello
.
Quando la lista del Pd si era salvata, ferma a 3mila e 622 (al netto delle esclusioni) e ancora sopra alla soglia minima di 3.500.

Ora, però, il nuovo conteggio potrebbe rimescolare le carte.

E rientrare tutto nelle memorie che il Pdl presenterà al Tar e - nel caso di una nuova bocciatura - al Consiglio di Stato.

Scenari da armageddon politico.
C’è ancora da grattare, nel fondo limaccioso di questa palude pre-elettorale.
Altro che Venegono Inferiore. Il problema è più vasto.

Quanto è grande il «paes di asinitt»?


Milano: spietati con le sviste Pdl, teneri col Pd Lazio, la Corte riammette la lista della Polverini - Interni - ilGiornale.it del 05-03-2010

Sempre piu’ informazioni per permettere il formarsi di una opinione .

Consola apprendere che i " dilettanti allo sbaraglio ", come intesi dai sinistrorsi, siano parimenti distribuiti tra maggioranza e opposizione ?