MARINA DI CAMPO. 16 GIUGNO 1944- Una pagina di sangue e di liberazione ma anche di violenze e di stupri. Sono passati ormai 63 anni ma l’operazione Brassard ovvero lo sbarco degli alleati è ancora viva nella memoria di tanti.
Era il gennaio del 1944 quando l’Alto comando interalleato prese la decisione di conquistare l’Elba. L’incaricoaio all’Armata Francese distaccata in Corsica.
Gli obbiettivi puntavano a interdire gli approvvigionamenti marittimi alla 14 Armata Tedesca attraverso il Canale di Piombino e istituire basi anfibie per poter minacciare e poi attaccare le riserve nemiche sulle coste dell’Alto Tirreno.
Un mese dopo dalla base operativa di Ajaccio, il primo Corpo d’Armata iniziò a studiare un piano per uno sbarco sull’Isola: venne chiamato “Operazione Brassard”. La data dello sbarco venne fissata per il 25 di maggio.
Ma il 24, quando tutto era già predisposto, arrivò il contrordine dell’Alto Comando che dispose un rinvio al 16 giugno, quando, secondo i calcoli ci sarebbe stata la luna favorevole.
Il comando venne assegnato al generale De Lattre De Tassigny.
Il corpo di spedizione era costituito in gran parte da truppe di colore (reggimenti di fanteria senegalesi e marocchine), e battaglioni misti per un totale di circa 12mila uomini con 600 veicoli, imbarcati su oltre 200 unità navali britanniche e francesi. I tedeschi contavano sull’Isola oltre 3200 uomini.
L’Operazione “Brassard” prese il via, il 16 giugno da di Bastia. Era quasi l’alba quando le navi aprirono un fitto fuoco sul litorale destinato allo sbarco e sulle postazioni e batterie lungo la costa. Alle 4 precise, reparti della fanteria senegalese e del Battaglione d’Assalto, commandos d’Afrique) presero terra a destra e sinistra della spiaggia».
Sottolinea Giuliani: «Vista l’impossibilità di portare avanti il piano iniziale, il Comando Francese decise di far sbarcare le truppe sulla vicina spiaggia di Fonza. Verso sera la parte occidentale dell’Isola era presa e sulla spiaggia di Marina di campo bonificata iniziava lo sbarco delle artiglierie e dei veicoli.
Nella tarda mattinata del giorno successivo una compagnia di fanti senegalesi occupava Portoferraio e poi tutti gli altri paesi dell’Isola».
La conquista dell’Elba costò ai francesi oltre 500 morti e ai tedeschi oltre 600 e 2500 prigionieri. Questa in breve sintesi la cronaca di come avvennero i fatti.
I dieci mesi dell’occupazione tedesca dell’Isola, se escludiamo rari episodi e le rappresaglie dei primi giorni, furono poca cosa in confronto degli oltre 43 pesanti bombardamenti alleati effettuati durante tutto il periodo dell’occupazione.
L’esperienza di questo sbarco, fu in realtà la prima operazione anfibia organizzata e condotta dall’Armata Francese. Il vero scopo di questo”grande Sbarco”, era di servire al Comando Francese come prova generale in vista di operazioni più impegnative (come quelle che sarebbero avvenute qualche mese dopo in Provenza). Una messa in scena inutile, le cui conseguenze durissime avrebbero messo definitivamente in ginocchio la popolazione elbana.
Innumerevoli furono infatti i soprusi, le angherie e le violenze subite dagli isolani, soprattutto quelle sulle donne che, braccate prede di guerra, vennero catturate e stuprate senza pietà. Secondo le fonti ufficiali furono circa 180, in realtà furono di più: molte non ebbero il coraggio necessario di confessare la vergognosa offesa. Violenze e prepotenze non bastarono a placare le inarrestabili truppe di colore, che insoddisfatte, perpetrarono scassi ovunque e ruberie d’ogni genere.
NEL RESTO D'ITALIA
L'ITALIA NELLE MANI DI DECINE DI MIGLIAIA DI STUPRATORI E ASSASSINI DI OGNI COLORE, PORTATI DAGLI "ALLEATI" FRANCESI, AMERICANI E INGLESI. 60000 DONNE ITALIANE VIOLENTATE IN POCHI MESI.MIGLIAIA UCCISE. LA INSEMINAZIONE ETNICA HA STRAVOLTO LA DEMOGRAFIA DI INTERE REGIONI
La furia bestiale che si abbattè sulle campagne e sui villaggi italiani, specie al Sud, dopo lo sbarco alleato ad Anzio e l'avanzata su Roma nella primavera del 1944, è ancora in parte sconosciuta, salvo che alle 60.000 donne, adolescenti e bambine, che ne furono le vittime.
Il generale Juin, al termine della battaglia di Cassino, diede ai suoi “goumiers” (da “goum”, reparto militare marocchino arruolato nel medesimo villaggio e clan) carta bianca per due giorni, come premio della vittoria che implicava il diritto di vita e di morte sulle popolazioni civili, il furto dei loro beni e la violenza sulle donne.
D'altronde, era stato proprio questo l'incentivo che aveva convinto i marocchini a combattere per i francesi, andando all'assalto delle posizioni nemiche alla testa dei reparti alleati. Così, per due giorni e due notti, razziarono, violentarono, uccisero. Stuprarono donne e bambine, dagli otto agli ottant’anni, obbligando padri e mariti ad assistervi.
Le violenze sessuali dei marocchini erano una specie di “promozione” che li elevava al rango di “dominatori”, di padroni assoluti della vita degli sconfitti, privati della loro dignità più intima, una testimonianza elementare di “possesso” che li ripagava dalla condizione di paria colonizzati dai bianchi.
I francesi lasciavano fare dicendo che era impossibile governare i marocchini. Si finì per chiamare “marocchini” tutti i soldati africani che stupravano le donne e quel marchio d'infamia restò loro appiccato per sempre.
È per questo che nell'immaginario popolare “marocchino” divenne sinonimo - e lo è rimasto ancora oggi - di bestialità animale e di violentatore recidivo e abituale.
Dopo la caduta di Montecassino, su precisa autorizzazione del comando francese, ebbero a disposizione le donne d'ogni età dei villaggi italiani conquistati.
Una indagine ministeriale posteriore accertò che le donne violentate raggiungevano complessivamente la cifra di 60.000. La magistratura militare francese avviò 160 procedimenti giudiziari che riguardavano 360 individui. Il tribunale francese emise alcune condanne a morte e ai lavori forzati. Una quindicina di marocchini erano stati colti sul fatto e fucilati sul posto. In complesso, lo stato francese fu reticente e non riconobbe la vastità dei casi denunciati dagli italiani.
Nelle piazze dei paesi ciociari, ad Ausonia e Esperia, sorgono le lapidi che ricordano le vittime della violenza selvaggia dei “marocchi”, come li chiamano da quelle parti. Ma nessuno ama parlarne. I testimoni, e insieme le vittime di quella tragedia, sono morti da tempo. Da quelle violenze non nacquero figli. I marocchini erano affetti da gravi malattie veneree che trasmisero alle donne e alle bambine violentate. Malattie che provocarono interruzioni e aborti spontanei nella maggioranza dei casi. Solo pochi bambini meticci sopravvissero e le madri li allevarono amorevolmente rinunciando a sposarsi. Ma parecchie donne, specie le più giovani, non ressero alla vergogna e abbandonarono il paese per trasferirsi in città dove sarebbe stato più facile dimenticare e farsi dimenticare.




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