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c@scista
Terre rosse i voti perduti
Dalla "Stampa"
FRANCESCO RAMELLA
Per quelle che un tempo venivano chiamate le «zone rosse» le amministrative del 27-28 maggio hanno rappresentato una consultazione limitata. Sono stati infatti chiamati alle urne poco più dell’11% degli elettori di Emilia Romagna, Toscana, Umbria e Marche. Per votare una sola provincia (Ancona) e tredici «Comuni superiori» (con più di 15 mila abitanti), di cui cinque Comuni-capoluogo: Lucca, Carrara, Piacenza, Parma e Pistoia. Fatta eccezione per quest’ultima, si tratta di città in cui il Pci non è mai stato particolarmente forte. Un test circoscritto, dunque. E tuttavia significativo, poiché consente di rilevare un malessere diffuso nell’elettorato di sinistra, in regioni che storicamente ne rappresentano un importante caposaldo elettorale. Una cartina di tornasole per saggiare gli umori di queste «terre rosse», dopo un anno di governo Prodi e all’indomani dell’«ultimo congresso» dei Ds.
Nulla di nuovo? Da questi territori, un tempo ritenuti sicuri, arrivano non pochi segnali d’allarme per il centro-sinistra. In primo luogo sul fronte delle astensioni. Anche in queste regioni, dove il voto è sempre stato un dovere civico sentito e praticato, si è registrato un calo dei votanti (al primo turno come al ballottaggio), in misura addirittura superiore al dato nazionale. In secondo luogo sul fronte dei comportamenti di voto. Alla Provincia di Ancona la candidata del centro-sinistra, che pure è passata al primo turno, è stata eletta con una percentuale del 55,6%, nove punti in meno rispetto al suo predecessore. Anche alle comunali i candidati dell’Unione registrano difficoltà. In 8 dei 13 Comuni superiori hanno perso consensi rispetto alle consultazioni precedenti (in media il 12,4%). In sette degli otto Comuni amministrati dal centro-sinistra, inoltre, si è dovuto ricorrere al ballottaggio per eleggere il nuovo sindaco, mentre nelle scorse elezioni ciò si era verificato solo in tre casi (Carrara, Fabriano e Piacenza).
Il dato, tuttavia, più eclatante è il calo generalizzato dell’Ulivo, la lista antesignana del futuro Partito democratico. Alle provinciali di Ancona [/B]la lista unitaria di Ds e Margherita registra una caduta dell’8% rispetto ai voti ottenuti, separatamente, nel 2002. Alle comunali le cose non vanno meglio. I due partiti perdono in 10 casi su 12.[/B] Mediamente intorno al 9% (circa un quarto dei voti precedenti), con punte che raggiungono il 15%. Anche nell’unico Comune in cui si presentano con liste distinte (Fabriano), entrambi i partiti perdono consensi. Se i riformisti piangono, la sinistra radicale non ride. Rifondazione comunista arretra ovunque (in 12 Comuni su 13) con una flessione che mediamente si aggira intorno all’1,7% (pari a circa il 30% dei voti precedenti). Quando si assiste a cali generalizzati di questa entità è difficile non leggervi un’insofferenza diffusa tra gli elettori, che lanciano segnali ai vertici nazionali piuttosto che agli amministratori locali. Perché il governo dell’Unione sta deludendo le attese. Perché il nuovo partito riformista tarda a venire e il processo (verticistico) di fusione non convince gli elettori. Soprattutto quelli Ds che stanno esaurendo la pazienza, dopo tanti anni passati a «metà del guado» alla ricerca di un’identità sempre più incerta: non più comunisti, non più democratici di sinistra, ma non ancora democratici «e basta».